teatro: “Lo strano caso del dottor Jekyll e del
signor Hyde” inscenato da Fabio Condemi
di
Desirée Massaroni
Dal 23 al 27 settembre 2026 è andato in scena al Teatro
Vascello di Roma Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, spettacolo con la regia di Fabio Condemi, tratto
dal celebre romanzo breve di Robert Louis Stevenson, pubblicato nel 1886. L’ opera
narra la storia del rispettabile dottor Jekyll che, bevendo una pozione, riesce
a scindere la propria parte malvagia, trasformandosi nel crudele Edward Hyde.
La scena è caratterizzata da pochi elementi essenziali:
una scrivania con sopra uno scanner, un cavalletto coperto da un telo nero, un
cubo trasparente con poggiata una bottiglia azzurra contenente del gin e un
bicchiere di vetro e una porta di emergenza con la scritta “EXIT”. Da questa
porta entra trafelato un uomo vestito con un completo chiaro e delle scarpe
nere: è l’avvocato Utterson, interpretato da Christian La Rosa, che si rivolge
più volte a un certo Poole, il maggiordomo, che non appare mai fisicamente
sulla scena e del quale si sentono soltanto i passi pesanti.
Il legale inizia a raccontare il suo lavoro e il rapporto
con il dottor Jekyll. Mentre parla, sposta sulla scrivania diverse cartelline
colorate, che sembrano quasi delle carte da gioco, e si muove continuamente
verso il cubo trasparente per bere del gin. Attraverso il suo racconto viene
introdotta la figura di Edward Hyde, chiamato anche “Mr. Nascondino”, e prende
forma il mistero che lega quest’ultimo al dottor Jekyll. Il legale è
insospettito dal fatto che, in caso di morte o scomparsa del dottore, tutti i
suoi beni andrebbero a Hyde, e decide di indagare sul rapporto tra i due. Dopo
l’omicidio di Sir Danvers Carew, i suoi dubbi aumentano e Utterson cerca di
comprendere cosa stia realmente accadendo.
Nello spettacolo questo processo di ricerca e di elaborazione
dei fatti viene rappresentato anche attraverso l’uso dello scanner. L’attore vi
appoggia diversi fogli e sulla parete vengono proiettati i documenti, che
subiscono però progressivamente un processo di alterazione e distruzione. Alle
pagine inizialmente leggibili si sostituiscono documenti segnati con il
pennarello, immagini dell’edificio in cui abita lo scienziato e dettagli sempre
più frammentari, come una mano poggiata accidentalmente dall’avvocato sopra il
monitor. Anche il bicchiere di gin, posto accidentalmente sullo scanner, entra
a far parte di questa particolare composizione visiva volta all’alterazione.
La tessitura drammaturgica elaborata da Federico Bellini
intreccia in maniera convincente ed evocativa il lavoro registico e attorale,
costruendo un discorso fatto di contrasti e accostamenti surreali. La Rosa
interpreta in maniera calibrata quanto ricca di sfumature la progressiva
convivenza tra male e bene, ragione e follia. L’aspetto ironico, a tratti
comico, convive con una progressiva distorsione dell’immagine, fino al momento
in cui sullo schermo appare il volto dell’attore, anch’egli poggiatosi per
errore sullo scanner, che viene progressivamente deformato e dilatato, fino a
ridursi a una striscia indistinta di carne, a un labbro lunghissimo di una
sostanza non più identificabile con qualcosa di umano.
E, al contempo, il testo ritorna spesso sul concetto dell’amicizia,
non soltanto in relazione a quella tra il legale e il dottore, ma anche come
riflessione sull’idea che essere amici non significhi necessariamente essere
uguali o condividere ogni aspetto della propria personalità. La relazione con l’altro
diventa così uno dei luoghi attraverso cui si manifesta la complessità dell’identità
individuale.
Una delle idee più interessanti della regia di Condemi è
forse proprio lo schermo-specchio svelato sotto il telo nero. L’attore vi si
specchia, ma ciò che appare è lui stesso impegnato in un altro movimento, con
un’altra espressione del volto. Alle sue spalle compare inoltre metà di un
bastone spezzato, mentre l’altra metà è nelle mani dell’attore in scena. Non si
tratta forse soltanto di una scissione, ma della convivenza, all’interno dello
stesso individuo, di un vero e proprio «condominio di ii», per utilizzare un’espressione
riconducibile alla riflessione freudiana.
Da questo momento il dispositivo scenico e drammaturgico
sembra entrare in una nuova fase. Il legale si mette all’ossessiva ricerca del
maggiordomo Poole, per poi riapparire in scena, rientrando dalla porta di
emergenza, nelle vesti di un terrorizzato Poole o di se stesso. L’abito è il
medesimo, così come le scarpe, ma esse appaiono ora enormi, sovrabbondanti. È
lo stesso corpo a essere diventato altro? Oppure è solo un ulteriore percezione
dell’identità?
L’attore indossa quindi il cubo trasparente, simile a un
cubo di ghiaccio o al fondo di un bicchiere, che ingigantisce il suo volto. È
un elemento deformante, ma quasi protettivo rispetto alla minaccia esterna, all’istinto
omicida del legale, del quale sentiamo ora soltanto la voce perturbante fuori
campo. Il cubo è così al contempo una protezione e lente deformante: uno spazio
attraverso il quale il corpo viene sottratto alla propria riconoscibilità.
Nella scenografia di Condemi ogni oggetto sembra dunque
perdere progressivamente la propria funzione originaria per trasformarsi in un
dispositivo percettivo e drammaturgico. E le stesse immagini di Londra
proiettate sullo schermo finiscono per capovolgersi e sovrapporsi, contaminarsi
con il corpo del corpo. La scissione non si configura quindi come la nascita di
un altro individuo, ma la rivelazione di ciò che era già presente e rimosso all’interno
dello stesso soggetto. Ma di cosa si tratta?
La battuta finale fa riferimento a un sorridere, mentre
l’attore-personaggio legge la scritta «Hyde Park». Hyde non è più soltanto il
nome del male, né una parte di sé che l’individuo è costretto a riconoscere. Si
potrebbe dire che Hyde è la realtà nella sua complessità, il mondo come
costruzione condivisa degli esseri umani che nella visione dello spettacolo si
rivedono in un rito quasi liberatorio nella molteplicità dell’esistenza, senza
doverla ricomporre in un unico senso o immagine.
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