diario
d’autore (35): note random su “PALESTINA 36”; “naza”; l’11 settembre; c. tatò; registi
teatrali europei; l. s. nielsen; diluvio editoriale; “kombat poetry”
di
Marco Palladini
“PALESTINA 36”: RESISTERE è
TUTTO ► Due mi sono
sembrate le battute chiave del film Palestina 36 - Quando tutto ebbe
inizio (2025) sceneggiato e diretto dalla 52enne regista palestinese
Anne-Marie Jasir. La prima la pronuncia un giovane ufficiale britannico con la
faccia antipatica, da aguzzino verso un diplomatico connazionale: «Deve capire
che stiamo vivendo un momento epocale, storico, dopo duemila anni sta per
nascere un esercito ebraico, bisogna decidere da che parte stare».
Ecco nel 1936, novant’anni fa le truppe
coloniali inglesi agiscono per proteggere le occupazioni dei coloni ebrei che
tolgono brutalmente la terra ai contadini palestinesi e favoriscono il formarsi
di una milizia sionista che è l’embrione di quell’Idf che da tre anni, dopo il
7 ottobre 2023, sta conducendo una mattanza genocidaria a Gaza. Tutto si tiene,
ben prima dalla nascita ufficiale nel 1948 dello Stato israeliano e della
corrispettiva Nakba, è nel biennio 1936-’37 che le autorità
imperial-colonialiste britanniche sanciscono ufficialmente la spartizione della
Palestina, stabilendo il diritto dei sionisti a farsi il proprio Stato e
soffocando nel sangue la conseguente ribellione delle genti palestinesi.
L’altra battuta la pronuncia un prete cristiano
palestinese che sfida il figlioletto adolescente a mordergli più forte che può
il dito indice, facendo lo stesso col ragazzino, il quale a un certo punto
molla la presa per il troppo dolore: «Vedi non è la forza, ma la resistenza al
dolore che alla fine ti fa vincere». Sembra una piccola-grande lezione
etico-politica forse valida pure oggi dopo la totale distruzione di Gaza e la
continua devastazione dei villaggi palestinesi della Cisgiordania o West Bank
che dir piaccia.
La resistenza, ormai quasi secolare, del popolo
palestinese a immani dolori, lutti, tragedie, genocidi alla fine, come predica
il religioso, trionferà e porterà, alla nascita di uno Stato di Palestina? Al
momento ci vuole giusto una fede sovrumana per crederlo. Ma è questo spirito
quasi disumano di resilienza che consente ancora alle genti palestinesi di
andare avanti, di rimanere nonostante tutto sulla propria terra ridotta a un
deserto, di rifiutarsi di andare in esilio per sempre. Un romanzo di Walter
Siti del 2012 si intitolava Resistere non serve a niente. Il
popolo palestinese dimostra con i fatti, non a chiacchiere che, invece,
resistere è tutto.
C’è una parola araba per questo: sumud,
traducibile con resilienza o perseveranza. Intervistata sul “manifesto” da
Chiara Cruciati, la psichiatra palestinese Samah Jabr però precisa: «Il
concetto di sumud va oltre la capacità individuale di resistere
alle avversità, ha una natura più relazionale: nasce e vive tra le persone e si
alimenta attraverso le relazioni, il senso di appartenenza e il rifiuto
condiviso di essere sradicati».
È, allora, bella e il simbolo incarnato di tale
sumud l’immagine terminale del film di Jasir dove si vede una
bambina che corre, corre a perdifiato, corre verso un destino ignoto o, forse,
corre non sapendo nemmeno lei verso dove e perché. Sa soltanto che deve farlo.
È lei l’icona di una nazione bambina che non si arrende, che si ostina a credere
che ci sia un futuro. “Born to Run”, come canta Bruce Springsteen.
“NAZA” O LA GUERRA TOTALE A GAZA ► A proposito di Naza, il
documentario che ha ricevuto il Premio Speciale della Giuria alla 83a Mostra
del Cinema di Venezia (2026), diretto dai giovani registi israeliani Yuval
Abraham e Rachel Szor, che già erano stati nel 2024 tra i co-autori dell’altro
documentario No Other Land, è circolato in rete un commento del regista e sceneggiatore palestinese
Yahya Barakat che mi sembra interessante riportare integralmente:
«Dalla proiezione di Naza a Venezia, ho
seguito con attenzione lo svolgersi delle immagini. Prima del film, circolavano
notizie di soldati e ufficiali israeliani di ritorno dalla guerra di
annientamento a Gaza, tormentati dal senso di colpa e da crolli psicologici.
Gli amici mi avevano avvertito che un’immagine avrebbe potuto trasformare il
carnefice, dopo l’uccisione di donne e bambini, dalla posizione di criminale a
quella di persona meritevole di compassione.
Poi è arrivato
Naza: 24 soldati, ufficiali e membri dell’intelligence israeliani che
testimoniano la macchina di morte. Due registi israeliani. Venezia. Venticinque
minuti di applausi. Un premio. Poi una straordinaria campagna mediatica globale
e araba.
Poi entra in
scena l’esercito israeliano e risponde: “Questo non è vero”.
Entra il
Ministro della Cultura, gridando “Tradimento!” e minacciando di revocare la
cittadinanza, dando ulteriore risalto al film.
La solidarietà
occidentale, araba e palestinese si espande.
Poi arriva l’immagine
finale: più di 200 cineasti israeliani si schierano in solidarietà con i
registi di Naza.
Per me, non si
tratta più di episodi isolati.
È un gioco. È
un inganno. È un piano meticolosamente orchestrato.
La vecchia
immagine di Israele è stata bruciata a Gaza, e ora se ne sta costruendo un’altra:
ci sono Netanyahu, Ben-Gvir, Smotrich e l’esercito che ha commesso massacri.
Dall’altra
parte, c’è il soldato pentito, il regista che denuncia e l’artista che
protesta.
Il “bravo
israeliano” è tornato alla ribalta.
E mi aspetto
il passo successivo: il cinema israeliano e i cineasti israeliani torneranno in
forze ai festival internazionali.
A coloro che
hanno chiesto il boicottaggio verrà detto: questo non è l’Israele che avete
boicottato; questo è “l’altro Israele”.
Forse presto
sentiremo delle revisioni e delle scuse per le dichiarazioni sul boicottaggio.
Ed ecco che l’inganno
è completo: Gaza non è stata cancellata dall’immagine; Gaza è stata usata per
ricostruire l’immagine degli israeliani.
Non leggo l’istantanea
isolatamente.
Leggo ciò che
c’è tra essa e ciò che è venuto prima e ciò che verrà dopo.
La politica sa
ciò che sa meglio il montatore:
Se non puoi
cambiare la realtà... cambia l’ordine delle immagini, e il significato cambierà».
Quando ho
letto questo scritto, non avevo visto il documentario, ma che esso fosse tutto
un disegno degli israeliani, in buona sostanza, per autoassolversi l’ho
reputata una lettura da parte palestinese comprensibile e, in qualche modo,
legittima.
Adesso il film
l’ho visto e non muto parere, ma credo che le cose siano più complesse di un
mero e machiavellico inganno. Naza (che vuol dire danni o vittime collaterali) colpisce per il
tono freddo, asettico, quasi distaccato con cui anonimi soldati dell’Idf, con i
volti e le voci travisate digitalmente, illustrano il loro lavoro di
intelligence bellica di eccellenza focalizzata sulla distruzione pressoché
totale di Gaza. Perché la premessa di tutto, dopo l’attacco e la strage del 7
ottobre 2023 da parte di Hamas, è che a Gaza non ci sono innocenti e, dunque, i
Naza (così li chiamano gergalmente) sono obiettivi da annientare del tutto
leciti, pienamente giustificati. Un fossato di odio incolmabile sostiene il
leit-motiv dei militari che è sempre lo stesso: obbedivo agli ordini, facevo il
mio lavoro, il mio era un ruolo tecnico, dovevo portare a termine la missione
affidatami, ossia contribuire a uccidere quanti più palestinesi possibili. I
soldati delle SS e gli addetti dei campi di sterminio 80 anni fa rispondevano
al medesimo modo. Infatti, uno di questi soldati, una mosca bianca, afferma: mi
chiedevo chi erano i nazisti durante la Shoah, adesso mi chiedo chi sono io. Un
altro ha l’onestà di ammettere: sì, quello che abbiamo fatto è un genocidio, ma
non sembra da ciò particolarmente turbato.
Tutto il documentario si
svolge in una atmosfera notturna, su delle terrazze che affacciano su una Tel
Aviv con i palazzi e i grattacieli illuminati, gli ingorghi delle auto. Una città
che dista da Gaza soltanto 60 chilometri e che non sembra affatto in guerra, a parte
le sirene dell’allarme aereo che ogni tanto scattano.
Più specificamente c’è la
pedanteria, quasi l’orgoglio di spiegare nel dettaglio come funziona il
‘sistema’, cioè la macchina elettronica di controllo e di morte su tutti i
territori palestinesi. C’è chi attribuisce, poi, alla AI la decisione finale di
condurre o meno gli attacchi ferali e fatali. C’è chi sottolinea che è come un
videogame: noi stiamo dietro uno schermo, lavoriamo da remoto, così la mattanza
reale diviene, con leggerezza, una mattanza virtuale. C’è chi ribadisce: siamo
rotelline, appunto, di un sistema, non ci competono i giudizi morali o
politici. C’è chi quasi si vanta: sì, è vero, provavo gioia quando portavo a
termine la missione (di annichilire decine o centinaia di persone). C’è chi
descrive quasi compiaciuto il killeraggio da parte dei cecchini di decine e
decine di persone che cercavano del cibo per sfamarsi e, poi, le fosse comuni
dove si accumulavano, uno sopra all’altro, centinaia di cadaveri. E si racconta
anche il particolare, ripreso dalle telecamere dei droni, dei tanti cadaveri
insepolti che venivano sbranati dai cani. E qui mi viene in mente l’ebreo
Franco Fortini che asseriva in un saggio del 1967 che non ci sono cani nel
Sinai, mentre a Gaza i cani ci sono e si nutrono con i corpi dei morti.
Insomma, nel documentario di
Yuval Abraham e Rachel Szor sono quasi del tutto assenti immagini cruente, ma
attraverso le parole dei soldati è come se si svolgesse un film dell’horror. In
ogni caso, il film è
stato accusato di alto tradimento in Israele sia dal governo, sia dall’opposizione.
L'operato dell’IDF non si discute. È evidente che la grande maggioranza degli
israeliani è d’accordo con la soluzione finale genocidaria: l’eliminazione di
tutti i palestinesi. E soltanto nel finale Naza propone, riprese
da un telefonino, brevi immagini della devastazione di Gaza, con i cumuli di
macerie e le gambe e le braccia di decine di vittime, donne, bambini, vecchi,
che spuntano da sotto le rovine dei palazzi, mentre gli uomini scavano a mani
nude, urlando e piangendo.
Ecco, mi viene
da pensare, questo sta succedendo esattamente adesso mentre sto scrivendo e nel
momento in cui qualcuno leggerà queste mie righe. Dal fondo imo della nostra
abissale impotenza, almeno testimoniamo ciò a futura memoria.
Post-scriptum:
si ripete come un abusato luogo comune l’espressione: la disumanità della
guerra. Ma invece dovremmo con Nietzsche parlare della guerra come atto umano,
troppo, troppo umano. C’è un istinto thanatofilo profondo nel sedicente homo sapiens
che è sempre pronto da apparente animale tranquillo a tramutarsi in una infernale
macchina pluriassassina che partecipa con entusiasmo alla festa della guerra
totale. “Der Totale Krieg”, teorizzata dal generale tedesco Erich Ludendorff e
invocata da Joseph Goebbels nel delirio terminale del Reich nazista.
L’11 SETTEMBRE, VENTICINQUE ANNI
FA ► Repêchage dopo
un quarto di secolo del mio brano di spoken word scritto in seguito agli
attentati terroristici dell'11 settembre 2001 a New York; incluso nello
spettacolo Poesie per un tempo di guerra (2003) e poi pubblicato
in Poetry Music Machine (libro+cd, 2012).
Il silenzio è il resto
Il silenzio
è il resto
il resto è il colmo
il colmo è il mondo
il mondo è il destino, che
s’implode
che più non sappiamo
né prevedere né accettare
né combattere né amare
Cadono i grattacieli, non
cade l’impero
cade il giorno, cade al
buio,
cade l’horror più osceno
cadono i corpi come bombe
e non è un quadro di
Magritte
poi mentre scade la pietà
mentiamo dicendoci:
io non c’entro, io non c’ero
Occhi bianchi su stravolti
visi di soldato
cuori d’acciaio e un
microchip nel cervello
i marines leggono poesia di
guerra permanente
dulce et decorum est pro patria mori
wow! la civiltà americana è
un brivido lirico
che aiuta i militari a
comprendere meglio il senso
di tutto quello che hanno
dentro
l’odio del buono, la collera
del giusto
il furore e la morale di chi
vede nell’altro
soltanto un oscuro oggetto
di disgusto
Cadono i grattacieli, non
cade l’impero
cade il giorno, cade al
buio,
cade l’horror più osceno
cadono i corpi come bombe
e non è un quadro di
Magritte
poi mentre scade la pietà
mentiamo dicendoci:
io non c’entro, io non c’ero
Perché lanciano missili fitti come pioggia?
la poesia dei mullah ha
l’accento arcaico
d’una elegia araba, è un
canto di madrasa
che corrompe l’animo e
riscatta i taleban
Tra massacri subiti e
perpetrati
il jihad infinito si
consacra al martirio totale
e come ode promette in versi
ad Allah
dei nemici e infedeli lo
sterminio globale
Ecco salmodiano veloci le
sure del corano
sono tribù insorte che
giurano nel sangue
facce da bambino con il
mitra in mano
Cadono i grattacieli, non
cade l’impero
cade il giorno, cade al
buio,
cade l’horror più osceno
cadono i corpi come bombe
e non è un quadro di
Magritte
poi mentre scade la pietà
mentiamo dicendoci:
io non c’entro, io non c’ero
Il silenzio è il resto
la somma degli humani
che invoca la guerra come
una festa
Il silenzio è il resto
o i resti innumeri di
cadaveri
immagini ripugnanti
sbriciolate
che gli animali osservano
sbigottiti
dove l’assurdo è norma di
realtà
Il silenzio è il resto
e manca il soggetto
innominabile
che dichiari guerra alla
guerra
e non bruci feticci o
innalzi totem fatali
al Computer e al Popolo
ferali
Il silenzio è il resto
la coscienza forclusa
che la tragedia è in perenne
atto
dal futuro prossimo al
remoto passato
Il silenzio è il resto
i rumori sordi e mortiferi
profumo di battaglia
il gregge una canaglia
Il silenzio è il resto
è le età drogate già
distrutte
e quelle che verranno a
rovinare
è un film di guerra visto al
termine
di un pomeriggio pigro, vano
e caldo
i poeti annegano solitari e
grotteschi
in un bicchiere d’acqua
più non distinguendo il vero
e il falso
Cadono le torri, non cade
l’impero
cade il giorno, cade al
buio,
cade l’horror più osceno
cadono i corpi come bombe
e non è un quadro di
Magritte
poi mentre scade la pietà
mentiamo dicendoci:
io non c’entro, io non c’ero
https://www.youtube.com/watch?v=_onv20wbTkQ
CARLA TATò
POST-MORTEM ► Piccolo aneddoto, credo istruttivo: dopo la morte
dell’attrice Carla Tatò mi informano che si sta preparando un libro di testimonianze
critiche e artistiche su di lei e vengo invitato a fornire la mia. Cosa che
faccio con piacere, ma la mia testimonianza viene respinta perché disturbante,
non in linea coi criteri pacificanti, irenistici del ‘politicamente corretto’ a
cui evidentemente si ispira la pubblicazione (che non credo, in questo, che
sarebbe piaciuta a una vecchia comunista come Carla).
Ma tant’è, comunque ne vado fiero, dalla mia postazione
di artista indipendente, eterodosso e oppositivo ho sempre avuto rapporti
conflittuali coi rappresentanti della cultura ufficiale ed accademica. E non
intendo, né posso alla mia età, cambiare.
Qui sotto riporto la testimonianza non accettata, perché
ciascuno possa giudicare come meglio crede.
*********
Torno agli esordi
teatrali di Carla Tatò, giovanissima, niente meno che con Carmelo Bene. Qualche
anno fa ravanando in rete mi imbatto in un video Carmelo Bene – anni
giovanili, un filmato di circa sei minuti realizzato dalla Rai
all’inizio del 1967, una sorta di ritratto dell’attore-regista salentino allora
29enne e già celebrato, scandaloso enfant gaté del teatro d’avanguardia. Nel
video C.B. risponde in maniera recisa e iattante alle domande che gli vengono
poste: qual è il suo scrittore preferito? Io. C’è un regista da cui vorrebbe
essere diretto? No. Chiarisce, inoltre, che non mette in scena gli autori
teatrali, perché rifiuta le formule drammaturgiche consuete, lui è interessato
al racconto, alla letteratura, attraverso il montaggio teatrale. Quindi lo
vediamo scendere le scale della mitica cantina capitolina del Beat 72 dove in
quel momento sta rappresentando un Amleto derivato da Laforgue, in cui Ofelia è
interpretata da Margherita Puratich che C.B.-Amleto riempie di sganassoni,
ceffoni e botte (vere) lasciando alquanto perplessi anche gli spettatori di
allora. Mi accorgo che tra gli altri interpreti, oltre a Lydia Mancinelli, vi è
Carla Tatò, a cui mi rivolgo per avere lumi.
Carla, grande
attrice poi in simbiosi con Carlo Quartucci, e preziosa amica così mi risponde
via whatsapp:
«Ehi Marco…! Sì. CERTO. Nella versione secondo Jules
Laforgue, a cui si riferiscono le immagini, ovvero: Amleto o les suites
de la pitié filiale al Beat 72, io ero Kate, prima attrice in Elsinore
della Compagnia dei Comici, e di cui Amleto ‘s’innamora’… diciamo. Con tutto un
evolversi in crescendo drammaturgico beniano, molto interessante… e che mi ha
fatto dire sì, subito, alla sua proposta. E Ofelia era Margherita Puratich… Sì.
Gli schiaffi, i pugni, i calci, le botte… erano tutti assolutamente autentici.
Una scena fortemente ‘crue’… al parossismo. Che è potuta avvenire per reciproco
consenso, prima di tutto della Puratich, totalmente ed evidentemente
masochista… che ha scatenato tutta la violenza sadico-infantile di Carmelo… che
regrediva, gioiosamente e sardonicamente, davvero a libertà-bambine negate…!
Era doloroso assistere a quella scena, da dietro le quinte (tutti schiacciati e
pronti a entrare in scena appena finita)… Il silenzio in sala era solido e
annichilente… il pubblico non fiatava… e ogni sera tra Amleto e Ofelia si
deturpavano, con violenza inesorabile, molte parti del corpo di Ofelia/Puratich…
per sua libera accettazione! Voglio dire che, alla fine delle repliche, la
Puratich aveva la membrana dell’orecchio e tutto il canale uditivo fuori gioco.
Oltre a lividi e ferite dappertutto. Non è stato bello… Rotto, sì, rotto il
canale uditivo!!! È proprio andata così. Con conseguente causa/processo da
parte della Puratich nei confronti di Carmelo…!!! Marco caro, anche questa è
l’avventura del Teatro e dell’Arte. E il suo Viaggio nei suoi diversi approdi,
anche questo è parte della nostra ‘vita scenica’… Carlao&friends».
Insomma, quello
spettacolo di quasi 60 anni fa fu un vero, letterale ‘jeu de massacre’, quanto
meno a discapito di Puratich/Ofelia. Il vivido ricordo di Tatò fa
inevitabilmente pensare che quelli erano proprio altri tempi, oggi se un attore
si abbandonasse in scena a gesti sadico-violenti come C.B. finirebbe in galera
o sarebbe additato alla pubblica gogna. Epperò, aveva ragione Carla, quel
teatro di rottura sperimentale con tutti i suoi eccessi, con la sua hybris, con
i suoi errori, nel bene e nel male è stato un fatto artistico memorabile e
capitale. Il teatro del presente allineato con i dettami del ‘politicamente
corretto’, con i parametri indicati dai bandi ministeriali produce soltanto una
generale mediocrità e lo stanco ribobolamento di energie devitalizzate e non
più creativamente innovative.
REGISTI TEATRALI EUROPEI ► Razzolando in rete scopro che la
casa di stampa britannica Bloomsbury Publishing UK ha editato una serie di 8
volumi, “The Great European Stage Directors”. Una serie sui grandi registi
teatrali europei dall’inizio del ’900 sino ad oggi, analizzando la genealogia e
lo sviluppo della pratica del teatro moderno, focalizzandosi su alcune figure
apicali, considerate nei loro contesti storici, culturali e teorici. Ogni
volume contiene approfonditi saggi su tre registi:
Vol. 1 (André Antoine, Konstantin Stanislavskij, Michel Saint-Denis); vol. 2 (Vsevolod Emilyevich Meyerhold, Erwin Piscator,
Bertolt Brecht); vol. 3 (Jacques Copeau, Theodor Komisarjevsky, Tyrone
Guthrie); vol. 4 (Max Reinhardt, Leopold Jessner, Harley Granville-Barker);
vol. 5 (Jerzy Grotowski, Peter Brook, Eugenio Barba); vol. 6 (Joan Littlewood,
Giorgio Steehler [sic], Roger Planchon); vol. 7 (Jean-Louis Barrault, Ariane
Mnouchkine, Peter Stein); vol. 8 (Pina Bausch, Romeo Castellucci, Jan Fabre).
Ogni
selezione di questo tipo è, naturalmente, assai opinabile e del tutto
discutibile, ancorché rispettabile. È però evidente che in ambito anglosassone
la conoscenza della scena teatrale italiana è assai scarsa oppure essa è reputata
ben poco rilevante. I due nomi inclusi, Giorgio Strehler (sbagliano persino la sua
grafia nella costa del volume) e Romeo Castellucci, hanno potuto essere scelti
perché hanno avuto una prominente carriera all’estero: il primo come direttore
per anni a Parigi dell’Odéon Théâtre de l’Europe, il secondo perché dalla metà
degli anni ’90 in poi ha realizzato i suoi mirifici spettacoli avanguardistici,
principalmente grazie a coproduzioni internazionali, girando l’Europa e il
mondo.
Italiano
o, meglio, italo-danese è il salentino Eugenio Barba, il cui lungo percorso
alla testa dell’Odin Teatret si è, in ogni caso, svolto interamente in
Danimarca e in campo internazionale.
Certo,
mi verrebbe da obiettare che nomi quali gli attori-registi d’avanguardia
Carmelo Bene e Leo de Berardinis (almeno loro due), e una coppia di figure
eminenti del teatro di regia critica come Luca Ronconi e Massimo Castri (e mi
fermo qua, ma l’elenco da fare sarebbe lungo), non sono a mio avviso per nulla
inferiori o meno importanti di Strehler e Castellucci. Ma è anche vero che
fuori dai confini nazionali non li conosce praticamente nessuno e, pertanto, da
un preteso canone registico europeo non sono contemplati.
Guardando
fuori dall’Italia, però almeno una esclusione mi sembra clamorosa: quella del
polacco Tadeusz Kantor, straordinario regista-artista visivo che personalmente
non riesco a considerare meno significativo di Stein, Bausch o Fabre. Così,
pensando alla mia lunga deriva di pluridecennale osservatore teatrale mi
vengono in mente molti altri registi europei più o meno grandi, i cui
spettacoli hanno comunque arricchito di molto la mia visione del teatro
contemporaneo.
Vado
alla spicciolata: i russi Lev Dodin e Analolij Vasil’ev; il lituano Ejmuntas Nekrošius;
il tedesco Klaus Michael Grüber; lo svizzero Christoph Marthaler; i francesi
François Tanguy (Théâtre du Radeau), Patrice Chereau, Joris Lacoste; i belgi
Alain Platel e Wim Vandekeybus; lo spagnolo-catalano Marcel•lí Antúnez i Roca (La Fura dels Baus);
l’ispano-argentino Rodrigo García; l’anglo-bengalese Akram Khan; il portoghese
Tiago Rodrigues.
Ciascuno,
a seconda delle proprie conoscenze, può ovviamente farsi la propria lista
preferita, togliendo o aggiungendo nomi. Tutte le scelte sono soggettive, ma
non perciò inaccettabili. In fondo, è un gioco. To play, jouer, giocare col teatro
e i teatranti lo si può fare in molti modi. La Verità estetico-artistica non la
possiede nessuno.
LETTURE ► «Paradosso,
ironia, scetticismo, sono ingredienti di una poesia estranea alla verticalità,
alla decisa assertività, ma che predilige l’aneddoto stravagante, la narrazione
di una realtà quotidiana a cui ci si approssima, esitanti, senza pretese di
coglierla in via definitiva, una realtà dove il sogno e la veglia hanno confini
imprecisi, che inafferrabile sfuma. Una poesia che si dispone al dialogo…».
Mi sembra perfetta questa descrizione critica di Marco
Caporali, sagace traduttore del libro A metà dell’infinito (Gattomerlino,
2025) dell’82enne poeta danese Laus Strandby Nielsen. Del resto, Caporali è
legato a Nielsen da una lunga fedeltà, avendo di lui tradotto (con Michele
Melega) già nel 1993 la raccolta Ridere a mezzogiorno che venne
pubblicata da Empiria.
Ed è interessante quest’altra sua osservazione:
«L’impotenza, come l’approssimazione, l’autoironia e la sorprendente libertà mi
hanno fatto pensare, in un parallelo con la nostra poesia, a Carlo Bordini, che
ha fatto dell’impotenza la cifra stessa della poesia».
L’accostamento a Bordini (1938-2020) è utile per situare
un territorio poetico transnazionale che opera in levare, nello scarnificare la
sequenza dei versi, senza per questo risultare minimalista o ripiegato in una
asfittica sfera personale o quotidiana. Anzi Nielsen spesso indirizza la
propria attenzione, volentieri sardonica (e che mi fa pensare anche alla Szymborska),
verso concetti o pensieri che guardano all’universale:
«Mondo è una grande parola / per il disordine che si
propaga // ovunque procedi / per non dire arretri // per non dire verso casa /
alla familiare // decentralizzata stanza vuota / tra sicurezza e catastrofe.»;
«La lingua si ritrae / e straripa. // Ma non ora. O ora.
O dove è / che ora sta?»;
«il tempo non ha preferenze. / Il resto del tempo dorme
// o è insonne, compra, mangia, / si annoia, cerca di pianificare, // cerca di
ricordare, digerisce, si sente // infinitamente com’è che si dice, // un giorno
prima dell’altro, / ed entrambi i giorni come tutti gli altri. // molto dopo /
se stesso».
Questa idea del tempo che si annoia (di se medesimo) la
trovo irresistibile, al pari della devozione dell’autore danese per il silenzio
reputato «… un elemento, altrettanto importante / di acqua, terra, aria,
fuoco».
Nielsen oltretutto intreccia testi in versi con
raccontini in prosa, non di rado bizzarri, con incipit come: «Il professor Buio
s’interessa al buio. Pensa che sia assodato che non si possa fotografare il
buio e del resto soltanto con mezzi indiretti si può raffigurare il buio».
Il professor Buio potrebbe fare compagnia all’ingegnere
elettronico che lavora con gli altoparlanti e di cui si dice: «è abbastanza più vecchio di me – che
non sono giovane, né di mezza età. Parla italiano, un po’ portoghese e molto
poco inglese. Io parlo danese, un po’ portoghese, parecchio di più inglese,
anche se non perfetto, e quasi niente italiano».
Il titolo del volumetto proviene da un distico: «A metà
dell’inverno… A metà dell’infinito…»; e questo dimidiato rispecchiarsi
dell’inverno nell’infinito o viceversa, non può non fare pensare ai lunghi
inverni nordeuropei che legano le vite degli individui ai rigori della natura
in un ciclo che appare, in qualche modo, senza fine. Questa raccolta, peraltro,
ci informa Caporali, è uscita in Danimarca nel 2021 e, dunque, i testi sono
stati partoriti nel periodo pandemico dove un po’ dappertutto regnavano
l’isolamento e un silenzio irreale, ma per Nielsen precisamente importante ed
essenziale. E allora non è un caso che l’autore danese termini la sua opera con
gli stringati versi: «Il silenzio / è un residuo / che mai / del tutto / si
svuota».
Forse pensando a John Cage che nel 1952 con la
composizione 4’33” ci aveva fatto capire che il silenzio
(assoluto) non esiste, contiene sempre minimi suoni che possiamo udire o
intraudire. Il silenzio non si svuota, appunto. Come la peculiare poetosfera di
Laus Strandby Nielsen dove le più piccole parole-cose (per parafrasare Francis
Ponge) del nostro microcosmo riverberano, sia pure a metà, le cose infinite del
macrocosmo.
UN DILUVIO EDITORIALE ► Giornalista,
docente e autrice da sempre attenta alle dinamiche e alle criticità
dell’industria editoriale, Maria Teresa Carbone nella sua rubrica Express sul
“manifesto” ha riferito un po’ di tempo fa un dato fornito dall’AIE
(Associazione Italiana Editori): in questo paese si pubblicano circa 85mila
novità all’anno, il che vuole dire una media di 230 libri al giorno.
Un dato che certifica un evidente diluvio
editoriale e che lascia sbigottiti a fronte della cronica, strutturale mancanza
di lettori che vi è in questo paese (da sempre agli ultimi posti della lettura in
Europa). È ovvio che tale macrodato non si riferisce soltanto alla narrativa,
poesia o saggistica letteraria, ma riguarda l’insieme delle pubblicazioni
editoriali che contemplano gli argomenti e le materie più diverse: dall’editoria
scolastica e universitaria ai libri per bambini, dalla politica alla
divulgazione storica, dallo spettacolo alla televisione, dal cinema
all’intrattenimento vario, dall’arte visiva alla danza, dalla moda al gossip,
dalla hobbystica allo sport, dai volumi di viaggi e le guide turistiche al
comparto eno-gastronomico, dai libri tecno-informatici alla modellistica, dalla
fotografia alla animalistica, dalla caccia all’agricoltura, dall’ecologia alla
mobilità automobilistica, etc. etc.
Ma lo stesso, considerando la generale miseria
del mercato editoriale, risulta impossibile credere che i 230 libri pubblicati
quotidianamente riescano a ripagarsi almeno i costi basici di produzione.
Potrei sbagliarmi, ma credo che una minima percentuale (4 o 5% forse) raggiunga
tale obiettivo.
La domanda vera sarebbe allora: come fa a
reggersi economicamente una industria che pubblica 85mila libri l’anno, se
pochissimi di questi libri trovano un numero di lettori sufficiente? Mah, è per
me un vero mistero, pur se do per scontato che si tace che gran parte di questi
volumi viene pagato dagli stessi autori. Resta un’altra domanda: cui prodest?
Sapranno rispondere i posteri?
“KOMBAT POETRY” ► Altro repêchage
da "Poetry Music Machine" (2012). Un brano di spoken word che è, in
buona sostanza, un manifesto di personale poetica. Electronics: Maurizio
Bisecco, Nicolas Trojani. Tenor sax: Claudio Mapelli. Foto di Ruggero Passeri.
https://www.youtube.com/watch?v=bTHudJEl0RQ
Kombat Poetry
Questa è poesia ke spakka
l’animo e la mente
poesia mordace come un serpente
ke divora il kuore oscuro del presente
Questa è poesia ke spakka
e proclama: niente facili resurrezioni
oggi l’ordine mondiale s’impone
tra inclusioni ed esclusioni
Questa è poesia ke spakka
e non si spaccia in stato di nostalgia
poesia ke il futuro non si vede
ma domani vedrai troveremo una via
Questa è poesia ke spakka
le passioni e le opinioni
ma non si divide in modo manicheo
tra kattivi e buoni
Questa è poesia ke spakka
e percorre tutte le strade
precipita nel flusso della vita
e si risveglia tra sciarade e intifade
Questa è poesia ke spakka
poesia da delitto & castigo
poesia multipla che s’iperfeta
senza nessun corrivo o pallido mito
Questa è poesia ke spakka
e rinasce dal gergo dell’inferno
questa è poesia-scontento ke scorre
nello spaziotempo, alla periferia del nulla eterno
Questa è poesia ke spakka
da terra desolata
poesia ke s’insinua e non ti racconta bubbole
atroce illirica ruvida krudele
e dunque giusta per gli acchiappanuvole
Questa è poesia ke spakka
poesia meticcia ed alticcia
ke schiuma rabbia e trasuda sexocorpo
e ke non volta le spalle a quelli ke
storicamente hanno avuto torto
Questa è poesia ke spakka
ke conosce la paura e l’affanno
l’amico e il nemico, il dominio e la violenza
questa è poesia ke insiste e resiste
e dice al potere: no hay vergüenza
Questa è poesia ke spakka
poesia impura ke forza i posti di blocco
ke sgorga ed accade anche un po’ inconsapevole
è poesia ke rivendica di essere ‘golpevole’
Questa è poesia ke spakka
e collutta col sennodipoi
e quindi si arroga il diritto del mai dire mai
Questa è poesia ke spakka
poesia ke non si smaglia
o si attorciglia dalle parti dell’io
poesia libera ke ribatte, si dibatte
e si sbatte sempre avulsa da dio
Questa è poesia ke spakka
poesia di lotta e di sgoverno
poesia-larva e poi farfalla-desiderio
ke dà scacco al gioco dell’infermo
Questa è poesia ke spakka
poesia di passaggio ma ke allarga il paesaggio
poesia ribelle e fuori da ogni moda
poesia davvero aliena in codesto belpaesaccio
Questa è poesia ke spakka
ke non sta sugli altari
ma rotola nella polvere del sottomondo
dove tuttora vivono segreti e tupamari
Questa è poesia ke spakka
poesia-vampira in fuga dalla leggenda
poesia ke il primo amore io lo ricordo:
fu una cosa assieme sublime e tremenda
Questa è poesia ke spakka
poesia da combattimento
poesia ke cerca le occasioni di scontro
tanto la partita è aperta, ancora incerta
serve l’arte sulle rovine e un po’ d’ardimento
Questa è poesia ke spakka
pregna di versi ke non tornano indietro
versi ke vanno avanti e non si fanno i fatti loro
versi fuori dal coro e con altero metro
Questa è poesia ke spakka
immersa nel sangue dolceamaro
da invasione agitazione post-post-rivoluzione
poesia furtiva giocosa vessata esaltata
che viaggia al termine dell’immaginazione
Sì, questa è poesia ke spakka
l’animo e la mente
poesia serpente dialettica irridente
e ke divora il kuore
di vetro oscuro del presente
ottobre 2026
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