diario d’autore (35): note random su “PALESTINA 36”; “naza”; l’11 settembre; c. tatò; registi teatrali europei; l. s. nielsen; diluvio editoriale; “kombat poetry”  

 

di Marco Palladini

 

“PALESTINA 36”: RESISTERE è TUTTO ► Due mi sono sembrate le battute chiave del film Palestina 36 - Quando tutto ebbe inizio (2025) sceneggiato e diretto dalla 52enne regista palestinese Anne-Marie Jasir. La prima la pronuncia un giovane ufficiale britannico con la faccia antipatica, da aguzzino verso un diplomatico connazionale: «Deve capire che stiamo vivendo un momento epocale, storico, dopo duemila anni sta per nascere un esercito ebraico, bisogna decidere da che parte stare».

Ecco nel 1936, novant’anni fa le truppe coloniali inglesi agiscono per proteggere le occupazioni dei coloni ebrei che tolgono brutalmente la terra ai contadini palestinesi e favoriscono il formarsi di una milizia sionista che è l’embrione di quell’Idf che da tre anni, dopo il 7 ottobre 2023, sta conducendo una mattanza genocidaria a Gaza. Tutto si tiene, ben prima dalla nascita ufficiale nel 1948 dello Stato israeliano e della corrispettiva Nakba, è nel biennio 1936-’37 che le autorità imperial-colonialiste britanniche sanciscono ufficialmente la spartizione della Palestina, stabilendo il diritto dei sionisti a farsi il proprio Stato e soffocando nel sangue la conseguente ribellione delle genti palestinesi.

L’altra battuta la pronuncia un prete cristiano palestinese che sfida il figlioletto adolescente a mordergli più forte che può il dito indice, facendo lo stesso col ragazzino, il quale a un certo punto molla la presa per il troppo dolore: «Vedi non è la forza, ma la resistenza al dolore che alla fine ti fa vincere». Sembra una piccola-grande lezione etico-politica forse valida pure oggi dopo la totale distruzione di Gaza e la continua devastazione dei villaggi palestinesi della Cisgiordania o West Bank che dir piaccia.

La resistenza, ormai quasi secolare, del popolo palestinese a immani dolori, lutti, tragedie, genocidi alla fine, come predica il religioso, trionferà e porterà, alla nascita di uno Stato di Palestina? Al momento ci vuole giusto una fede sovrumana per crederlo. Ma è questo spirito quasi disumano di resilienza che consente ancora alle genti palestinesi di andare avanti, di rimanere nonostante tutto sulla propria terra ridotta a un deserto, di rifiutarsi di andare in esilio per sempre. Un romanzo di Walter Siti del 2012 si intitolava Resistere non serve a niente. Il popolo palestinese dimostra con i fatti, non a chiacchiere che, invece, resistere è tutto.

C’è una parola araba per questo: sumud, traducibile con resilienza o perseveranza. Intervistata sul “manifesto” da Chiara Cruciati, la psichiatra palestinese Samah Jabr però precisa: «Il concetto di sumud va oltre la capacità individuale di resistere alle avversità, ha una natura più relazionale: nasce e vive tra le persone e si alimenta attraverso le relazioni, il senso di appartenenza e il rifiuto condiviso di essere sradicati».    

È, allora, bella e il simbolo incarnato di tale sumud l’immagine terminale del film di Jasir dove si vede una bambina che corre, corre a perdifiato, corre verso un destino ignoto o, forse, corre non sapendo nemmeno lei verso dove e perché. Sa soltanto che deve farlo. È lei l’icona di una nazione bambina che non si arrende, che si ostina a credere che ci sia un futuro. “Born to Run”, come canta Bruce Springsteen. 

 

“NAZA” O LA GUERRA TOTALE A GAZA ► A proposito di Naza, il documentario che ha ricevuto il Premio Speciale della Giuria alla 83a Mostra del Cinema di Venezia (2026), diretto dai giovani registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, che già erano stati nel 2024 tra i co-autori dell’altro documentario No Other Land, è circolato in rete un commento del regista e sceneggiatore palestinese Yahya Barakat che mi sembra interessante riportare integralmente:

 

«Dalla proiezione di Naza a Venezia, ho seguito con attenzione lo svolgersi delle immagini. Prima del film, circolavano notizie di soldati e ufficiali israeliani di ritorno dalla guerra di annientamento a Gaza, tormentati dal senso di colpa e da crolli psicologici. Gli amici mi avevano avvertito che un’immagine avrebbe potuto trasformare il carnefice, dopo l’uccisione di donne e bambini, dalla posizione di criminale a quella di persona meritevole di compassione.

Poi è arrivato Naza: 24 soldati, ufficiali e membri dell’intelligence israeliani che testimoniano la macchina di morte. Due registi israeliani. Venezia. Venticinque minuti di applausi. Un premio. Poi una straordinaria campagna mediatica globale e araba.

Poi entra in scena l’esercito israeliano e risponde: “Questo non è vero”.

Entra il Ministro della Cultura, gridando “Tradimento!” e minacciando di revocare la cittadinanza, dando ulteriore risalto al film.

La solidarietà occidentale, araba e palestinese si espande.

Poi arriva l’immagine finale: più di 200 cineasti israeliani si schierano in solidarietà con i registi di Naza.

Per me, non si tratta più di episodi isolati.

È un gioco. È un inganno. È un piano meticolosamente orchestrato.

La vecchia immagine di Israele è stata bruciata a Gaza, e ora se ne sta costruendo un’altra: ci sono Netanyahu, Ben-Gvir, Smotrich e l’esercito che ha commesso massacri.

Dall’altra parte, c’è il soldato pentito, il regista che denuncia e l’artista che protesta.

Il “bravo israeliano” è tornato alla ribalta.

E mi aspetto il passo successivo: il cinema israeliano e i cineasti israeliani torneranno in forze ai festival internazionali.

A coloro che hanno chiesto il boicottaggio verrà detto: questo non è l’Israele che avete boicottato; questo è “l’altro Israele”.

Forse presto sentiremo delle revisioni e delle scuse per le dichiarazioni sul boicottaggio.

Ed ecco che l’inganno è completo: Gaza non è stata cancellata dall’immagine; Gaza è stata usata per ricostruire l’immagine degli israeliani.

Non leggo l’istantanea isolatamente.

Leggo ciò che c’è tra essa e ciò che è venuto prima e ciò che verrà dopo.

La politica sa ciò che sa meglio il montatore:

Se non puoi cambiare la realtà... cambia l’ordine delle immagini, e il significato cambierà».

 

Quando ho letto questo scritto, non avevo visto il documentario, ma che esso fosse tutto un disegno degli israeliani, in buona sostanza, per autoassolversi l’ho reputata una lettura da parte palestinese comprensibile e, in qualche modo, legittima.

Adesso il film l’ho visto e non muto parere, ma credo che le cose siano più complesse di un mero e machiavellico inganno. Naza (che vuol dire danni o vittime collaterali) colpisce per il tono freddo, asettico, quasi distaccato con cui anonimi soldati dell’Idf, con i volti e le voci travisate digitalmente, illustrano il loro lavoro di intelligence bellica di eccellenza focalizzata sulla distruzione pressoché totale di Gaza. Perché la premessa di tutto, dopo l’attacco e la strage del 7 ottobre 2023 da parte di Hamas, è che a Gaza non ci sono innocenti e, dunque, i Naza (così li chiamano gergalmente) sono obiettivi da annientare del tutto leciti, pienamente giustificati. Un fossato di odio incolmabile sostiene il leit-motiv dei militari che è sempre lo stesso: obbedivo agli ordini, facevo il mio lavoro, il mio era un ruolo tecnico, dovevo portare a termine la missione affidatami, ossia contribuire a uccidere quanti più palestinesi possibili. I soldati delle SS e gli addetti dei campi di sterminio 80 anni fa rispondevano al medesimo modo. Infatti, uno di questi soldati, una mosca bianca, afferma: mi chiedevo chi erano i nazisti durante la Shoah, adesso mi chiedo chi sono io. Un altro ha l’onestà di ammettere: sì, quello che abbiamo fatto è un genocidio, ma non sembra da ciò particolarmente turbato.

Tutto il documentario si svolge in una atmosfera notturna, su delle terrazze che affacciano su una Tel Aviv con i palazzi e i grattacieli illuminati, gli ingorghi delle auto. Una città che dista da Gaza soltanto 60 chilometri e che non sembra affatto in guerra, a parte le sirene dell’allarme aereo che ogni tanto scattano.

Più specificamente c’è la pedanteria, quasi l’orgoglio di spiegare nel dettaglio come funziona il ‘sistema’, cioè la macchina elettronica di controllo e di morte su tutti i territori palestinesi. C’è chi attribuisce, poi, alla AI la decisione finale di condurre o meno gli attacchi ferali e fatali. C’è chi sottolinea che è come un videogame: noi stiamo dietro uno schermo, lavoriamo da remoto, così la mattanza reale diviene, con leggerezza, una mattanza virtuale. C’è chi ribadisce: siamo rotelline, appunto, di un sistema, non ci competono i giudizi morali o politici. C’è chi quasi si vanta: sì, è vero, provavo gioia quando portavo a termine la missione (di annichilire decine o centinaia di persone). C’è chi descrive quasi compiaciuto il killeraggio da parte dei cecchini di decine e decine di persone che cercavano del cibo per sfamarsi e, poi, le fosse comuni dove si accumulavano, uno sopra all’altro, centinaia di cadaveri. E si racconta anche il particolare, ripreso dalle telecamere dei droni, dei tanti cadaveri insepolti che venivano sbranati dai cani. E qui mi viene in mente l’ebreo Franco Fortini che asseriva in un saggio del 1967 che non ci sono cani nel Sinai, mentre a Gaza i cani ci sono e si nutrono con i corpi dei morti.                     

Insomma, nel documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor sono quasi del tutto assenti immagini cruente, ma attraverso le parole dei soldati è come se si svolgesse un film dell’horror. In ogni caso, il film è stato accusato di alto tradimento in Israele sia dal governo, sia dall’opposizione. L'operato dell’IDF non si discute. È evidente che la grande maggioranza degli israeliani è d’accordo con la soluzione finale genocidaria: l’eliminazione di tutti i palestinesi. E soltanto nel finale Naza propone, riprese da un telefonino, brevi immagini della devastazione di Gaza, con i cumuli di macerie e le gambe e le braccia di decine di vittime, donne, bambini, vecchi, che spuntano da sotto le rovine dei palazzi, mentre gli uomini scavano a mani nude, urlando e piangendo.

Ecco, mi viene da pensare, questo sta succedendo esattamente adesso mentre sto scrivendo e nel momento in cui qualcuno leggerà queste mie righe. Dal fondo imo della nostra abissale impotenza, almeno testimoniamo ciò a futura memoria.

 

Post-scriptum: si ripete come un abusato luogo comune l’espressione: la disumanità della guerra. Ma invece dovremmo con Nietzsche parlare della guerra come atto umano, troppo, troppo umano. C’è un istinto thanatofilo profondo nel sedicente homo sapiens che è sempre pronto da apparente animale tranquillo a tramutarsi in una infernale macchina pluriassassina che partecipa con entusiasmo alla festa della guerra totale. “Der Totale Krieg”, teorizzata dal generale tedesco Erich Ludendorff e invocata da Joseph Goebbels nel delirio terminale del Reich nazista.

 

L’11 SETTEMBRE, VENTICINQUE ANNI FA ► Repêchage dopo un quarto di secolo del mio brano di spoken word scritto in seguito agli attentati terroristici dell'11 settembre 2001 a New York; incluso nello spettacolo Poesie per un tempo di guerra (2003) e poi pubblicato in Poetry Music Machine (libro+cd, 2012).

 

Il silenzio è il resto

 

­­­­­­­­­­­­­Il silenzio è il resto

il resto è il colmo

il colmo è il mondo

il mondo è il destino, che s’implode

che più non sappiamo

né prevedere né accettare

né combattere né amare

 

Cadono i grattacieli, non cade l’impero

cade il giorno, cade al buio,

cade l’horror più osceno

cadono i corpi come bombe

e non è un quadro di Magritte

poi mentre scade la pietà

mentiamo dicendoci:

io non c’entro, io non c’ero

 

Occhi bianchi su stravolti visi di soldato

cuori d’acciaio e un microchip nel cervello

i marines leggono poesia di guerra permanente

dulce et decorum est pro patria mori

wow! la civiltà americana è un brivido lirico

che aiuta i militari a comprendere meglio il senso

di tutto quello che hanno dentro

l’odio del buono, la collera del giusto

il furore e la morale di chi vede nell’altro

soltanto un oscuro oggetto di disgusto

 

Cadono i grattacieli, non cade l’impero

cade il giorno, cade al buio,

cade l’horror più osceno

cadono i corpi come bombe

e non è un quadro di Magritte

poi mentre scade la pietà

mentiamo dicendoci:

io non c’entro, io non c’ero

 

Perché lanciano missili fitti come pioggia?

la poesia dei mullah ha l’accento arcaico

d’una elegia araba, è un canto di madrasa

che corrompe l’animo e riscatta i taleban

Tra massacri subiti e perpetrati

il jihad infinito si consacra al martirio totale

e come ode promette in versi ad Allah

dei nemici e infedeli lo sterminio globale

Ecco salmodiano veloci le sure del corano

sono tribù insorte che giurano nel sangue

facce da bambino con il mitra in mano

 

Cadono i grattacieli, non cade l’impero

cade il giorno, cade al buio,

cade l’horror più osceno

cadono i corpi come bombe

e non è un quadro di Magritte

poi mentre scade la pietà

mentiamo dicendoci:

io non c’entro, io non c’ero

 

Il silenzio è il resto

la somma degli humani

che invoca la guerra come una festa

Il silenzio è il resto

o i resti innumeri di cadaveri

immagini ripugnanti sbriciolate

che gli animali osservano sbigottiti

dove l’assurdo è norma di realtà

Il silenzio è il resto

e manca il soggetto innominabile

che dichiari guerra alla guerra

e non bruci feticci o innalzi totem fatali

al Computer e al Popolo ferali 

Il silenzio è il resto

la coscienza forclusa

che la tragedia è in perenne atto

dal futuro prossimo al remoto passato

Il silenzio è il resto

i rumori sordi e mortiferi

profumo di battaglia

il gregge una canaglia

Il silenzio è il resto

è le età drogate già distrutte

e quelle che verranno a rovinare

è un film di guerra visto al termine

di un pomeriggio pigro, vano e caldo

i poeti annegano solitari e grotteschi

in un bicchiere d’acqua

più non distinguendo il vero e il falso

 

Cadono le torri, non cade l’impero

cade il giorno, cade al buio,

cade l’horror più osceno

cadono i corpi come bombe

e non è un quadro di Magritte

poi mentre scade la pietà

mentiamo dicendoci:

io non c’entro, io non c’ero

 

https://www.youtube.com/watch?v=_onv20wbTkQ

 

CARLA TATò POST-MORTEM ► Piccolo aneddoto, credo istruttivo: dopo la morte dell’attrice Carla Tatò mi informano che si sta preparando un libro di testimonianze critiche e artistiche su di lei e vengo invitato a fornire la mia. Cosa che faccio con piacere, ma la mia testimonianza viene respinta perché disturbante, non in linea coi criteri pacificanti, irenistici del ‘politicamente corretto’ a cui evidentemente si ispira la pubblicazione (che non credo, in questo, che sarebbe piaciuta a una vecchia comunista come Carla).

Ma tant’è, comunque ne vado fiero, dalla mia postazione di artista indipendente, eterodosso e oppositivo ho sempre avuto rapporti conflittuali coi rappresentanti della cultura ufficiale ed accademica. E non intendo, né posso alla mia età, cambiare. 

Qui sotto riporto la testimonianza non accettata, perché ciascuno possa giudicare come meglio crede.

 

*********

 

Torno agli esordi teatrali di Carla Tatò, giovanissima, niente meno che con Carmelo Bene. Qualche anno fa ravanando in rete mi imbatto in un video Carmelo Bene – anni giovanili, un filmato di circa sei minuti realizzato dalla Rai all’inizio del 1967, una sorta di ritratto dell’attore-regista salentino allora 29enne e già celebrato, scandaloso enfant gaté del teatro d’avanguardia. Nel video C.B. risponde in maniera recisa e iattante alle domande che gli vengono poste: qual è il suo scrittore preferito? Io. C’è un regista da cui vorrebbe essere diretto? No. Chiarisce, inoltre, che non mette in scena gli autori teatrali, perché rifiuta le formule drammaturgiche consuete, lui è interessato al racconto, alla letteratura, attraverso il montaggio teatrale. Quindi lo vediamo scendere le scale della mitica cantina capitolina del Beat 72 dove in quel momento sta rappresentando un Amleto derivato da Laforgue, in cui Ofelia è interpretata da Margherita Puratich che C.B.-Amleto riempie di sganassoni, ceffoni e botte (vere) lasciando alquanto perplessi anche gli spettatori di allora. Mi accorgo che tra gli altri interpreti, oltre a Lydia Mancinelli, vi è Carla Tatò, a cui mi rivolgo per avere lumi.

Carla, grande attrice poi in simbiosi con Carlo Quartucci, e preziosa amica così mi risponde via whatsapp:

 

«Ehi Marco…! Sì. CERTO. Nella versione secondo Jules Laforgue, a cui si riferiscono le immagini, ovvero: Amleto o les suites de la pitié filiale al Beat 72, io ero Kate, prima attrice in Elsinore della Compagnia dei Comici, e di cui Amleto ‘s’innamora’… diciamo. Con tutto un evolversi in crescendo drammaturgico beniano, molto interessante… e che mi ha fatto dire sì, subito, alla sua proposta. E Ofelia era Margherita Puratich… Sì. Gli schiaffi, i pugni, i calci, le botte… erano tutti assolutamente autentici. Una scena fortemente ‘crue’… al parossismo. Che è potuta avvenire per reciproco consenso, prima di tutto della Puratich, totalmente ed evidentemente masochista… che ha scatenato tutta la violenza sadico-infantile di Carmelo… che regrediva, gioiosamente e sardonicamente, davvero a libertà-bambine negate…! Era doloroso assistere a quella scena, da dietro le quinte (tutti schiacciati e pronti a entrare in scena appena finita)… Il silenzio in sala era solido e annichilente… il pubblico non fiatava… e ogni sera tra Amleto e Ofelia si deturpavano, con violenza inesorabile, molte parti del corpo di Ofelia/Puratich… per sua libera accettazione! Voglio dire che, alla fine delle repliche, la Puratich aveva la membrana dell’orecchio e tutto il canale uditivo fuori gioco. Oltre a lividi e ferite dappertutto. Non è stato bello… Rotto, sì, rotto il canale uditivo!!! È proprio andata così. Con conseguente causa/processo da parte della Puratich nei confronti di Carmelo…!!! Marco caro, anche questa è l’avventura del Teatro e dell’Arte. E il suo Viaggio nei suoi diversi approdi, anche questo è parte della nostra ‘vita scenica’… Carlao&friends».

 

Insomma, quello spettacolo di quasi 60 anni fa fu un vero, letterale ‘jeu de massacre’, quanto meno a discapito di Puratich/Ofelia. Il vivido ricordo di Tatò fa inevitabilmente pensare che quelli erano proprio altri tempi, oggi se un attore si abbandonasse in scena a gesti sadico-violenti come C.B. finirebbe in galera o sarebbe additato alla pubblica gogna. Epperò, aveva ragione Carla, quel teatro di rottura sperimentale con tutti i suoi eccessi, con la sua hybris, con i suoi errori, nel bene e nel male è stato un fatto artistico memorabile e capitale. Il teatro del presente allineato con i dettami del ‘politicamente corretto’, con i parametri indicati dai bandi ministeriali produce soltanto una generale mediocrità e lo stanco ribobolamento di energie devitalizzate e non più creativamente innovative.      

 

REGISTI TEATRALI EUROPEI ► Razzolando in rete scopro che la casa di stampa britannica Bloomsbury Publishing UK ha editato una serie di 8 volumi, “The Great European Stage Directors”. Una serie sui grandi registi teatrali europei dall’inizio del ’900 sino ad oggi, analizzando la genealogia e lo sviluppo della pratica del teatro moderno, focalizzandosi su alcune figure apicali, considerate nei loro contesti storici, culturali e teorici. Ogni volume contiene approfonditi saggi su tre registi:

Vol. 1 (André Antoine, Konstantin Stanislavskij, Michel Saint-Denis); vol. 2 (Vsevolod Emilyevich Meyerhold, Erwin Piscator, Bertolt Brecht); vol. 3 (Jacques Copeau, Theodor Komisarjevsky, Tyrone Guthrie); vol. 4 (Max Reinhardt, Leopold Jessner, Harley Granville-Barker); vol. 5 (Jerzy Grotowski, Peter Brook, Eugenio Barba); vol. 6 (Joan Littlewood, Giorgio Steehler [sic], Roger Planchon); vol. 7 (Jean-Louis Barrault, Ariane Mnouchkine, Peter Stein); vol. 8 (Pina Bausch, Romeo Castellucci, Jan Fabre).

Ogni selezione di questo tipo è, naturalmente, assai opinabile e del tutto discutibile, ancorché rispettabile. È però evidente che in ambito anglosassone la conoscenza della scena teatrale italiana è assai scarsa oppure essa è reputata ben poco rilevante. I due nomi inclusi, Giorgio Strehler (sbagliano persino la sua grafia nella costa del volume) e Romeo Castellucci, hanno potuto essere scelti perché hanno avuto una prominente carriera all’estero: il primo come direttore per anni a Parigi dell’Odéon Théâtre de l’Europe, il secondo perché dalla metà degli anni ’90 in poi ha realizzato i suoi mirifici spettacoli avanguardistici, principalmente grazie a coproduzioni internazionali, girando l’Europa e il mondo.

Italiano o, meglio, italo-danese è il salentino Eugenio Barba, il cui lungo percorso alla testa dell’Odin Teatret si è, in ogni caso, svolto interamente in Danimarca e in campo internazionale.

Certo, mi verrebbe da obiettare che nomi quali gli attori-registi d’avanguardia Carmelo Bene e Leo de Berardinis (almeno loro due), e una coppia di figure eminenti del teatro di regia critica come Luca Ronconi e Massimo Castri (e mi fermo qua, ma l’elenco da fare sarebbe lungo), non sono a mio avviso per nulla inferiori o meno importanti di Strehler e Castellucci. Ma è anche vero che fuori dai confini nazionali non li conosce praticamente nessuno e, pertanto, da un preteso canone registico europeo non sono contemplati. 

 

Guardando fuori dall’Italia, però almeno una esclusione mi sembra clamorosa: quella del polacco Tadeusz Kantor, straordinario regista-artista visivo che personalmente non riesco a considerare meno significativo di Stein, Bausch o Fabre. Così, pensando alla mia lunga deriva di pluridecennale osservatore teatrale mi vengono in mente molti altri registi europei più o meno grandi, i cui spettacoli hanno comunque arricchito di molto la mia visione del teatro contemporaneo.

Vado alla spicciolata: i russi Lev Dodin e Analolij Vasil’ev; il lituano Ejmuntas Nekrošius; il tedesco Klaus Michael Grüber; lo svizzero Christoph Marthaler; i francesi François Tanguy (Théâtre du Radeau), Patrice Chereau, Joris Lacoste; i belgi Alain Platel e Wim Vandekeybus; lo spagnolo-catalano  Marcel•lí Antúnez i Roca (La Fura dels Baus); l’ispano-argentino Rodrigo García; l’anglo-bengalese Akram Khan; il portoghese Tiago Rodrigues.  

Ciascuno, a seconda delle proprie conoscenze, può ovviamente farsi la propria lista preferita, togliendo o aggiungendo nomi. Tutte le scelte sono soggettive, ma non perciò inaccettabili. In fondo, è un gioco. To play, jouer, giocare col teatro e i teatranti lo si può fare in molti modi. La Verità estetico-artistica non la possiede nessuno.     

        

LETTURE ► «Paradosso, ironia, scetticismo, sono ingredienti di una poesia estranea alla verticalità, alla decisa assertività, ma che predilige l’aneddoto stravagante, la narrazione di una realtà quotidiana a cui ci si approssima, esitanti, senza pretese di coglierla in via definitiva, una realtà dove il sogno e la veglia hanno confini imprecisi, che inafferrabile sfuma. Una poesia che si dispone al dialogo…».

Mi sembra perfetta questa descrizione critica di Marco Caporali, sagace traduttore del libro A metà dell’infinito (Gattomerlino, 2025) dell’82enne poeta danese Laus Strandby Nielsen. Del resto, Caporali è legato a Nielsen da una lunga fedeltà, avendo di lui tradotto (con Michele Melega) già nel 1993 la raccolta Ridere a mezzogiorno che venne pubblicata da Empiria.

Ed è interessante quest’altra sua osservazione: «L’impotenza, come l’approssimazione, l’autoironia e la sorprendente libertà mi hanno fatto pensare, in un parallelo con la nostra poesia, a Carlo Bordini, che ha fatto dell’impotenza la cifra stessa della poesia».

L’accostamento a Bordini (1938-2020) è utile per situare un territorio poetico transnazionale che opera in levare, nello scarnificare la sequenza dei versi, senza per questo risultare minimalista o ripiegato in una asfittica sfera personale o quotidiana. Anzi Nielsen spesso indirizza la propria attenzione, volentieri sardonica (e che mi fa pensare anche alla Szymborska), verso concetti o pensieri che guardano all’universale:

«Mondo è una grande parola / per il disordine che si propaga // ovunque procedi / per non dire arretri // per non dire verso casa / alla familiare // decentralizzata stanza vuota / tra sicurezza e catastrofe.»;

«La lingua si ritrae / e straripa. // Ma non ora. O ora. O dove è / che ora sta?»;

«il tempo non ha preferenze. / Il resto del tempo dorme // o è insonne, compra, mangia, / si annoia, cerca di pianificare, // cerca di ricordare, digerisce, si sente // infinitamente com’è che si dice, // un giorno prima dell’altro, / ed entrambi i giorni come tutti gli altri. // molto dopo / se stesso».

Questa idea del tempo che si annoia (di se medesimo) la trovo irresistibile, al pari della devozione dell’autore danese per il silenzio reputato «… un elemento, altrettanto importante / di acqua, terra, aria, fuoco».

Nielsen oltretutto intreccia testi in versi con raccontini in prosa, non di rado bizzarri, con incipit come: «Il professor Buio s’interessa al buio. Pensa che sia assodato che non si possa fotografare il buio e del resto soltanto con mezzi indiretti si può raffigurare il buio».

Il professor Buio potrebbe fare compagnia all’ingegnere elettronico che lavora con gli altoparlanti e di cui si dice: «è abbastanza più vecchio di me – che non sono giovane, né di mezza età. Parla italiano, un po’ portoghese e molto poco inglese. Io parlo danese, un po’ portoghese, parecchio di più inglese, anche se non perfetto, e quasi niente italiano».

Il titolo del volumetto proviene da un distico: «A metà dell’inverno… A metà dell’infinito…»; e questo dimidiato rispecchiarsi dell’inverno nell’infinito o viceversa, non può non fare pensare ai lunghi inverni nordeuropei che legano le vite degli individui ai rigori della natura in un ciclo che appare, in qualche modo, senza fine. Questa raccolta, peraltro, ci informa Caporali, è uscita in Danimarca nel 2021 e, dunque, i testi sono stati partoriti nel periodo pandemico dove un po’ dappertutto regnavano l’isolamento e un silenzio irreale, ma per Nielsen precisamente importante ed essenziale. E allora non è un caso che l’autore danese termini la sua opera con gli stringati versi: «Il silenzio / è un residuo / che mai / del tutto / si svuota».

Forse pensando a John Cage che nel 1952 con la composizione 4’33” ci aveva fatto capire che il silenzio (assoluto) non esiste, contiene sempre minimi suoni che possiamo udire o intraudire. Il silenzio non si svuota, appunto. Come la peculiare poetosfera di Laus Strandby Nielsen dove le più piccole parole-cose (per parafrasare Francis Ponge) del nostro microcosmo riverberano, sia pure a metà, le cose infinite del macrocosmo.  

 

UN DILUVIO EDITORIALE ► Giornalista, docente e autrice da sempre attenta alle dinamiche e alle criticità dell’industria editoriale, Maria Teresa Carbone nella sua rubrica Express sul “manifesto” ha riferito un po’ di tempo fa un dato fornito dall’AIE (Associazione Italiana Editori): in questo paese si pubblicano circa 85mila novità all’anno, il che vuole dire una media di 230 libri al giorno.

Un dato che certifica un evidente diluvio editoriale e che lascia sbigottiti a fronte della cronica, strutturale mancanza di lettori che vi è in questo paese (da sempre agli ultimi posti della lettura in Europa). È ovvio che tale macrodato non si riferisce soltanto alla narrativa, poesia o saggistica letteraria, ma riguarda l’insieme delle pubblicazioni editoriali che contemplano gli argomenti e le materie più diverse: dall’editoria scolastica e universitaria ai libri per bambini, dalla politica alla divulgazione storica, dallo spettacolo alla televisione, dal cinema all’intrattenimento vario, dall’arte visiva alla danza, dalla moda al gossip, dalla hobbystica allo sport, dai volumi di viaggi e le guide turistiche al comparto eno-gastronomico, dai libri tecno-informatici alla modellistica, dalla fotografia alla animalistica, dalla caccia all’agricoltura, dall’ecologia alla mobilità automobilistica, etc. etc.

Ma lo stesso, considerando la generale miseria del mercato editoriale, risulta impossibile credere che i 230 libri pubblicati quotidianamente riescano a ripagarsi almeno i costi basici di produzione. Potrei sbagliarmi, ma credo che una minima percentuale (4 o 5% forse) raggiunga tale obiettivo.

La domanda vera sarebbe allora: come fa a reggersi economicamente una industria che pubblica 85mila libri l’anno, se pochissimi di questi libri trovano un numero di lettori sufficiente? Mah, è per me un vero mistero, pur se do per scontato che si tace che gran parte di questi volumi viene pagato dagli stessi autori. Resta un’altra domanda: cui prodest?

Sapranno rispondere i posteri?                 

 

“KOMBAT POETRY” ► Altro repêchage da "Poetry Music Machine" (2012). Un brano di spoken word che è, in buona sostanza, un manifesto di personale poetica. Electronics: Maurizio Bisecco, Nicolas Trojani. Tenor sax: Claudio Mapelli. Foto di Ruggero Passeri.

 

https://www.youtube.com/watch?v=bTHudJEl0RQ

 

Kombat Poetry 

 

Questa è poesia ke spakka

l’animo e la mente

poesia mordace come un serpente

ke divora il kuore oscuro del presente

 

Questa è poesia ke spakka

e proclama: niente facili resurrezioni

oggi l’ordine mondiale s’impone

tra inclusioni ed esclusioni

 

Questa è poesia ke spakka

e non si spaccia in stato di nostalgia

poesia ke il futuro non si vede

ma domani vedrai troveremo una via

 

Questa è poesia ke spakka

le passioni e le opinioni

ma non si divide in modo manicheo

tra kattivi e buoni

 

Questa è poesia ke spakka

e percorre tutte le strade

precipita nel flusso della vita

e si risveglia tra sciarade e intifade

 

Questa è poesia ke spakka

poesia da delitto & castigo

poesia multipla che s’iperfeta

senza nessun corrivo o pallido mito

 

Questa è poesia ke spakka

e rinasce dal gergo dell’inferno

questa è poesia-scontento ke scorre

nello spaziotempo, alla periferia del nulla eterno

 

Questa è poesia ke spakka

da terra desolata

poesia ke s’insinua e non ti racconta bubbole

atroce illirica ruvida krudele

e dunque giusta per gli acchiappanuvole

 

Questa è poesia ke spakka

poesia meticcia ed alticcia

ke schiuma rabbia e trasuda sexocorpo

e ke non volta le spalle a quelli ke

storicamente hanno avuto torto

 

Questa è poesia ke spakka

ke conosce la paura e l’affanno

l’amico e il nemico, il dominio e la violenza

questa è poesia ke insiste e resiste

e dice al potere: no hay vergüenza

 

Questa è poesia ke spakka

poesia impura ke forza i posti di blocco

ke sgorga ed accade anche un po’ inconsapevole

è poesia ke rivendica di essere ‘golpevole’

 

Questa è poesia ke spakka

e collutta col sennodipoi

e quindi si arroga il diritto del mai dire mai

 

Questa è poesia ke spakka

poesia ke non si smaglia

o si attorciglia dalle parti dell’io

poesia libera ke ribatte, si dibatte

e si sbatte sempre avulsa da dio

 

Questa è poesia ke spakka

poesia di lotta e di sgoverno

poesia-larva e poi farfalla-desiderio

ke dà scacco al gioco dell’infermo

 

Questa è poesia ke spakka

poesia di passaggio ma ke allarga il paesaggio

poesia ribelle e fuori da ogni moda

poesia davvero aliena in codesto belpaesaccio

 

Questa è poesia ke spakka

ke non sta sugli altari

ma rotola nella polvere del sottomondo

dove tuttora vivono segreti e tupamari

 

Questa è poesia ke spakka

poesia-vampira in fuga dalla leggenda

poesia ke il primo amore io lo ricordo:

fu una cosa assieme sublime e tremenda

 

Questa è poesia ke spakka

poesia da combattimento

poesia ke cerca le occasioni di scontro

tanto la partita è aperta, ancora incerta

serve l’arte sulle rovine e un po’ d’ardimento

 

Questa è poesia ke spakka

pregna di versi ke non tornano indietro

versi ke vanno avanti e non si fanno i fatti loro

versi fuori dal coro e con altero metro

 

Questa è poesia ke spakka

immersa nel sangue dolceamaro

da invasione agitazione post-post-rivoluzione

poesia furtiva giocosa vessata esaltata

che viaggia al termine dell’immaginazione 

 

Sì, questa è poesia ke spakka

l’animo e la mente

poesia serpente dialettica irridente

e ke divora il kuore

di vetro oscuro del presente

  

ottobre 2026

 

 

 

Commenti

Post popolari in questo blog