Péter Nádas (1942-2026): una personale memoria teatrica

 

 

di Marco Palladini

 


Lo scorso 26 agosto è morto a 83 anni Péter Nádas, uno dei più insigni scrittori ungheresi, molte volte candidato al Premio Nobel in quanto reputato una delle voci più significative e acutamente originali della letteratura europea. Tra le sue opere più importanti pubblicate in Italia vanno ricordate: La Bibbia e altri racconti (BUR, 2009), Fine di un romanzo familiare (Baldini Castoldi Dalai, 2009), Minotauro (Zandonai, 2010), Libro di memorie (Baldini Castoldi Dalai, 2012), Storie parallele I / La regione muta, Storie parallele II / Nel profondo della notte, Storie parallele III / Il respiro della libertà (Bompiani, 2019, 2021, 2023) e Storie dell’orrore (La Nave di Teseo, 2024).

 

Io ebbi modo di incontrarlo a Roma, nella primavera di quasi quarant’anni fa, nella veste non di romanziere, ma di drammaturgo, in occasione della messinscena al Teatro Trianon di Le grandi pulizie, un testo ricavato da un suo precedente racconto. La regia dello spettacolo era firmata da Gianfranco Varetto, figura importante, pur se oggi dimenticata, di una scena capitolina che si collocava a metà tra la post-sperimentazione e il teatro di regia critica.

Per ricordare personalmente Nádas riprendo uno scritto e una breve intervista pubblicati allora su “Paese Sera” e che poi ripresi nel mio libro Prove Aperte – vol. I (Fermenti Editrice, 2015).     

 

 

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Péter Nádas / 1 – (marzo 1987)

 

Come una trappola il dramma della seduzione perduta

 

Al di là, si conceda, del Kundera-prezzemolo o del Galin appunto ‘retrò’ o di un lontano Canetti, sarà un caso oppure no, che la ricerca di autori est-europei contemporanei divenga oggi quasi urgenza di discoperta presso alcuni quarantenni e non appagati registi? Un sessantenne lirico polacco, Zbigniew Herbert, è stato infatti da poco proposto a teatro da Giovanni Pampiglione. Ora è Gianfranco Varetto a trarre dall’incognito Péter Nádas, 44enne scrittore di Budapest.

 

«... ciò che mi interessa a teatro, sono le relazioni che si stabiliscono tra i corpi umani vivi. L’immagine... è l’immagine del corpo umano in movimento che mi interessa… È la sensazione visiva, provocata dalla sensualità del corpo umano... Ho cercato di creare quindi una traccia testuale tale da permettere che l’elemento dominante in scena fosse il corpo dell’attore invece del testo, della storia, dell’idea, della filosofia…».

 

Le sopraccitate dichiarazioni di Nádas potrebbero indurre ad equivoco. Potrebbero far pensare a una visione performativo-gestuale del teatro, di ascendenza magari grotowskiana. Il che, mi pare, è da escludere. Nádas non assomiglia affatto a un effimero fornitore di ‘tracce testuali’ su cui vengono a svilupparsi i patterns della scrittura scenica. La sua dimensione di autore è forte e sta ben dentro a una scrittura drammaturgica sorvegliata, calibratissima, direi strategica.

Se di scrittura scenica vogliamo parlare, essa è predeterminata, pre-compresa dal testo, che sicuramente nasce e si codifica secondo una prospettiva che è già regia di immagini. Più che una mediata école du regard, mi sembra che valga qui l’originaria e basica disposizione di Nádas all’indagine fotogiornalistica. Che si traduce in un sottile montaggio della materia testuale dove si realizza una complessa dinamica di osservazioni, di inchiesta eidetica, di scambi tra i personaggi. Il testo si organizza allora come il luogo di una sorta di emozionante spy-story assieme visiva e tutta mentale. E dove si lascia capire che è nella cruciale investigazione dei segni del sottotesto che si possono ricostruire i reali moventi, le verità non effate quanto ineffabili della stesura verbale. Così, l’autore se da un lato è il puro automedonte di tale gioco, dall’altro lato si assume esso stesso come ‘private eye’. O meglio come autore-detective, molto cerebrale genere Sherlock Holmes, paradossalmente impegnato a decifrare i risvolti di una azione che egli medesimo è andato creando.

 

Desunto da un precedente racconto di Nádas, Le grandi pulizie rappresenta alla lettera l’operazione di ripulitura del salone di una vecchia casa. Operazione lavorativa effettuale che mi ricorda analoghe quanto ipermetaforiche parabole di rigoverno domestico, su cui ruotano due recenti spettacoli di ricerca italiani: Elementi di struttura del sentimento del Fiat-Teatro Settimo e A. da Agatha di Thierry Salmon e le gemelle Pasello.

 

All’apparente realismo della situazione scenica, Nádas oppone una sofisticata, divaricata trama dialogica che destruttura l’aristotelica unità di tempo e di luogo e insidia l’identità stessa dei personaggi. Che sono tre: Klara, una vecchia un po’ megera che da oltre 30 anni sopravvive nel ricordo di una relazione amorosa con un giovane rivoluzionario, András, della cui morte forse è responsabile e forse no; Joska, un ragazzotto d’instabili umori che è stato ambiguamente ‘adottato’ da Klara, che su di lui proietta una duplice voglia di maternità mancata e di ritrovare l’antico amante; infine Zsuzsa, la ‘donna delle pulizie’, una contadinotta smagata che indaga nelle tracce di morchia (riecco la detection!) per indovinare la personalità dei suoi datori di lavoro.

 

Ci sarebbe poi lo stesso András, ma compare fuggevolmente in explicit. Appena una battuta per una fantasima enigmatica simile alla Signora Ponza di Così è (se vi pare). Uno spettro del passato che si materializza e trapassa come un Angelo Sterminatore che soffia via le anime dei protagonisti oramai cadaveri.

 

Nella ragnatela testuale fittamente allusiva, insinuante, ellittica, densa di torsioni diacroniche e di schizofrenie dialogiche, Nádas sconvolge il filo della vicenda che si aggroviglia in nodi gordiani di vero e di falso. Una cospicua parte della commedia è occupata da racconti ‘di fantasia’ o da scene di recitazione nella recitazione, dove aggallano pulsioni desideranti, tranches di verità dell’Io profondo dei tre personaggi: day dreams che mettono a repentaglio l’integrità delle dramatis personae. Ed ecco Klara trasfondersi in Zsuzsa e viceversa, mentre Joska si dimidia attratto ora dall’una ora dall’altra. Nei legami che s’intorbidano, si sovverte l’hegeliana dialettica servo-padrone, il presente si rovescia nel passato, e persino i ruoli sessuali si possono invertire.

 

Commedia del Rimorso e dell’Impotenza, criptocechoviana. Commedia della Seduzione fallita. Commedia della Memoria, dei suoi flussi e riflussi. Per una certa idea di ring un po’ metafisico e letale, oltre che per certe soluzioni di scrittura, Le grandi pulizie richiama Old Times di Pinter. Ma non si sente odor di Minaccia. Semmai di Condanna. I tre non hanno scampo sin dall’inizio e lo sanno. Quel loro intrecciare referti di sogni – attenzione, diceva Stanislaw Jerzy Lec, «Un giorno i freudiani possono conquistare il potere» – suggerisce un’attesa, una ritualizzata preparazione all’epilogo tragico. Che, in fondo, potrebbe essere un’estrema invenzione.

 

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Péter Nádas / 2 – (2 aprile 1987)

 

«Che cosa mi attendo? Sarei in contraddizione con me stesso, con il mio modo di vedere se dicessi che mi attendo qualcosa. Ma sarebbe scortese, presuntuoso e, in ultima analisi, falso, se dicessi che non mi attendo nulla. Piuttosto, ho visto da quando sono arrivato qualche prova dello spettacolo e sono rimasto molto sorpreso dall’impostazione di regia di Varetto, che ha cancellato quegli elementi di naturalismo scenografico e psicologico che, invece, erano molto forti nella messinscena del mio testo fatta in Ungheria. Ciò rappresenta una scoperta per me, ed è più importante di un’attesa (o di un successo). Direi che mi ha già appagato».

 

A parlare è Péter Nádas, quarantaquattrenne scrittore nato a Budapest – finora mai tradotto in Italia – di cui sta per andare in scena al Trianon di Roma la commedia Le grandi pulizie, diretta da Gianfranco Varetto, con gli attori Clara Bindi, Alessandro Baldinotti e Silvana Matarazzo. Per questo copione che descrive l’operazione di ripulitura del salone di una vecchia casa e gli ambigui, mentalmente crudeli o vampireschi rapporti che si intrecciano tra l’anziana padrona, una cameriera e un giovane famulo, Varetto ha immaginato un’ambientazione ispirata alla pittura di Piero della Francesca e accenna a uno spettacolo molto faticoso, costretto nella gabbia o nella ragnatela delle indicazioni testuali. Nádas, in proposito, un po’ se la ride.

 

«In Ungheria gli attori mi odiavano per la correlazione tra gesti e parole che era loro richiesta e mi chiedevano in continuazione di togliere parti del copione, salvo accorgersi, poi, che la cosa non funzionava. Qui a Roma, gli attori ci hanno tenuto a comunicarmi che, secondo loro, io li odio, viste le difficoltà che gli creo. In verità, l’intenzione provocatoria sottesa alla mia scrittura teatrale è diretta proprio contro la forma tradizionale dell’attore europeo (dell’Est come dell’Ovest), che è legato alla declamazione e ha dimenticato di porre l’accento sul suo corpo. In tal senso, il mio teatro vuole riproporre la centralità del rapporto tra espressione verbale e espressione fisica».

 

Il suo dramma presenta uno sviluppo inestricabile di memoria e di menzogna: quanto ha a che fare con la situazione ungherese?

 

«Le domande implicite in Le grandi pulizie sono quelle che mi pongo nel contesto sociale in cui vivo, ossia: perché le persone diventano impotenti? Nel mio testo si allude alla rimozione di ciò compiuta da un’intera società e, dunque, del bisogno di riesumare la memoria. D’altra parte, tutto questo s’intreccia con la menzogna, una capacità in qualche modo positiva, a suo modo una specie di verità di vita, nel senso di invenzione di un altrove. Tra questi due elementi, memoria e menzogna, si organizza lo spettacolo dentro ogni singolo personaggio e nei rapporti tra i tre protagonisti».

 

Nádas, prima e ancor più che un commediografo, è un romanziere, reputato in patria il migliore della sua generazione. Il suo primo libro, Fine di un romanzo familiare, verrà pubblicato il prossimo anno in Italia dalle edizioni E/O.

 

C’è una continuità tra la narrativa e il suo teatro?

 

«No, sono molto lontani. Non per svalutare, ma le mie commedie le considero dei prodotti secondari rispetto ai romanzi. Diciamo che sono nate quando avevo dei problemi da risolvere nella scrittura del mio secondo romanzo. Mi sono servite per dimostrare a me stesso la capacità di creare un’opera compiuta».

 

 

Da sinistra: Antonio Obino, M. Palladini, Péter Nádas, Gianfranco Varetto

 

(Teatro Trianon, Roma, marzo 1987; la foto venne scattata da Judith,

la compagna ungherese al tempo di Varetto)

 

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