Diario d’autore (28): note random su A. Ricci; fantasmi vocali; A. Cuarón, M. FRammartino, B. simonelli; giovani italiani: f. gehry; c. milanese; S. zuccaro; M. marciani; M. renzaglia; magazzini (ex criminali); per d. lynch; la ‘lazialità’; post-human; fake news; e. colusso

 

di Marco Palladini

 

POSTA PER RICCI Con molta contentezza ho ricevuto all’inizio di dicembre l’ultimo libro di Antonello Ricci intitolato Posta per me [C’era una volta] (Edizione fuori commercio a tiratura limitata, 2025). Un’opera come dire, concettual-biografica, dell’infaticabile e mercuriale poligrafo viterbese, mio carissimo amico, proposta in una confezione editoriale-grafica curatissima, che in quarta di copertina mostra una simil-cartolina indirizzata a se medesimo con una scritta a mano che recita: “Autoritratto alla sfera riflettente delle lettere, cartoline e biglietti di amici, colleghi, corrispondenti (1984-2004)”. Questo libro contiene pure una mia nota critica che qui volentieri ripropongo per dare almeno una idea della pubblicazione:

 

C’è ancora posta per te

 

Carissimo Antonello,

                                    siccome mi hai chiesto uno scritto su un libro che raccoglie vent’anni di epistole critiche sul complesso delle tue sfaccettate attività di autore e di studioso (e in cui hai voluto, bontà tua, includermi ben due volte), ho pensato che la forma più idonea per intervenire fosse, appunto, quella di una ulteriore missiva. Anche se non più vergata a mano come ancora facevo nell’aprile del 1998, in una lettera (che avevo pressoché smemorato) riprodotta nella interessantissima appendice concernente “Le illustrazioni”. Interessantissima per me, perché è già una testimonianza di cultura materiale e diacronica, trascorrendo dal manoscritto al dattiloscritto (con la macchina da scrivere), dalle cartoline allo stampato del computer, sino alle prime email che riportano, come sottolinei, anche l’ora esatta dell’invio della posta elettronica. E non a caso tu ti arresti, più o meno, agli albori della comunicazione internettara massiva, secondo in quel momento storico ci fosse una ideale cesura e si entrasse in un’altra epoca che ha poi avuto alla fine degli anni Zero una potente accelerazione con iphone, smart-phone, i vari social, e Messenger e WhatsApp e quant’altro. Siamo tutti diventati media(o merdia)-men controllati, se non eterodiretti, passo passo dal Grande Fratello-Web che ora promette, con l’espansione indefinita della IA, di pensare al posto nostro, riducendoci a prosumer schiavetti, a maggior gloria dei Big Data e dei mogul del Virtual World.

Tornando a noi, anzi, scusa, a te, debbo dire che leggendo la tua “Nota d’autore”, nonché le sagaci, spesso ironiche glosse esplicative delle epistole antologizzate, ho riflettuto che in fin dei conti tu sei il migliore critico e storico e, pressoché, dossografo di te stesso. E, infatti, mi sono chiesto: ma che cosa si può aggiungere di minimamente intelligente, quando lui ha detto quasi tutto quel che c’è da dire su un libro così oculatamente progettato e selezionato e calibrato, che è poi, come dichiari, il quarto capitolo di una sorta di eterodossa ed estrosa e, direi, decostruzionista autobiografia che si muove tra vita e passioni culturali ed artistiche plurime, circa molte delle quali non ho personalmente alcuna competenza?

Quel che posso esprimere è la mia ammirazione per la tua apertura di sguardo critico e per l’energia di ricerca cólta (e sul campo) portata avanti per decenni, sempre interloquendo con maestri e sapienti, con rispetto e spirito amicale, ma pure senza piaggeria o servili inchini, talora anzi mostrando scatti di indocile irriverenza (vedi la lettera a un filosofo del linguaggio della fama di Tullio De Mauro). E d’altronde, non si dice che chi ha carattere, ha cattivo carattere?

Ecco, mi sembra che il tuo carattere ‘vitorbese’ esce fuori nitidamente in questo libro nella sua piena dimensione ‘glocale’: nel senso che da una parte manifesta prepotente il radicamento antropo-culturale nel tuo habitat nativo, ma dall’altra parte esso ha un contrappeso in una interlocuzione critico-culturale di tenore elevato, mai confitta in un localismo asfittico e retrivo, ripiegato su se medesimo e immune alle correnti di pensiero della contemporaneità. ‘E pluribus unum’: ecco, in qualche modo, io così ti ho sempre visto: come gli stati uniti di Antonello Ricci. Il soggetto che è un poeta lineare e materico-verbovisivo, un fondatore e direttore di riviste letterarie, uno studioso di culture orali, di poesia a braccio e in ottava rima e di scritte murali, un antropologo-storico locale, un dialettologo ed esperto di poesia in dialetto, un performer animatore di comunità narranti, ma pure di sodalizi musicali, cantautorali di dichiarata matrice dylaniana e, last but not least, un insegnante e pedagogo capace di attirare nel tempo attorno a sé una schiera di fedeli discenti. Tanti Antonello Ricci, forse ogni volta diversi, ma poi in fondo sempre ben riconoscibili. Una comunità di Antonelli, potrei celiare. Comunità: questa mi sembra la parola chiave di tutto il tuo prismatico e tentacolare operare. E, a ben vedere, anche questo libro epistolografico è un modo per richiamare una comunità intellettuale, per quanto spuria, attorno a te.

Ma c’è un altro punto che adesso mi viene in mente sullo sfondo di questo libro. Nei tuoi variegati studi fai ricorso certamente a strumenti culturali di tipo accademico e non sono pochi gli accademici con cui ti sei confrontato, a partire dal primigenio maestro Giorgio Raimondo Cardona. Ma la materia, anzi le materie a cui ti sei applicato fanno riferimento a un mondo tradizionale, contadino, orale-stradarolo, comunque non borghese. Ecco, secondo avrebbe detto Goffredo Fofi, ti sei fatto mallevadore di linguaggi e di pratiche di resistenza contro le forme di omologazione borghese-metropolitana. Ho sempre avvertito in te una attenzione e una luce di resilienza atta a salvaguardare una koinè popolare oggi messa ai margini, snobbata, eppure ricca di una umanità e, appunto, di valori comunitari opposti e oppositivi rispetto alla alienazione e allo straniamento della vita socio-urbana moderna. Tutto questo senza arrivare alle disperate rampogne pasoliniane che accusavano di ‘genocidio culturale’ il neocapitalismo anni ’60.

Ciò traspare nel libro e mi conduce ad un’altra considerazione: il periodo storico in cui si colloca la raccolta epistolare è quello di fine secolo-millennio e di alba del XXI secolo. È, secondo me, l’epoca cruciale in cui si accelera e si consuma il destino entropico della postmodernità occidentale. È l’arco temporale in cui si verifica il passaggio esiziale dall’era della Cultura a quella della Comunicazione. L’era in cui c’è la caduta verticale del pensiero critico, sempre fomite di dissenso, e si afferma un logos tutto di superficie, tecno-esteriore, idoneo ad organizzare il consenso. È non a caso questo il periodo in cui si afferma in Italia il berlusconismo, che prima invade ed egemonizza la sfera televisiva-comunicativa e, poi, deborda e conquista trionfalmente la sfera politica (al presente tutti gli esponenti politici sia di destra, sia di sinistra, svuotati di idee e ideologie, sono palesemente affetti da onnivalente berlusconismo).

Un’ultima cosa: c’è, tra i tuoi interlocutori epistolari, una illustre figura con cui pure io ho intrattenuto un fitto dialogo dal 2010 sino all’anno della sua morte, il 2019. Sto parlando, avrai capito, di Marzio Pieri, eminente studioso del barocco letterario, straordinario critico-scrittore della medesima genia, glie l’ho detto più volte, dei Roberto Longhi, Mario Praz, Giacomo Debenedetti, Giovanni Macchia, Alberto Arbasino etc. Purtroppo la nostra corrispondenza tutta transitata via email, non avendola mai sciaguratamente stampata, l’ho interamente persa per un crash del mio pc. Però sono riuscito a salvare le strepitose articolesse che mi inviava per la rivista che dirigevo “Le Reti di Dedalus” che lui, così mi scrisse, preferiva (sic) al Corriere della Sera che aveva brutalmente edulcorato un articolo che gli aveva chiesto. Ecco l’uomo era questo, grande talento, ma con un carattere d’urto e tranchant che lo ha condotto a litigare con quasi tutti i suoi pari. Tu lo sai bene, visto il tono sulfureo delle lettere che ti indirizzava. Ma anche litigare (dialetticamente) con Marzio ti faceva bene e avevi sempre qualcosa da imparare.

Antonello caro, non so se la mia nuova epistola ti può soddisfare. Può essere che io sia andato fuori tema o che non abbia centrato il senso della tua richiesta. Spero di no. Saprai dirmi. Chiudo con una citazione dal Libro del metodo naturale (capitolo X del “Dao De Jing”): «Quello che possiamo fare: per esempio, far sì che intelligenza e destino si abbraccino e non si separino».

In Posta per me tale compito mi sembra perfettamente assolto nella naturale coincidenza di intelligenza (per nulla artificiale) e destino in te, nella tua essenza di uomo e intellettuale...  (Con un fraterno abbraccio.)    

 

FANTASMI VOCALI ► Mio padre Italo è morto quasi ventuno anni fa. Mia madre Andreina se ne è andata quindici anni or sono. Eppure, ogni tanto risento le loro voci. Pochi giorni fa ho udito distintamente il mio genitore esclamare «Aaah… Marco!» con quel suo inconfondibile timbro fonetico un po’ strascicato. Altre volte mi è capitato, in quello stato indeterminato tra soprappensiero e sottopensiero, di distinguere chiaramente la voce di mia madre, un po’ apprensiva e insistente, come quando mi richiamava a sé da bambino. Per Marcel Proust nella Recherche era il gusto, il sapore di una ‘petite madeleine’ a suscitargli subito il ricordo dell’infanzia, per riportarlo immantinente nei precordi dell’età bambinesca. In me lo scatto verso una reversione spaziotemporale parte invece da una allucinazione acustica che proviene da non so dove. Come se nella cassaforte della mia memoria, nel database delle mie sinapsi mnemoniche abitassero dei fantasmi vocali che di tanto in tanto si fanno sentire e mi richiamassero all’indietro, al piccino che sono stato e che si presentifica all’istante come un altro da me, un alter ego che accompagna la mia vita oramai anziana come un’ombra implacabile. Spettri di Marco potrei dire, parafrasando il famoso Spettri di Marx di Jacques Derrida: spettri fonici che mi inducono a chiedermi che cosa è reale? Che cosa è irreale? Le fantasime acusmatiche ci suggeriscono che viviamo sempre a un passo dal delirio? Céline, scrittore e medico, in qualche modo lo sosteneva: «Se la letteratura ha insomma una giustificazione è quella di raccontare i nostri deliri: il delirio, non c’è altro!». Le voci dei familiari trapassati sono un mio piccolo delirio? Sì, in fin dei conti, mi piace pensarlo e portare questo come una carezza dentro di me. (3 dicembre 2025)

 

SGUARDI ALTRUI - 1 Invitato in Italia per ricevere a Rimini il Premio Fellini il 7 dicembre u.s., il 64enne regista messicano Alfonso Cuarón viene intervistato sul Corsera da Stefania Ulivi. Vincitore di numerosi Premi Oscar per i film Gravity (2013) e Roma (2018), Leone d’Oro quest’ultimo alla 75a Mostra del Cinema di Venezia, Cuarón oltre a dichiararsi ammiratore sconfinato dell’opera di Fellini e onorato per il premio a suo nome, mostra di conoscere abbastanza bene anche il cinema italiano contemporaneo e fa numerosi nomi di colleghi che stima: Marco Bellocchio, Nanni Moretti, Marco Tullio Giordana, Alice Rohrwacher, Matteo Garrone, Paolo Sorrentino, Emanuele Crialese. Ma è in limine all’intervista che ci sorprende quando dichiara: «Oggi uno dei più grandi registi al mondo è Michelangelo Frammartino. Celebrato meno di quanto meriti».

Ecco in Italia Frammartino non mi pare né celebre né celebrato, ancorché il suo terzo lungometraggio, Il buco (2021), abbia ricevuto il Premio Speciale della Giuria alla 78a Mostra di Venezia. Prima di Il buco io avevo visto Le quattro volte (2010), in un cineclub dove eravamo non quattro, ma due gatti. Sì, Frammartino ha il plauso dei critici più attenti, ma presso le platee non esoteriche, credo sia più o meno uno sconosciuto. Ma comprendo e condivido il giudizio di Cuarón, perché il 57enne regista milanese fa un cinema totalmente avulso non soltanto dai canoni commerciali, ma anche da quelli narrativi-convenzionali. Un cinema, lo si potrebbe dire, antropologico-documentario di forte impatto sofo-poetico, con una estetica da realismo magico, connotata da sospensioni, vividi silenzi, visioni prolungate di natura incantata come atti filmici meditativi. Un cinema d’autore, personalissimo che non assomiglia a quello di nessun altro nel panorama italico.

Anzi, no, un altro autore forse c’è. è Benedetto Simonelli, attore, performer e regista proveniente dal teatro d’avanguardia anni Settanta, che da molte decadi vive a San Polo dei Cavalieri, vicino Roma, e in quei dintorni si aggira come un post-romantico ‘wanderer’, un filosofico viandante tra Goethe e Hermann Hesse, autoproducendo film che sono estatiche, poetiche, quasi mistiche immersioni visivo-meditative nella natura, tra boschi, sentieri, colline, radure, sconnesse campagne, cieli azzurri, nuvole, dischi solari, acque di ruscelli e abbeveratoi e fuochi fatui. Film che hanno circolato, però, soltanto presso ristrette cerchie di amici (quorum ego). Mi piacerebbe che Cuarón li vedesse, cosicché il suo pregiato sguardo esterno potesse conoscere un altro ‘italieno’ del cinema nostrano, assolutamente underground.   

 

SGUARDI ALTRUI - 2 Mi capita di parlare con una giovane ricercatrice spagnola (26 anni), ma di origine marocchina che si trova in Italia, giusto per un progetto di ricerca finanziato dal suo paese. Si conversa di molte cose, ma una in particolare mi sembra cruciale. Quando lei mi racconta che ha avuto dei contatti con l’Università La Sapienza di Roma ed è rimasta colpita dal fatto che tutti i docenti con cui si è rapportata fossero dei ‘vecchi’ (sic). In Spagna, soggiunge, all’università invece sono tanti i giovani, anche giovanissimi, come lei, che insegnano. Ecco, le dico, hai còlto un punto capitale e nodale della società italiana che è dominata da una gerontocrazia immobile e inamovibile. Una cupola di vecchi e, anche, vecchissimi che non molla mai nulla, nessuna poltrona e nemmeno uno strapuntino. Gerontocrazia macroscopicamente simboleggiata dall’84enne presidente della Repubblica Sergio Mattarella. In questo paese, le rendo noto, i giovani pur brillantemente laureati, masterizzati, addottorati, se sono al di fuori di mafie e mafiette, circoletti nepotistici e amichettistici rigorosamente blindati, non trovano un lavoro neppure a piangere e debbono forzosamente emigrare. Quasi centomila giovani italiani all’anno vanno all’estero a cercare fortuna (uno studio dice 850mila negli ultimi dieci anni). Un esodo, una emorragia di capitale umano ad alta qualificazione che timbra la parabola di decadenza del Belbrutpaese. La ragazza spagnola mi ascolta e vagamente sorride. Mi sembra un sorriso di commiserazione, forse pure perché sta parlando con me che non sono un giovane. Il suo semplice sguardo esterno ha subito individuato una delle piaghe socio-politiche nostrane, a cui non si vede rimedio.

 

IL GENIO DI FRANK GEHRY Non ho alcuna competenza in materia di architettura, di storia e storie dell’architettura e di architetti. Epperò, da mero osservatore io pure conoscevo Frank Gehry, illustre architetto ebreo canadese (Frank Owen Goldberg il suo vero nome), deceduto a Los Angeles, il 5 dicembre u.s., a 96 anni. Anche un cittadino senza know-how come il sottoscritto vedendo le fotografie delle creazioni di Gehry, perché di vere e proprie, inedite creazioni architettoniche si tratta, non poteva che rimanere affascinato e quasi stupefatto. Il Guggenheim Museum di Bilbao, il Walt Disney Concert Hall di Los Angeles, la ‘casa danzante’ detta “Ginger e Fred” di Praga, il Richard B. Fisher Center for the Performing Art di Annandale-on-Hudson a New York: tutte invenzioni di superfici, forme e volumi sbilenchi, difformi, periclitanti, stranianti, futuristici, quasi a sfidare le leggi non soltanto architettoniche, ma della gravità. Una architettura detta decostruzionista che mi ha sempre fatto pensare allo shock provocato da Les Demoiselles d’Avignon, il celeberrimo dipinto (1907) di Pablo Picasso che inventa la pittura cubista, dopo di che nulla potrà mai più essere come prima nell’arte dei pennelli. Certo, gli esperti affermano che Gehry è un genio inimitabile e nessuno può essere così temerario o sciocco da pensare di poterlo emulare. Però, da quello che capisco, resta la sua lezione di libertà inventiva e di immaginazione, l’esempio di una forza creativa che rompe fragorosamente le regole e le convenzioni stabilite. È probabile, però, che di geni dell’altezza e della fantasia di Gehry ne nasca uno ogni cento anni. In attesa del prossimo archi-superstar, onoriamo intanto quello che se ne è appena andato, donando al mondo una visione diversa del costruire edifici.       

 

SOFOPOESIA Scrittore-filosofo di inusitata qualità e di grande acume critico nel panorama italico, Cesare Milanese alla bella età di 95 anni licenzia una plaquette in versi, Epilogie e Eidologie (Liguori Editore, 2025), in cui si esprime tutta la sua potente tessitura di scrittura sofopoetica. Ci avvisa Milanese che nel titolo si vuole evocare la «logica proposizionale, epicentro della filosofia di Wittgenstein, per quanto riguarda la denominazione di Epilogie»; e la «logica trascendentale di Husserl, per quanto riguarda la denominazione di Eidologie». 

Da questa premessa vengono generate ventisette composizioni in versi: nove dedicate all’idea di Mondo; nove all’idea di Pensiero; nove all’idea di Linguaggio. Uno schema triadico che promuove un dettato in versi di assoluto rigore e di tersa concatenazione concettuale, anche là dove si enuncia in forma interrogativa o dubitativa. Qui abbiamo una esplorazione della Parola come essenza e segno logico della gnosi, della Parola come casa dell’essere, per dirla con Martin Heidegger. Invece che elaborare tale esplorazione in forma di saggio, Milanese la rapprende e distribuisce in schegge poetiche o poematiche che forse ancora meglio riescono a raggiungere mirabili sintesi teoretiche. Propongo tre esempi dalle tre sezioni del librino:

«L’apeiron oh, / quale stupore da silenzio altissimo, / eccoci dunque ancora al non ancora di sé / e del suo stesso ancora nulla di sé / prima della sua stessa epifania / e ancora e sempre così addentro / dell’infinito indefinito: / tale d’essere in tutto innumero di sé, / l’innumerabile in sé che resta sempre tale (“L’innumerabile”)»;

«Sul chi siamo a chi è sul chi sa / e a chi non è sul chi non sa perché non è / o sa senza essere visto se non solo per sé / ma non per noi o per nessuno di chi / non vive come noi senza sapere del suo sé / che non sa di sé se non ciò che non sa (“Sul sapere”)»;

«Infine la questione della prassi, / della sua formazione di se stessa / fino alla sua dissoluzione: / campo agonista d’ogni protagonista / umano e non umano, divino e non divino. / Ebbene, cos’è questo racconto / e questa storia stessa / quando nel suo non più / essere campo in campo si è conclusa / e chiusa / assieme a tutto ciò che in essa è stato, / che cosa resta allora / dopo tale non più / di tutto ciò che è stato? (“Sulla prassi”)».

Talora, compulsando tale vertiginosa trama logico-verbale ora verticale, ora circolare, mi è venuto in mente Edoardo Cacciatore, il maggiore sofopoeta d’avanguardia da me conosciuto, i cui testi si fondavano su una armatura concettuale di fitta, acrobatica, ‘assillante’ complessità. Milanese è sicuramente più filosofo che poeta, ma Epilogie e Eidologie appetto alla sovrapproduzione poetante corrente brilla come una gemma capace di illuminare i suoi provveduti lettori.        

 

LETTURE ► Non ha smarrito la sua giocosa indole poetica il 76enne autore ciociaro Sergio Zuccaro, soi disant ‘patafisico partenopeo’, che ha da poco autopubblicato l’ameno libretto Come non si scrivono le poesie (2025). Un “manualetto omeopatico” che mi ha, in qualche maniera, ricordato una certa vena satirica del compianto poeta romano Leopoldo Attolico (1946-2024), piuttosto incline a sbertucciare i suoi colleghi, prendendo in giro modi, vezzi e vizi dei poetanti contemporanei. Zuccaro, va detto, non è sferzante e pungente come Attolico, direi piuttosto che è bonario e sorridente, con la tranquilla coscienza che non è il caso di scaldarsi, né di prendersi e prendere gli altri troppo sul serio. Il suo ludico poiein si attaglia soprattutto alla misura breve e brevissima:

«prima di scrivere rifletti / dimentica tutti i libri letti»; «verba volant / procurati un retino»; «in un prato di papaveri / o in un campo di grano / semina zizzania / perché la poesia / non è oleografia»; «la poesia è conoscenza / malizia e innocenza»; «la pedanteria è / mettere il titolo a questa poesia».

L’obiettivo dichiarato sarebbe questo: «ho sempre pensato di scrivere una / poesia con una sola parola / se mi promettete di non dirlo a nessuno / ve la sussurro all’orecchio / “sottaciuti”». Quando il testo si distende incontra, poi, la suggestione di altri poeti: «la ragazza Carla non fa più la / stenodattilografa a Milano / ora sogna di fare la velina / e si chiama Luna Giada o Iryna / ha un cellulare e si fa i selfie con / la bocca a culo di gallina / le labbra il seno lo zigomo rifatto / Pagliarani ne farebbe un altro ritratto»; « (…) se vuoi fare un falò con uno zolfanello / usa Riviello // se vuoi fare la lista degli errori / usa Rodari // se vuoi interrogare la Sybilla / consiglio Emilio Villa (…) »; «Secondo Pierre Reverdy / la poesia è quello che ci manca / cerchiamo di non mettercelo noi // Secondo Walt Whitman / la poesia salverà il mondo / sono preoccupato per tutto il resto (…) ».

Ecco mi sembra proprio che Zuccaro non abbia mai creduto, neppure per un momento, che la poesia possa salvare il mondo. Però la pratica per divertirsi e per divertire, con un tocco gentile, leggero, aereo (lui è un professionale ex tecnico di volo). E, così, contraddicendo ironicamente se stesso insiste a poetare proprio per mostrare «come non si scrive una poesia».

Peraltro, conoscendo da parecchio tempo Sergio, pesco subito il suo poetico autoritratto: «io al Bar ci lavoro / osservo i vizi e virtù degli altri / tic e manie / la inclinazioni e i comportamenti / la disposizione del carattere / l’aspetto e l’impronta // annoto tutto / e ogni tanto mi porto un / po’ di lavoro a casa».

Questo bar eponimo è il Bar Mario a cui è consacrata una raccolta in versi di alcuni anni fa. Un bar-ristorante di Ostia (omonimo di quello della canzone di Luciano Ligabue) che è il suo verace osservatorio antropologico sul mondo, lì dove il suo sguardo poetico trova alimento e soddisfazione. Perché stare lì, non è un oziare da fankazzista, rivendica Zuccaro: è, appunto, un lavoro, perciò cita Joseph Conrad ad hoc: « (…) Come faccio a spiegare a mia moglie che / quando guardo dalla finestra sto lavorando / non ci sono più le mogli di una volta». Del resto, le mogli quando mai hanno capito i poeti? (O, viceversa, i mariti le poetesse?).

 

Credo che Marcello Marciani, 78enne egregio poeta abruzzese di Lanciano, possa vantare un primato: è l’unico autore nostrano, che io sappia, che sia stato tradotto in inglese da Amelia Rosselli, la più importante poetessa italiana del secondo ’900, che notoriamente era trilingue (scriveva in italiano, inglese, francese). La sua plaquette Body Moviments fu pubblicata nel 1988 per le Gradiva Publications di New York, promotore Luigi Fontanella, poeta e docente di italianistica nelle università americane. Dopo ben 37 anni questa silloge è stata ripubblicata da Moretti&Vitali (2025), con il complemento di varie foto, della riproduzione di alcune pagine dattiloscritte e corrette a mano della traduzione di Rosselli, e con una consistente antologia critica dove si segnalano i contributi di Francesco Paolo Memmo, Antonio Lanci e Mario Lunetta.

Avendo personalmente conosciuto (per il tramite del mio amico Riccardo Reim) la Rosselli come una personalità letteraria e intellettuale esigente, selettiva, quasi severa (epperò aperta e curiosa verso i giovani che la avvicinavano, magari con timore reverenziale), mi sono chiesto: come mai Amelia accettò questo incarico di trasporre in inglese i testi di un giovane poeta, bravo, ma non appartenente al mainstream?

Marciani racconta che conobbe Rosselli, giusto a Lanciano, nel 1983, per il tramite del compaesano Alfredo Cohen, che rammento brillante attore-autore e cantautore, nonché attivista gay, facitore negli anni ’70-’80 di un teatro di intonazione omosessuale e transgender avanti lettera, di estrosa presa scenica. In ogni caso, lì scoccò la scintilla che fece nascere un rapporto amicale con la Rosselli, in virtù del quale Marciani si spinse a chiederle di tradurre i suoi versi. Leggendo adesso i quali ho creduto di capire perché Amelia acconsentì. In quella raccolta all’insegna dei “Movimenti del corpo”, il poeta abruzzese forgiò un corpo-lingua, come afferma Lanci, per dare luogo a una «topografia dinamica del corpo». Un corpo-lingua che si declina appunto attraverso un dettato poetico franto, discontinuo, irregolare, talora neo-ermetico e quasi scazonte, lessicalmente raffinato, con slittamenti arcaici e paradialettali e gergali. Quella di Marciani mi appare, per usare un ossimoro, una lirica sliricata, un espressivismo con torsioni filo-sperimentali tra spazi bianchi, ripetizioni omofoniche, trafile di puntini di sospensione. Ecco opino che la straniata forma linguistica con cui Marciani conduce la sua scabra ricognizione fenomenologico-materialistica, ma innervata dall’Es, dei movimenti, anche minimi del corpo, sia ciò che attirò la Rosselli, che assunse la sua traduzione come una vera e propria sfida poetica, consonante con la sua propria poesia plurilingue, sempre accidentata, complessa, spiazzante coi suoi lapsus e schisi semantiche.

Di questo felice incontro interpoetico e interlinguistico dò qui testo-testimonianza riportando la poesia finale del volume, assieme alla versione anglofona rosselliana:

 

«Questo corpo che tuba in sogno. / Che zappa un ricordo aizza speranze / e stanco, subito dopo, rinnega. / Questo treno di nervi che salta / deragliato con febbre e astinenza / quando è un tic la voglia, che alle dita trema. / Questo attrito fra pelle e illusione ma / leccato in secondi e millimetri / bocciato da fisime omelie / di unioni, schedato accerchiato oggi / a ogni ci sto ogni venuta / pure lenta e impaurita in letti letti / riscoperti bagnati e già soli. / Questa mente che torna di carne / e si stira paciocca al sole / sciogliendo pulsioni e ragadi, croste / rimosse, vacanze di un es… Questo / che è terra, gli incolmabili burroni / è acquafuoco per chiamare – l’aria // uoinè! che corpo un corpo il corpo-corpo. / Il corpo;

 

This body that coos in a dream. / That hoes a memory urges hopes / and tired, right after, refuses, / This train of nerves that jumps / derailed with fever and abstinence / when desire is a tic, that trembles at the fingers. / This attrition between skin and illusion but / tongued in seconds and millimeters / flunked by fancies homilies / of unions, indexed surrounded today / at every I agree every coming / even if slow and scared in beds beds / rediscovered wet and already alone. / This mind which becomes flesh again / and stretches lazily in the sun / melting pulsions and cracks in the skin, crusts / removed, holiday of an es… This / which is earth, the unfillable gorges / is waterfire to call – in the air // uoinè! what a body a body the body-body. / The body».     

 

In un certo senso mi dà l’impressione di un libro testamentario Erro ergo sum (Edizioni Solfanelli, 2026) di Miro Renzaglia, che ho conosciuto molto tempo fa, quando era poco più che trentenne, in veste di poeta e di direttore della rivista “Kr 991”. Adesso nella maturità dei suoi 68 anni, Renzaglia licenzia un volume che è un po’ la summa della sua eclettica attitudine critico-saggistica, capace di spaziare dalla letteratura alla politica, dalla economia alla filosofia, dalla scienza alla musica. Sin dal titolo, che è una ovvia parafrasi del “cogito ergo sum” cartesiano, l’autore romano mette in chiaro l’anfibologico intento del suo scritto: l’errare come il commettere errori e sbagli, ma pure l’errare come errabondare, come il vagabondare di un pensiero che si interroga, in definitiva, sul senso dell’essere e dell’esserci. Strano, da questo punto di vista, che nel libro di Renzaglia sia assente il concetto di ‘serendipity’, ovvero quella capacità, giusto errando ed errabondando, «di fare scoperte fortuite e inattese… di trovare qualcosa di non cercato e imprevisto, mentre si stava cercando altro». Giusto quello che si ritrova nei versi della canadese Anne Carson, che indica nella erranza/erroneità un prezioso valore poetico: «… ciò in cui siamo impegnati quando facciamo poesia è l’errore, / la volontaria creazione dell’errore, / la rottura deliberata e la complicazione degli sbagli / da cui può nascere / l’imprevisto».        

Se manca la serendipità, c’è però molto altro in questo saggio che si avvale di una scrittura chiara e comunicativa, una scrittura veloce, corsiva (ma non corriva), che per la sua incisiva ‘brevitas’ e lo stile spesso aforismatico ha palesemente come punto di riferimento il filosofare di Friedrich Nietzsche, nume tutelare con Martin Heidegger, mi pare, del lampeggiante pensiero errante di Renzaglia, con il pregio in sovrammercato di una frequente ironia che smonta e tiene a giusta distanza concetti che, a volte, rischiano di prendersi troppo sul serio. Il libro, in sostanza, si dispone in quattordici capitoletti che attraversano se non tutti, molti dei nodi problematici che da sempre connotano l’esistere umano su questo pianeta-mondo chiamato Terra. Si va, appunto dall’errare alla materia, da dio al piacere, dal tempo all’amore, dalla storia all’arte, dal lavoro al debito, dal tradimento allo Stato, dall’io al senso della vita (ah, saperlo!).  I punti, davvero capitali, dello scibile che tocca Renzaglia sono innumeri e realmente non riassumibili, in sintesi direi che la sua postura sofopoetica corre lungo una linea di contraddizione e di temperato scetticismo, ben attenta a evitare di proclamare verità assolute, assiomi totalitari, principî indiscutibili. Da uomo e intellettuale errante/eretico che ha conosciuto da vicino i disastri politico-ideali, a destra come a sinistra, del Novecento, il suo lascito testimoniale mi pare quello di chi continua a praticare il pensiero critico come mezzo di conoscenza e di autoconoscenza sempre relativo, interrogativo, obliquo, mai tronfio o fideistico. Così, rifulge il suo stile proprio nell’apoftegma: «E se sapessimo così poco dell’io perché, in fondo in fondo, non c’è molto da sapere?». «Io è un flusso che non posso più permettermi». «Io è un luogo comune. Da Cristo all’idiota, tutti si proclamano io». E ancora: «I ricordi sono animali bicefali. Con una testa ti aiutano a non cadere negli errori già commessi; con l’altra ti tengono prigioniero del passato». «“Tradire” e “tradizione” hanno la stessa radice etimologica, dal latino tradere: trasmettere, consegnare. Saremmo rimasti all’età della pietra se, ad un certo punto, non avessimo cominciato a tradire usi, convenzioni e convinzioni della tradizione plurimillenaria precedente, trasmettendo altro e diverso, e con ogni ovvietà migliore, alle generazioni successive». «La famiglia è la cellula criminale più diffusa nella storia dell’umanità. E spesso anche la più impunita … è la prima palestra del potere e della colpa, il primo tribunale senza appello, il primo carcere a vita». «La donna, con il suo poter trasformare dentro di sé il fango in uomo, è l’ente terreno, che più assomiglia al Dio dei credenti. E fu la donna, stando a uno dei libri più letti dell’intero pianeta, a spingere l’uomo lungo la Via della Conoscenza. Tanto basta a fare di lei quella infinita fonte di meraviglia che è».

Ecco, direi che basta una asserzione del genere a fare comprendere perché valga la pena di leggere il volume di Renzaglia.

 

MAGAZZINI EX CRIMINALI – 1 Mio pòst su Facebook (09 / 12 / 2025):

 

Ringrazio assai Giacomo Carioti, già direttore del giornale di immagine e spettacolo Galleria Colonna, che ha recuperato una mia intervista di ben 40 anni fa a Federico Tiezzi e Sandro Lombardi membri allora (unitamente a Marion D'Amburgo) del gruppo teatrale d'avanguardia Magazzini Produzioni (ex Criminali). L’intervista ai miei coevi Federico e Sandro verteva in grande misura sull’enorme scandalo che aveva suscitato nel mondo teatrale-mediatico (già allora ‘merdiatico’) l'edizione site-specific del loro spettacolo Genet a Tangeri che si era svolto il 19 luglio 1985, nell'ambito del Festival di Santarcangelo di Romagna, nel mattatoio comunale di Riccione. Spettacolo nel corso del quale venne appunto ucciso e macellato un cavallo dagli addetti al mattatoio che avevano semplicemente fatto il loro quotidiano lavoro, mentre Lombardi recitava brani dal famoso reportage di Jean Genet Quattro ore a Chatila sulla mattanza che si era svolta nel campo profughi palestinese (2mila assassinati da milizie libanesi che avevano fatto il ‘lavoro sporco’ per conto dell’esercito israeliano).

Il polverone di critiche e polemiche, in buona parte per sentito dire e in malafede, che si scatenò contro i Magazzini Criminali rischiò di far concludere per sempre la loro esistenza artistica. E comunque, li spinse a imboccare un’altra strada e, al presente, se debbo essere sincero, il teatro pure di alta qualità di Tiezzi-Lombardi mi appare antipodico a quello che facevano quattro decadi or sono. In ogni caso, io che ero stato un testimone critico diretto (con una ottantina di invitati) dell’evento li volli intervistare per fargli dare la loro versione.

Aggiungo però una riflessione: quarant’anni fa era ancora possibile che uno spettacolo teatrale dirompesse fragorosamente nella sfera comunicativa-culturale, facendo parlare di sé, a torto o a ragione, e infiammando gli animi per molte settimane. Oggi tutto questo appare impossibile. Il teatro odierno non perturba più niente e nessuno, non provoca più alcun dibattito, alcuna discussione. Mostra un elettroencefalogramma piatto. E allora, rileggendomi quella lontana intervista che avevo pressoché dimenticato, mi dico: beh, si stava meglio, quando si stava meglio... augh

 

MAGAZZINI EX CRIMINALI – 2  Mio pòst su Facebook (12 / 12 / 2025):

 

A proposito di repêchage e di Magazzini (ex Criminali), ripesco una mia poesia, peraltro inedita, di un quarto di secolo fa, che mi fu ispirata da un loro spettacolo davvero molto bello, Scene di Amleto (2000), uno dei punti apicali della maturità registica di Federico Tiezzi applicata a plurime varianti scenico-ermeneutiche sul più famoso testo shakespeariano:

 

Hasta Siempre

 

Mi sorridono come dal fondo di un burrone

Turgide le streghe di porpora e di passione

Salto l’ombra del padre doppio di me stesso

Il giorno cola dubbi e tu mai ritrovi il nesso

Lumières sur le plafond, Ofelia di buio malata si perde

Nel chiacchiericcio vagotonico sull’essere qui o essere altrove

Dormire, sognare, forse combattere idoli iconoclasti dove

Tatuati restano sui muri gli slogan kriminali con la vernice verde

La guarigione non è col sacro calice un brindisi oltre la morte

Né Fortebraccio, il suo regime miliziano dopo la strage dolente

Nell’Axis Mundi cerca il Terzo Mondo la buona sorte

Un amore filosofico scala in me il cielo dissenziente

Lo sciamano rosso officia riti e carica le armi lì sul greto

Il fiume quieto replica: Hasta Siempre Comandante Hamleto

 


POESIA CINEMICA  Nella rivista (cartacea) “Fermenti” (n. 260, anno LV, 2025) ho pubblicato una silloge comprendente sedici Poesie cinemiche composte in un lungo arco di anni tra il 1991 e il 2024. È forzosamente rimasto fuori un diciassettesimo componimento, scritto nel 2025 e dedicato a uno dei miei registi in assoluto favoriti, David Lynch (1946-2025). Ecco, dunque, la mia ultima poesia cinemica:

Lynchiana

 

La batterista giapponese pikkiava duro

e il cantante aveva una voce rosso porpora,

la situation-ship tra noi andava di peggio in peggio

ma i trombamici e le trombamiche lì attorno

sembravano cospicuamente felici

Era una di quelle notti che vorresti

finissero subito o che non finissero mai

La fiesta mobile dilagava fuori orario

tra halleluiah e maledizioni d’antan,

la onnimovida invadeva le strade

che non portavano al futuro,

sentieri d’incubo dove facce mostruose

da film di David Lynch ti accoglievano

voltandosi dall’altra parte e sogghignando

Il fuoco non camminava con noi,

bruciava vite a perdere ed esistenze precoci

Un poeta stasera cade a pezzi e si butta dal sesto piano,

i tamarri della camorra come i nuovi rapper e trapper

si battono soltanto per dopa, denaro, armi e fika

Quello che vediamo è il crepuscolo di niente

e di tutto, segni particolari: il perfetto

o imperfetto decadimento umano,

ma il filosofo surcilioso decreta che tutto ciò

non ha una attendibilità scientifica

Gli ultimi, allucinati fotogrammi mostrano

forme deformi e una intelligenza

(anche artificiale) sempre più cieca.  

         

LA " LAZIALITA' " 13 dicembre 2025, quindicesima giornata del girone di andata del campionato di serie A: la Lazio vince (1-0) in trasferta a Parma con un gol al minuto 82, pure giocando in nove contro undici, come per evocare e, in qualche modo, celebrare la irrazionalità del calcio. La stessa irrazionalità, medito, che porta a diventare tifosi laziali. La ‘lazialità’ è per me come un gesto poetico di rinuncia alla grandezza, un impulso irriflesso a schierarsi con la minoranza/e, un volere stare dalla parte del torto, pure quando si vince (esempio massimo la Lazio maestrelliana dello scudetto 1974: pistole e palloni per un mito che rifulge nell’autodistruzione, ma pulsa di un sentimento d’amore eterno)…    

 


POST-HUMAN Che siamo già entrati in un’era post-human, anche se non lo sappiamo o facciamo finta di non saperlo o non vogliamo saperlo, lo si può verificare anche in minimi eventi quotidiani. Per esempio, un po’ di tempo fa sono dovuto andare nella mia banca a causa di un addebito che intendevo bloccare. E mi sono trovato ad interagire con un impiegato che non riusciva a venire a capo del problema. Così, mi ha fatto collegare con il ‘consulente digitale’ della banca ovvero con una voce della IA che cercava di risolvere la questione dandomi indicazioni varie. Ecco la situazione quasi beckettiana o post-beckettiana era questa: due individui in carne e ossa uno di fronte all’altro si rivolgevano a un algoritmo, a una voce-macchina, chiamatela come vi pare, che aveva, almeno apparentemente, il controllo della situazione. Non ho potuto non pensare che per piccoli slittamenti, per scivolamenti oramai quasi automatici, stiamo consegnando le nostre vite alla IA. E stiamo soltanto all’inizio. Se ha ragione Elon Musk che prevede futuri sviluppi immensi, inimmaginabili, sconvolgenti della Intelligenza Artificiale che ad un certo punto lavorerà al posto nostro e, probabilmente, comanderà al posto nostro, è evidente che l’era post-human ha già da un pezzo valicato il cosiddetto ‘punto di non ritorno’. Dilemma cornuto: rassegnarsi o combattere? Ma combattere che cosa? I mulini a vento del virtuale onnivadente e onnivalente? Posizione donchisciottesca e perdente in partenza. Non vedo personalmente soluzioni, se non cercare di provare a pensare in senso forte la trasformazione, la mutazione post-antropologica che neppure Pasolini, col suo talento profetico, aveva avvistato.

P.S. – Alla fine in banca, comunque, non è stata la IA a trovare il busillis, ma un altro impiegato più anziano ed esperto. Piccolo, temporaneo sollievo: le macchine non hanno già vinto su tutta la linea. Lo ‘human’ a qualcosa ancora serve.       

 

FAKE NEWS Le ‘fake news’ non sono una invenzione recente, figlia dell’Era del Virtuale e dei social innervati (e immerdati) dalla IA. Probabilmente ci sono sempre state fin dal sorgere del primo homo sapiens. O, forse, addirittura fin dal tempo dell’Uomo di Neanderthal. In ogni caso, è con tale consapevolezza storico-antropologica che mi ha attirato la notizia di un documentario, The Stringer (2025), girato dal regista americano Bao Nguyen. Di chiara origine vietnamita, Nguyen nel suo film si è chiesto chi veramente ha scattato la fotografia forse più famosa della guerra del Vietnam degli anni ’60: quella che ritrae una bambina di nove anni, Phan Thi Kim Phuc, che corre verso l’obiettivo, completamente nuda e piangente, dopo essere stata ustionata da una bomba al napalm sganciata dall’aviazione Usa sul suo villaggio. Ufficialmente quella immagine era stata scattata, l’8 giugno 1972, dal 21enne fotoreporter di guerra Nick Ut. Che battezzò quello scatto “Napalm Girl” e che per questo vinse l’ambitissimo Premio Pulitzer. Ciò che gli garantì una sempiterna fama e carriera. Ora il doc di Nguyen raccoglie la testimonianza del giornalista Carl Robinson, che lavorava al tempo all’Associated Press di Saigon, il quale dopo mezzo secolo si libera la coscienza e denuncia, appunto, la ‘fake news’. Ovvero che quello scatto non era di Ut, ma di uno ‘stringer’, ossia di un freelance vietnamita probabilmente pagato pochissimo. Era, viene spiegato, un’abitudine quella di usare questa manovalanza locale di basso prezzo e che doveva rimanere anonima, e attribuire il lavoro di tali ‘stringer’, anche i loro eventuali scoop, ai giornalisti americani. In questo caso a Nick Ut che, non si sa perché, doveva essere lanciato e promozionato per una foto che non era sua. Questo mette in chiaro anche la doppia strategia imperialista-razzista degli americani. Non soltanto (do you remember Apocalypse Now?) stavano in Vietnam a bombardare, fare stragi, uccidere vietcong a più non posso; ma anche i vietnamiti che erano schierati dalla loro parte e li aiutavano nel loro lavoro, in questo caso informativo, non dovevano apparire, erano misconosciuti, trattati come paria o servi da compensare con qualche misera mancia. Ecco, dopo oltre cinquant’anni, quando ancora risento al presente la merdacea schiera dei propagandisti esaltare i valori di democrazia e libertà dell’Occidente guidato dai prodi amerekani, viene sinceramente da vomitare o da mettere mano all’AK47 e sparare ad alzo zero.

Mi si dirà, però, che è un regista americano-vietnamita che ha potuto realizzare questo film per denunciare questo storico imbroglio. Non c’è dubbio, ed è bene che voci dissenzienti ed oppositive emergano, sia pure a scoppio ultraritardato; ma che il suprematismo imperial-occidentale resti al fondo di tutte le scelte decisive delle élites di questa parte di mondo è altrettanto indubbio e kriminale.             


CIAO ENRICA Mentre l’anno di grazia 2025 volge al termine, apprendo l’ennesima notizia di un lutto. Sulla sua pagina FB Tiziana Colusso annuncia la morte il 27 dicembre, a Bogotà, in Colombia, a 63 anni della sorella Enrica. Come rammenta Tiziana, la sorella era nata a Roma, ma dopo i vent’anni era diventata sostanzialmente una cittadina del mondo, facendo la regista di docu-film e insegnando cinema, e vivendo principalmente tra Londra e la Colombia dove, sottolinea, «nel fitto della Sierra di Santa Marta avevi trovato la tua terra del cuore». E in Colombia Enrica Colusso, che sapevo essere gravemente ammalata, ha scelto di andare a morire.

Io l’avevo conosciuta, mi pare fosse il 2018, in occasione della presentazione a Roma di un libro di Massimo Mori sul Tai Chi. Conosciuta poco, ma il giusto per capire che fosse una donna e artista intelligente e di valore. Mi sentì leggere in quella circostanza un testo poetico e scattò tra noi una sorta di empatia. È un ricordo strano, ma sintomatico, rifletto. Enrica mi propose d’emblée di girare una scena per un suo film e decidemmo, non rimembro più perché, di girarla al cimitero del Verano qualche giorno dopo. Così, mentre lei mi filmava, io recitai quella poesia nel vialetto davanti alla tomba della mia famiglia, andando avanti e indietro e lanciando fiori verso dopo verso. Enrica, poi, mi disse di avere pazienza, che lei ci metteva molto tempo per finire una pellicola. Qualche anno dopo, sicuramente dopo la pandemia covidiaria, sarà stato il 2021 o 2022, per email mi scrisse che in effetti doveva ancora completare il film. Non ho quindi, al riguardo, più saputo nulla. Chissà se quel film l'ha mai terminato. In ogni caso, sono contento di averla conosciuta e apprezzata, sono lieto che le nostre traiettorie caosmiche, sia pure per un momento e in una occasione in fondo aleatoria, si siano incrociate.  

Ciao Enrica, R.I.P. in Colombia o dovunque tu sia volata.

 

 

Gennaio 2026

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