LUNGA VITA ALLA SLAM POETRY E A TUTTA LA
POESIA ORALE E NON CONFORME
di Marco Palladini
Nell’introduzione al volume Arrivano i
barbari [Voci del poetry slam] (Solferino / Corriere della Sera, 2026),
Eleonora Fisco rammenta che il primo poetry slam in Italia fu realizzato nel
2001 all’interno del Festival Romapoesia, su iniziativa e conduzione del poeta
Lello Voce che così importava nel nostro paese il format del “Poetry Slam”
inventato quindici anni prima (luglio 1986) in America dall’operaio e poeta
Marc Smith. Rammento bene questo evento perché fui uno dei poeti che vi
parteciparono. Tra gli altri ‘concorrenti’ mi sembra di ricordare Rosaria Lo
Russo, Tiziano Scarpa e Tommaso Ottonieri. In ogni caso, la giuria composta da
cinque persone sorteggiate a caso in mezzo al pubblico decretò la vittoria di
Stefano Raspini che, personalmente, non conoscevo. Ma Raspini era molto bravo e
aveva già capito tutto. Declamò con veemenza un testo-invettiva reboante,
urlava, si gettò al suolo, batteva i pugni in terra. Insomma, faceva scena,
molta scena.
Ecco, sin dal primo prototipico poetry slam
nazionale compresi che in quella gara di oralità poetica, la qualità letteraria
del testo era un elemento accessorio, molto più importante era la capacità di
comunicare, l’abilità anche esecutiva, l’uso della sonorità della voce, la
presenza fisica ovvero il gettare il proprio corpo-vox nell’agon poietico. Non
a caso scorrendo le biografie dei quindici poeti slammer inclusi in questa
antologia Arrivano i barbari, non sfugge che parecchi di loro
sono attori professionisti, una è una cantante e insegnante di canto, altri
sono performer specializzati che collaborano, non di rado, con musicisti. È
chiaro, dunque, che per praticare in modo ‘con-vincente’ la slam poetry possedere
un know-how di tecnica recitativa, un background di sapienza teatrale, di
esperienza performativa è un grande vantaggio, pur se il poetry slam è un
format assolutamente democratico, chiunque ci si può cimentare senza avere
sussiegosi endorsement critici o presentazioni o raccomandazioni da
chicchessia.
Per tornare alla mia (non lunga) esperienza
partecipai, dopo il 2001, a qualche altro poetry slam, tra cui uno, di rango internazionale,
a Bolzano (2004). E lì mi resi conto che i poeti slammer europei e americani
avevano un livello professionale sconosciuto nel Belpaese: recitavano tutti i
testi a memoria, modulavano la voce con grande bravura, il loro impatto scenico-gestuale
era palesemente superiore a quello di noi ‘indigeni’. Tra l’altro, a cena,
parlando con Daniel Beaty, un poeta nero americano con una voce ‘soul’
meravigliosa che mi faceva pensare a Otis Redding, a Sam&Dave etc., lui mi
chiese se io avessi un agente. Mi venne da ridere e dovetti spiegargli che in
Italia i poeti sono reputati, quasi tutti, dei paria e che parlare di avere un
agente sembrava una barzelletta o una favola per bambini ignari. Lui,
naturalmente, negli States l’agente ce l’aveva eccome, che gli organizzava
addirittura delle tournée, ovviamente ben remunerate. Dal che compresi che in
quel poetry slam i poeti stranieri erano stati pagati (giustamente) e gli
italiani (paria) invece no. Tant’è.
In ogni caso, l’esperienza forse più
interessante e fruttifera la feci al Festival Romapoesia (l’anno preciso non lo
rimembro) facendo l’MC (cioè il Master of Ceremony) di un poetry slam della
‘notte bianca’ in cui parteciparono molte decine di persone che non
appartenevano al cosiddetto ‘ambiente letterario’ più o meno riconosciuto.
Tutti poetanti volontari che si sfidavano con spirito lieto e divertito, alcuni
con esiti sicuramente commendevoli. Alla fine, vinse un giovane, trentenne
lucano che recitò un testo in cui mescolava italiano e dialetto basilisco, in
gran parte incomprensibile. Ma lui aveva un ardore espressivo fuori dal comune
che venne per questo premiato.
Quel poetry slam, comunque, mi fece capire che
il format si stava allargando democraticamente, appunto, a schiere di nuovi
soggetti poetanti orali o oralizzanti. Quel format aveva potenzialità popolari
e pop dentro le quali i poeti letterati italioti, altezzosi e renitenti o
negati, per lo più, all’esibizione, non c’entravano realmente nulla. Così, il
poetry slam intelligentemente e oculatamente introdotto da Voce in Italia,
prese nel tempo altre strade diventando un movimento assai ramificato in tutta
la nazione e che condusse nel 2013 alla fondazione della LIPS (Lega Italiana
Poetry Slam) articolata in coordinamenti regionali e che, poi, diede vita nel
2014 al primo campionato italiano nazionale dei poeti slammer. Nel testo della
Fisco è fondamentale guardare i numeri che indicano una crescita progressiva ed
esponenziale dei poetry slam locali in base ai quali si selezionano, poi, i
partecipanti al torneo finale. Si passa dai 150 del 2014 ai 250 del 2019, poi
384 nel 2023, 545 nel 2024, 645 nel 2025. Insomma, una vera e propria
esplosione per una massa critica, credo, di migliaia di slammer. Una esplosione
che ha i suoi campioni: in primis il 46enne comasco Simone Savogin, tre volte
consecutive (2015, 2016, 2017) campione italiano, che partecipa a varie
trasmissioni televisive, suscitando interesse e molti consensi. Poi il 42enne
ternano Lorenzo Maragoni, campione mondiale di poetry slam, assai attivo pure come
attore teatrale e che recentemente allestisce spettacoli comici con il più
giovane Niccolò Fettarappa. Da citare ancora Gloria Riggio, l’unica vincitrice
donna nel 2023 del campionato italiano e il 28enne pavese Lorenzo Capobianco,
anche attore, vincitore del campionato nazionale nel 2022 e della Coupe du
Monde (17ma edizione) nel 2023.
Citando tutti questi dati, capisco che si
possa credere che stiamo parlando dei praticanti di una attività sportiva
piuttosto che poetica. Ma secondo me non è così. La slam poetry certamente
esige una cultura e una qualità dell’oralità e della forza comunicativa
necessari, ma comunque si basa su un’arte o, forse, meglio, su un artigianato
della scrittura (ma spesso sono la medesima cosa) che esige competenza,
talento, impegno anche stilistico. Leggendo attentamente i 15 autori slammer
della presente antologia ritengo che si possa tranquillamente dire che non sono
affatto inferiori alle centinaia e centinaia di poeti/poetanti italici che si
mettono il lauro in testa e si sentono dei nuovi vati, baloccandosi ora
nell’area lirico-neoromantica ora in quella più o meno sperimentale. Anzi in
molti casi essi mi sembrano più interessanti e ingegnosi pur avendo dei limiti
precisi (ogni esibizione non può superare i tre minuti) e dovendo ricercare quasi
sempre una patente leggibilità, che non vuol dire necessariamente piattezza o
banalità. La poesia slam ha, in genere, cadenze prosastiche, para-narrative, in
qualche caso simil-teatrali; è parola diretta, non cincischia, non cerca i
preziosismi, va sul ritmo, sulla rima, sulla assonanza, è una parola-suono
talora autobiografica, favolistica, in diversi casi si contamina felicemente con
i dialetti (il sardo, il siciliano, il napoletano, il meneghino etc.).
E non manca l’ironia e l’autoironia:
«Saremo pronti all’attacco / E tutti i vicini
sapranno / Che arrivano i barbari! / E dove passano loro non
cresce più l’erba / Sul pavimento / Sopra il tappeto / Sugli scaffali / Nel
cesto dei giochi / Tra libri e libretti / dentro le antine / negli armadietti!»
(Davide Passoni, “Barbari domestici”).
«i poeti / con i loro tagli di capelli
approssimativi / con i loro baffi / con i loro quadernetti / con le loro
calligrafie illeggibili / con i loro cellulari / con i loro google drive /
google keep / con i loro cercarime.it / (…) le poete / con i loro tagli di
capelli approssimativi / con le loro frangette / tagliate da sole alle due di
notte / con i loro treni regionali / con i loro lavori normali / con il loro
aspettare che qualcuno le creda poete / per poeterci finalmente
credere anche loro…» (L. Maragoni, “i poeti”).
A proposito di poete, tra le sette autrici
slammer dell’antologia ne segnalo un paio. La 36enne Eugenia Giancaspro alias
Antigone (“le vergini di Jeffrey Eugenides”): «… ci muriamo vive noi hikikomori
girls / ma senza nessun Creonte / né tantomeno Emone / d’altronde / non
m’hai salvato la vita una volta / figuriamoci la seconda
/ più sole che mai / – sì ma per scelta – fa differenza? / un giorno
tutto questo dolore ti sarà utile / sì ma nel frattempo /
indolentemente / ripetutamente / noi moriamo / noi siamo / le multiformi
maschere del dolore / noi siamo / i tentacoli diramati da un cuore propulsore /
ma non sappiamo / in cosa avvilupparci / noi viviamo nelle soglie / nelle
somiglianze / nelle effigi false / noi crediamo / in tutto ciò che non vediamo
/ noi siamo delle San Tommaso / al contrario / delle romantiche / delle poete
vittoriane / / delle credulone laureate / e leggiamo / noi leggiamo tutto / noi
leggiamo molto / saggi giornali depliant / scritte sopra i treni / diari di
ieri…».
La 31enne sarda Maria Oppo (“Rabbia libera
tutte”): «… la ferocia dei coloni è / tutta vera originale è / come un astio
leviatano quello stesso / che ci ha fatte mostri spinte ai / margini però
quaggiù / violenza non ne trovi infatti noi / cambiamo i nomi sai siamo / gentaglia che ci crede alle parole / ed
è evidente qua l’errore / lessicale – quella nostra è / un’altra cosa è pura
rabbia e // la rabbia è bella e giusta / è solo un gioco e poi vedrete / quale
spasso e quanta luce /// 1 2 3 vengo a cercarvi / pronti o no / rabbia libera tutte».
Alla fine, considero che se una simile
antologia è stata curata dallo staff culturale del principale quotidiano
mainstream nazionale, mi sembra evidente che stiano in qualche modo cadendo le
barriere della ufficialità letteraria e accademica che in Italia ha sempre
ostinatamente ignorato tutto ciò che si muove fuori del ristretto perimetro, il
sedicente Olimpo della Poesia scritta convenzionale. Celando il fatto che la
poesia nasce, non soltanto in Occidente, come ‘mèlos’, come canto affidato alla
trasmissione orale degli aedi.
Adesso la slam poetry, grazie anche ai suoi
numeri di massa, sta facendo da ariete, ma accanto ad essa c’è la spoken word
(che personalmente pratico da decenni), la spoken music (affermata giusto da
Lello Voce), e poi la poesia sonora, la stand-up poetry, il teatro-poesia
accanto allo spoken word theatre, senza dimenticare la poesia-canzone, che qui
da noi ha un arco amplissimo di linee espressive: dal cantautorato classico di
De André, Guccini, Conte, De Gregori, Capossela etc. etc. alla rock poetry di
Giovanni Lindo Ferretti (CCCP e CSI) e Max Collini (Offlaga Disco Pax), al rap
martellante di Assalti Frontali, Frankie Hi Energy, Fabri Fibra etc.
E non sto a considerare la galassia del
rapping freestyle. Giusto l’anno scorso, mercè l’invito di Elisa Audino per la
rassegna “Granda in Rivolta” a Fossano, in Piemonte, ho incrociato la mia
spoken word con le improvvisazioni freestyle del rapper Shame, bravissimo ad
improvvisare rispondendo ai miei testi. Un evento del tutto inedito e per me
memorabile.
Non mi resta allora che concludere da autore
in versi militante: lunga vita alla slam poetry e a tutta la poesia orale e non
conforme!
P.S. > l’unica critica che mi sento di
muovere all’antologia è l’assenza di una documentazione sonora, indispensabile
per valutare l’impatto della slam poetry. Se i cd sono oramai modernariato
depassé, sarebbe stato opportuno inserire il link ad un sito dove raccogliere gli
audio, se non i video delle esibizioni degli autori slammer prescelti. Vabbeh, un
passo alla volta. Sarà per una prossima antologia.
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