diario d’autore (31): note random su d. di stasi; mao z. ; L. SUCCHIARELLI; e. audino; a. attisani, f. kafka; A. Orain; diritto della forza; guerra, patriottismo, d’annunzio; B. sebaste

 

di Marco Palladini

 

SEDIE A TEATRO12 sedie è un titolo che non può non richiamare la celebre pièce del Teatro dell’Assurdo Le sedie di Eugene Ionesco, ma volendo pure il Teatro delle 13 File, il luogo mitopoietico a Opole in Polonia, dove Jerzy Grotoswki tra fine anni ’50 e metà anni ’60 dello scorso secolo mise a punto la sua rivoluzione d’avanguardia che venne siglata dall’etichetta di Teatro Povero. Povera, ma non culturalmente, è questa messinscena di un testo scritto e diretto da Donato Di Stasi e interpretato da Mimmo Surace, che ho visto al Teatro del Lido di Ostia. Sul palco solo alcune sedie di plastica (non dodici, ma cinque o sei), un tappeto di foglie morte, un telo di cellophane nero come quello in cui si ravvolgono miseramente i barboni, un attaccapanni e, in un angolo, un tamburo Djembe che non verrà mai suonato. Un allestimento spoglio per un monologo ritmato in una dozzina di frammenti che evocano attraverso un linguaggio ora sofopoetico, ora per chiaroscuri di memoria, il dramma dei migranti di ieri e di oggi, delle genti nomadi per necessità economiche o in fuga dalle guerre. La parabola e i molti destini dei tanti ‘invisibili’, clandestini o meno, sradicati e assai spesso oggetto di attacchi razzisti e xenofobi, sono ben lumeggiati nel lavoro di Di Stasi, esimio critico letterario che in età matura ha scoperto in sé il critico come artista, ossia l’autore-regista, trovando nel teatro una sua convincente strada espressiva. Se ne fa latore con buona volontà Surace, che ha il soma, il ‘phisique du role’ giusto per incarnare in modo non retorico l’eterna figura dell’uomo errante, del transfuga che cerca il suo posto nel mondo. E devo dire che per una proposta teatrale non ordinaria, non di facile intrattenimento, mi ha colpito la quantità davvero notevole di spettatori che ha affollato la platea del Teatro del Lido. Uno spazio che dopo molte traversie politiche, con chiusure e occupazioni, ha ripreso l’attività unendo le forze delle associazioni operanti sul territorio, dimostrando che c’è una domanda culturale non effimera anche alla periferia di Roma. Cosa che consola non poco di questi tempi dominati dalla comunicazione ‘influenceristica’.        

 

MAO Zedong privato ► Il mio vecchio amico e compagno (in Avanguardia Operaia) Paolo Miggiano pubblica un pòst su FB (13 marzo) in cui fa una brillante, ottima sintesi declinata in molti punti di un libro inedito in Italia: The Private Life of Chairman Mao. L’autore è Li Zhisui che è stato dal 1954 al 1976 (anno della morte del ‘Grande Timoniere’) il medico personale del massimo leader cinese ed è, quindi, un testimone diretto di tanti retroscena della cupola del comunismo maoista, nonché di numerosi dettagli sanitari e sessuali della vita di Mao Zedong. Tradotto in molte lingue, ma proibito in Cina, il volume, come detto, non ha mai trovato una traduzione italiana. Il report ‘faccialibresco’ di Miggiano è dunque prezioso per informarci e farci intendere i punti più salienti del racconto del dottor Li.    

Ringraziando Paolo, ho pòstato a mia volta un breve commento circa le rivelazioni di Li Zhisui sulla vita privata, non esattamente commendevole (lo dico senza moralismi), di Mao. E aggiungendo che mi piacerebbe leggere un libro attuale sulla vita privata di Xi Jinping. Sarà cambiato qualcosa nell’arco di mezzo secolo? Intanto, è rimasto il nome comunista e non si capisce perché. Anni fa ho avuto un incontro ufficiale con importanti scrittori cinesi (guardati a vista da agenti del regime) e neppure uno di loro ha mai pronunciato la parola comunismo e nemmeno socialismo o marxismo. Tutti usavano e vantavano la parola ‘progresso’ come segno distintivo della Cina contemporanea. L’ideologia non abita più laggiù, prevale una sorta di pragmatismo neo confuciano entro una cornice dittatoriale. Suggerisco quindi di obliare il maoismo (pre e post-’68) e di fare a meno del verbo di vetusti, decrepiti ideologhi pure qui… augh.

 

SOGNO D’AMORE ► Tra gli autori di poesia avviati verso la mezza età che conosco bene, il 44enne Luca Succhiarelli da Amelia è sicuramente il più appartato e anacronistico, nel senso che si colloca con forte autocoscienza e volontà fuori del tempo attuale sia poetico, sia editoriale, e ciò perimetra la sua originalità e connota la sua voce letteraria estranea alla corrente poetanza ora ripiegata su una interiorità, non di rado depressa e ‘doloristica’, ora che rimastica moduli sperimentali palesemente epigonali.

L’ultima impresa poetico-editoriale di Succhiarelli consta di quattro libretti intitolati Liebestraum I, II, III, IV (2025), con in copertina, alternate, le effigi rosse di una lupa e di un uomo. Ogni pubblicazione «è stata composta con il carattere Garamond e stampata su carta Picasso Bianco dalla Leoni Grafiche…». Ciò che garantisce eleganza e distinzione ai librini sulle cui pagine galleggiano radi versi, spesso dei distici, circondati da un abbacinante bianco avorio che è già una pittura-nonpittura in sé.

I testi elicitano una sorta di ellittico canzoniere di “sogno d’amore” dove, però, ciò che ha peso è assai più il significante del significato. Non a caso Succhiarelli scrive: «Solo: parlo, poi tengo dietro al suono / del mio inattento mio silenzio il suono». Perché ‘johncageanamente’ il silenzio è suono che quasi rimbomba, diventa ‘rumore bianco’ nello spazio della pagina. La lingua del poeta umbro calibra un lessico prezioso: «nodo vaccaio… putacaso… inazzurrato… odorizzata… lacuale colore… ammalorata… deboscia… labbreggi… rabbocchi… logoteta… mensurale… chiusature… esempigrazia… labiata… latteggio… sine nomine». Ma talora va anche in corpore vili: «La poesia si toletta qui accanto, / invece io di altro canto / e brutto butto sperma innamorato». Oppure si presta al gioco lirico-rimico manieristico: «Voglio non crolli rollando a me accanto / una palpebra chiusa e se già adusa / voglio che crolli rollando a me dando / la rima sua palpebrale dischiusa».

Come quando apparve ventenne sulla scena poetica Succhiarelli con coerenza porta avanti una scrittura in versi ricolma di echi della grande tradizione italiana (forse addirittura lo ‘stilnovismo’), ma insieme è ben consapevole della lezione delle avanguardie novecentesche, e questo gli assicura un dettato mai ingenuo o di mera emulazione. Il suo isolamento mi sembra una prova di personalità e di autonomia critica.           

    

EPICEDIO ► Il nuovo libro di Elisa Audino, il suo quarto se non vado errato, tra poesia e narrativa, si situa giusto in mezzo mescolando versi e prosa per andare a comporre un epicedio intitolato Necrologia di una chat (Eretica Edizioni, 2026). L’epicedio è per il padre dell’autrice piemontese, epperò scritto quando il genitore ancora non era morto. Dunque, elaborato in quella fase che io chiamo (per molteplice esperienza familiare) della pre-morte. Fase penosa, un poco anche pensosa, in cui si accompagna il proprio caro alla stazione di arrivo della sua avventura terrena. Insieme, si vorrebbe da un lato accelerare la dipartita per accorciare la sofferenza del famiglio, dall’altro lato la si vorrebbe prolungare indefinitamente per non giungere al fatale distacco. Colpisce nel libro la lucidità, ma pure il tono critico con cui Elisa lumeggia la vita complicata nella sua famiglia di origine e i nuovi problemi insorti nella famiglia che si è creata, dovendo affrontare e sostenere la malattia di un figlio epilettico. Nella sua nitida post-fazione Audino ci fa comprendere il senso del libro, rivelando che il padre operaio, tornitore per trentacinque anni all’Italcementi, si è ammalato sul lavoro, respirando polveri venefiche e andando incontro a una «demenza vascolare precoce» che è durata vent’anni, ossia lei dice «per quasi metà della mia vita». Dunque, la sofferenza del padre, il suo progressivo deficit cognitivo, riconosciuto tardivamente dai medici, sono ricascati per due decadi sui familiari e, in particolare, sulla figlia, che poi doveva salvaguardare anche la salute del proprio figlio. È evidente che non deve essere stato facile mantenere un equilibrio in questa complessa situazione, ciò che nel libro si manifesta anche con scatti di contenuta rabbia: «Era nata come una raccolta sulla tua morte a distanza… Ma tu sei ancora vivo e ora che morte e malattia riguardano di nuovo me, sparisci. Dici che non sai cosa dire. Non so più cosa farmene di te ora che hai perso la parola». 

È un libro coraggioso questo di Elisa, anche severo nel mettersi a nudo e nel riflettere su di sé: «è incredibile come siamo capaci di superare i traumi, come li cancelliamo dalla nostra mente, li accantoniamo, impariamo a non vedere, come abbia potuto pensare di fare dei figli dopo aver vissuto tutto questo». Sì, Audino ha ragione, è incredibile, ma c’è in questo il segreto di una forza vitale incoercibile che ci permette di non spezzarci, di resettare pure la tragedia e ripartire. Senza, naturalmente, dimenticare. Ciò che fa, che ha saputo fare Elisa con una determinazione psico-etica che ha innervato la sua identità di scrittrice sempre vigile e mai indulgente, come quando osserva: «Lo spettacolo di chi si prostra per ottenere riconoscimenti è vergognoso in qualsiasi ambito, ma devo dire, quando sono degli scriventi a farlo è ancora più avvilente. Per una menzione in più, per una pubblicazione in più».

E pure questo è un doveroso epicedio per le legioni di poetanti senz’anima, senza dignità, senza decenza, morti dentro.             

 

KAFKA è MUSICAè un saggio di grande importanza Tutto era musica – Il teatro nella scrittura secondo Franz Kafka (Edizioni di Pagina, 2026) di Antonio Attisani, studioso, critico e teorico di teatro (oltreché attore) tra i maggiori in Italia. Un saggio per riferire seriamente del quale occorrerebbe una competenza approfondita dell’opera dello scrittore praghese e del teatro yiddish che non possiedo neppure alla lontana. Posso qui allora soltanto limitarmi a segnalare questo libro in cui Attisani, partendo dai suoi ponderosi studi sul teatro yiddish tra Ottocento e primo Novecento, attraversa con indiscutibile potenza ermeneutica alcuni cruciali testi letterari kafkiani per dare corso ad una angolazione critica, per quel che ne so inedita, che individua nell’incontro illuminante di Kafka nel 1911 con una compagnia di teatro yiddish ‘shund’ (cioè popolar-musicale, in un certo senso paragonabile alla sceneggiata napoletana) un punto di svolta nello stesso suo approccio alla scrittura narrativa. Ossia, argomenta Attisani, non è la drammaturgia yiddish in sé che influenza l’autore ebreo-praghese, ma la teatralità integrale di una compagnia ucraina (la Lemberger Trupe) che si era esibita nella città ceka. Una teatralità dove si trasfondevano gesto, parola, suono, canto, azione per una esaltazione dei corpi-teatro in scena in cui, appunto, “tutto era musica”. Dunque, secondo lo studioso, la sua esperienza di spettatore di quel teatro yiddish è come una rivelazione sulla «attivazione di diversi modi della conoscenza… Il teatro come arte che mette in gioco tutte le arti e il movente della creazione come bisogno di verità, di una verità che non è una coincidenza tra le parole e le cose, una oggettività da intendere non come fatticità e cosità, bensì come ricerca, espressione di un cammino che muove dalle vicende personali alla “generalizzazione” o astrazione, un lavoro teso a trascendere i significati fissati nella storia e nelle storie per coglierne il senso attuale». Perciò Kafka trae da un teatro non borghese e non convenzionale la consapevolezza che «l’essenza coincide con l’esperienza e la verità non è una condizione stabile bensì una attività incessante, una partitura di vibrazioni, una composizione continua».

Non posso qui accennare alle mille suggestioni interpretative che lungo questo asse critico Attisani sviluppa esaminando numerose opere kafkiane, dal romanzo incompiuto America (Il disperso) ai racconti del volume Un digiunatore, uscito postumo nel 1924 dopo la morte dello scrittore. Mi resta, comunque, come lettore di questa acuta e singolare ricollocazione dell’opera di Kafka nel gran teatro del mondo, l’impressione ulteriormente rafforzata che il suo altissimo e originalissimo lascito letterario ancora ci pone domande e quesiti inevasi nel contesto dell’attuale, totalizzante tecno-capitalismo denarocentrico e post-antropocenico, ancora ci interroga sulla nostra aspirazione «a diventare, almeno in parte, padroni del nostro destino, attori e attrici del divenire, esseri umani-e-animali in cammino non soltanto per diventare ciò che si è, ma per tentare di superarsi, per non adattarsi a essere servi o schiavi creativi». Il Kafka rimeditato da Attisani non è il nostro passato, ma il nostro futuro che già in-forma o deforma il presente, investendo la transeunte verità del nostro esserci con una implacabile spietatezza di sguardo, non privo però in limine di un soffio di speranza. 

 

STATO DI GUERRA PERMANENTE ► Su “Alias-il manifesto” del 22 marzo u.s. leggo una assai interessante recensione di Marco Fioravanti del saggio di Arnaud Orain La confisca del mondo. Storia del capitalismo della finitudine pubblicato da Einaudi. Un libro che, esaminando i limiti in qualche modo insuperabili, delle risorse materiali, energetiche, ecologiche del pianeta rileva come, invece di ripensare profondamente il proprio modello di sviluppo, l’attuale capitalismo abbia accentuato le sue caratteristiche ‘oligarchiche, autoritarie, predatorie e rentier’. Un capitalismo d’assalto lanciato all’appropriazione sfrenata delle fonti e disponibilità terrestri che spinge a sempre nuovi efferati conflitti e ad una stretta mercantilista e monopolista e antidemocratica radicale. Fioravanti termina così il suo lucido articolo: «Se lo scenario più probabile indicato dal libro di Orain sembrava quello di un’economia di guerra a bassa intensità, gli ultimi mesi ci hanno esposto a un’accelerazione e a un salto di qualità verso un contesto in cui le distinzioni tra conflitti locali e globali, tradizionali e commerciali, sono sfumati nella logica di uno stato di guerra permanente. Si delinea così all’orizzonte un contro-sistema mondo, il cui slogan sinistro potrebbe riassumersi in: non ce ne sarà per tutti. L’anticamera di un novello bellum omnium contra omnes». L’anarchia endogena del capitalismo predace e l’azione concomitante degli agenti politici del chaos come Trump e Netanyahu stanno appunto trascinando il mondo ad una guerra continua di tutti contro tutti e non è difficile prevedere che in questo allucinante scenario non si salverà nessuno.   

 

IL DIRITTO DELLA FORZA ► «La forza domina il diritto… necessità non ha legge… i trattati sono pezzi di carta che si lacerano quando occorra». Sono parole di oggi, pronunciate da gente come Trump, Putin o Netanyahu o da qualche altro autocrate in giro per il pianeta? No, sono parole di 110 anni fa asseverate dai dirigenti germanici che precedono appena lo scoppio della Prima guerra mondiale e che leggo nella riproduzione anastatica del Corriere della Sera del 24 maggio 1915, il giorno dell’entrata in guerra dell’Italia monarchico-sabauda contro l’Austria-Ungheria.

Dunque, dopo oltre un secolo, due conflitti mondiali, innumeri altre guerre, immani ecatombi, siamo tornati alla medesima visione, che il diritto della forza deve prevalere sulla forza del diritto, e tanto peggio per i difensori del diritto internazionale, per i movimenti transnazionali che si battono per la pace e il disarmo, per i sostenitori della diplomazia contro la politica di missili, bombe, droni, cannoni e arsenali bellici a dismisura. La historia non è mai stata ‘magistra’ di niente, ma ora l’ignoranza e la follia delle élites politiche mondiali (non tutte per fortuna) sembra la premessa o la promessa di un annientamento planetario dell’umanità. Chi le fermerà?        

 

GUERRA, PATRIOTTISMO E IL VATE ► Sempre sulla copia anastatica del Corsera del 24 maggio 1915 è sommamente istruttivo leggere un colonnino a pagina 6 che fa comprendere assai bene quanto era forte allora il nodo patriottismo-guerra. Sotto il titolo “Corriere teatrale – Dimostrazioni patriottiche nei teatri” ecco pari pari la bombastica cronaca milanese del giornale:

«Una giornata consacrata alle dimostrazioni patriottiche quella di ieri nei teatri. Al Manzoni le due repliche di Romanticismo hanno richiamato il pubblico in folla: alla sera il teatro era esaurito. La rappresentazione – occorre dirlo? – si è svolta tra il più grande entusiasmo degli spettatori. Le acclamazioni scoppiavano continuamente per intensificarsi ad ogni calar di sipario. Dopo il terz’atto Lyda Borelli venne al proscenio impugnando un vessillo tricolore. L’accolse un applauso fragoroso e grida di: “Evviva l’Italia!”. Il vessillo nazionale fu sventolato, in piccole e grandi dimensioni, da palchi e poltrone e la sala assunse così in un momento una nuova, festosa e solenne animazione. Lyda Borelli disse poi il Saluto italico di Giosue Carducci, suscitando un nuovo impeto di entusiasmo. Il pubblico volle Ermete Novelli alla ribalta perché dicesse un monologo. – Un monologo? – osservò Novelli. – No, il miglior monologo è il grido di: “Evviva l’Italia!”. E il grido fu ripetuto dagli spettatori…

Anche all’Olimpia il nobilissimo dramma di Gerolamo Rovetta, dato dalla Compagnia Gramatica-Carini-Gandusio-Piperno, ha avuto un successo clamoroso: anche qui in mattinata e alla sera una folla vibrante di entusiasmo patriottico. Il conte di Rienz, impersonato da Piperno, fu fischiato e urlato senza misericordia. E il Piperno, per redimersi della sua parte di austriaco, sventolò un fazzoletto tricolore che gli procurò una caldissima dimostrazione. Nella mattinata echeggiarono nella sala le note dell’Inno di Garibaldi e della Marsigliese. Era il pubblico che cantava.

Lo spettacolo ebbe anche un intermezzo burrascoso: la frase antipatriottica di uno spettatore confuso nella folla della platea, provocò lo sdegno e l’ira del pubblico. Per reazione venne intonato l’Inno di Mameli e gli spettatori espressero ancora una volta a gran voce tutto il loro ardore patriottico quando Luigi Carini disse il Saluto italico di Giosue Carducci. L’ovazione che accolse la fine dell’ode carducciana durò qualche minuto, irrefrenabile. La sala era gremita in modo impressionante. Questa sera all’Olimpia ancora Romanticismo. Lo spettacolo è in onore di Luigi Carini, il quale leggerà l’Ode per la resurrezione latina di Gabriele d’Annunzio e Il monumento a Dante di Carducci. Al Carcano durante lo spettacolo pro artisti disoccupati venne eseguito un inno del maestro Anfosso che fu applauditissimo: e al Fossati – ultima rappresentazione della Compagnia diretta da Giulio Marchetti – vennero cantati diversi inni patriottici».

 

Ecco già alla vigilia della dichiarazione dell’entrata in guerra dell’Italia contro i cosiddetti imperi centrali, la propaganda filobellica inondava i teatri del Belpaese e anche un solo dissenziente veniva tacciato di antipatriottismo e, dunque, di essere un traditore. Ché il nazionalismo è bifronte: tanto anima e nutre lo sconfinato amor di patria, quanto accende l’odio profondo verso chiunque non sia d’accordo. E il nazionalismo tardo o pseudo-risorgimentale coinvolgeva, 111 anni fa, la stragrande maggioranza degli intellettuali e operatori culturali italici. A tal proposito, è assai interessante leggere, sulla medesima sesta pagina del Corsera una notiziola riguardante il capofila poetico dell’interventismo:

«Roma, 23 maggio, notte: Gabriele d’Annunzio ieri alle 19.30 fu ricevuto dal ministro della marina ammiraglio Viale, col quale si è intrattenuto a colloquio per circa tre quarti d’ora. Nell’uscire, il poeta, fu oggetto d’un festoso saluto da parte di numerosi funzionari ed ufficiali.

Oggi alle 15.30 d’Annunzio è stato ricevuto dal ministro della guerra, generale Zupelli. La conversazione è durata più di mezz’ora ed è stata cordialissima. All’uscita, Gabriele d’Annunzio è stato applaudito da militari e ufficiali e da numerosi gruppi di persone che attendevano nell’atrio del palazzo».


Uno si potrebbe chiedere oggi: ma a che titolo il Vate veniva allora ricevuto dai ministri della Guerra e della Marina? In quanto autonominato Comandante delle plebi patriottiche? Probabilmente perché il poeta, formidabile rètore patriottardo, era il più efficace e popolare propagandista delle ragioni della guerra e dell’incitamento a rispondere al reclutamento in vista del prevedibile Grande Macello di quel conflitto in cui si stima che morirono circa 650mila soldati nostrani.

Nel tempo presente in cui i venti di guerra hanno ripreso a soffiare potenti e minacciosi, dobbiamo essere felici che non ci siano vati o artisti-simbolo che eccitano le folle alla follia guerresca. È però anche vero che oltre un secolo fa un poeta poteva avere un ruolo di primo piano e una grande influenza nel contesto politico e sociale nazionale. Oggi poeti e artisti in genere, di qualsivoglia ispecie, sono irrilevanti, contano meno che nulla. Sono dei paria socio-politici. La cultura è totalmente fuori gioco. La ‘cultura’ che ha visibilità di massa è quella, al massimo, delle cinefarse di Checco Zalone. E questo sottolinea il silenzio e l’impotenza di tutti noi… augh.               

 

BEPPE SEBASTE, R.I.P. ► Pòst su FB (6 aprile): Poche ore fa mi raggiunto la triste notizia che è morto stamattina a 66 anni Beppe Sebaste, scrittore, poeta e, se posso dire, intellettuale critico di acclarato talento e di forte spessore culturale.

Persona amica e interlocutore sempre acuto e stimolante, Beppe non lo vedevo e sentivo da cinque anni, dopo che lui era stato travolto da un trauma familiare-personale che aveva scosso la sua psiche e, poi, da gravi problemi di salute. Il mio immediato ricordo va alle molte volte in cui sono stato suo ospite nella bellissima casa-loft-galleria d'arte in cui viveva al centro di Narni in Umbria. E, anzi, fu proprio nel suo generoso e creativo antro domestico-artistico che presentai in anteprima nel 2017 il mio recital La Rivoluzione volante tratto da Majakovskij, giusto nel centenario della Rivoluzione d'Ottobre. Mi addolora assai la sua dipartita e non lo dimenticherò. R.I.P.

 

P.S. - in omaggio a Beppe voglio pòstare qui una sua poesia che ho amato molto e che mi è capitato una volta di recitare:

 

Poesia per gli anni zero (Storia con fantasmi)

 

Un giorno luminoso d’autunno

in cui c’erano a Roma numerosi cortei -

e perfino alle tue orecchie arrivavano i suoni e le voci

mentre sul tavolo in cucina riordinavi

le pagine del tuo romanzo e

sul fuoco bolliva l’acqua col riso che

avresti mischiato ai fagioli (black beans)

e in cielo rombavano elicotteri

(sicuramente in cerca di rivoluzionari sovversivi) -

tu guardi le foglie giallo oro dei platani,

gli indumenti colorati stesi a asciugare sul tetto che

volteggiano felici nell’aria, le

misteriose scie bianche nel cielo azzurro (sicuramente

reazionarie) e pensi alla bellezza

delle manifestazioni degli studenti

che si proteggono con scudi di cartone

a forma di copertine di libri da salvare

coi titoli scritti a mano

e portano altri cartelli a difesa della scuola

fagocitata dalla “crisi finanziaria”

con su scritto ad esempio «LA POESIA

è CONTRO IL CAPITALISMO».

In quell’istante desideri e quindi prometti

che qualsiasi cosa scriverai e qualunque forma

prenda quello che stai scrivendo

vi sarebbe stato traccia di questo, queste

concomitanze - il riso

che bolle i fagioli neri già pronti

il cielo azzurro i panni stesi colorati

i volti e i libri-scudo degli studenti

tra i quali ricordi

1984 di George Orwell

Sulla strada di Jack Kerouac

Il mondo salvato dai ragazzini di

Elsa Morante.

 

 

Aprile 2026

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