un ricordo di Mariella Bettarini (1942-2026), eccellente poetessa fiorentina, editrice di “Gazebo” e direttrice di importanti riviste come “Salvo imprevisti” e “L’area di Broca”

 

di Maria Jatosti

 

[ Una memoria di Mariella Bettarini a partire da una conversazione contenuta nel libro di M. Jatosti Amici miei (Edizioni Ensemble, 2026) ]

 

È fatto tardi. L’intervista volge alla fine. Un’ultima domanda, terribile, senza risposta. Possono bastare l’impegno di una vita, la bellezza, la letteratura, la poesia, infine l’amore a salvarci dalla barbarie? 

Cara Maria, che dire? L’impegno e l’amore. L’amore è fondamentale. La letteratura, la bellezza, la poesia…? Certo, la bellezza è armonia, è pace, la pace è concordia, la concordia è come dire amare una persona, rispettare un animale, l’ambiente, insomma è tutto legato, è un tutt’uno. Magari posso sembrare retorica e mi scuso, ma io credo fortemente in questi valori e continuo a sperare, nonostante tutto…

«Anche se la fiammata è sempre un poco più in là e poco dopo il nostro olimpico passaggio»?

Sì. E resistere, perseverare nel tempo, evitando la solitudine, aperte al confronto, alla condivisione, all’incontro… e continuare a lavorare, a operare, a cooperare al meglio. E “scrivere, scrivere, scrivere”. Scusami per l’autocitazione. Ma adesso, cara Maria, credo che per oggi sia tempo di fermarci.

Non ancora. Hai promesso di regalarci il tuo Trittico per Pasolini.

E la serata continua. Mariella ha appena finito di leggere di «quei gridi», «quelle piazze», «quelle speranze», quel «rosso» di quei «pochi papaveri», immortalati nel suo Trittico. La sua voce limpida e ferma ha risvegliato con profonda emozione il ricordo di una terribile domenica di novembre, più di mezzo secolo fa…  e siamo tutti commossi. Gabriella ha esaurito gli scatti e sta riponendo la macchina fotografica. La libreria sta chiudendo. Davide smuove le sedie vuote, abbassa le saracinesche Io penso alle cose che non ci siamo dette, alle domande difficili, misteriose, evasive rimaste sospese e i saluti sono malinconici, ma Mariella sorride abbracciandomi. Suvvia, non essere triste. Presto, un qualche giorno di primavera “rossa di papaveri”, ci ritroviamo, vedrai: io da te o tu da me…

Già, tu da me. Nella mia Roma sperperata, monumentale e barocca, palazzinara, letargica e desolata, apatica e rugantina, tartufa e belliana. Nella mia Roma delle promesse, dei progetti, dei nostri incontri, delle chiacchierate infinite, delle telefonate, delle lettere vergate dalla tua calligrafia rotonda e fiduciosa, davvero da maestra di vita e di «disperate speranze», con Gabriella che disegna e fotografa (ho ancora le foto di quella volta alla Libreria del mio amico Davide, a via dei Banchi Vecchi, che non c’è più. Brutti tempi, amica mia, quando si chiudono sale cinematografiche, teatri, librerie, edicole di giornali e si aprono armerie e sale da gioco!

Da me, hai detto, o io da te. Nella tua Firenze «petrosa e dantesca, stilnovistica, ghibellina e campaniana, protestataria e ribelle»… la tua Firenze di Perelà e di Pinocchio, della tua giovinezza e dell’incrollabile impegno morale, civile e politico di militante della Poesia. La tua Firenze – mi pare di sentirti parlare, raccontare – dove hai «vissuto intensamente la fede, gli anni del dissenso di La Pira e padre Balducci, di Don Milani», della «fondamentale e sempre viva cooperazione culturale-letteraria con tante amiche-amici». La Firenze dei nostri incontri, delle storiche Giubbe Rosse di Rosai e di Massimo Mori, delle grandi e piccole storiche librerie, o della casa a San Zanobi: la penombra fresca delle tue stanze, con Gabriella che si affaccendava discreta, un giorno qualunque di settembre, ricordi? che ancora faceva caldo: la gita ai Campi di Bisenzio per la bella mostra allo Studiolo ci aveva accaldate e assetate e Gabriella arrivava con le bibite ghiacciate…

Gabriella non c’è più e la casa è chiusa. Era diventata troppo grande. Vieni a trovarmi qui. È bello, dici, ci sono gli alberi, i miei nipoti e il mio Tommy che scorrazza nel verde…

Verrò, verrò Mariella, te lo prometto, ti dissi. E ci abbracceremo come quel giorno di circa vent’anni fa quando ci salutammo sul portone di via San Zanobi, o di via dei Banchi Vecchi, io con il magone degli addii. Che sono tanti che sono troppi… Cara Mariella, perdonami, non volevo rattristarti…

Cara Maria, cosa fai? Lavori, scrivi, scrivi? Cosa stai preparando? Un nuovo libro? Brava. Vieni a trovarmi presto e portamelo. Ti aspetto.

Verrò, verrò a Firenze. A ottobre, con Francesco Paolo Memmo che ha una cosa importante al Viesseux, per Pratolini… Te lo prometto. Ciao Mariella. Magari domani ti telefono.

 

Roma, aprile 2025


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Un giorno, correva l’anno 2004, durante una delle nostre lunghe chiacchierate. interrogandoci, chiedendomi e chiedendoti dove fossero finiti il sogno, le utopie, le grandi aspettative e, per citarti, «le disperate speranze» del post Sessantotto, mi rispondesti così:

Maria cara, davvero si tratta di domande “totali”, di questioni più che fondamentali, di problematiche da far tremare le vene ai polsi. Tenterò di rispondere partendo necessariamente dalla mia ormai lunghissima esperienza e dicendo subito che il “sogno, l’utopia, la speranza” bisogna coltivarli “in proprio”, nel proprio intimo, come personalissimi ideali. Se si tentasse di farci influenzare dall’esterno, dalla nuda e cruda realtà che ci circonda e nella quale siamo tutti quanti immersi, non potremmo che riceverne una totale disillusione, con la perdita di quegli stessi ideali di cui intimamente ci nutriamo. Viviamo tempi davvero bigi, per non dire totalmente bui, specie da questo punto di vista. Soffriamo di un sovraccarico di tecnicismi, omologazioni, superficialità, false-soluzioni-per-falsi-problemi, e così via. E tutto questo – ancor più terribile – di fronte a problemi reali giganteschi: invasioni, violenze, guerre, minacciate o tragicamente reali, spesso falsamente “religiose”, immani ingiustizie, migliaia, se non milioni, di morti innocenti, bambini, per bombe, malattie, carestie, fame, genocidi… Ci sarebbe da perdere ogni speranza in un domani sereno. /… / Speranze, da un punto di vista personale, biologico, cara Maria sono quelle di vedere ancora degli anni, ma non sono così catastrofica. Bisogna essere pronti a tutto e io lo sono. Speranze per il mondo: tantissime. Io ci credo, ci conto. Spero che i giovani vedano qualcosa di migliore e che quelli come noi, che non siamo ancora cadenti, finiti, insieme ai meno giovani si possa dare un contributo, eccetera. Io credo molto nella solidarietà generazionale e sono convinta che tutti insieme si possa ancora contribuire a migliorare qualcosa, cambiando qualche regola del gioco, innanzi tutto sperando che le regole si possano cambiare e che qualcosa entri nella testa e nel cuore di chi ha le leve del potere. Anche se purtroppo la speranza si è fatta vieppiù “disperata” e il post Sessantotto – ahinoi – pare davvero scomparso, secondo me non ci resta che alimentare quella “disperata speranza” appunto nei giovani, sui giovani, per i giovani. Singolarmente, più di tanto non si può, ma tutti insieme forse possiamo farcela. Io non ci spero e al tempo stesso ci spero, un po’, sai, alla Nanni Moretti.»

Mi chiedo e non so se i giorni e il mondo che hai “guardato passare” da allora abbiano rafforzato la tua speranza «alla Nanni Moretti». Gli incontri da me o da te si sono diradati nel tempo, le comunicazioni via via ridotte a qualche lettera o telefonata, fino a un giorno di primavera in cui ho trovato un tuo numero nuovo di telefono e ti ho chiamato. Era il 2025, un anno buio e crudele: tante foglie sono cadute dall’ubertoso albero delle mie amicizie, dei miei affetti più vicini e più cari, e la messe non sembra arrestarsi… Treni o aerei da allora non ne ho più presi e a Firenze non ci sono più stata, né con Memmo né con altri e tante promesse sono rimaste inevase. A trovarti nel tuo bel rifugio tra le magnolie non ci sono venuta e non ti ho telefonato né l’indomani né mai.

 

2026. L’estate più arsa e funesta che si ricordi sta finendo. E muore uccisa anche la parola «chiara netta-per sempre stampata / nel giorno-nella notte», «nostra soma» e «nostro lume», la parola da te testardamente ricercata, amata in ogni sua forma: «segno» e «bi-sogno». ma soprattutto incontro di coscienze, «intenzione di dialogo, affinità, amore». E affannosamente dentro di noi, stupefatti e riluttanti, affatturati dalla fluidità del tuo parlare, dall’appassionato rigore del tuo argomentare, dalla tua passione inestinguibile, fusi con la gentilezza del tratto, l’affabilità del sorriso, la luminosità e l’acutezza dei tuoi occhi verdissimi, langue e si infrange la nostra fragilità di vetro…

E io, annichilita, ma ostinata e tenace, aggrappandomi alla disperata e fiera speranza che tu mi hai insegnato, incalzando, e ingannando, la mia giovanecchiezza, mi ingegno a resistere e tiro avanti, adelante, come dice Marco. Magari un giorno né vicino né lontano, da qualche parte, da me o da te, ci ritroviamo. Ciao Mariella.


Roma, via Eurialo 43, Mercoledì 2 Settembre 2026

 

( Tre giorni fa, 30 agosto, in un ospedale di Firenze, non nel bel sito sotto gli alberi dove la sapevo e pensavo da qualche anno in compagnia di un nipote e di un cane di nome Tommy, è morta Mariella Bettarini. Un’amica, una poeta, una donna bella, gentile, coraggiosa, libera, una poeta grande, che ci ha dato e continuerà a darci qualcosa che, uscendo dal fiume infinito di pagine, di parole, di versi indimenticabili, colmerà di bellezza i nostri cuori. Per sempre. M.J. )

 

 

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