diario
d’autore (31): note random su d. di stasi; mao z. ; L. SUCCHIARELLI; e. audino;
a. attisani, f. kafka; A. Orain; diritto della forza; guerra, patriottismo,
d’annunzio; B. sebaste
di
Marco Palladini
SEDIE A TEATRO ► 12 sedie
è un titolo che non può non richiamare la celebre pièce del Teatro dell’Assurdo
Le sedie di Eugene Ionesco, ma volendo pure il Teatro delle 13
File, il luogo mitopoietico a Opole in Polonia, dove Jerzy Grotoswki tra fine
anni ’50 e metà anni ’60 dello scorso secolo mise a punto la sua rivoluzione
d’avanguardia che venne siglata dall’etichetta di Teatro Povero. Povera, ma non
culturalmente, è questa messinscena di un testo scritto e diretto da Donato Di
Stasi e interpretato da Mimmo Surace, che ho visto al Teatro del Lido di Ostia.
Sul palco solo alcune sedie di plastica (non dodici, ma cinque o sei), un
tappeto di foglie morte, un telo di cellophane nero come quello in cui si
ravvolgono miseramente i barboni, un attaccapanni e, in un angolo, un tamburo
Djembe che non verrà mai suonato. Un allestimento spoglio per un monologo
ritmato in una dozzina di frammenti che evocano attraverso un linguaggio ora
sofopoetico, ora per chiaroscuri di memoria, il dramma dei migranti di ieri e
di oggi, delle genti nomadi per necessità economiche o in fuga dalle guerre. La
parabola e i molti destini dei tanti ‘invisibili’, clandestini o meno,
sradicati e assai spesso oggetto di attacchi razzisti e xenofobi, sono ben
lumeggiati nel lavoro di Di Stasi, esimio critico letterario che in età matura
ha scoperto in sé il critico come artista, ossia l’autore-regista, trovando nel
teatro una sua convincente strada espressiva. Se ne fa latore con buona volontà
Surace, che ha il soma, il ‘phisique du role’ giusto per incarnare in modo non
retorico l’eterna figura dell’uomo errante, del transfuga che cerca il suo
posto nel mondo. E devo dire che per una proposta teatrale non ordinaria, non
di facile intrattenimento, mi ha colpito la quantità davvero notevole di
spettatori che ha affollato la platea del Teatro del Lido. Uno spazio che dopo
molte traversie politiche, con chiusure e occupazioni, ha ripreso l’attività
unendo le forze delle associazioni operanti sul territorio, dimostrando che c’è
una domanda culturale non effimera anche alla periferia di Roma. Cosa che
consola non poco di questi tempi dominati dalla comunicazione
‘influenceristica’.
MAO Zedong
privato ► Il mio vecchio
amico e compagno (in Avanguardia Operaia) Paolo Miggiano pubblica un pòst su FB
(13 marzo) in cui fa una brillante, ottima sintesi declinata in molti punti di
un libro inedito in Italia: The Private Life of Chairman Mao.
L’autore è Li Zhisui che è stato dal 1954 al 1976 (anno della morte del ‘Grande
Timoniere’) il medico personale del massimo leader cinese ed è, quindi, un
testimone diretto di tanti retroscena della cupola del comunismo maoista,
nonché di numerosi dettagli sanitari e sessuali della vita di Mao Zedong.
Tradotto in molte lingue, ma proibito in Cina, il volume, come detto, non ha
mai trovato una traduzione italiana. Il report ‘faccialibresco’ di Miggiano è
dunque prezioso per informarci e farci intendere i punti più salienti del
racconto del dottor Li.
Ringraziando Paolo, ho pòstato a mia volta un breve
commento circa le rivelazioni di Li Zhisui sulla vita privata, non esattamente commendevole (lo dico
senza moralismi), di Mao. E aggiungendo che mi piacerebbe leggere un libro
attuale sulla vita privata di Xi Jinping. Sarà cambiato qualcosa nell’arco di
mezzo secolo? Intanto, è rimasto il nome comunista e non si capisce perché.
Anni fa ho avuto un incontro ufficiale con importanti scrittori cinesi
(guardati a vista da agenti del regime) e neppure uno di loro ha mai
pronunciato la parola comunismo e nemmeno socialismo o marxismo. Tutti usavano
e vantavano la parola ‘progresso’ come segno distintivo della Cina
contemporanea. L’ideologia non abita più laggiù, prevale una sorta di
pragmatismo neo confuciano entro una cornice dittatoriale. Suggerisco quindi di
obliare il maoismo (pre e post-’68) e di fare a meno del verbo di vetusti,
decrepiti ideologhi pure qui… augh.
SOGNO D’AMORE ► Tra gli autori di
poesia avviati verso la mezza età che conosco bene, il 44enne Luca Succhiarelli
da Amelia è sicuramente il più appartato e anacronistico, nel senso che si
colloca con forte autocoscienza e volontà fuori del tempo attuale sia poetico,
sia editoriale, e ciò perimetra la sua originalità e connota la sua voce
letteraria estranea alla corrente poetanza ora ripiegata su una interiorità,
non di rado depressa e ‘doloristica’, ora che rimastica moduli sperimentali
palesemente epigonali.
L’ultima impresa poetico-editoriale di Succhiarelli
consta di quattro libretti intitolati Liebestraum I, II, III, IV
(2025), con in copertina, alternate, le effigi rosse di una lupa e di un uomo.
Ogni pubblicazione «è stata composta con il carattere Garamond e stampata su
carta Picasso Bianco dalla Leoni Grafiche…». Ciò che garantisce eleganza e
distinzione ai librini sulle cui pagine galleggiano radi versi, spesso dei
distici, circondati da un abbacinante bianco avorio che è già una
pittura-nonpittura in sé.
I testi elicitano una sorta di ellittico canzoniere di
“sogno d’amore” dove, però, ciò che ha peso è assai più il significante del
significato. Non a caso Succhiarelli scrive: «Solo: parlo, poi tengo dietro al
suono / del mio inattento mio silenzio il suono». Perché ‘johncageanamente’ il
silenzio è suono che quasi rimbomba, diventa ‘rumore bianco’ nello spazio della
pagina. La lingua del poeta umbro calibra un lessico prezioso: «nodo vaccaio… putacaso…
inazzurrato… odorizzata… lacuale colore… ammalorata… deboscia… labbreggi…
rabbocchi… logoteta… mensurale… chiusature… esempigrazia… labiata… latteggio…
sine nomine». Ma talora va anche in corpore vili: «La poesia si toletta qui
accanto, / invece io di altro canto / e brutto butto sperma innamorato». Oppure
si presta al gioco lirico-rimico manieristico: «Voglio non crolli rollando a me
accanto / una palpebra chiusa e se già adusa / voglio che crolli rollando a me
dando / la rima sua palpebrale dischiusa».
Come quando apparve ventenne sulla scena poetica
Succhiarelli con coerenza porta avanti una scrittura in versi ricolma di echi
della grande tradizione italiana (forse addirittura lo ‘stilnovismo’), ma
insieme è ben consapevole della lezione delle avanguardie novecentesche, e
questo gli assicura un dettato mai ingenuo o di mera emulazione. Il suo
isolamento mi sembra una prova di personalità e di autonomia critica.
EPICEDIO ► Il nuovo libro di Elisa
Audino, il suo quarto se non vado errato, tra poesia e narrativa, si situa
giusto in mezzo mescolando versi e prosa per andare a comporre un epicedio
intitolato Necrologia di una chat (Eretica Edizioni, 2026).
L’epicedio è per il padre dell’autrice piemontese, epperò scritto quando il
genitore ancora non era morto. Dunque, elaborato in quella fase che io chiamo
(per molteplice esperienza familiare) della pre-morte. Fase penosa, un poco
anche pensosa, in cui si accompagna il proprio caro alla stazione di arrivo
della sua avventura terrena. Insieme, si vorrebbe da un lato accelerare la
dipartita per accorciare la sofferenza del famiglio, dall’altro lato la si
vorrebbe prolungare indefinitamente per non giungere al fatale distacco. Colpisce
nel libro la lucidità, ma pure il tono critico con cui Elisa lumeggia la vita
complicata nella sua famiglia di origine e i nuovi problemi insorti nella
famiglia che si è creata, dovendo affrontare e sostenere la malattia di un
figlio epilettico. Nella sua nitida post-fazione Audino ci fa comprendere il
senso del libro, rivelando che il padre operaio, tornitore per trentacinque
anni all’Italcementi, si è ammalato sul lavoro, respirando polveri venefiche e
andando incontro a una «demenza vascolare precoce» che è durata vent’anni,
ossia lei dice «per quasi metà della mia vita». Dunque, la sofferenza del
padre, il suo progressivo deficit cognitivo, riconosciuto tardivamente dai
medici, sono ricascati per due decadi sui familiari e, in particolare, sulla
figlia, che poi doveva salvaguardare anche la salute del proprio figlio. È
evidente che non deve essere stato facile mantenere un equilibrio in questa
complessa situazione, ciò che nel libro si manifesta anche con scatti di
contenuta rabbia: «Era nata come una raccolta sulla tua morte a distanza… Ma tu
sei ancora vivo e ora che morte e malattia riguardano di nuovo me, sparisci.
Dici che non sai cosa dire. Non so più cosa farmene di te ora che hai perso la
parola».
È un libro coraggioso questo di Elisa, anche severo nel
mettersi a nudo e nel riflettere su di sé: «è
incredibile come siamo capaci di superare i traumi, come li cancelliamo dalla
nostra mente, li accantoniamo, impariamo a non vedere, come abbia potuto
pensare di fare dei figli dopo aver vissuto tutto questo». Sì, Audino ha
ragione, è incredibile, ma c’è in questo il segreto di una forza vitale
incoercibile che ci permette di non spezzarci, di resettare pure la tragedia e
ripartire. Senza, naturalmente, dimenticare. Ciò che fa, che ha saputo fare
Elisa con una determinazione psico-etica che ha innervato la sua identità di
scrittrice sempre vigile e mai indulgente, come quando osserva: «Lo spettacolo
di chi si prostra per ottenere riconoscimenti è vergognoso in qualsiasi ambito,
ma devo dire, quando sono degli scriventi a farlo è ancora più avvilente. Per
una menzione in più, per una pubblicazione in più».
E pure questo è un doveroso epicedio per le legioni di
poetanti senz’anima, senza dignità, senza decenza, morti dentro.
KAFKA è MUSICA ►
è un saggio di grande importanza Tutto
era musica – Il teatro nella scrittura secondo Franz Kafka (Edizioni di
Pagina, 2026) di Antonio Attisani, studioso, critico e teorico di teatro
(oltreché attore) tra i maggiori in Italia. Un saggio per riferire seriamente
del quale occorrerebbe una competenza approfondita dell’opera dello scrittore
praghese e del teatro yiddish che non possiedo neppure alla lontana. Posso qui
allora soltanto limitarmi a segnalare questo libro in cui Attisani, partendo
dai suoi ponderosi studi sul teatro yiddish tra Ottocento e primo Novecento,
attraversa con indiscutibile potenza ermeneutica alcuni cruciali testi
letterari kafkiani per dare corso ad una angolazione critica, per quel che ne
so inedita, che individua nell’incontro illuminante di Kafka nel 1911 con una
compagnia di teatro yiddish ‘shund’ (cioè popolar-musicale, in un certo senso
paragonabile alla sceneggiata napoletana) un punto di svolta nello stesso suo
approccio alla scrittura narrativa. Ossia, argomenta Attisani, non è la
drammaturgia yiddish in sé che influenza l’autore ebreo-praghese, ma la
teatralità integrale di una compagnia ucraina (la Lemberger Trupe) che si era
esibita nella città ceka. Una teatralità dove si trasfondevano gesto, parola,
suono, canto, azione per una esaltazione dei corpi-teatro in scena in cui,
appunto, “tutto era musica”. Dunque, secondo lo studioso, la sua esperienza di
spettatore di quel teatro yiddish è come una rivelazione sulla «attivazione di
diversi modi della conoscenza… Il teatro come arte che mette in gioco tutte le
arti e il movente della creazione come bisogno di verità, di una
verità che non è una coincidenza tra le parole e le cose, una oggettività da
intendere non come fatticità e cosità, bensì come ricerca, espressione di un
cammino che muove dalle vicende personali alla “generalizzazione” o astrazione,
un lavoro teso a trascendere i significati fissati nella storia e nelle storie
per coglierne il senso attuale». Perciò Kafka trae da un teatro non borghese e
non convenzionale la consapevolezza che «l’essenza coincide con l’esperienza e
la verità non è una condizione stabile bensì una attività incessante, una
partitura di vibrazioni, una composizione continua».
Non posso qui accennare alle mille suggestioni
interpretative che lungo questo asse critico Attisani sviluppa esaminando
numerose opere kafkiane, dal romanzo incompiuto America (Il disperso)
ai racconti del volume Un digiunatore, uscito postumo nel 1924
dopo la morte dello scrittore. Mi resta, comunque, come lettore di questa acuta
e singolare ricollocazione dell’opera di Kafka nel gran teatro del mondo,
l’impressione ulteriormente rafforzata che il suo altissimo e originalissimo
lascito letterario ancora ci pone domande e quesiti inevasi nel contesto dell’attuale,
totalizzante tecno-capitalismo denarocentrico e post-antropocenico, ancora ci
interroga sulla nostra aspirazione «a diventare, almeno in parte, padroni del
nostro destino, attori e attrici del divenire, esseri umani-e-animali in
cammino non soltanto per diventare ciò che si è, ma per tentare di superarsi,
per non adattarsi a essere servi o schiavi creativi». Il Kafka rimeditato da
Attisani non è il nostro passato, ma il nostro futuro che già in-forma o
deforma il presente, investendo la transeunte verità del nostro esserci con una
implacabile spietatezza di sguardo, non privo però in limine di un soffio di
speranza.
STATO DI GUERRA PERMANENTE ►
Su “Alias-il manifesto” del 22 marzo u.s. leggo una assai interessante
recensione di Marco Fioravanti del saggio di Arnaud Orain La confisca del
mondo. Storia del capitalismo della finitudine pubblicato da Einaudi.
Un libro che, esaminando i limiti in qualche modo insuperabili, delle risorse
materiali, energetiche, ecologiche del pianeta rileva come, invece di ripensare
profondamente il proprio modello di sviluppo, l’attuale capitalismo abbia
accentuato le sue caratteristiche ‘oligarchiche, autoritarie, predatorie e rentier’.
Un capitalismo d’assalto lanciato all’appropriazione sfrenata delle fonti e
disponibilità terrestri che spinge a sempre nuovi efferati conflitti e ad una
stretta mercantilista e monopolista e antidemocratica radicale. Fioravanti
termina così il suo lucido articolo: «Se lo scenario più probabile indicato dal
libro di Orain sembrava quello di un’economia di guerra a bassa intensità, gli
ultimi mesi ci hanno esposto a un’accelerazione e a un salto di qualità verso
un contesto in cui le distinzioni tra conflitti locali e globali, tradizionali
e commerciali, sono sfumati nella logica di uno stato di guerra permanente. Si
delinea così all’orizzonte un contro-sistema mondo, il cui slogan sinistro
potrebbe riassumersi in: non ce ne sarà per tutti. L’anticamera
di un novello bellum omnium contra omnes». L’anarchia endogena
del capitalismo predace e l’azione concomitante degli agenti politici del chaos
come Trump e Netanyahu stanno appunto trascinando il mondo ad una guerra
continua di tutti contro tutti e non è difficile prevedere che in questo
allucinante scenario non si salverà nessuno.
IL DIRITTO DELLA FORZA ► «La forza domina
il diritto… necessità non ha legge… i trattati sono pezzi di carta che si
lacerano quando occorra». Sono parole di oggi, pronunciate da gente come Trump,
Putin o Netanyahu o da qualche altro autocrate in giro per il pianeta? No, sono
parole di 110 anni fa asseverate dai dirigenti germanici che precedono appena
lo scoppio della Prima guerra mondiale e che leggo nella riproduzione
anastatica del Corriere della Sera del 24 maggio 1915, il giorno dell’entrata
in guerra dell’Italia monarchico-sabauda contro l’Austria-Ungheria.
Dunque, dopo oltre un secolo, due conflitti mondiali,
innumeri altre guerre, immani ecatombi, siamo tornati alla medesima visione,
che il diritto della forza deve prevalere sulla forza del diritto, e tanto
peggio per i difensori del diritto internazionale, per i movimenti
transnazionali che si battono per la pace e il disarmo, per i sostenitori della
diplomazia contro la politica di missili, bombe, droni, cannoni e arsenali
bellici a dismisura. La historia non è mai stata ‘magistra’ di niente, ma ora
l’ignoranza e la follia delle élites politiche mondiali (non tutte per fortuna)
sembra la premessa o la promessa di un annientamento planetario dell’umanità.
Chi le fermerà?
GUERRA, PATRIOTTISMO E IL VATE ►
Sempre sulla copia anastatica del Corsera del 24 maggio 1915 è sommamente
istruttivo leggere un colonnino a pagina 6 che fa comprendere assai bene quanto
era forte allora il nodo patriottismo-guerra. Sotto il titolo “Corriere
teatrale – Dimostrazioni patriottiche nei teatri” ecco pari pari la bombastica cronaca
milanese del giornale:
«Una giornata consacrata alle dimostrazioni patriottiche
quella di ieri nei teatri. Al Manzoni le due repliche di Romanticismo
hanno richiamato il pubblico in folla: alla sera il teatro era esaurito. La
rappresentazione – occorre dirlo? – si è svolta tra il più grande entusiasmo
degli spettatori. Le acclamazioni scoppiavano continuamente per intensificarsi
ad ogni calar di sipario. Dopo il terz’atto Lyda Borelli venne al proscenio
impugnando un vessillo tricolore. L’accolse un applauso fragoroso e grida di:
“Evviva l’Italia!”. Il vessillo nazionale fu sventolato, in piccole e grandi
dimensioni, da palchi e poltrone e la sala assunse così in un momento una
nuova, festosa e solenne animazione. Lyda Borelli disse poi il Saluto
italico di Giosue Carducci, suscitando un nuovo impeto di entusiasmo.
Il pubblico volle Ermete Novelli alla ribalta perché dicesse un monologo. – Un
monologo? – osservò Novelli. – No, il miglior monologo è il grido di: “Evviva
l’Italia!”. E il grido fu ripetuto dagli spettatori…
Anche all’Olimpia il nobilissimo dramma di Gerolamo
Rovetta, dato dalla Compagnia Gramatica-Carini-Gandusio-Piperno, ha avuto un
successo clamoroso: anche qui in mattinata e alla sera una folla vibrante di
entusiasmo patriottico. Il conte di Rienz, impersonato da Piperno, fu fischiato
e urlato senza misericordia. E il Piperno, per redimersi della sua parte di
austriaco, sventolò un fazzoletto tricolore che gli procurò una caldissima
dimostrazione. Nella mattinata echeggiarono nella sala le note dell’Inno di
Garibaldi e della Marsigliese. Era il pubblico che cantava.
Lo spettacolo ebbe anche un intermezzo burrascoso: la
frase antipatriottica di uno spettatore confuso nella folla della platea,
provocò lo sdegno e l’ira del pubblico. Per reazione venne intonato l’Inno di
Mameli e gli spettatori espressero ancora una volta a gran voce tutto il loro
ardore patriottico quando Luigi Carini disse il Saluto italico di
Giosue Carducci. L’ovazione che accolse la fine dell’ode carducciana durò
qualche minuto, irrefrenabile. La sala era gremita in modo impressionante.
Questa sera all’Olimpia ancora Romanticismo. Lo spettacolo è in
onore di Luigi Carini, il quale leggerà l’Ode per la resurrezione latina
di Gabriele d’Annunzio e Il monumento a Dante di Carducci. Al
Carcano durante lo spettacolo pro artisti disoccupati venne eseguito un inno
del maestro Anfosso che fu applauditissimo: e al Fossati – ultima
rappresentazione della Compagnia diretta da Giulio Marchetti – vennero cantati
diversi inni patriottici».
Ecco già alla vigilia della dichiarazione dell’entrata in
guerra dell’Italia contro i cosiddetti imperi centrali, la propaganda
filobellica inondava i teatri del Belpaese e anche un solo dissenziente veniva
tacciato di antipatriottismo e, dunque, di essere un traditore. Ché il
nazionalismo è bifronte: tanto anima e nutre lo sconfinato amor di patria,
quanto accende l’odio profondo verso chiunque non sia d’accordo. E il
nazionalismo tardo o pseudo-risorgimentale coinvolgeva, 111 anni fa, la
stragrande maggioranza degli intellettuali e operatori culturali italici. A tal
proposito, è assai interessante leggere, sulla medesima sesta pagina del
Corsera una notiziola riguardante il capofila poetico dell’interventismo:
«Roma, 23 maggio, notte: Gabriele d’Annunzio ieri alle
19.30 fu ricevuto dal ministro della marina ammiraglio Viale, col quale si è
intrattenuto a colloquio per circa tre quarti d’ora. Nell’uscire, il poeta, fu
oggetto d’un festoso saluto da parte di numerosi funzionari ed ufficiali.
Oggi alle 15.30 d’Annunzio è stato ricevuto dal ministro
della guerra, generale Zupelli. La conversazione è durata più di mezz’ora ed è
stata cordialissima. All’uscita, Gabriele d’Annunzio è stato applaudito da
militari e ufficiali e da numerosi gruppi di persone che attendevano nell’atrio
del palazzo».
Uno si potrebbe chiedere oggi: ma a che titolo il Vate
veniva allora ricevuto dai ministri della Guerra e della Marina? In quanto
autonominato Comandante delle plebi patriottiche? Probabilmente perché il
poeta, formidabile rètore patriottardo, era il più efficace e popolare
propagandista delle ragioni della guerra e dell’incitamento a rispondere al
reclutamento in vista del prevedibile Grande Macello di quel conflitto in cui
si stima che morirono circa 650mila soldati nostrani.
Nel tempo presente in cui i venti di guerra hanno ripreso
a soffiare potenti e minacciosi, dobbiamo essere felici che non ci siano vati o
artisti-simbolo che eccitano le folle alla follia guerresca. È però anche vero
che oltre un secolo fa un poeta poteva avere un ruolo di primo piano e una
grande influenza nel contesto politico e sociale nazionale. Oggi poeti e
artisti in genere, di qualsivoglia ispecie, sono irrilevanti, contano meno che
nulla. Sono dei paria socio-politici. La cultura è totalmente fuori gioco. La
‘cultura’ che ha visibilità di massa è quella, al massimo, delle cinefarse di
Checco Zalone. E questo sottolinea il silenzio e l’impotenza di tutti noi…
augh.
BEPPE SEBASTE,
R.I.P. ► Pòst su FB (6
aprile): Poche ore fa
mi raggiunto la triste notizia che è morto stamattina a 66 anni Beppe Sebaste,
scrittore, poeta e, se posso dire, intellettuale critico di acclarato talento e
di forte spessore culturale.
Persona amica
e interlocutore sempre acuto e stimolante, Beppe non lo vedevo e sentivo da
cinque anni, dopo che lui era stato travolto da un trauma familiare-personale
che aveva scosso la sua psiche e, poi, da gravi problemi di salute. Il mio
immediato ricordo va alle molte volte in cui sono stato suo ospite nella
bellissima casa-loft-galleria d'arte in cui viveva al centro di Narni in
Umbria. E, anzi, fu proprio nel suo generoso e creativo antro
domestico-artistico che presentai in anteprima nel 2017 il mio recital La
Rivoluzione volante tratto da Majakovskij, giusto nel centenario della
Rivoluzione d'Ottobre. Mi addolora assai la sua dipartita e non lo
dimenticherò. R.I.P.
P.S. - in
omaggio a Beppe voglio pòstare qui una sua poesia che ho amato molto e che mi è
capitato una volta di recitare:
Poesia per gli anni zero (Storia
con fantasmi)
Un giorno luminoso d’autunno
in cui c’erano a Roma numerosi
cortei -
e perfino alle tue orecchie
arrivavano i suoni e le voci
mentre sul tavolo in cucina
riordinavi
le pagine del tuo romanzo e
sul fuoco bolliva l’acqua col
riso che
avresti mischiato ai fagioli (black
beans)
e in cielo rombavano elicotteri
(sicuramente in cerca di
rivoluzionari sovversivi) -
tu guardi le foglie giallo oro
dei platani,
gli indumenti colorati stesi a
asciugare sul tetto che
volteggiano felici nell’aria, le
misteriose scie bianche nel cielo
azzurro (sicuramente
reazionarie) e pensi alla
bellezza
delle manifestazioni degli
studenti
che si proteggono con scudi di
cartone
a forma di copertine di libri da
salvare
coi titoli scritti a mano
e portano altri cartelli a difesa
della scuola
fagocitata dalla “crisi
finanziaria”
con su scritto ad esempio «LA
POESIA
è CONTRO IL CAPITALISMO».
In quell’istante desideri e
quindi prometti
che qualsiasi cosa scriverai e
qualunque forma
prenda quello che stai scrivendo
vi sarebbe stato traccia di
questo, queste
concomitanze - il riso
che bolle i fagioli neri già
pronti
il cielo azzurro i panni stesi
colorati
i volti e i libri-scudo degli
studenti
tra i quali ricordi
1984 di George Orwell
Sulla strada di Jack Kerouac
Il mondo salvato dai ragazzini di
Elsa Morante.
Aprile 2026
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