Diario d’autore (28): note
random su A. Ricci; fantasmi vocali; A. Cuarón, M. FRammartino, B. simonelli;
giovani italiani: f. gehry; c. milanese; S. zuccaro; M. marciani; M. renzaglia;
magazzini (ex criminali); per d. lynch; la ‘lazialità’; post-human; fake news;
e. colusso
di Marco
Palladini
POSTA PER RICCI ►Con
molta contentezza ho ricevuto all’inizio di dicembre l’ultimo libro di Antonello Ricci intitolato Posta per me [C’era una volta]
(Edizione fuori commercio a tiratura limitata, 2025). Un’opera come dire,
concettual-biografica, dell’infaticabile e mercuriale poligrafo viterbese, mio
carissimo amico, proposta in una confezione editoriale-grafica curatissima, che
in quarta di copertina mostra una simil-cartolina indirizzata a se medesimo con
una scritta a mano che recita: “Autoritratto alla sfera riflettente delle
lettere, cartoline e biglietti di amici, colleghi, corrispondenti (1984-2004)”.
Questo libro contiene pure una mia nota critica che qui volentieri ripropongo
per dare almeno una idea della pubblicazione:
C’è
ancora posta per te
Carissimo Antonello,
siccome mi hai chiesto uno scritto su un libro che raccoglie vent’anni
di epistole critiche sul complesso delle tue sfaccettate attività di autore e
di studioso (e in cui hai voluto, bontà tua, includermi ben due volte), ho
pensato che la forma più idonea per intervenire fosse, appunto, quella di una
ulteriore missiva. Anche se non più vergata a mano come ancora facevo
nell’aprile del 1998, in una lettera (che avevo pressoché smemorato) riprodotta
nella interessantissima appendice concernente “Le illustrazioni”.
Interessantissima per me, perché è già una testimonianza di cultura materiale e
diacronica, trascorrendo dal manoscritto al dattiloscritto (con la macchina da
scrivere), dalle cartoline allo stampato del computer, sino alle prime email
che riportano, come sottolinei, anche l’ora esatta dell’invio della posta
elettronica. E non a caso tu ti arresti, più o meno, agli albori della
comunicazione internettara massiva, secondo in quel momento storico ci fosse
una ideale cesura e si entrasse in un’altra epoca che ha poi avuto alla fine
degli anni Zero una potente accelerazione con iphone, smart-phone, i vari
social, e Messenger e WhatsApp e quant’altro. Siamo tutti diventati media(o
merdia)-men controllati, se non eterodiretti, passo passo dal Grande
Fratello-Web che ora promette, con l’espansione indefinita della IA, di pensare
al posto nostro, riducendoci a prosumer schiavetti, a maggior gloria dei Big
Data e dei mogul del Virtual World.
Tornando a noi, anzi, scusa, a te, debbo dire che leggendo la tua “Nota
d’autore”, nonché le sagaci, spesso ironiche glosse esplicative delle epistole
antologizzate, ho riflettuto che in fin dei conti tu sei il migliore critico e
storico e, pressoché, dossografo di te stesso. E, infatti, mi sono chiesto: ma
che cosa si può aggiungere di minimamente intelligente, quando lui ha detto
quasi tutto quel che c’è da dire su un libro così oculatamente progettato e
selezionato e calibrato, che è poi, come dichiari, il quarto capitolo di una
sorta di eterodossa ed estrosa e, direi, decostruzionista autobiografia che si
muove tra vita e passioni culturali ed artistiche plurime, circa molte delle
quali non ho personalmente alcuna competenza?
Quel che posso esprimere è la mia ammirazione per la tua apertura di
sguardo critico e per l’energia di ricerca cólta (e sul campo) portata avanti
per decenni, sempre interloquendo con maestri e sapienti, con rispetto e
spirito amicale, ma pure senza piaggeria o servili inchini, talora anzi
mostrando scatti di indocile irriverenza (vedi la lettera a un filosofo del
linguaggio della fama di Tullio De Mauro). E d’altronde, non si dice che chi ha
carattere, ha cattivo carattere?
Ecco, mi sembra che il tuo carattere ‘vitorbese’ esce fuori nitidamente in
questo libro nella sua piena dimensione ‘glocale’: nel senso che da una parte
manifesta prepotente il radicamento antropo-culturale nel tuo habitat nativo,
ma dall’altra parte esso ha un contrappeso in una interlocuzione
critico-culturale di tenore elevato, mai confitta in un localismo asfittico e
retrivo, ripiegato su se medesimo e immune alle correnti di pensiero della
contemporaneità. ‘E pluribus unum’: ecco, in qualche modo, io così ti ho sempre
visto: come gli stati uniti di Antonello Ricci. Il soggetto che è un poeta
lineare e materico-verbovisivo, un fondatore e direttore di riviste letterarie,
uno studioso di culture orali, di poesia a braccio e in ottava rima e di
scritte murali, un antropologo-storico locale, un dialettologo ed esperto di
poesia in dialetto, un performer animatore di comunità narranti, ma pure di
sodalizi musicali, cantautorali di dichiarata matrice dylaniana e, last but not
least, un insegnante e pedagogo capace di attirare nel tempo attorno a sé una
schiera di fedeli discenti. Tanti Antonello Ricci, forse ogni volta diversi, ma
poi in fondo sempre ben riconoscibili. Una comunità di Antonelli, potrei
celiare. Comunità: questa mi sembra la parola chiave di tutto il tuo prismatico
e tentacolare operare. E, a ben vedere, anche questo libro epistolografico è un
modo per richiamare una comunità intellettuale, per quanto spuria, attorno a
te.
Ma c’è un altro punto che adesso mi viene in mente sullo sfondo di questo
libro. Nei tuoi variegati studi fai ricorso certamente a strumenti culturali di
tipo accademico e non sono pochi gli accademici con cui ti sei confrontato, a
partire dal primigenio maestro Giorgio Raimondo Cardona. Ma la materia, anzi le
materie a cui ti sei applicato fanno riferimento a un mondo tradizionale,
contadino, orale-stradarolo, comunque non borghese. Ecco, secondo avrebbe detto
Goffredo Fofi, ti sei fatto mallevadore di linguaggi e di pratiche di
resistenza contro le forme di omologazione borghese-metropolitana. Ho sempre
avvertito in te una attenzione e una luce di resilienza atta a salvaguardare
una koinè popolare oggi messa ai margini, snobbata, eppure ricca di una umanità
e, appunto, di valori comunitari opposti e oppositivi rispetto alla alienazione
e allo straniamento della vita socio-urbana moderna. Tutto questo senza
arrivare alle disperate rampogne pasoliniane che accusavano di ‘genocidio
culturale’ il neocapitalismo anni ’60.
Ciò traspare nel libro e mi conduce ad un’altra considerazione: il periodo
storico in cui si colloca la raccolta epistolare è quello di fine
secolo-millennio e di alba del XXI secolo. È, secondo me, l’epoca cruciale in
cui si accelera e si consuma il destino entropico della postmodernità
occidentale. È l’arco temporale in cui si verifica il passaggio esiziale
dall’era della Cultura a quella della Comunicazione. L’era in cui c’è la caduta
verticale del pensiero critico, sempre fomite di dissenso, e si afferma un
logos tutto di superficie, tecno-esteriore, idoneo ad organizzare il consenso.
È non a caso questo il periodo in cui si afferma in Italia il berlusconismo,
che prima invade ed egemonizza la sfera televisiva-comunicativa e, poi, deborda
e conquista trionfalmente la sfera politica (al presente tutti gli esponenti
politici sia di destra, sia di sinistra, svuotati di idee e ideologie, sono
palesemente affetti da onnivalente berlusconismo).
Un’ultima cosa: c’è, tra i tuoi interlocutori epistolari, una illustre
figura con cui pure io ho intrattenuto un fitto dialogo dal 2010 sino all’anno
della sua morte, il 2019. Sto parlando, avrai capito, di Marzio Pieri, eminente
studioso del barocco letterario, straordinario critico-scrittore della medesima
genia, glie l’ho detto più volte, dei Roberto Longhi, Mario Praz, Giacomo
Debenedetti, Giovanni Macchia, Alberto Arbasino etc. Purtroppo la nostra
corrispondenza tutta transitata via email, non avendola mai sciaguratamente
stampata, l’ho interamente persa per un crash del mio pc. Però sono riuscito a
salvare le strepitose articolesse che mi inviava per la rivista che dirigevo
“Le Reti di Dedalus” che lui, così mi scrisse, preferiva (sic) al Corriere della
Sera che aveva brutalmente edulcorato un articolo che gli aveva chiesto. Ecco
l’uomo era questo, grande talento, ma con un carattere d’urto e tranchant che
lo ha condotto a litigare con quasi tutti i suoi pari. Tu lo sai bene, visto il
tono sulfureo delle lettere che ti indirizzava. Ma anche litigare
(dialetticamente) con Marzio ti faceva bene e avevi sempre qualcosa da
imparare.
Antonello caro, non so se la mia nuova epistola ti può soddisfare. Può
essere che io sia andato fuori tema o che non abbia centrato il senso della tua
richiesta. Spero di no. Saprai dirmi. Chiudo con una citazione dal Libro del
metodo naturale (capitolo X del “Dao De Jing”): «Quello che possiamo fare:
per esempio, far sì che intelligenza e destino si abbraccino e non si
separino».
In Posta per me tale compito mi sembra perfettamente assolto nella
naturale coincidenza di intelligenza (per nulla artificiale) e destino in te,
nella tua essenza di uomo e intellettuale... (Con un fraterno abbraccio.)
FANTASMI VOCALI ► Mio padre Italo è morto quasi ventuno anni fa. Mia madre Andreina
se ne è andata quindici anni or sono. Eppure, ogni tanto risento le loro voci. Pochi
giorni fa ho udito distintamente il mio genitore esclamare «Aaah… Marco!» con
quel suo inconfondibile timbro fonetico un po’ strascicato. Altre volte mi è
capitato, in quello stato indeterminato tra soprappensiero e sottopensiero, di
distinguere chiaramente la voce di mia madre, un po’ apprensiva e insistente,
come quando mi richiamava a sé da bambino. Per Marcel Proust nella Recherche
era il gusto, il sapore di una ‘petite madeleine’ a suscitargli subito il
ricordo dell’infanzia, per riportarlo immantinente nei precordi dell’età
bambinesca. In me lo scatto verso una reversione spaziotemporale parte invece
da una allucinazione acustica che proviene da non so dove. Come se nella
cassaforte della mia memoria, nel database delle mie sinapsi mnemoniche
abitassero dei fantasmi vocali che di tanto in tanto si fanno sentire e mi
richiamassero all’indietro, al piccino che sono stato e che si presentifica
all’istante come un altro da me, un alter ego che accompagna la mia vita oramai
anziana come un’ombra implacabile. Spettri di Marco potrei dire, parafrasando
il famoso Spettri di Marx di Jacques Derrida: spettri fonici che mi
inducono a chiedermi che cosa è reale? Che cosa è irreale? Le fantasime
acusmatiche ci suggeriscono che viviamo sempre a un passo dal delirio? Céline,
scrittore e medico, in qualche modo lo sosteneva: «Se la letteratura ha insomma
una giustificazione è quella di raccontare i nostri deliri: il delirio, non c’è
altro!». Le voci dei familiari trapassati sono un mio piccolo delirio? Sì, in
fin dei conti, mi piace pensarlo e portare questo come una carezza dentro di
me. (3 dicembre 2025)
SGUARDI ALTRUI - 1 ► Invitato in Italia per ricevere a Rimini il Premio Fellini il 7 dicembre
u.s., il 64enne regista messicano Alfonso Cuarón viene intervistato sul Corsera da Stefania Ulivi.
Vincitore di numerosi Premi Oscar per i film Gravity (2013) e Roma
(2018), Leone d’Oro quest’ultimo alla 75a Mostra del Cinema di Venezia, Cuarón
oltre a dichiararsi ammiratore sconfinato dell’opera di Fellini e onorato per
il premio a suo nome, mostra di conoscere abbastanza bene anche il cinema
italiano contemporaneo e fa numerosi nomi di colleghi che stima: Marco
Bellocchio, Nanni Moretti, Marco Tullio Giordana, Alice Rohrwacher, Matteo
Garrone, Paolo Sorrentino, Emanuele Crialese. Ma è in limine all’intervista che
ci sorprende quando dichiara: «Oggi uno dei più grandi registi al mondo è Michelangelo
Frammartino. Celebrato meno di quanto meriti».
Ecco in Italia Frammartino non mi pare né celebre né celebrato, ancorché il
suo terzo lungometraggio, Il buco (2021), abbia ricevuto il Premio
Speciale della Giuria alla 78a Mostra di Venezia. Prima di Il buco io
avevo visto Le quattro volte (2010), in un cineclub dove eravamo non
quattro, ma due gatti. Sì, Frammartino ha il plauso dei critici più attenti, ma
presso le platee non esoteriche, credo sia più o meno uno sconosciuto. Ma
comprendo e condivido il giudizio di Cuarón, perché il 57enne regista milanese
fa un cinema totalmente avulso non soltanto dai canoni commerciali, ma anche da
quelli narrativi-convenzionali. Un cinema, lo si potrebbe dire,
antropologico-documentario di forte impatto sofo-poetico, con una estetica da
realismo magico, connotata da sospensioni, vividi silenzi, visioni prolungate
di natura incantata come atti filmici meditativi. Un cinema d’autore,
personalissimo che non assomiglia a quello di nessun altro nel panorama
italico.
Anzi, no, un altro autore forse c’è. è
Benedetto Simonelli, attore, performer e regista proveniente dal teatro
d’avanguardia anni Settanta, che da molte decadi vive a San Polo dei Cavalieri,
vicino Roma, e in quei dintorni si aggira come un post-romantico ‘wanderer’, un
filosofico viandante tra Goethe e Hermann Hesse, autoproducendo film che sono
estatiche, poetiche, quasi mistiche immersioni visivo-meditative nella natura,
tra boschi, sentieri, colline, radure, sconnesse campagne, cieli azzurri,
nuvole, dischi solari, acque di ruscelli e abbeveratoi e fuochi fatui. Film che
hanno circolato, però, soltanto presso ristrette cerchie di amici (quorum ego).
Mi piacerebbe che Cuarón li vedesse, cosicché il suo pregiato sguardo esterno potesse
conoscere un altro ‘italieno’ del cinema nostrano, assolutamente underground.
SGUARDI ALTRUI - 2 ► Mi capita di parlare con una giovane ricercatrice spagnola (26 anni), ma di origine marocchina che si trova in Italia, giusto per un progetto di ricerca finanziato dal suo paese. Si conversa di molte cose, ma una in particolare mi sembra cruciale. Quando lei mi racconta che ha avuto dei contatti con l’Università La Sapienza di Roma ed è rimasta colpita dal fatto che tutti i docenti con cui si è rapportata fossero dei ‘vecchi’ (sic). In Spagna, soggiunge, all’università invece sono tanti i giovani, anche giovanissimi, come lei, che insegnano. Ecco, le dico, hai còlto un punto capitale e nodale della società italiana che è dominata da una gerontocrazia immobile e inamovibile. Una cupola di vecchi e, anche, vecchissimi che non molla mai nulla, nessuna poltrona e nemmeno uno strapuntino. Gerontocrazia macroscopicamente simboleggiata dall’84enne presidente della Repubblica Sergio Mattarella. In questo paese, le rendo noto, i giovani pur brillantemente laureati, masterizzati, addottorati, se sono al di fuori di mafie e mafiette, circoletti nepotistici e amichettistici rigorosamente blindati, non trovano un lavoro neppure a piangere e debbono forzosamente emigrare. Quasi centomila giovani italiani all’anno vanno all’estero a cercare fortuna (uno studio dice 850mila negli ultimi dieci anni). Un esodo, una emorragia di capitale umano ad alta qualificazione che timbra la parabola di decadenza del Belbrutpaese. La ragazza spagnola mi ascolta e vagamente sorride. Mi sembra un sorriso di commiserazione, forse pure perché sta parlando con me che non sono un giovane. Il suo semplice sguardo esterno ha subito individuato una delle piaghe socio-politiche nostrane, a cui non si vede rimedio.
IL GENIO DI FRANK GEHRY ►Non ho alcuna competenza in materia di architettura, di storia e storie dell’architettura e di architetti. Epperò, da mero osservatore io pure conoscevo Frank Gehry, illustre architetto ebreo canadese (Frank Owen Goldberg il suo vero nome), deceduto a Los Angeles, il 5 dicembre u.s., a 96 anni. Anche un cittadino senza know-how come il sottoscritto vedendo le fotografie delle creazioni di Gehry, perché di vere e proprie, inedite creazioni architettoniche si tratta, non poteva che rimanere affascinato e quasi stupefatto. Il Guggenheim Museum di Bilbao, il Walt Disney Concert Hall di Los Angeles, la ‘casa danzante’ detta “Ginger e Fred” di Praga, il Richard B. Fisher Center for the Performing Art di Annandale-on-Hudson a New York: tutte invenzioni di superfici, forme e volumi sbilenchi, difformi, periclitanti, stranianti, futuristici, quasi a sfidare le leggi non soltanto architettoniche, ma della gravità. Una architettura detta decostruzionista che mi ha sempre fatto pensare allo shock provocato da Les Demoiselles d’Avignon, il celeberrimo dipinto (1907) di Pablo Picasso che inventa la pittura cubista, dopo di che nulla potrà mai più essere come prima nell’arte dei pennelli. Certo, gli esperti affermano che Gehry è un genio inimitabile e nessuno può essere così temerario o sciocco da pensare di poterlo emulare. Però, da quello che capisco, resta la sua lezione di libertà inventiva e di immaginazione, l’esempio di una forza creativa che rompe fragorosamente le regole e le convenzioni stabilite. È probabile, però, che di geni dell’altezza e della fantasia di Gehry ne nasca uno ogni cento anni. In attesa del prossimo archi-superstar, onoriamo intanto quello che se ne è appena andato, donando al mondo una visione diversa del costruire edifici.
SOFOPOESIA ► Scrittore-filosofo di inusitata qualità e di grande acume
critico nel panorama italico, Cesare Milanese alla bella età di 95 anni
licenzia una plaquette in versi, Epilogie e
Eidologie (Liguori Editore, 2025), in cui si esprime tutta la sua
potente tessitura di scrittura sofopoetica. Ci avvisa Milanese che nel titolo
si vuole evocare la «logica proposizionale, epicentro della filosofia di
Wittgenstein, per quanto riguarda la denominazione di Epilogie»; e la «logica
trascendentale di Husserl, per quanto riguarda la denominazione di Eidologie».
Da
questa premessa vengono generate ventisette composizioni in versi: nove
dedicate all’idea di Mondo; nove all’idea di Pensiero; nove all’idea di
Linguaggio. Uno schema triadico che promuove un dettato in versi di assoluto
rigore e di tersa concatenazione concettuale, anche là dove si enuncia in forma
interrogativa o dubitativa. Qui abbiamo una esplorazione della Parola come
essenza e segno logico della gnosi, della Parola come casa dell’essere, per
dirla con Martin Heidegger. Invece che elaborare tale esplorazione in forma di
saggio, Milanese la rapprende e distribuisce in schegge poetiche o poematiche
che forse ancora meglio riescono a raggiungere mirabili sintesi teoretiche.
Propongo tre esempi dalle tre sezioni del librino:
«L’apeiron
oh, / quale stupore da silenzio altissimo, / eccoci dunque ancora al non ancora
di sé / e del suo stesso ancora nulla di sé / prima della sua stessa epifania /
e ancora e sempre così addentro / dell’infinito indefinito: / tale d’essere in
tutto innumero di sé, / l’innumerabile in sé che resta sempre tale
(“L’innumerabile”)»;
«Sul
chi siamo a chi è sul chi sa / e a chi non è sul chi non sa perché non è / o sa
senza essere visto se non solo per sé / ma non per noi o per nessuno di chi /
non vive come noi senza sapere del suo sé / che non sa di sé se non ciò che non
sa (“Sul sapere”)»;
«Infine
la questione della prassi, / della sua formazione di se stessa / fino alla sua dissoluzione:
/ campo agonista d’ogni protagonista / umano e non umano, divino e non divino.
/ Ebbene, cos’è questo racconto / e questa storia stessa / quando nel suo non
più / essere campo in campo si è conclusa / e chiusa / assieme a tutto ciò che
in essa è stato, / che cosa resta allora / dopo tale non più / di tutto ciò che
è stato? (“Sulla prassi”)».
Talora,
compulsando tale vertiginosa trama logico-verbale ora verticale, ora circolare,
mi è venuto in mente Edoardo Cacciatore, il maggiore sofopoeta d’avanguardia da
me conosciuto, i cui testi si fondavano su una armatura concettuale di fitta,
acrobatica, ‘assillante’ complessità. Milanese è sicuramente più filosofo che
poeta, ma Epilogie e Eidologie appetto alla sovrapproduzione
poetante corrente brilla come una gemma capace di illuminare i suoi provveduti
lettori.
LETTURE ► Non ha smarrito la sua giocosa indole poetica il 76enne autore
ciociaro Sergio Zuccaro, soi disant ‘patafisico partenopeo’, che ha da
poco autopubblicato l’ameno libretto Come non si scrivono le poesie (2025).
Un “manualetto omeopatico” che mi ha, in qualche maniera, ricordato una certa
vena satirica del compianto poeta romano Leopoldo Attolico (1946-2024), piuttosto
incline a sbertucciare i suoi colleghi, prendendo in giro modi, vezzi e vizi
dei poetanti contemporanei. Zuccaro, va detto, non è sferzante e pungente come
Attolico, direi piuttosto che è bonario e sorridente, con la tranquilla
coscienza che non è il caso di scaldarsi, né di prendersi e prendere gli altri
troppo sul serio. Il suo ludico poiein si attaglia soprattutto alla misura breve
e brevissima:
«prima di scrivere
rifletti / dimentica tutti i libri letti»; «verba volant / procurati un
retino»; «in un prato di papaveri / o in un campo di grano / semina zizzania /
perché la poesia / non è oleografia»; «la poesia è conoscenza / malizia e
innocenza»; «la pedanteria è / mettere il titolo a questa poesia».
L’obiettivo dichiarato
sarebbe questo: «ho sempre pensato di scrivere una / poesia con una sola parola
/ se mi promettete di non dirlo a nessuno / ve la sussurro all’orecchio /
“sottaciuti”». Quando il testo si distende incontra, poi, la suggestione di
altri poeti: «la ragazza Carla non fa più la / stenodattilografa a Milano / ora
sogna di fare la velina / e si chiama Luna Giada o Iryna / ha un cellulare e si
fa i selfie con / la bocca a culo di gallina / le labbra il seno lo zigomo
rifatto / Pagliarani ne farebbe un altro ritratto»; « (…) se vuoi fare un falò
con uno zolfanello / usa Riviello // se vuoi fare la lista degli errori / usa
Rodari // se vuoi interrogare la Sybilla / consiglio Emilio Villa (…) »;
«Secondo Pierre Reverdy / la poesia è quello che ci manca / cerchiamo di
non mettercelo noi // Secondo Walt Whitman / la poesia salverà il mondo
/ sono preoccupato per tutto il resto (…) ».
Ecco mi sembra proprio
che Zuccaro non abbia mai creduto, neppure per un momento, che la poesia possa
salvare il mondo. Però la pratica per divertirsi e per divertire, con un tocco
gentile, leggero, aereo (lui è un professionale ex tecnico di volo). E, così,
contraddicendo ironicamente se stesso insiste a poetare proprio per mostrare
«come non si scrive una poesia».
Peraltro, conoscendo
da parecchio tempo Sergio, pesco subito il suo poetico autoritratto: «io al Bar
ci lavoro / osservo i vizi e virtù degli altri / tic e manie / la inclinazioni
e i comportamenti / la disposizione del carattere / l’aspetto e l’impronta //
annoto tutto / e ogni tanto mi porto un / po’ di lavoro a casa».
Questo bar eponimo è
il Bar Mario a cui è consacrata una raccolta in versi di alcuni anni fa. Un
bar-ristorante di Ostia (omonimo di quello della canzone di Luciano Ligabue)
che è il suo verace osservatorio antropologico sul mondo, lì dove il suo
sguardo poetico trova alimento e soddisfazione. Perché stare lì, non è un
oziare da fankazzista, rivendica Zuccaro: è, appunto, un lavoro, perciò cita
Joseph Conrad ad hoc: « (…) Come faccio a spiegare a mia moglie che / quando
guardo dalla finestra sto lavorando / non ci sono più le mogli di una
volta». Del resto, le mogli quando mai hanno capito i poeti? (O, viceversa, i
mariti le poetesse?).
Credo che Marcello
Marciani, 78enne egregio poeta abruzzese di Lanciano, possa vantare un
primato: è l’unico autore nostrano, che io sappia, che sia stato tradotto in
inglese da Amelia Rosselli, la più importante poetessa italiana del secondo
’900, che notoriamente era trilingue (scriveva in italiano, inglese, francese).
La sua plaquette Body Moviments fu pubblicata nel 1988 per le Gradiva
Publications di New York, promotore Luigi Fontanella, poeta e docente di
italianistica nelle università americane. Dopo ben 37 anni questa silloge è
stata ripubblicata da Moretti&Vitali (2025), con il complemento di varie
foto, della riproduzione di alcune pagine dattiloscritte e corrette a mano
della traduzione di Rosselli, e con una consistente antologia critica dove si
segnalano i contributi di Francesco Paolo Memmo, Antonio Lanci e Mario Lunetta.
Avendo personalmente
conosciuto (per il tramite del mio amico Riccardo Reim) la Rosselli come una
personalità letteraria e intellettuale esigente, selettiva, quasi severa
(epperò aperta e curiosa verso i giovani che la avvicinavano, magari con timore
reverenziale), mi sono chiesto: come mai Amelia accettò questo incarico di
trasporre in inglese i testi di un giovane poeta, bravo, ma non appartenente al
mainstream?
Marciani racconta che
conobbe Rosselli, giusto a Lanciano, nel 1983, per il tramite del compaesano
Alfredo Cohen, che rammento brillante attore-autore e cantautore, nonché
attivista gay, facitore negli anni ’70-’80 di un teatro di intonazione
omosessuale e transgender avanti lettera, di estrosa presa scenica. In ogni
caso, lì scoccò la scintilla che fece nascere un rapporto amicale con la
Rosselli, in virtù del quale Marciani si spinse a chiederle di tradurre i suoi
versi. Leggendo adesso i quali ho creduto di capire perché Amelia acconsentì.
In quella raccolta all’insegna dei “Movimenti del corpo”, il poeta abruzzese forgiò
un corpo-lingua, come afferma Lanci, per dare luogo a una «topografia dinamica
del corpo». Un corpo-lingua che si declina appunto attraverso un dettato
poetico franto, discontinuo, irregolare, talora neo-ermetico e quasi scazonte,
lessicalmente raffinato, con slittamenti arcaici e paradialettali e gergali.
Quella di Marciani mi appare, per usare un ossimoro, una lirica sliricata, un
espressivismo con torsioni filo-sperimentali tra spazi bianchi, ripetizioni
omofoniche, trafile di puntini di sospensione. Ecco opino che la straniata
forma linguistica con cui Marciani conduce la sua scabra ricognizione
fenomenologico-materialistica, ma innervata dall’Es, dei movimenti, anche
minimi del corpo, sia ciò che attirò la Rosselli, che assunse la sua traduzione
come una vera e propria sfida poetica, consonante con la sua propria poesia
plurilingue, sempre accidentata, complessa, spiazzante coi suoi lapsus e schisi
semantiche.
Di questo felice
incontro interpoetico e interlinguistico dò qui testo-testimonianza riportando
la poesia finale del volume, assieme alla versione anglofona rosselliana:
«Questo corpo che tuba
in sogno. / Che zappa un ricordo aizza speranze / e stanco, subito dopo,
rinnega. / Questo treno di nervi che salta / deragliato con febbre e astinenza
/ quando è un tic la voglia, che alle dita trema. / Questo attrito fra pelle e
illusione ma / leccato in secondi e millimetri / bocciato da fisime omelie / di
unioni, schedato accerchiato oggi / a ogni ci sto ogni venuta / pure lenta e
impaurita in letti letti / riscoperti bagnati e già soli. / Questa mente che
torna di carne / e si stira paciocca al sole / sciogliendo pulsioni e ragadi,
croste / rimosse, vacanze di un es… Questo / che è terra, gli incolmabili
burroni / è acquafuoco per chiamare – l’aria // uoinè! che corpo un corpo il
corpo-corpo. / Il corpo;
This body that coos in
a dream. / That hoes a memory urges hopes / and tired, right after, refuses, /
This train of nerves that jumps / derailed with fever and abstinence / when
desire is a tic, that trembles at the fingers. / This attrition between skin
and illusion but / tongued in seconds and millimeters / flunked by fancies
homilies / of unions, indexed surrounded today / at every I agree every coming
/ even if slow and scared in beds beds / rediscovered wet and already alone. /
This mind which becomes flesh again / and stretches lazily in the sun / melting
pulsions and cracks in the skin, crusts / removed, holiday of an es… This /
which is earth, the unfillable gorges / is waterfire to call – in the air //
uoinè! what a body a body the body-body. / The body».
In un certo senso mi
dà l’impressione di un libro testamentario Erro ergo sum (Edizioni
Solfanelli, 2026) di Miro Renzaglia, che ho conosciuto molto tempo fa,
quando era poco più che trentenne, in veste di poeta e di direttore della
rivista “Kr 991”. Adesso nella maturità dei suoi 68 anni, Renzaglia licenzia un
volume che è un po’ la summa della sua eclettica attitudine critico-saggistica,
capace di spaziare dalla letteratura alla politica, dalla economia alla
filosofia, dalla scienza alla musica. Sin dal titolo, che è una ovvia parafrasi
del “cogito ergo sum” cartesiano, l’autore romano mette in chiaro
l’anfibologico intento del suo scritto: l’errare come il commettere errori e
sbagli, ma pure l’errare come errabondare, come il vagabondare di un pensiero
che si interroga, in definitiva, sul senso dell’essere e dell’esserci. Strano,
da questo punto di vista, che nel libro di Renzaglia sia assente il concetto di
‘serendipity’, ovvero quella capacità, giusto errando ed errabondando, «di fare
scoperte fortuite e inattese… di trovare qualcosa di non cercato e imprevisto,
mentre si stava cercando altro». Giusto quello che si ritrova nei versi della
canadese Anne Carson, che indica nella erranza/erroneità un prezioso valore
poetico: «… ciò in cui siamo impegnati quando facciamo poesia è l’errore, / la
volontaria creazione dell’errore, / la rottura deliberata e la complicazione
degli sbagli / da cui può nascere / l’imprevisto».
Se manca la
serendipità, c’è però molto altro in questo saggio che si avvale di una
scrittura chiara e comunicativa, una scrittura veloce, corsiva (ma non corriva),
che per la sua incisiva ‘brevitas’ e lo stile spesso aforismatico ha
palesemente come punto di riferimento il filosofare di Friedrich Nietzsche,
nume tutelare con Martin Heidegger, mi pare, del lampeggiante pensiero errante
di Renzaglia, con il pregio in sovrammercato di una frequente ironia che smonta
e tiene a giusta distanza concetti che, a volte, rischiano di prendersi troppo
sul serio. Il libro, in sostanza, si dispone in quattordici capitoletti che
attraversano se non tutti, molti dei nodi problematici che da sempre connotano
l’esistere umano su questo pianeta-mondo chiamato Terra. Si va, appunto
dall’errare alla materia, da dio al piacere, dal tempo all’amore, dalla storia
all’arte, dal lavoro al debito, dal tradimento allo Stato, dall’io al senso
della vita (ah, saperlo!). I punti,
davvero capitali, dello scibile che tocca Renzaglia sono innumeri e realmente
non riassumibili, in sintesi direi che la sua postura sofopoetica corre lungo
una linea di contraddizione e di temperato scetticismo, ben attenta a evitare
di proclamare verità assolute, assiomi totalitari, principî indiscutibili. Da
uomo e intellettuale errante/eretico che ha conosciuto da vicino i disastri
politico-ideali, a destra come a sinistra, del Novecento, il suo lascito
testimoniale mi pare quello di chi continua a praticare il pensiero critico
come mezzo di conoscenza e di autoconoscenza sempre relativo, interrogativo, obliquo,
mai tronfio o fideistico. Così, rifulge il suo stile proprio nell’apoftegma: «E
se sapessimo così poco dell’io perché, in fondo in fondo, non c’è molto da
sapere?». «Io è un flusso che non posso più permettermi». «Io è un luogo
comune. Da Cristo all’idiota, tutti si proclamano io». E ancora: «I ricordi
sono animali bicefali. Con una testa ti aiutano a non cadere negli errori già
commessi; con l’altra ti tengono prigioniero del passato». «“Tradire” e
“tradizione” hanno la stessa radice etimologica, dal latino tradere:
trasmettere, consegnare. Saremmo rimasti all’età della pietra se, ad un certo
punto, non avessimo cominciato a tradire usi, convenzioni e convinzioni della
tradizione plurimillenaria precedente, trasmettendo altro e diverso, e con ogni
ovvietà migliore, alle generazioni successive». «La famiglia è la cellula
criminale più diffusa nella storia dell’umanità. E spesso anche la più impunita
… è la prima palestra del potere
e della colpa, il primo tribunale senza appello, il primo carcere a vita». «La
donna, con il suo poter trasformare dentro di sé il fango in uomo, è l’ente
terreno, che più assomiglia al Dio dei credenti. E fu la donna, stando a uno
dei libri più letti dell’intero pianeta, a spingere l’uomo lungo la Via della
Conoscenza. Tanto basta a fare di lei quella infinita fonte di meraviglia che
è».
Ecco, direi che basta
una asserzione del genere a fare comprendere perché valga la pena di leggere il
volume di Renzaglia.
MAGAZZINI EX CRIMINALI – 1 ► Mio pòst su Facebook (09 / 12 / 2025):
Ringrazio assai Giacomo Carioti, già direttore del
giornale di immagine e spettacolo Galleria Colonna, che ha recuperato una mia
intervista di ben 40 anni fa a Federico Tiezzi e Sandro Lombardi membri allora
(unitamente a Marion D'Amburgo) del gruppo teatrale d'avanguardia Magazzini
Produzioni (ex Criminali). L’intervista ai miei coevi Federico e Sandro verteva
in grande misura sull’enorme scandalo che aveva suscitato nel mondo
teatrale-mediatico (già allora ‘merdiatico’) l'edizione site-specific del loro
spettacolo Genet a Tangeri che si era svolto il 19 luglio 1985,
nell'ambito del Festival di Santarcangelo di Romagna, nel mattatoio comunale di
Riccione. Spettacolo nel corso del quale venne appunto ucciso e macellato un
cavallo dagli addetti al mattatoio che avevano semplicemente fatto il loro
quotidiano lavoro, mentre Lombardi recitava brani dal famoso reportage di Jean
Genet Quattro ore a Chatila sulla mattanza che si era svolta nel campo
profughi palestinese (2mila assassinati da milizie libanesi che avevano fatto
il ‘lavoro sporco’ per conto dell’esercito israeliano).
Il polverone di critiche e polemiche, in buona parte
per sentito dire e in malafede, che si scatenò contro i Magazzini Criminali
rischiò di far concludere per sempre la loro esistenza artistica. E comunque,
li spinse a imboccare un’altra strada e, al presente, se debbo essere sincero,
il teatro pure di alta qualità di Tiezzi-Lombardi mi appare antipodico a quello
che facevano quattro decadi or sono. In ogni caso, io che ero stato un
testimone critico diretto (con una ottantina di invitati) dell’evento li volli
intervistare per fargli dare la loro versione.
Aggiungo però una riflessione: quarant’anni fa era
ancora possibile che uno spettacolo teatrale dirompesse fragorosamente nella
sfera comunicativa-culturale, facendo parlare di sé, a torto o a ragione, e
infiammando gli animi per molte settimane. Oggi tutto questo appare
impossibile. Il teatro odierno non perturba più niente e nessuno, non provoca
più alcun dibattito, alcuna discussione. Mostra un elettroencefalogramma
piatto. E allora, rileggendomi quella lontana intervista che avevo pressoché dimenticato,
mi dico: beh, si stava meglio, quando si stava meglio... augh
MAGAZZINI EX CRIMINALI – 2 ► Mio pòst su Facebook (12 / 12 / 2025):
A proposito di repêchage e di Magazzini (ex
Criminali), ripesco una mia poesia, peraltro inedita, di un quarto di secolo
fa, che mi fu ispirata da un loro spettacolo davvero molto bello, Scene di
Amleto (2000), uno dei punti apicali della maturità registica di Federico
Tiezzi applicata a plurime varianti scenico-ermeneutiche sul più famoso testo
shakespeariano:
Hasta Siempre
Mi sorridono come dal fondo di un burrone
Turgide le streghe di porpora e di passione
Salto l’ombra del padre doppio di me stesso
Il giorno cola dubbi e tu mai ritrovi il nesso
Lumières sur le plafond, Ofelia di buio malata si
perde
Nel chiacchiericcio vagotonico sull’essere qui o
essere altrove
Dormire, sognare, forse combattere idoli iconoclasti
dove
Tatuati restano sui muri gli slogan kriminali con la
vernice verde
La guarigione non è col sacro calice un brindisi oltre
la morte
Né Fortebraccio, il suo regime miliziano dopo la
strage dolente
Nell’Axis Mundi cerca il Terzo Mondo la buona sorte
Un amore filosofico scala in me il cielo dissenziente
Lo sciamano rosso officia riti e carica le armi lì sul
greto
Il fiume quieto replica: Hasta Siempre Comandante
Hamleto
POESIA CINEMICA ► Nella rivista (cartacea) “Fermenti” (n. 260, anno LV, 2025) ho pubblicato
una silloge comprendente sedici Poesie cinemiche composte in un lungo
arco di anni tra il 1991 e il 2024. È forzosamente rimasto fuori un
diciassettesimo componimento, scritto nel 2025 e dedicato a uno dei miei
registi in assoluto favoriti, David Lynch (1946-2025). Ecco, dunque, la
mia ultima poesia cinemica:
Lynchiana
La batterista giapponese pikkiava duro
e il cantante aveva una voce rosso porpora,
la situation-ship tra noi andava di peggio in peggio
ma i trombamici e le trombamiche lì attorno
sembravano cospicuamente felici
Era una di quelle notti che vorresti
finissero subito o che non finissero mai
La fiesta mobile dilagava fuori orario
tra halleluiah e maledizioni d’antan,
la onnimovida invadeva le strade
che non portavano al futuro,
sentieri d’incubo dove facce mostruose
da film di David Lynch ti accoglievano
voltandosi dall’altra parte e sogghignando
Il fuoco non camminava con noi,
bruciava vite a perdere ed esistenze precoci
Un poeta stasera cade a pezzi e si butta dal sesto piano,
i tamarri della camorra come i nuovi rapper e trapper
si battono soltanto per dopa, denaro, armi e fika
Quello che vediamo è il crepuscolo di niente
e di tutto, segni particolari: il perfetto
o imperfetto decadimento umano,
ma il filosofo surcilioso decreta che tutto ciò
non ha una attendibilità scientifica
Gli ultimi, allucinati fotogrammi mostrano
forme deformi e una intelligenza
(anche artificiale) sempre più cieca.
LA " LAZIALITA' " ► 13 dicembre 2025, quindicesima giornata del
girone di andata del campionato di serie A: la Lazio vince (1-0) in trasferta a
Parma con un gol al minuto 82, pure giocando in nove contro undici, come per
evocare e, in qualche modo, celebrare la irrazionalità del calcio. La stessa
irrazionalità, medito, che porta a diventare tifosi laziali. La ‘lazialità’ è
per me come un gesto poetico di rinuncia alla grandezza, un impulso irriflesso
a schierarsi con la minoranza/e, un volere stare dalla parte del torto, pure quando
si vince (esempio massimo la Lazio maestrelliana dello scudetto 1974: pistole e
palloni per un mito che rifulge nell’autodistruzione, ma pulsa di un sentimento
d’amore eterno)…
POST-HUMAN ► Che siamo già
entrati in un’era post-human, anche se non lo sappiamo o facciamo finta di non
saperlo o non vogliamo saperlo, lo si può verificare anche in minimi eventi
quotidiani. Per esempio, un po’ di tempo fa sono dovuto andare nella mia banca
a causa di un addebito che intendevo bloccare. E mi sono trovato ad interagire
con un impiegato che non riusciva a venire a capo del problema. Così, mi ha
fatto collegare con il ‘consulente digitale’ della banca ovvero con una voce
della IA che cercava di risolvere la questione dandomi indicazioni varie. Ecco
la situazione quasi beckettiana o post-beckettiana era questa: due individui in
carne e ossa uno di fronte all’altro si rivolgevano a un algoritmo, a una
voce-macchina, chiamatela come vi pare, che aveva, almeno apparentemente, il
controllo della situazione. Non ho potuto non pensare che per piccoli
slittamenti, per scivolamenti oramai quasi automatici, stiamo consegnando le
nostre vite alla IA. E stiamo soltanto all’inizio. Se ha ragione Elon Musk che
prevede futuri sviluppi immensi, inimmaginabili, sconvolgenti della
Intelligenza Artificiale che ad un certo punto lavorerà al posto nostro e,
probabilmente, comanderà al posto nostro, è evidente che l’era post-human ha
già da un pezzo valicato il cosiddetto ‘punto di non ritorno’. Dilemma cornuto:
rassegnarsi o combattere? Ma combattere che cosa? I mulini a vento del virtuale
onnivadente e onnivalente? Posizione donchisciottesca e perdente in partenza.
Non vedo personalmente soluzioni, se non cercare di provare a pensare in senso
forte la trasformazione, la mutazione post-antropologica che neppure Pasolini,
col suo talento profetico, aveva avvistato.
P.S. – Alla
fine in banca, comunque, non è stata la IA a trovare il busillis, ma un altro
impiegato più anziano ed esperto. Piccolo, temporaneo sollievo: le macchine non
hanno già vinto su tutta la linea. Lo ‘human’ a qualcosa ancora serve.
FAKE NEWS ► Le ‘fake news’
non sono una invenzione recente, figlia dell’Era del Virtuale e dei social
innervati (e immerdati) dalla IA. Probabilmente ci sono sempre state fin dal
sorgere del primo homo sapiens. O, forse, addirittura fin dal tempo dell’Uomo
di Neanderthal. In ogni caso, è con tale consapevolezza storico-antropologica
che mi ha attirato la notizia di un documentario, The Stringer (2025),
girato dal regista americano Bao Nguyen. Di chiara origine vietnamita, Nguyen
nel suo film si è chiesto chi veramente ha scattato la fotografia forse più
famosa della guerra del Vietnam degli anni ’60: quella che ritrae una bambina
di nove anni, Phan Thi Kim Phuc, che corre verso l’obiettivo, completamente
nuda e piangente, dopo essere stata ustionata da una bomba al napalm sganciata
dall’aviazione Usa sul suo villaggio. Ufficialmente quella immagine era stata
scattata, l’8 giugno 1972, dal 21enne fotoreporter di guerra Nick Ut. Che
battezzò quello scatto “Napalm Girl” e che per questo vinse l’ambitissimo
Premio Pulitzer. Ciò che gli garantì una sempiterna fama e carriera. Ora il doc
di Nguyen raccoglie la testimonianza del giornalista Carl Robinson, che
lavorava al tempo all’Associated Press di Saigon, il quale dopo mezzo secolo si
libera la coscienza e denuncia, appunto, la ‘fake news’. Ovvero che quello
scatto non era di Ut, ma di uno ‘stringer’, ossia di un freelance vietnamita
probabilmente pagato pochissimo. Era, viene spiegato, un’abitudine quella di
usare questa manovalanza locale di basso prezzo e che doveva rimanere anonima,
e attribuire il lavoro di tali ‘stringer’, anche i loro eventuali scoop, ai
giornalisti americani. In questo caso a Nick Ut che, non si sa perché, doveva
essere lanciato e promozionato per una foto che non era sua. Questo mette in
chiaro anche la doppia strategia imperialista-razzista degli americani. Non
soltanto (do you remember Apocalypse Now?) stavano in Vietnam a
bombardare, fare stragi, uccidere vietcong a più non posso; ma anche i
vietnamiti che erano schierati dalla loro parte e li aiutavano nel loro lavoro,
in questo caso informativo, non dovevano apparire, erano misconosciuti,
trattati come paria o servi da compensare con qualche misera mancia. Ecco, dopo
oltre cinquant’anni, quando ancora risento al presente la merdacea schiera dei
propagandisti esaltare i valori di democrazia e libertà dell’Occidente guidato
dai prodi amerekani, viene sinceramente da vomitare o da mettere mano all’AK47
e sparare ad alzo zero.
Mi si dirà, però, che è un regista americano-vietnamita che ha potuto realizzare questo film per denunciare questo storico imbroglio. Non c’è dubbio, ed è bene che voci dissenzienti ed oppositive emergano, sia pure a scoppio ultraritardato; ma che il suprematismo imperial-occidentale resti al fondo di tutte le scelte decisive delle élites di questa parte di mondo è altrettanto indubbio e kriminale.
CIAO ENRICA ► Mentre l’anno
di grazia 2025 volge al termine, apprendo l’ennesima notizia di un lutto. Sulla
sua pagina FB Tiziana Colusso
annuncia la morte il 27 dicembre, a Bogotà, in Colombia, a 63 anni della
sorella Enrica. Come rammenta Tiziana, la sorella era nata a Roma, ma dopo i
vent’anni era diventata sostanzialmente una cittadina del mondo, facendo la
regista di docu-film e insegnando cinema, e vivendo principalmente tra Londra e
la Colombia dove, sottolinea, «nel fitto della Sierra di Santa Marta avevi
trovato la tua terra del cuore». E in Colombia Enrica Colusso, che sapevo
essere gravemente ammalata, ha scelto di andare a morire.
Io l’avevo conosciuta, mi pare fosse il
2018, in occasione della presentazione a Roma di un libro di Massimo Mori sul
Tai Chi. Conosciuta poco, ma il giusto per capire che fosse una donna e artista
intelligente e di valore. Mi sentì leggere in quella circostanza un testo
poetico e scattò tra noi una sorta di empatia. È un ricordo strano, ma
sintomatico, rifletto. Enrica mi propose d’emblée di girare una scena per un
suo film e decidemmo, non rimembro più perché, di girarla al cimitero del
Verano qualche giorno dopo. Così, mentre lei mi filmava, io recitai quella
poesia nel vialetto davanti alla tomba della mia famiglia, andando avanti e
indietro e lanciando fiori verso dopo verso. Enrica, poi, mi disse di avere
pazienza, che lei ci metteva molto tempo per finire una pellicola. Qualche anno
dopo, sicuramente dopo la pandemia covidiaria, sarà stato il 2021 o 2022, per
email mi scrisse che in effetti doveva ancora completare il film. Non ho quindi,
al riguardo, più saputo nulla. Chissà se quel film l'ha mai terminato. In ogni
caso, sono contento di averla conosciuta e apprezzata, sono lieto che le nostre
traiettorie caosmiche, sia pure per un momento e in una occasione in fondo
aleatoria, si siano incrociate.
Ciao Enrica, R.I.P. in Colombia o
dovunque tu sia volata.
Gennaio 2026
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