Trasmutazioni della realtà, destabilizzazioni, conferme e perpetui interrogativi sulle cicliche vicende umane nel romanzo “NOI SIAMO ALTRI”

                                                             

di Alfonsina Caterino

 

Ritrovarsi in mano l’ultimo libro di Marco Palladini, Noi siamo altri (Editrice ZONA, 2025) dapprima fa precipitare il silenzio in una disarmante attrazione  e  subito dopo, mentre lo sguardo mette a fuoco la scrittura, sono immagini osmotiche quelle che intrepide e implacabili, si sostanziano di  forme sceniche le quali sciolgono il divenire  e svelano  verità semplici, nitidissime disegnate da una geografia misterica dei mutamenti che nel tempo evolve consapevolezze ed anche affiora tratti, atmosfere, significazioni che a rileggerle, sembra abbiano emancipato internamente, altre risorse delle esposizioni, descrizioni e significati dell’essenza del reale che vi era dispiegato. 

Ne consegue una intrinseca trasformazione di pronunce, nessi, significati e metafore le quali espropriano i territori percorsi come in labirinti di specchi e riformulano naturali interscambiabilità col tempo. Passato e presente si ritrovano nei lampeggiamenti delle loro fratture, eruzioni, oblii, malinconie…; gli stessi desideri che vi erano custoditi, a rileggerli sembrano presentire sussulti e dissonanze che le storie intendono, negano, resistono, ma anche convertono in altro, avanzando di generazione in generazione.

Con l’opera Noi siamo altri, M. Palladini consegna all’umanità, un universo mobile i cui dispositivi animano in loro stessi, sensibili, plastiche dinamiche vitali che mentre narrano, pure attestano l’indicibile che emerge dal “” costituito di storie vissute, spaccati di vita ascoltati e memorizzati senza replicarli. I rimandi  infatti specchiano  vicende,  includono vicissitudini,  anche gravi e dolorose (quando si riferiscono ai periodi drammatici conseguenti a guerre atroci) o  proiettano riquadri onirico-surreali e poetici i quali, come sotto l’effetto di un patto di mutua Bellezza, insorgono “verità  altre” che sembrano nutrirsi di sortilegi che solo può declinare il dono che risiede nella memoria, nella lotta individuale, sociale, poi generazionale che l’adotta come  grammatica universale la quale appartiene all’umana infinità frammentata da pieghe imprevedibili e svolte fatali.

In tale guisa, chiare emergono dal romanzo le dimensioni del tempo, ineluttabile treno che mai sosta in stazioni, punti, piani e stati. Pure in ognuno dissemina l’“io”, lo trasfonde in intrecci e capovolgimenti, lo condivide fra barriere umane e stagnanti rassegnazioni. La sua centratura annulla, depista, sfoca volti, avvenimenti, bisogni, contatti, fino ad offuscare e disperdere, fra sommovimenti e smottamenti, persone, approdi, rinunce e ruoli.  

Tutto sfugge da tutte le parti!

Va ad accamparsi in corpi che seppure calcificati dai circuiti interni, fluttuano inverosimilmente fluidificati, nella macrofornace dell’inappartenenza, ove presente e passato ardono scatti, gesta, rivelazioni, declivi. Le parole si trasmutano in passioni necessarie a smaniare memoriali di realtà che si avvicendano, sovrappongono, si intersecano, abbruttiscono, paralizzano, seccano la linfa che le illuminava, fino a spiazzarsi e decadere…

Libero, resta il viaggiatore; vigile ed attento, egli tenta di filtrare una sorta di resistenza alle consunte logiche culturali ed ideologiche, affinché non lo infettino di tradizioni scolorate e ammuffite, ma riesca a prevaricarle per insorgere altri liquidi di contrasto verso il futuro e le sue necessarie, innovative rotte.   

La rivolta veste il nuovo con accensioni di parole; mobilitarsi nella trepidante ansia di riscatto e liberazione vuol dire dare una fede concreta al progresso post-contemporaneo e una forma nuova all’arte che scuota ingiustizie, massacri, guerre disumane prelevando dal proprio essere ed esserci, la volontà forte e coraggiosa di creare “altro” dai sussulti di un’autenticità rinnegante mode e mercati…

Trattasi di percorsi di conoscenza esistenziale la quale affiora come  inidentificabile magma incandescente, travalica cronache, segni,  passaggi e fluisce nei  circuiti immaginali, per  sconfinare significati mai scontati e le  loro processualità sperimentali affette da sintomi febbrili portatori di evoluzioni, invenzioni, rivolgimenti e ricambi con cui coniare pagine concilianti i neo-assunti estetici e incollarli, magicamente sugli istanti che oltrepassano il divenire tra  passato e futuro.

Mettersi sulle tracce di Marco per conoscerlo da vicino, è desiderio dapprima dettato dall’eco che il suo nome evoca nell’immaginario il quale lo pone fra le personalità moderne e post-contemporanee più valenti, complesse e complete dell’universo Artistico-Socio-Culturale-Narrativo italiano ed internazionale e poi, bisogno di inseguirlo nelle molteplici sue attività, in quanto figura poliedrica, eclettica, instancabile e versatile. Egli infatti, nato a Roma, è scrittore, poeta, performer, regista, critico nell’ambito del teatro d’Autore e di Ricerca.

Come drammaturgo, scrive ed interpreta piecès, testi in versi e teatrali, i quali sono tradotti in greco, ucraino, tedesco, spagnolo, inglese, romeno, ungherese e catalano.

Suoi sono i volumi in versi: Et ego in movimento (1987), Autopia (1991), Ovunque a Novunque (1995), Fabrika Poiesis (1999).

Ultime sue opere poetiche sono: Attraversando le barricate (2013), è guasto il giorno (2015), De-siderata (2018), Via memoriae/Via crucis (Gattomerlino, 2022) e il disco musical-poetico Creando Chaos (2023).

Ha realizzato alcune opere video fra cui: Fratello dei cani (2013), Hudemata o ferito a vita (2020), Lettere della sposa demente (2021), Il resto del padre   (2024), il cui testo troviamo in Noi siamo altri (al punto 3, pagina 13) e Ballata per Mabò (2026). Altresì è curatore di vari libri collettivi e pubblicazioni per il teatro, tra cui Serial Killer (Sellerio, 1999). Ha condotto ed organizzato per l’assessorato alla Cultura del Comune di Roma ed il Centro Beat 72, manifestazioni itineranti. Ha ideato e condotto il Rave di Poesia per il festival Romapoesia (1998).

In veste di autore, critico e giornalista, ha collaborato a molte testate nazionali tra le quali: Paese Sera, L’Unità, Il Messaggero, L’Umanità, L’Europeo, Rinascita, Close-Up, Filmcronache, Produzione & Cultura, Ragionamenti, Max, Il Patalogo, alfabeta2. 

Narrare, dunque, è per Marco Palladini, “meraviglia” la quale svincola dal sé soggetto, stereotipi, prassi e convenzioni delle produzioni trattate, facendo trasvolare pezzi di prosa, di poesia, in distanziamenti che affiorano sostanziati da un “io” che diviene “egli e noi” («Je suis / est / un autre et nous sommes les autres», Arthur Rimbaud) e libera, divelte versanti linguistici tra squarci metamorfici e sviluppi di nuovi strati e stati di coscienza. Così si addiviene ad un processo di assimilazione e consapevolezza che comprenda l’elaborazione del linguaggio e la costruzione di un punto di vista esterno alla tematica trattata, la quale sarà indotta dal sedimento interno di lingua e visionarietà, che rarefatti significati e metasignificazioni incompiute, ogni cosa, ogni gesto, ogni parola, ogni tratto, ogni dire e fare, renderanno forze sorgive, le quali come virgulti innerveranno basi ed ideazioni per altre letture delle realtà.   

Sono ventitré i paragrafi di cui è composta l’opera di Marco la quale, come egli stesso annota in premessa, non vuole assolutamente raccontare la storia della sua famiglia, pur riportando, con i nomi, l’impegno storico-sociale d’ognuno, gli episodi di vita ed i fatti appartenuti ai nonni, ai genitori, al fratello Luciano…

Tutt’altro! 

Infatti, questo romanzo-antiromanzo, pararomanzo-saggio come Palladini lo definisce, scaturisce dal suo desiderio, di essere essenzialmente “mnemonauta”. Così egli si nomina  nell’intento di seguire in  modo diacronico  ed anche “illegittimo”, l’attraversamento e l’evoluzione della vita socio-politico-culturale, veicolando i  processi di avanzamento e trasformazione dei decenni, mediante gli scatti, la necessità della parola quale misura del pensiero, della naturalità di essere corpi tesi a sostanziarsi strumenti attivi e testimonianza dei sentieri prima inesplorati, che poi  germinano frutti che lo scrittore stringe in mano insieme ai volti, alle mancanze brucianti dei componenti della sua famiglia, dei cari amici, di  colleghi e tutti coloro che hanno fatto parte e fanno parte della sua esistenza.  

Egli già ha pubblicato, sulla stessa linea, i libri: I Rossi e i Neri (2002); Non abbiamo potuto essere gentili [padri, figli & guerre a seguire] (2007); Stecca mutismo e rassegnazione / Storia di una naja non tripudians (2017).  

Ogni paragrafo è presentato con un’intensità linguistica che sembra generarsi dalla storia  narrata; esso scorre plasmato tra accumuli di parole esplorative, reazioni emotive e chimiche che  si fondono tra consapevolezza, lotte, dolori, resilienza e poesia, mentre le diverse realtà colorano spazi mentali mostrati  come campi visivi calibrati e combinati da azioni ed elementi attivi i quali si intrecciano in correlazioni interiori, che ben custodisce ed esprime l’Es corporeo e comunicativo.                

Palladini dà voce ad una parola densa e parimenti leggera; spesso appare spinta da una sensibile, sottile ironia che solo può scaturire dall’essere abili a dialogare con i propri spettri. Altre volte il divenire, nella sua deposizione casuale, imprendibile e drammatica, sembra uscire dal reale per contraddire le tessiture stratificate in memoria e mai pacificate dal tempo che fluendo eventi, fatti, distorsioni e cambiamenti, consente di osservare la propria storia come proiettata in prima visione.

Una visione che appare all’improvviso, di notte e scorre sul video, un documentario familiare che ruota intorno al suicidio, nel 1968, a soli 29 anni, di Camillo Bellocchio, fratello gemello del regista Marco. Potenti e chiare le immagini affiorano e affondano in Palladini, il quale condivide con il regista la stessa straziante esperienza del fratello Luciano, morto (un simil-suicidio) a 67 anni.

Pensieri e sentimenti prima scalpellati da volontari rimandi, sono divenuti urticanti ripensamenti, modellati dal tempo che, maturando consapevolezze e riflessioni, ora pulsa negli invisibili tagli, mai tacitati  i quali  si lasciano penetrare da nuove, diverse considerazioni in un continuo colloquio intergenerazionale  le cui risposte contrastano posizioni ed altro, lasciando che ognuno legga nelle ombratili, distanziate zone dei circuiti interiori, raffinate risonanze affidate al giudizio dell’alterità…   

È in tali termini che le affollate proiezioni dell’“io” svaniscono i loro snodi esistenziali e risaltano i molteplici rivolgimenti del destino, vorticando le impenetrabilità del pensiero, sugli infiniti eventi dell’esistenza i quali si intersecano e contrappongono, interscambiando l’infinità dei sentimenti dell’umano essere.

Questo libro, romanzo-antiromanzo che Palladini mette in rete, seduce il lettore e lo conduce in tessuti narrativi che sembrano intinti in svianti sussurri, tra armonie ed amarezze. Non a caso egli illumina, dal primo punto del testo, la scura bozza della vita, la quale tutto può saldare o sfarinare, senza dover nulla giustificare, definire o ribaltare; solo potranno gli uomini elaborare, ognuno nella propria intima sfera, i significati e i nonsense che li scuotono.  

In proposito, è nel Mito di Sisifo - Un ragionamento assurdo (l’Assurdo ed il suicidio), che A. Camus, Bompiani 1973, pag. 16 scrive:

«Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia…  Un gesto come questo si prepara nel silenzio fondamentale dello stesso modo che una grande opera. L’uomo stesso lo ignora, ma una sera, si spara o si annega. Di un amministratore di immobili che si era ucciso, si diceva che aveva perso la figlia di cinque anni; che, dopo d’allora era molto cambiato, e che quella storia lo aveva minato. Non si può desiderare termine più esatto. Cominciare a pensare, è cominciare ad essere minati».  

«Ciò che scatena la crisi è quasi sempre incontrollabile, ma bisognerebbe sapere se, quello stesso giorno, un amico di quel disperato non gli abbia parlato in tono indifferente. In tal caso, quegli è il colpevole poiché il suo atteggiamento può bastare a far precipitare tutti i rancori e la stanchezza ancora in sospensione…» (Il Mito di Sisifo, pag. 17).

È un universo indagato in profondità, quello che M. Palladini esplora nel suo viaggio rapportandosi al tempo, allo spazio, a persone e luoghi dell’essere e   della misterica condizione umana. 

Egli travalica assenze, indicazioni e confini fino a smistarsi fra orme, schegge, tracce di richieste rimaste inascoltate, di ferite, umori dolenti e lieti; tutto avviene fra sciagure, disastri e incanti, ma anche incisioni, riserve vitali che dall’interno compiono l’opera e la consegnano alla storia che trasferendosi nel territorio dell’Arte, diviene immortale.  

Gli accadimenti, dunque, e   le loro incalcolabili variazioni, animano complesse trasformazioni disarticolate e provvisorie le quali costituiscono il valore dell’opera di Palladini Noi siamo altri, che stanziata in memoria al lettore, lo abbaglia delle verità vertiginose e lo muta in “io universale, su ogni cosa pensata, vissuta, scritta, ascoltata…

È un universo indagato in profondità, quello che l’autore esplora nel suo viaggio rapportandosi al tempo, a persone e luoghi, all’essere l’altro suo molteplice che ogni cosa smonta, ripristina o stravolge in uno spazio che aggancia e disunisce volti, nomi, pensieri; ognuno stretto alla vicina ombra.   

Tutti i punti dell’opera contengono sviluppi narrativi semplici ed appassionati i quali transitano in una correlazione che, se da un lato sembra porre domande ed interrogazioni “sul perché di tutte le cose”, dall’altro sembra andare a visitare ognuno, sentendosi investita dal misterico mandato di carpire nelle risposte, il pensiero individuale sulla visionarietà di “esserci”. Ed anche di riconoscersi nella verosimiglianza di dono-danno: “cosa spirituale creata” la quale a sua volta crea, vive emozioni, prova a rinascere in nuove logiche, significazioni e linguaggi che possano ripararla dallo sgomento della realtà e suoi svelamenti dell’inappartenenza, dell’abitare un “non luogo” il quale, fedele nei millenni, ospita l’uomo e lo accudisce fino a sera…

Tutto sembra accadere fuori dall’io, in uno spazio fittizio della mente: risoluzioni, rilievi,  definizioni,  finzioni ecc..., ma nello stesso tempo tutto è  una sua  proiezione intra-psichica, fisica ed ottica la quale,  chiaramente lo  scrittore  afferma  nel punto 22, pag. 252, “Note di sconclusione”: «Però la famiglia, me ne sono reso conto scrivendo questo libro, ha una tale forza di gravità che prima o poi ti riporta a terra, nonostante tutti i tuoi sforzi di librarti in alto o di allontanarti. Almeno questo è il nocciolo di senso che mi sembra di aver captato».

Ed è tale nocciolo captato molto importante, perché a Palladini non sfugge che nel tempo il fratello Luciano, morto a 67 anni, quindi in età matura, assomigliava moltissimo al padre, il quale di ritorno dalla prigionia di guerra, soffrì di varie turbe psicologiche, le quali in maniera più palese e grave avevano inficiato la vita del figlio, fino alla morte avvenuta per sua volontà…

Non tralascia nulla Marco quando parla della famiglia la quale pur arginante, rassicurante, poco carezzevole o non incline ad accudire e tutelare i suoi componenti, infine sembra essere sempre perdente…, così come fallimentari risultano le ideologie, non ultima quella di Marx…

Il punto 2. “Il resto del padre” dell’opera Noi siamo altri, M. Palladini lo  ha già trattato nel libro Non abbiamo potuto essere gentili ed esso in qualche modo  contiene anche tutti i punti successivi, perché attraverso la vita trascorsa di Italo Palladini, ex tenente degli Alpini, detenuto per due anni in vari lager tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale, Marco traccia il ritratto di un uomo che sinceramente ammette quanto la guerra sia tragica, irragionevole con conseguenze drammatiche per i popoli  e che nessun giovane assennato ne avrebbe voluto prendere parte, se non si fosse stati obbligati a partire perché chiamati a combatterla, fra lo smarrimento e l’onorabilità di difendere la patria  

Marco Palladini, nel 3. punto del libro, pag. 16, “A colloquio con mio padre, ovvero fa bene qualche volta ricordare”, interroga il genitore sugli eventi della Seconda guerra mondiale e riflette sulle analogie intergenerazionali corrispondenti all’esperienza dello scrittore sulla sua militanza politica degli anni ’70 in cui egli afferma: «si è combattuta, a mio giudizio, la seconda guerra civile italiana».

Italo fa sempre il suo dovere perché disposto eticamente a farlo. Leggendo il libro, la sua persona si cristallizza in mente con il profilo di eroe silente e valoroso il quale non aderisce all’offerta del criminale di guerra, Rodolfo Graziani, di far parte della Repubblica Sociale di Salò.    

Il diniego gli riserverà una vita di stenti, ... ma Italo non se ne cura, continua per la sua strada e per tutta la vita non comunica in famiglia che era stato nominato Cavaliere della Repubblica…

Marco Palladini ha dedicato una poesia al padre Italo, dal titolo: Il resto del padre. Essa è visibile, recitata dall’autore, in un corto postato su YouTube:

 

Quello che resta del padre

è il mesto sorriso di addio

di un potere costituente che non è più

 

Quello che resta del padre

 

è il muto deserto di Dio,

l’abisso silente ove sprofonda il senso

 

Quello che resta del padre

è il figlio che percorre il cammino

sapendo che arriverà da nessuna parte

 

Quello che resta del padre

è l’insistere a voler adorare

quello che non si sa comprendere

 

Quello che resta del padre

è il sospetto che non ci sono innocenti

e che amare è già fare il male ….

 

L’Opera di Marco Palladini prosegue fino al 23. punto: “Post Scriptum: Dialoghetto tra un pacefondaio e un realista scettico”.

La narrazione di Noi siamo altri (materiali per una diegesi familiare), continua affiancando la vita di Marco, il quale consegna al lettore, nella scrittura e nel Teatro, quest’ultimo da lui definito “Luogo non pacifico”, le motivazioni “mai giuste”, di ritirarsi dall’impegno di ESSERE VOCE e fare la propria esperienza di Voce fra le Voci, fuori dal coro…

 

(8 agosto 2026)

 

 

 

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