“Poetry Music Machine”: un ologramma in onda poetica
di Antonino Contiliano
[ Pubblico un testo di tredici anni fa,
rimasto inedito, che reputo, in assoluto, una delle migliori analisi critiche
del mio lavoro audio-poetico-musicale. m.p. ]
Chi volesse avvicinarsi alla poesia di Marco Palladini e, in modo particolare, a quella del suo Poetry Music Machine (Onyxeditrice, Roma, 2012), una “Audio antologia” (libro+CD), non può trovare, crediamo, immagine analogica migliore che quella di un’onda verbo-ologramma in versi e “arsi” in girotondo e semiosfera di guerra po(li)etico-artistica. L’onda che non trascura niente dell’oggetto – il modello del suo mondo estetico-poetico e ideologico-politico – ripreso e offerto agli altri, l’ipotetico lettore/ascoltatore e/o critico.
L’onda ologrammatica di
Poetry Music Machine è quella
di una poesia, naturalmente, che relaziona letterario ed extraletterario e lo
aggomitola alla maniera dei punti di tempo della pagina del cyberspazio – che
simulano l’informazione-comunicazione contratta nei nodi lanciati alla velocità bit della luce. E il peso e la
densità di questi nodi poetici, trasportati dai versi lungo le due coordinate
offerte dalla pagina, ne curvano il piano nella bidimensionalità degli assi
linguistici (paradigmatico e sintagmatico, la scelta e la combinazione degli
elementi coinvolti), come se fosse una geometria alfabetica relativistica e,
per altro verso, in mimesi della bidimensionalità della virtualità temporale
del cyberspazio. Il tempo della rete e dei suoi nodi www. Il reticolo comunicativo
che ha sconvolto l’abituale successione cronologica di passato, presente e
futuro, così com’è proprio della turbolenza del tempo poetico che sostanzia
(almeno siamo inclini a leggere) i testi poetici di questo Poetry Music Machine di Marco
Palladini.
La sua espressione
corpuscolare – l’informazione annodata e significante che la materializza – è
quella semantica complessa e concentrata dei versi che potenzia, in maniera
aggiuntiva e complementare transcodificata intersecata, quella delle catene
linguistiche standards o comuni che trascurano come inessenziali, e quindi
scartabili, ciò che invece viene recuperato e significato dalla poesia e dal
mondo che lì dice. Lì dove è proprio il potenziamento inusuale delle parole e
delle idee conflittuali veicolate (rapportate al mondo ordinario contestato) e
della loro sintagmaticità trasgressiva che, mettendo in gioco la plasticità
della lingua, che si segna la qualità artistica del linguaggio e la simulazione
poetica di un altro mondo (non copia!). Un modo di significare
culturale-politico che, con la sua differenziata espressività, anche tra
sinonimica e non, agisce opposizione e antagonismo con una polisemica
esorbitante e dall’intreccio e dall’intersecazione pluri-misto-linguistici di
diversa sostanza segnica (semiotica).
Un vero e proprio
mescolio sorgente che ne
potenzia però ulteriormente il senso e la dimensione plurisignificante
tracciando passaggi in cui le catene grafico-verbali e vocali e sonore si
sovrappongono e gli stessi ritmi specifici si semantizzano in maniera
traboccante e martellante. Basta rivolgere attenzione alle strutture delle
“ripetizioni” delle “equivalenze” tipiche della po(i)esis (livelli e gruppi diversi), che ricorrono nei testi
(n. 13) poetici della Parte I del libro –“AUDIO-TESTI” – e quelli (n. 61) della II – “Bonus text: PAPE
SATAN BAND” –, perché dall’evidenza immediata del costrutto si passi subito
alla logica del montaggio artistico-poetico che Marco Palladini, poeta,
(mettendo a frutto anche le sue competenze di performer, attore e regista, fra
l’altro) mostra come una costante della sua produzione.
A stralcio, della Parte I, qualche esempio di rimando:
Who is my father?... He said… / His father, Leo Alcide Kerouac… / Grey downtown…in centrocittà un’ombra nera, / se ne andava in giro, ciondolava / […] / Padre, sono quasi fuori gioco… / Nelle strade dove le macchine entravano nella follia diurna / e gli occhi bruciavano cercando nell’aria torrida / la rivelazione perfetta… / […] / Padre, aiutami, sono quasi fuori gioco… / È il crepuscolo senza nome né pietà / e mentre i paraculi hanno fatto soldi / io non ho saputo amare di più il denaro… / […] / Siamo in fine di partita, padre / e l’ora del giusto meditare / è giunta come sempre fuori tempo massimo (PADRE, SONO QUASI FUORI GIOCO # 1, pp. 15-16) .
[…]
Questa è poesia ke spakka / l’animo e la mente / Poesia mordace come un serpente / ke divora il kuore oscuro del presente // Questa è poesia ke spakka / e proclama: niente facili resurrezioni / oggi l’ordine mondiale s’impone / tra inclusioni ed esclusioni // […] / Questa è poesia ke spakka / poesia da delitto & castigo / poesia multipla che s’iperfeta / senza nessun corrivo o pallido mito // Sì, questa è poesia ke spakka / l’animo e la mente / poesia serpente dialettica irridente / e ke divora il kuore / di vetro oscuro del presente (KOMBAT POETRY # 14, pp. 40, 42)
Le citazioni, che seguono, sono stralciate dalla Parte II di Poetry Music Machine. Una vera macchina di guerriglia linguistico-simbolica e, come le guerre del capitalismo della produzione e del controllo bioelettronico, di nuova generazione?
I testi della Parte II (“Techodelica – Psycomultipla – Pornolalica”), lo stesso poeta Marco Palladini, sinteticamente presenta come Un azzardoso e annoso esperimento simil-parolibero postfuturista e mistilingue, che percola dentrofuori le mille gergalità e i proliferanti sub-idioletti della scena disco-musicale ‘urban’ internazional-popolare. Prosimetro aberrante e metanarrativo e skizosemantico e ipersegmentale, disposto in sessantuno irregolari verbostringhe. Outlaw&trash writing come un’opera concettuale, consimile ai pattern in rete, che ad ogni istante implode nel suo vuotopieno inafferabile:
Wellcome to the Dope Show… Live Evil Fest, as you like it… if you wanna technodrugs & other pleasures… pikkia duro l’elektroDada e si spallano i jovani alcoolisti intruppati nel dancefloor… il big-beat vive in symbyosis… fixe e fighe del Visual crash… Bottemaledette&sigherette: qui si lotta e non ci s’immignotta… […] celebrations di corpi mutanti&hurlanti, ultima frontiera di movide sfrementi e dementi, epifanie di lame luccicanti: kirurgie delinquenti dei neo-Mengele del Cyber 2050… (p. 51).
[…]
Così, la faccenda si chiude e si riapre: e, sfaccendandosi, riparte la promotion per un altro bel sabbato gore-musikale, vivido animale, ruvido sexuale, surreale, neurokriminale, very glocale, multiversale… (p.75).
In tutti questi testi
la scrittura sembra non la transcodificazione dalla semiosi vocale e/o dalla
lingua letterale-materiale di base o primaria, ma come osserva acutamente
Giovanni Fontana – che del libro cura una “indispensabile” introduzione per
seguire con maggiore accortezza e comprensione adeguata il dettato testuale –, «un’altra
storia». Perché l’universo tecno-mediatico della “nuova oralità”, interagendo con la scrittura, condiziona l’elaborazione
testuale, sì che sostenuta «dalle nuove tecnologie elettroniche, la
voce-testo produce esiti sorprendenti come
nel folgorante Decollare... Decollarsi realizzato con Luca
Salvadori» (p. 11). E se c’è un’altra storia c’è anche una lingua altra che la
interpreta e la scrive.
Infatti, se nel consumo lirico tradizionale,
la lettura a voce può essere una recita-replica senza nessun potenziamento
complementare e aggiuntivo di pensiero e significazione rispetto al copione
scritto e «si pone come banalizzazione o
come mera spettacolarizzazione del
testo secondo i canonici stilemi della declamazione di marca
convenzionale» (Ivi), non così avviene dove la poesia fa implodere e
riesplodere i linguaggi in causa. Nella poesia che sorge dallo scontro dei
linguaggi e delle frequenze simboliche loro, che entrano in attrito e
dialettizzano i codici diversi amplificando, per esempio, la voce e i suoni
(anche quelli del linguaggio musicale cooperante), ne gode anche il pensiero «al di qua e al di là della scrittura stessa, attraverso forme di sonorizzazione capaci di
attraversare il corpo intero, di penetrarlo. La voce allora riesce a
trasformare il silenzio della pagina in
potenza sonora. In urgenza acustica.» (Ibidem).
La struttura espressiva, scossa da
cortocircuiti tellurici immanenti al corpo del testo e del suo autore, nel
momento in cui diventa concreto impasto di media diversi, ma complementari –
testo scritto, testo vocalizzato, testo sonoro
(il CD, che ripropone i testi scritti della Parte I, diventa la versione
che fa convivere/intersecare: “musica, electronics: naUt; musica, electronics,
sax: naUt; Drums e Percussione di Mariano De Tassis; Voce cantante di Frankie
Depedri)” –, non è più controllata dal solo linguaggio alfabetico. In questa
rete di nodi multimediali, invece, è come se fosse il solo principio del suono,
e della sonorità trainante dei significanti, a disorganizzare e riorganizzare
semanticamente de-viante i
testi e i loro contenuti veicolati nella forma dell’enunciato in versi. Si può
pensare, così, a una prospettiva in cui, come nella nostra contemporaneità del
linguaggio elettronico-digitale, il linguaggio scritto, quello parlato e del
suono (vocale e del linguaggio musicale) tornano a integrarsi secondo il
principio della complementarietà per far sì che la significazione non rimanga
sequestrata entro il solo fisso della lettera. Anche l’articolazione della phonè reclama il suo spazio
semantico-pragmatico. Del resto, e solo
per ricordare un pensiero di Aristotele (le righe 16a 3-8 della Retorica) sulla relazione tra cose,
oggetti, concetti (affezioni dell’anima), oralità/phonè e scrittura, le tre dimensioni del linguaggio –
articolazioni vocalico-sonore, scrivibilità alfabetica e le operazioni
logico-cognitive, sebbene diverse e complementari tra loro –, «ruotando attorno
ai pragmata» – Franco Lo Piparo, Aristotele e il linguaggio, 2003 –
generano delle espressioni (lexeis)
indefinite e molteplici.
C’è, in vero, quasi, si
può dire, nel linguaggio della poesia di Marco Palladini, scegliendo una
analogia calzante, un certo modello ondulatorio-corpuscolare delle onde armoniche; un sovrapposizioni
di “onde” semiche plurali che, del suo Poetry
Music Machine, articolano relazioni semantico-denotative e di senso sul
piano di trans-codificazioni orbitali. La polisemia informativa migra
esteticamente da un codice ad un altro. Senza sosta. È come se i nodi
semantico-pragmatici, alla stregua dei salti fotoatomici,
cambiassero/scambiassero i livelli orbitali e “spire” – gli assi della lingua e
dei linguaggi – senza tregua. La metafora delle “spire” non è poi tanto
peregrina se la poesia del nostro è una “poesia serpente” e una poesia del/da
combattimento. Anzi.
Individuato, infatti,
fra gli avvolgimenti e rivolgimenti di questa scrittura poetica, che il piano
estetico-poetico dell’opera si interseca (e viceversa) con la
transcodificazione etico-politica e culturale non omologata, l’operazione di
Palladini, nell’attuale panorama – dove la parola e la comunicazione sono
assurte a forza produttiva e di mercato – appare come la scelta più incisiva di
dissenso linguistico-simbolico vs il “serpente monetario” dell’Europa delle
bolle/balle finanziarie dell’olismo capitalistico.
Impossibile non pensare
inoltre, qui, allora, che l’onda delle corde “remix”, di Poetry Music Machine, è un’onda
olistico-poetica di controtendenza:
poesia di lotta e di sgoverno / poesia-larva e poi farfalla-desiderio / ke dà scacco al gioco dell’infermo / […] / poesia ribelle e fuori da ogni moda / poesia davvero aliena in codesto belpaesaccio” (pp. 41, 42).
Marzo 2013
https://www.youtube.com/watch?v=bTHudJEl0RQ
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