italo Calvino – 1 : la combinatoria e i “fantasmi” dell’intelligenza artificiale
di Simona Cigliana
Il saggio che viene ripubblicato su “L’Age
d’Or-Bardamu”, Cibernetica e fantasmi: dal cervello
elettronico all’utopia, comparve nel dicembre 2012 sul numero 34-35-36 de “L’Illuminista”
(alle pp. 85-102), “rivista di cultura contemporanea” fondata nel 2000 da
Walter Pedullà, da lui diretta per oltre un ventennio (per un totale di quasi
settanta numeri), di cui, per quasi altrettanto tempo, sono stata segretaria di
redazione. Il mio scritto è datato dunque ad oltre quattordici anni fa; suo
baricentro gravitazionale, inoltre, è il testo della conferenza omonima, Cibernetica
e fantasmi, tenuta da Italo Calvino nel novembre 1967, poi pubblicato con il titolo Appunti
sulla narrativa come processo combinatorio alla fine del 1968 (su «Nuova Corrente» n.47-48) e infine raccolto in Una pietra sopra. Discorsi di letteratura e società (Torino, Einaudi, 1980). Sono perciò trascorsi ben cinquantanove anni
da quando l’autore di Ti con zero formulò i concetti espressi nel suo
discorso, eppure essi sono ancora in grado di dialogare con l’attualità, di
aprire una riflessione capace di interagire proficuamente con il dibattito in
corso sul rapporto tra intelligenza artificiale, creatività e scrittura.
Rileggere oggi i saggi di Una pietra sopra
sollecita, oltre che una riflessione spassionata sul presente, un senso di
viva ammirazione, non solo per la lucida tenuta teorica delle argomentazioni
anticipatorie che tramano lo scritto, ma anche per la resilienza dell’impegno
militante che le anima. Pur consapevole
delle insidie del «labirinto», Calvino non rinunciò mai a cercare il filo di
Arianna che potesse indicarne l’uscita: un “filo” che sia intessuto di
intelligenza critica ma soprattutto sostanziato di materia etica.
Certo, lo
scrittore discute nella sua disanima di «cibernetica» e di «logica
combinatoria», laddove adesso parleremmo di intelligenza artificiale o
generativa; tuttavia egli riesce a descrivere, quasi ad antivedere, assetti e
processi che si sarebbero inverati solo molto più tardi. È proprio del genio
critico, del resto, intuire le direzioni essenziali verso le quali muove il
presente: come sottolineava Walter Benjamin, la storia conosce periodi in cui
il pensiero «mira a determinati risultati, i quali potranno per forza essere
ottenuti soltanto a un livello tecnico diverso»: «le stravaganze che da ciò
conseguono procedono in realtà dal loro centro di forza storicamente più
ricco».[i]
Di fatto, ciò che sul finire degli anni Sessanta poteva apparire una proiezione
avveniristica, un esercizio di stile di ascendenza oulipiana o un
sperimentazione mentale ai margini della letteratura, sul filo del paradosso ‒
una «stravaganza, appunto ‒, si è tradotto così, nel giro di un arco temporale
relativamente breve, in un dato
sovvertitore di realtà acquisite da millenni, con il quale la produzione e la
fruizione letteraria contemporanee devono di necessità fare i conti.
L'avvento dei sistemi di IA non fa che
riattualizzare in modo stringente quell'interrogativo che Calvino, già nel ’67,
poneva con nitido distacco – e che risuona quasi come un tormentone nei
dibattiti odierni: se un congegno elettronico è in grado di replicare i modelli
stilistico-compositivi di un autore, che ne è della creazione letteraria?
Se provassimo a spingere il paradosso sul
terreno dell'imitazione — con quel tocco di sottile ironia che a Calvino non
sarebbe dispiaciuto —, potremmo domandarci cosa accadrebbe se un algoritmo
avanzato decidesse di “fare il verso” allo scrittore ligure, applicandosi
proprio a moltiplicare gli intrecci narrati nel Castello dei destini
incrociati. Potremmo immaginare una IA nutrita di semiotica oulipiana
all'opera mentre rimescola instancabilmente il mazzo dei tarocchi viscontei.
Esente da quella fatica e da quel senso di soffocamento combinatorio che
Calvino stesso confessò di aver provato durante la stesura del libro, la
macchina potrebbe generare senza sforzo un tomo di oltre mille pagine,
sviluppando ogni potenziale ramificazione delle carte. Ma cosa otterremmo alla
fine di questo titanico processo?
Un'opera sterminata, infallibile nei suoi
incastri e impeccabile nel riprodurre l'elegante asciuttezza della prosa
calviniana, eppure sotterraneamente esanime. La macchina può infatti replicare
la geometria, ma non infonderle quella grazia lirica e malinconica che
scaturisce dall’incontro con il limite, dalla rinuncia, dal vuoto che la parola
scritta tenta di arginare. All’apparenza “più calviniana di Calvino”, la
risultante non sarebbe che lo sviluppo ipertrofico di un guscio formale — una
fredda architettura del tutto priva di quella trattenuta emozione e di
quell'attrito con la vita che fanno della letteratura qualcosa di vivo.
Sono convinta che, di fronte alla pervasiva
diffusione dei modelli di simulazione logico-linguistica basati
sull'intelligenza artificiale, Calvino eviterebbe probabilmente sia la china di
un catastrofismo apocalittico sia l'entusiasmo acritico per la coerenza delle
produzioni artefatte. Il suo sguardo, radicato in un razionalismo di stampo
illuministico, registrerebbe serenamente il compimento di quell’ars
combinatoria che egli ammirava già in Raimondo Lullo e che aveva messo
alla prova nel realizzare l’arguto divertissement del 1969.
Riconoscerebbe insomma, senza traumi, che le macchine odierne sanno
eccellere nella produzione di strutture tradizionali, di forme metriche chiuse
o di trame seriali regolate da rigorosi parametri sintattici.
Nel saggio del 2012, la mia attenzione si
concentrava anche sulla spregiudicatezza dimostrata da Calvino nell’abitare il
crinale tra rigore formale e invenzione, guardando alle dinamiche dell’inventio
meccanica non come a una minaccia all’ineffabile specificità dell'arte, ma
come a una provocazione intellettuale. Egli aveva intuito con largo anticipo
che l'autore stesso, lungi dall'essere un'entità mossa soltanto da misteriosi
moti ispirativi, opera spesso come una «macchina scrivente» estremamente
sofisticata, indirizzata ad esplorare percorsi sistematici all'interno di un
perimetro dato.
Tuttavia, osservano alcuni, la sfida lanciata
dalla IA alla nostra natura travalica persino l'atto del comporre: riguarda
l'irruzione nell'ambito dell'interpretazione e del giudizio. I software
generativi non si limitano infatti a macinare permutazioni sintattiche, ma
possono gareggiare apertamente con la riflessione critica umana, dimostrandosi
abili nello smontare uno scritto, individuarne i tropi, tracciarne le
ascendenze strutturali ed esporne la logica interna con acume esemplare: per
averne un’idea, basti compulsare il volume Dreams of an Electric Critic,
uscito recentemente per i tipi della Lithos (Roma 2026), a cura di Daniel Ruffini, Britta Lenk, Carlo Caloro,
nella collana di Digital Humanities Téchne. Frutto di uno
stimolante esperimento condotto da un gruppo di ricercatori, il libro raccoglie
una serie di testi poetici di autori contemporanei sottoposti al vaglio di una
chatbot appositamente progettata e istruita ‒ battezzata, con acronimo
calzante, LitCritAI. Le schede artificiali di analisi e commento così generate,
sorprendentemente adeguate e penetranti, hanno sollevato un vivace dibattito,
in quanto dimostrano come l'IA sappia ormai padroneggiare anche gli strumenti,
se non dell’ermeneutica, senz’altro almeno dell'esegesi.
Ma dove risiede, allora, lo scarto tra questa
straordinaria attitudine analitica e il procedimento critico della mente umana?
Nella macchina, l'operazione interpretativa rimane l'esecuzione ottimizzata di
una mappa di correlazioni probabilistiche; nell'uomo, la formulazione del
giudizio nasce sempre da un'esperienza situata: dall'incontro, non del tutto
calcolabile, tra l'opacità del testo, la prospettiva culturale del critico e
l'orizzonte concettuale del lettore. Laddove l'algoritmo tende alla saturazione
esplicativa, l'intelligenza umana lavora sulle crepe, sulla contraddizione che
resiste alla formalizzazione.
Inoltre, il cuore dell'argomentazione calviniana
— e del percorso che avevo tracciato nel mio saggio — risiede altrove: nel
celebre monito secondo cui il senso profondo di un prodotto letterario dipende
interamente da ciò che esiste «attorno alla macchina scrivente», ovvero dai
«fantasmi» dell'individuo e della società attivi sottotraccia nella scrittura.
La macchina può elaborare tutte le permutazioni possibili di un dato materiale,
ma la scintilla estetica si produce solo nel momento in cui l’opera interseca
una vicenda storica, un vissuto, una coscienza, un inconscio e, soprattutto,
quel senso di vuoto ontologico che sfugge a qualsiasi indagine algoritmica.
A ciò si aggiunge il ruolo centrale riservato al
lettore, concepito non come un passivo destinatario, ma come l'interprete
chiamato a cooperare con il testo, a decifrarne le ambiguità e a ricostruirne i
percorsi in una dimensione ipertestuale e reticolare. Così intesa, la lezione
di Calvino ci restituisce il senso profondo della letteratura: non una mera
combinatoria stilistico-semantica, ma una sfida lanciata al labirinto del
reale, un esercizio di resistenza intellettuale in cui la parola si fa strumento
di libertà e di consapevolezza critica.
Oggi più che mai, nello spazio caotico della
comunicazione multimediale, alienante e saturo di rumore informativo, la letteratura
‘autentica’ si erge ad argine necessario.
Le spetta il compito di strappare chi legge all'automatismo di una
recezione passiva, insegnandogli a distinguere un orizzonte valoriale dallo
schiamazzo di fondo e riattivandone la sensibilità empatica e introspettiva.
Assuntasi l’ufficio di una palestra di disassuefazione, avrà, tra le sue
priorità, quella di risvegliare il pubblico dallo stato di ipnosi da cui è
quotidianamente insidiato, rieducandolo – rieducandoci – a percepire quelle
sottili sbavature, quegli echi e quelle risonanze di imperfezione che
tradiscono l'irriducibile presenza della soggettività: ciò che, in ultima
analisi, fa umano l'uomo e viva la sua opera.
[i] W.
Benjamin, Das Kunstwerk im Zeitalter seiner technischen
Reproduzierbarkeit (1936); tr. it. di E. Filippini: L’opera
d‘arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Torino,
Einaudi, 1966, p. 42.
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