diario d’autore (34): note random su F. Ponge; f. dalessandro; s. D’angelo; c. nolan; beatles e cockroaches; festa della poesia – l. calogero; f. guccini; “death metal”; g. minà; facce da pugni

 

di Marco Palladini

 

LETTURE VARIEIl sapone di Francis Ponge (trad. di Michele Zaffarano, ilSaggiatore, 2026) è un manufatto letterario che arriva in Italia dopo quasi mezzo secolo. Fu infatti pubblicato in Francia per le éditions Gallimard nel 1967. Oltretutto il libro del poeta di Montpellier (1899-1988) ebbe una lunga gestazione durata un quarto di secolo dal 1942 al 1967. Dunque, lo leggiamo da una distanza temporale che corrisponde a uno spaziotempo culturale e letterario totalmente diverso rispetto all’oggi. Infatti, personalmente lo leggo come un reperto storico di una avanguardia poetica concettuale, ‘fredda’ che pur avendo al presente i suoi cultori, non ha realmente, almeno in Italia, degli eredi minimamente all’altezza. E comunque il testo di Ponge, scritto, riscritto, ri-riscritto per 25 anni sino all’ossessione, mi appare il perfetto pendant dei testi di Il partito preso delle cose (1942), l’opera più famosa di Ponge. Partendo dalla assonanza ‘savon-savoir’ (come in italiano sapone-sapere), l’autore francese costruisce un testo poetico catafratto, pieno di ridondanze, ripetizioni, variazioni, fughe e ritorni, esattamente come fosse (e lo rivendica) un tema musicale. È come una scommessa poetocritica fare di un oggetto quotidiano, banale o apparentemente banale come il sapone, il baricentro di una speculazione vertiginosa, anche ironica e metapoetica, che ragiona e discute pure su se stessa, articolandosi in premesse e discorsi alla radio, dialoghi teatrali, confessioni, lettere e commenti altrui (per esempio dell’amico Albert Camus), miniracconti e sospensione di racconti, preludi e appendici, dove quindi il sapone diventa il passepartout per una ricognizione di sapere o sapienziale a centottanta gradi. Si resta, alla fine, ammirati per la perizia di scrittura, per le acrobazie logico-verbali di Ponge. Grandemente ammirati, ma con distacco, non veramente conquistati o compresi. Ma è esattamente quello che lui vuole e lo sottolinea scrivendo: «… la forma più estrema di questo gioco è la poesia, cioè il gioco puramente verbale e senza intenzioni imitative o di rappresentazione della “vita” in quanto tale; quindi non il romanzo, la storia o il dramma, ma la poesia. E qui non intendo la poesia sentimentale o soggettiva, ma quella della lode e del partito preso, che è oltretutto la più strutturata, la più ordinata, la più trasposta e la più “fredda” tra tutte quelle possibili. (…) salterà all’occhio che i veri fabbricanti di questi oggetti (e non solo i loro semplici contemplatori) sono gli scrittori, i poeti, e che a noi, solo a noi perché siamo noi, viene lasciato il potere di forgiare le chiavi del mondo, o le griglie che ci permettono di riconoscerci al suo interno, e di aprirne e di chiuderne le porte a seconda di quello che ci suggerisce la nostra “libertà” (se proprio ci tenete a usare questa parola…)».

Poeta di orientamento comunista, materialista integrale, razionalista antilirico radicale, la lettura dei suoi testi è, in ogni caso, un antidoto possente avverso la contemporanea melassa poetante italiota. Ed è interessante che, volutamente contraddicendo il noto aforisma di Jean-Paul Sartre («L’enfer c’est les autres»), con spirito comunistico lui dichiari: «… il nostro paradiso non potrebbero essere gli altri?».              

 

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Poeta di lungo corso (n. 1948), nonché esimio traduttore dall’inglese, dallo spagnolo e dal latino, Francesco Dalessandro mi fa avere la sua ultima pubblicazione in versi, Le corrispondenze (Passigli Editori, 2025), che non può non colpire per la sua raffinata costruzione poematica binaria che ha al centro il tema dell’esilio. Un duplice esilio: quello «reale» di un poeta di oltre venti secoli fa, Publio Ovidio Nasone, e quello «metaforico» di un poeta contemporaneo, Alessandro Ricci (1943-2004), che personalmente non ho mai letto. L’esilio reale fu quello che costrinse Ovidio, caduto in disgrazia presso l’imperatore Augusto, a lasciare Roma nell’8 d. C. per finire a Tomi nel Ponto Eusino (ossia l’attuale Costanza, centro portuale della Romania sul Mar Nero). E peraltro non sfugge che Ovidio era di Sulmona, in provincia dell’Aquila, così come Dalessandro è nativo di Cagnano Amiterno, anch’esso paese della provincia aquilana. E la ‘corrispondenza’ non mi pare casuale, pur se Dalessandro rileva che «Ovidio non era mai stato un “mio” poeta», ma poi concede che «mi si impose con forza».   

L’esilio metaforico concerne l’autore piemontese Alessandro Ricci che si allontanò da Roma per motivi personali, per malesseri esistenziali-sentimentali, approdando nel porto di Acciaroli, nel Cilento, e quindi a Brauna, un paesino della ex Germania dell’Est. Dove, peraltro, scrisse la sceneggiatura di un film molto bello che ho avuto la ventura di vedere: De reditu – Il ritorno (2004) diretto da Claudio Bondì (già aiuto-regista di Roberto Rossellini) e chiaramente ricavato dal poemetto di Rutilio Namaziano De reditu suo, straordinaria, ancorché incompiuta, testimonianza poetica della tarda latinità (V secolo dopo Cristo), dove Rutilio abbandona un’Urbe devastata dalle invasioni barbariche e intraprende un periglioso viaggio di ritorno verso i suoi possedimenti nella natia Gallia.

Per tornare al libro bipartito di Dalessandro esso si dispone secondo una struttura poematica-epistolare che si avvale di una scrittura lirico-elegiaca di squisita fattura e di grande sapienza. Soprattutto la sezione riguardante Ovidio mi ha fatto pensare, vista anche la consuetudine di Dalessandro con i poeti latini, a una scrittura neo-antica, definizione che coniò il filosofo Mario Perniola una trentina di anni fa. Il neo-antico concepito come una reazione al post-modernismo diventato un canone oramai ridotto a una maniera efferata. Citando il suo antico corregionale («Quale stai leggendo? Stai chiedendo a chi è stata inviata la lettera?»), in ogni caso Dalessandro licenzia epistole in versi, indirizzate alla moglie e alla figlia, calate in un dettato poetico anche struggente: « (…) abiterà il rimorso come il vostro / dio le vane apparenze / che crede o credeva / lo specchio di un mondo / che con me / precipita nel vuoto, // perciò scrivo da questo / presente e questo transito da qui / dove la nave cara / alla dea / è già pronta a salpare a riprendere / il mare nero…»; «Precipita nel vuoto / il mondo nuovo come / già il vecchio con me relegato / qui / senza amore e stelle / in questo / gelido inverno (… ) / ma tu non lo sapevi non avresti / potuto immaginare / il buio il silenzio l’insonnia / il vento che nega / perfino la preghiera (…) / e strappa il calendario dei giorni / che mi restano / e affastella ricordi e rimpianti (…) / come fosse / nebbia quest’era pallida / svanisce / a dispetto del dio che / tutto governa e tutto / esige: anche sui versi / nevica»; « (…) è allora / che nel ricordo / affiora il silenzio di quando, / bambina, ti credevo / turbare i versi e le infelici mie / sere seduta a quel piccolo tavolo / dove quieta fiorite / nuvole e calde primavere / disegnavi, / invece ora / non posso che fingerti vicina / ma il dolore mai spento dell’assenza / e del silenzio non / si placa nemmeno nel sonno…».   

Nella seconda sezione del poema l’impronta neo-antica si attenua, anche con riferimenti contemporanei (lo sport del surf, un verso dei Pink Floyd, un viaggio sulla Strada Statale 267 in direzione Napoli e Roma), il dettato si fa più discorsivo, ma resta in questa “Velia-Ascea” la vibrazione di una poesia che parla di amori travagliati, infelici: «Scriverti è una forma / diversa di presenza / di contatto e d’illusione: la speranza / è difficile – forse / te l’ho già detto – e uccide / e se voglio e se devo / ancora amarti dovrò essere / guardingo / (un amico / mi dice – parlando / di quant’è prevedibile l’amore – / che la disfatta / è sentimento maschile ma io / potrei non amarti anche sapendo / che perderò / e che ti perdonerò / ogni inganno anche men / che deciso a ferirmi? (…)»; «Se ti scrivo non è per solitudine / o per dirti chissà quali / verità, non ti scrivo / per amore perché ti ho tenuta / tra le braccia mentre l’alba / impallidiva al balcone e tu eri / lontana nei pensieri, / ti scrivo adesso che è passato / il tempo per tumulti o deliri / o per fare bilanci (…) / … il mio / pensiero si sfibra e smarrisce / nel dirti / che mi manchi che mi manca / la tua voce nell’orecchio / come stanotte mi è mancata / l’illusione di averti / avuta per amore / mentre mi abbandonava troppo presto / al sonno / e alla devastazione del silenzio (…)».

È poeta troppo avvertito – ha tradotto, tra gli altri, Shakespeare, Byron, la Barrett Browning, Hopkins, Stevens – Dalessandro per non conoscere i rischi di ripercorrere le vie della lirica d’amore che ha, alle nostre spalle, intere biblioteche di autori illustrissimi. Ma il suo cimento ha una tenuta di scrittura e una qualità evidenti. E poi, come lascia intendere, dietro Ovidio e Ricci c’è sempre lui, è il logos poetico di Dalessandro che parla per interposte voci poetiche come è naturale e inevitabile. Sono appunto le ‘corrispondenze’ tra lui e gli autori, nella fattispecie, di riferimento, che risaltano in questo libro compatto, terso e convincente.       

 

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«Ciao Stefano, ho… letto e apprezzato il tuo poemetto (“Fine dell’Opera – II parte”), per la sua dimensione epica, sliricata e decostruita. È palese, per me, la sua scaturigine dall’asse poetico Pound/Eliot, cioè dal modernismo letterario maturo che bypassa sia la tradizione sia l’avanguardia, centrifugando materiali spuri, dialettici e diacronici. Come per un Finis Historiae che forse, però, come in Beckett, continua, trasfinisce».

Questo messaggio inviato per email diverso tempo fa, lo ritrovo nella sezione riservata alle testimonianze critiche nel volume Collasso gravitazionale (Lithos Editrice, 2026) di Stefano D’Angelo. Dopo avere letto il libro che reca il sottotitolo (Poesie 1985-2026), devo dire che, nella sua estrema sintesi, quel giudizio mi pare perfettamente calzante all’intera produzione in versi del 66enne D’Angelo, Che è una figura laterale, poco rilevata del panorama poetico romano, anche perché è un autore, come detto, non apparentabile né all’area lirica, né a quella sperimentale o eterodossa. Fa giuoco a sé D’Angelo come rappresentante, appunto, di un ‘modernismo letterario maturo’ che fa i conti col divenire della storia e con lacerti di poesia civile, ma mai in maniera didascalica o banale. È una poesia di passo lungo quella di D’Angelo, di natura poematica, che si distende in ampi poemetti che centrifugano eteroclite immagini, citazioni, schegge narrative, frammenti autobiografici, memorie, talora rinvii pure a suggestioni epiche e della classicità.

Compulsando il volume colpisce, comunque la cronologia: dalle prime quattro sezioni (1985, 1988, 1989, 1990) si passa alle ultime che dipartono dal 2015. Vi è, dunque, una cesura esattamente di un quarto di secolo: in questa effettuale auto-antologia Stefano D’Angelo mette assieme i versi scritti sino a 30 anni e poi quelli scritti dai 55 anni in poi e la cosa risulta biopoeticamente sicuramente singolare. Bisogna però ammettere che il flusso poematico, lo sguardo fenomenologico, l’intonazione prosastica assieme all’uso ogni tanto di rime, assonanze, allitterazioni non muta sostanzialmente, nonostante il lungo intervallo temporale. Ed anzi il titolo del libro appare subito nella prima composizione dell’85 (epperò revisionata nel 2026): «… allora ricordai che non avevamo parole / né altro / se non una camicia a quadri / quest’affondare il capo sulla poltrona / o i passi / persi tra il cortile / in questo collasso gravitazionale / operai apparvero su praticabili posticci».

Ma invece che una poesia collassata quella di D’Angelo è una poesia rigogliosa, sovrabbondante (talora anche troppo), generosa nelle sue evocazioni mitopoietiche: «… A forza ci schiudemmo la via / in un grembo pieno di politichetti / ne uscimmo intatti, la cravatta color terra / mirando la mia cariatide senz’acqua / tu regina dei giardini, / vele lunari ti portano sopra il mondo / a proclamarlo di vetro / come la bianca rosa che io divento / sotto una lucida cupola di stelle…».

La città è un topos che torna e ritorna spesso, nel bene e nel male, nella textura di D’Angelo: «Città / public relation della letteratura / città fanfara / rotolano elmi vuoti di città / perché la città è dappertutto / e io sono Ahsvero, l’Ebreo dai piedi millenari / la Strada è la mia Sposa immortale». Ancora altre visioni: «… Una foresta. La strada scomparsa. / Gli amici mutati nelle sagome / dei grandi dirupi di rifiuti, la nebbia come la lunga capigliatura d’una vampira / quella cosa che avevamo urtato, è una specie di montone sgozzato / è il XX secolo. Trema imputridito a terra / ho la faccia bianca. Nessuno che mi dia un passaggio».    

Da ultimo, anche gli accenti quasi destinali-sapienziali per l’anthropos: «… ecco l’Uomo, impagliato ammiraglio / nel suo mare che cresce, vi guizzano pesci dorati / nell’aura declinante. / L’Uomo è un clown, / io, Procopio di Cesarea, lo dico / come è certo / che vidi le sue sanguinose battaglie / sotto il sole bluastro / che la vera luce uccise».

Ecco nel modernismo di D’Angelo io ci vedo pure le tracce nascoste di un poeta neo-latino, sotterraneamente neoclassico. Un poeta romano che ha attraversato e non smemorato la farandola historica dei secoli e che la richiama per noi, suoi coevi.              

 

L’Odissea di Nolan, perché sì, perché no ► Ho visionato lo scorso luglio l’ultimo film di Christoper Nolan The Odyssey, anche perché colpito dalle lodi sperticate riservate alla pellicola, con tanti esperti e critici-studiosi di cinema che ripetevano con enfasi la parola «capolavoro!». Beh, a mio modesto avviso, ‘capolavoro’ sinceramente no.

Senz’altro un buon film, che si avvale di grandi mezzi economici e tecnologici, ma per esempio le facce dei divi hollywoodiani coinvolti (Matt Damon, Anne Hathaway, Robert Pattinson, Charlize Theron, Tom Holland, Zendaya etc.) nulla c’entrano con quelle degli achei di 25 secoli fa.

Nel mio ricordo di (allora) ragazzino ben più convincenti erano Bekim Fehmiu (Ulisse) e Irene Papas (Penelope) nella miniserie tivù diretta da Franco Rossi nel 1968 (secondo molti tuttora l’Odissea filmata migliore della storia).

Ma il punto non è neppure questo. Il punto lo ha colto bene, secondo me, Richard Brody, l’autorevole critico del settimanale americano “The New Yorker”, che ha scritto: «Psicologizzare Ulisse in questo modo conferisce all’Odissea una modernità facilmente digeribile – sì, gli antichi greci sono proprio come noi! –, ma lo fa a scapito della ricchezza di dettagli e della complessità sociale che rendono la lettura di Omero un’esperienza così vitale e immediata. E la soppressione di gran parte delle crudeltà della vicenda è qualcosa di più d’una semplice censura. Rappresenta uno sforzo per adattare Ulisse ai tempi moderni e renderlo nel contempo comprensibile e tragico. Prezioso, di vasta portata, socialmente consapevole e, in definitiva, non sviluppato… le composizioni visive presentano l’azione in modo neutro, offrendo scarso senso di stile o consistenza, onde suggerire una concezione estetica del mondo».

Inoltre «… il crudo realismo di The Odyssey sembra inestricabilmente legato allo sforzo di Nolan di razionalizzare una sensibilità irriducibilmente antica. Guardando il film di Nolan mi sono ricordato, con rinnovata ammirazione, di due film sugli antichi greci diretti da Pier Paolo Pasolini: Edipo Re (1967) e Medea (1969), quest’ultimo con Maria Callas nella sua unica interpretazione cinematografica. In entrambe le opere la sconvolgente crudeltà dell’epoca classica viene bilanciata da una sublime visione audiovisiva che riflette la poesia delle tragedie di Sofocle e di Euripide sulle quali i due film si basano. L’enfasi di Pasolini sulla violenza e il mistero della vita nell’età del bronzo si esplica in elaborate rappresentazioni di cerimonie religiose, compresi i sacrifici umani. Rappresentazioni sia coreografiche che antropologiche, rese in immagini formalizzate proprio come l’azione che si svolge sullo schermo».

Ecco dove sta la ‘differenza’: un poeta come Pasolini si accostava all’evocazione del mondo antico conservandone la poesia, rispettando l’alterità, anche incomprensibile oggi, della realtà greco-antica, con ciò non tradendo il cuore crudo e feroce, brutale, insormontabile dell’epica e della mitopoietica classica.

Il britannico Nolan, sicuramente un grande regista – basti pensare a opere quali Il cavaliere oscuro, Inception, Dunkirk, Tenet, Oppenheimer –, si piega invece qui ai dettami dell’oggidiano ‘politicamente corretto’, si sintonizza con la visione morale moderna e, appunto, ‘psicologizza’ Ulisse, lo ‘aggiorna’ alla ricezione del tempo presente e ne fa un eroe dimidiato, che riflette sugli orrori della distruzione di Troia e della violenza bellica, che comprende che lo stratagemma del Cavallo da lui ideato e per cui è stato immortalmente glorificato, l’inganno vincente che permette all’esercito acheo di penetrare nella città assediata e di metterla a ferro e fuoco, è una grande infamia che ha offeso le regole etiche degli dèi. Insomma, ecco servito per le plebi contemporanee un Ulisse cripto-neopacifista, in crisi di coscienza, che si autocolpevolizza e rigetta pressoché la sua ‘metis’ e la guerra. E quindi se ne va in esilio, con la sua ritrovata Penelope – con il paradosso che lei è uguale a come era vent’anni prima, mentre lui è palesemente invecchiato – per un ‘happy ending’ finale secondo le sempiterne regole (queste, sì, rispettate) dei blockbuster americani.

Si dirà, ma è fiction e la confezione filmica della fabula bene o male funziona. Sicuramente, ma magari è meglio andare a rileggersi l’Odissea di Omero (consiglio vivamente la strepitosa traduzione e reinvenzione linguistica di Emilio Villa – Feltrinelli 1972).      

 

‘CULEOTTERI’ E SCARAFAGGI “The Beatles” il nome della più celebre band pop-rock del pianeta fu inventato nel 1962 da John Lennon che amava molto i giochi di parole (vedasi i suoi libri In His Own Write, 1964, e A Spaniard in the Works, 1965), come incrocio della parola “beetles” con il termine “beat” che chiaramente proveniva dalla espressione “Beat Generation”, il movimento letterario alternativo americano (la generazione battuta o beata) animato da Kerouac, Ginsberg, Burroughs, Ferlinghetti, Corso etc.

Solo che per la vulgata (ignorante) italiota “beetle” significava scarafaggi, e quindi i quattro di Liverpool li si poteva chiamare dei scarafeggi o scurafaggi,  scarafiggi, scirafaggi, scarafoggi etc. etc. Minchiate traduttorie con evidente intento di disprezzo, dal momento che “beetle” significa invece coleottero o scarabeo, e allora i Beatles (in verità parola intraducibile in italiano) potrebbero essere al massimo dei culeotteri e coleitteri o degli scorabei o scarabui etc. etc.

Scarafaggio, invece, in inglese si dice “cockroach” ed è allora curioso osservare che The Cockroaches (appunto “gli scarafaggi”) è lo pseudonimo segreto usato dai Rolling Stones per un concerto fatto in un piccolo club nel 1977 e ripreso a sorpresa di recente (aprile 2026) per promuovere un nuovo singolo su vinile a tiratura limitata intitolato Rough and Twisted. Un giochino pubblicitario che ha anticipato il lancio mondiale del nuovo album delle Pietre Rotolanti che si chiama giusto Foreign Tongues (ossia lingue straniere).

Come si vede, in un modo o in un altro, le parabole dei Beatles e degli Stones si intrecciano sempre. 

 

FESTA DELLA POESIA – L. CALOGERO ► Prima di Ferragosto sono stato ospite della Festa della Poesia a Melicuccà in Calabria, dove ho omaggiato e ricordato due cari amici deceduti quest’anno e con cui ho avuto, nell’arco di quasi quattro decenni, molteplici e proficue occasioni di collaborazione: il regista teatrale e artista della luce Giancarlo Cauteruccio e il poeta e critico Plinio Perilli. Questa Festa della Poesia in soli tre anni di vita è già diventata una manifestazione assai significativa, con presenze importanti, nel segno di Lorenzo Calogero, nato il 28 maggio 1910 proprio in questo piccolo paese del reggino che conta oggi meno di 800 abitanti. La Festa è diretta e ottimamente organizzata da Nino Cannatà, che si sta spendendo in tutti i modi, negli ultimi anni, per rilanciare la figura del poeta di Melicuccà e per promuovere adeguati studi critici sulla sua copiosa produzione poetica, nonché su quella in prosa e diaristica che è pressoché inedita.

Come mio omaggio voglio proporre un testo di Calogero (spentosi il 25 marzo 1961) dal volume Poesie scelte 1932-1960 (Lyriks, 2024) a cura di Cannatà, libro oltretutto bilingue con le traduzioni in inglese di John Taylor.

 

CXLVI

 

Forse parlo da solo e con me solo

con la sostanza umana;

o oggi riecheggia un assolo

la tua triste libertà di esistere. 

 

Sapevo qualche inno della memoria

e la lugubre vocazione ad esistere…

 

Ma tu dalla parte della solitudine del cielo

in questo tempo immemorabile

o tu sei folle nel tuo sangue che io raccolsi a volo.

 

Forse la sostanza umana è sola

e non chiedo che questo: la tua,

la nostra ultima fragranza s’assola

al fioco chiarore della notturna lampa

dove non vidi attingere che una sola, te sola,

alla notturna brezza.

 

(5 gennaio 1959)

 

“SENZA RIMORSI” ► Da FB (13 agosto): testo scritto di notte, quasi senza volerlo, ribobolando post-morte di F. Guccini.

Senza rimorsi

 

Quando da ragazzo ascoltavo

le canzoni di Francesco Guccini,

erano i primi anni Settanta e io ero,

certamente ero imbrancato

nella meglio peggio gioventù

dedita all’azione e alla rivolta

e con gli altri compagni ne eravamo

orgogliosi assai, in faccia ai farisei

borghesi, a quelli che come diceva

il cantautore emiliano «erano sempre

dalla parte della ragione e mai del torto».

 

E Dio, per me, non era

nietscheanamente morto, né risorto,

semplicemente non era mai nato

nel mio orizzonte ideale-ideologico.

Né allora mi sono mai trovato a mangiare

dentro «stoviglie color nostalgia»

oppure a considerare che «le auto

ci guardavano in silenzio»,

ma già mi colpivano le parole

«siamo qualcosa che non resta

frasi vuote nella testa

e il cuore di simboli pieno».

 

Oggi forse penso che qualcosa,

comunque, inesplicabilmente resta:

una scia d’anima, un mucchietto

di striscianti, ambigui versi,

uno sciame di pallidi ricordi,

un’ombra di vita che già contiene

tutta intera la vitamorte

che peculiarmente ci appartiene,

svuotata di frasi inutili e repleta

di mutezze potenti, mutezze

che sono l’epifenomeno della sognata

o temuta eternità, eternità di una

poesia-canzone dal kuore antico,

ma che ormai ha smemorato i simboli

di quella lontana stagione

della nostra meglio peggio gioventù.

 

Era dunque lo scorso secolo, il XXmo

di cui il filosofo comunista Alain Badiou

ha scritto: «secolo delle resistenze

e delle epopee, distruttore senza rimorsi».

Ché per troppa passione, per volere

cambiare il reale, abbiamo distrutto

il reale o, forse, più veridicamente

è il reale che, senza rimorsi,

ha infine distrutto noi… Amen.

 

“DEATH METAL” ► Un amico poetronico mi recapita un video che quasi non ricordavo e che faceva parte di alcune registrazioni realizzate dieci anni fa al Teatro di Porta Portese di Roma, che mi aveva chiesto Mario Quattrucci per implementare la parte poetica performativa della rivista Malacoda. Peraltro, il testo per nulla intonato al ‘politicamente corretto’ mi pare ancora o forse, ancora di più oggi in linea coi tempi bellico-terroristici che stiamo vivendo.

 

https://www.youtube.com/watch?v=0IabXDjLIq8

 

 

Death Metal

 

(Paris, 13 novembre 2015, strage islamista al Bataclan)

 

Partono dalle periferiche, oscure stanze

Hanno confuse, sì, ma feroci e assassine istanze

Non esitano a compiere le più atroci mattanze

 

Sono jihadisti martiri, epperò rapaci e mortiferi

Sono avvoltoi di un credo cupo e thanatofilo

Intanto Eagles of Death Metal on stage tonight

 

Ra-ta-ta ra-ta-ta ra-ta-ta-plan al Bataclan

La gente balla, beve, sorride, vuol godere

Ma ora chi entra la smitraglia che è un piacere

 

Le sedicenti aquile del metallo di morte

Non reggono col loro suono roccioso

Il metallo sibilante delle pallottole

 

L’assalto spazza via musicanti e spettatori

E lascia una scia di sangue spaventosa

Il kalashnikov batte il rock ottanta a zero

 

Non scherzate più con il fuoco

Rockettari apprendisti stregoni

Che ora invocate amore e spirito di vita.

 

Il male da voi fatuamente alluso ed evocato

Vi ha raggiunto a sorpresa e a tradimento,

Una dura lezione da tenere a memoria

 

Voi siete per gli islamisti l’odiato sintomo e incosciente

Della decadenza impura, nichilista e infetta dell’Occidente,

La loro santa, omicida guerra no, non sarà clemente

 

Ché tutta la musica rock, la più punk e dark e hard

e tutti i pososi metallari impregnati di anarcoide libertà

sono ridicoli e soccombenti davanti alla bellica realtà.

 

FACCE DA PUGNI ► Nella vetrina di una libreria vicino casa scorgo un corposo volume (455 pagine) a firma di Gianni Minà (1938-2023). Titolo: Facce piene di pugni [storie non solo di ring] (Edizioni Minerva, 2026); sulla copertina i volti di quattro celebri pugili: in alto gli americani Tony Zale, Ingemar Johansson (di origine svedese) e Muhammad Ali, in basso il cubano Teófilo Stevenson. E subito mi rammento di avere visto oltre 40 anni fa (1985) su RaiDue diverse puntate di un programma di Minà che si chiamava appunto Facce piene di pugni. Un programma prezioso per gli appassionati di boxe (quorum ego) che intendeva essere una sorta di rassegna storico-giornalistica di un secolo di pugilato attraverso le storie e le interviste di non tutti, ma di un gran numero dei maggiori campioni della cosiddetta ‘noble art’. Il programma era previsto in ventidue puntate, ma si arrestò alla quattordicesima e non si è mai saputo perché.

Vedendo e subito acquistando il libro, immagino che si tratti della riedizione di un libro di quattro decadi fa rampollato accanto al programma televisivo. E invece no, o meglio effettivamente Minà, come spiega la curatrice Loredana Macchietti, aveva pensato, contando sul volano della trasmissione, di fare uscire il volume a stretto giro di posta, basandosi sui tanti appunti preparatori dell’inchiesta e sulla trascrizione delle decine e decine di interviste fatte per lo più nel corso degli anni ’70. Ma poi il progetto di pubblicazione si arenò, perché il giornalista fu preso da altri pressanti impegni professionali e rimandò dicendo ai suoi collaboratori: si farà, si farà, lo pubblicheremo più avanti. E invece il libro non è mai uscito e intanto Minà tre anni fa, a 84 anni, se ne è andato.

Così, eroicamente la Macchietti, che allora collaborava come dattilografa, peraltro nulla sapendo di boxe, ha ripreso in mano tutti i materiali, li ha più o meno integrati e ricontrollati e ha fatto finalmente uscire il volume che è non soltanto una chicca per gli appassionati e il giusto tributo a un grande cronista di pugilato come Minà, ma soprattutto oggi appare come uno speciale omaggio post-mortem ad uno sport che oggi, in pratica, non c’è più. Ovvero sopravvive la boxe a livello dilettantistico ed olimpico, ma il grande pugilato professionistico non esiste più, pur se si fanno ancora varî match. Non esiste più perché non ci sono più i grandi pugili, le figure mitopoietiche del ring le cui sfide infiammavano i pubblici e richiamavano, non di rado, i racconti pressoché epici di illustri giornalisti e di sofisticati scrittori (faccio un nome soltanto: Norman Mailer). Non a caso la trasmissione di Minà e conseguentemente il libro si arresta ai primi anni ’80 del secolo scorso. L’ultima stella pugilistica che nomina è Marvin “The Marvelous” Hagler.

Dal mio punto di vista l’unico vero nome che manca alla sua superba rassegna, almeno parzialmente enciclopedica, è quello di Mike Tyson, “Iron man”, efferato picchiatore, soggetto oltremodo divisivo, ma di grande, planetario impatto mediatico, che è stato il più giovane campione mondiale dei pesi massimi (WBC) a soli 20 anni, 4 mesi e 22 giorni, nel 1986. Degli altri vari boxeur, anche onorevoli, che si sono succeduti a lui (c’è pure un quasi omonimo: il 38enne britannico Tyson Fury), non mette conto parlare nella prospettiva dell’epoca d’oro del ring che viene appunto testimoniata dal libro di Minà. Che contiene foto iconiche e storiche che dimostrano come sin da giovanissimo il giornalista torinese incontrasse e coltivasse l’amicizia con i giganti del ring: scontate le immagini con Muhammad Ali e Nino Benvenuti, di cui era fedele amico, ma poi ci sono le fotografie di Minà con Jack Dempsey, con Joe Frazier, con Angelo Dundee (il manager italo-americano di Ali), con Archie Moore e Rino Tommasi (allora organizzatore di boxe) nel 1960, con Fidel Castro ad una riunione di pugili cubani; ma la foto più sensazionale lo ritrae appunto a Cuba assieme ad Ali, già colpito dal morbo di Parkinson, a sua moglie Lonnie Ali, a Teófilo Stevenson, pluricampione olimpico e mondiale dei pesi massimi, mai passato professionista per fedeltà al regime castrista, a Aleida Guevara, medico pediatra, figlia di Che Guevara, a Assata Shakur, militante e dirigente delle Black Panthers, rifugiatasi nell’isola cubana, la rivoluzionaria nera per difendere la quale Silvia Baraldini si era fatta molti anni di carcere negli Stati Uniti. Quasi il summit di una cellula sportivo-politica fieramente anti-imperialista.

Una piccola curiosità è che sul libro compare una breve nota di Isabella Rossellini, allora ventenne e ignara di sport pugilistico, che affiancò Minà per tre anni in veste di interprete, perché il giornalista riusciva in America a intervistare tutti, ma non parlava inglese, cosa che oggi sarebbe professionalmente inconcepibile. Altri tempi.  

In ogni caso, da semplice appassionato della boxe non entrerò nel merito del volume, lo possono fare gli storici e gli specialisti di tale disciplina. Ne raccomando però caldamente la lettura e mi piace fare una schidionata di citazioni pescate qui e là, frammenti, schegge di un mondo passato.

 

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Jack Dempsey “the Manassa Mauler… il Massacratore di Manassa” contro l’argentino Luis Ángel Firpo “il Toro della Pampa” (1921) «Il match è inserito al terzo posto nella lista dei cento più grandi combattimenti di tutti i tempi, dietro soltanto ad Ali-Frazier del 1975 e Graziano-Zale del 1947».

 

Nel 1936 e nel 1938 si incontrano Joe Louis “il Bombardiere Nero” e Max Schmeling “l’Ulano Nero”: nel primo match l’americano finisce ko al dodicesimo round, nel secondo è il tedesco a finire ko alla prima ripresa. Tutti leggono la rivincita come il trionfo del rappresentante dell’America democratica contro l’atleta della Germania nazista. Ma Louis rifiuta tale lettura: «Io e Max, come spesso succede ai pugili, siamo stati e siamo amici. È vero, Max, in Germania, si allenava in una palestra dove c’erano le bandiere con le svastiche, ma chi di noi pugili, uomini del ring, può negarsi alla realtà politica del proprio Paese? Io so solo che Schmeling mi è amico ancora adesso, mentre tutti quelli che decidevano la storia allora, quando noi sostenevamo le nostre sfide, sono già finiti, cancellati. Tutto è cambiato. È rimasta soltanto la nostra amicizia».

 

Ancora Joe Louis: «Io so che esisteva la mafia e so che la boxe aveva dei padroni, ma se ti devo dire chi erano e come si svolgeva questo business proprio non te lo so dire. Io non credo di avere pagato la percentuale a James Braddock (contro cui nel 1937 aveva conquistato la corona mondiale dei pesi massimi). Quello di cui sono sicuro è che a me non è stata data nessuna percentuale. Lo vedi, ho più di sessant’anni e ancora lavoro. Se fossi stato tanto avveduto nel commercio del mio titolo mondiale, certamente adesso non avrei problemi economici, perché in fondo sono stato uno che non ha mai vissuto nel lusso. Se ne raccontano tante, sai, sul pugilato, ma ti giuro, non è stato e non è peggio della vita».

 

Archie Moore: «Ritengo che i neri e, in generale, le minoranze, nascano con un atteggiamento difensivo. Devono imparare a difendersi, devono usare tattiche difensive, mentre i cosiddetti bianchi danno per scontato che tutto questo sia loro. Qualsiasi minoranza, invece, non ha questo privilegio. Saint Louis, per esempio, è una città che ha dato vita a campioni neri come Henry Armstrong, Sonny Liston, il sottoscritto e penso che sia legato all’istruzione. Non è che ce l’abbiano negata, semplicemente non potevamo andare a scuola. Così ci escludevano a priori dalla possibilità di avere una chance in un mondo competitivo, ci hanno impedito di guadagnare il denaro e il denaro in questa vita è molto importante».

 

Si può dire che Primo Carnera, a un certo punto della carriera, divenne un buon pugile. Ma non sarebbe mai diventato campione del mondo senza la protezione della mafia nordamericana che, attraverso un sindacato fittizio, controllava la boxe. Il sindacato vide in quel gigante un buon affare e ci investì del denaro con la convinzione, rivelatasi giusta, di riprenderlo decuplicato quando Carnera fosse diventato campione del mondo.

 

Il racket, il sindacato, la mafia, Frankie Carbo (ovvero Paolo Giovanni Carbo, killer mafioso di origine siciliana, affiliato alla Famiglia Lucchese, per conto della quale ha controllato il business della boxe per oltre vent’anni… non si limitò a controllare un campione, in poco tempo diventò praticamente il burattinaio che tirava i fili nella categoria dei pesi medi e, più avanti, anche in altre categorie. Nei pesi medi aveva pieni poteri sui pugili e su tutti gli incontri che venivano disputati. Qualunque sfidante volesse affrontare il campione in carica doveva firmare un contratto con Carbo).

Molti pugili, molti addetti ai lavori nel pugilato di tutte le stagioni, non hanno mai avuto la voglia o il coraggio di parlare. Buddy Baer (fratello di Max Baer, campione mondiale dei massimi nel 1934 contro Carnera), forte anche della sua posizione di funzionario dello Stato, ne parlava invece senza farsi pregare: «Anche mio fratello Max non poté evitare di essere condizionato dal “sindacato”. Aveva avuto la disgrazia di vedersi morire tra le mani due avversari in due incontri, uno nel ’30 a San Francisco, Frankie Campbell, e poi Ernie Schaaf a Chicago l’anno dopo, che morì subito dopo l’incontro con Carnera. Tant’è vero che dopo quei due incontri lo incominciarono a chiamare il “Killer del Ring” e lui ne soffrì tantissimo. Il racket era subito intervenuto per mettere a tacere le polemiche, ma da quel momento Max aveva dovuto pagare il cinquanta per cento della sua borsa al sindacato».

 

John Bonomi, agente dell’Fbi: «Molti pugili, dagli anni Trenta agli anni Sessanta, hanno avuto dietro le spalle un gangster o un mafioso. Rocky Graziano, per esempio, ha avuto Ettore “Eddie” Coco, che era molto amico di Carbo, ma prima di lui anche Carnera era stato pilotato, però, non da un italiano, ma da Owney Madden, un malavitoso irlandese nel periodo in cui i gangster irlandesi erano più potenti di quelli italiani. C’è un po’ di storia americana nella vicenda della boxe di quegli anni. D’altro canto, questo sport, proprio in quegli anni, divenne una grande industria, una grande rappresentazione. Non credo sia stata peggio di altri ambienti della società americana».

 

Angelo Dundee: «… quando Liston incontrò Muhammad prima del match, gli mise la mano sulla spalla come un fratello maggiore e gli disse: “Non preoccuparti ragazzino, non ti farò male, non ti farò nessun danno, ci divertiremo molto. Ti batterò come fossi tuo padre”. E quando salì sul ring e non riuscì a batterlo come un padre, cominciò a crollare psicologicamente. La sua fu una sconfitta psicologica più che fisica, perché Muhammad era troppo abile per Sonny Liston».

 

Muhammad Ali dopo avere ribattuto Liston il 25 maggio 1965 con un ko al primo round, dopo sessanta secondi, in virtù di un colpo pressoché invisibile, di cui ancora si discute a 61 anni di distanza: «Sono bello. C’è qualcuno che mi può contraddire? Non voglio più pachidermi di fronte. Voglio un ballerino, un artista come “Sugar” Ray Robinson per esibirmi… Ditelo chiaramente che nessuno mi può fermare perché sono il più grande. Mi fanno ridere quegli ipocriti quando dicono che l’incontro era combinato, perché io non ho fermato l’incontro, io ho continuato a picchiare. L’ho colpito molto duramente con un colpo che era tipico di Jack Johnson… Si tratta di un colpo che Jack Johnson ha portato con sé nella tomba e nessuno al mondo lo conosce tranne il mio amico Stephen. È un colpo che viene sferrato con il destro ed è difficile da vedere, non si può usare finché l’avversario non arriva a tiro e praticamente ti cade sul pugno e si verifica una specie di collisione. È come uno scontro frontale: se la macchina tampona un’altra macchina che va alla stessa velocità e nella stessa direzione il colpo non è molto forte. Ma se le due macchine si scontrano frontalmente il colpo è fortissimo. L’avversario mi deve quindi venire incontro. Allora io mi bilancio sulle gambe, aspetto che venga verso di me e lì lo colpisco in controtempo».

  

Muhammad Ali prima di incontrare George Foreman per il titolo dei massimi a Kinshasa, Zaire, il 30 ottobre 1974 (leggersi obbligatoriamente il magnifico libro The Fight di Mailer): «Foreman è un fratello nero, ma questa è la nazione di Ali, la mia, e Foreman non ha alcuna possibilità di vittoria perché io rappresento il mondo dei neri liberi, lui è semplicemente un ragazzo senza nessuna ideologia. Per lui esiste la boxe e basta. Per me, invece, questo incontro è divino, lo considero una piccola guerra santa, perché Foreman non rappresenta la sua gente. Quest’uomo, infatti, è andato in giro alle Olimpiadi sventolando la bandiera americana in un periodo in cui i neri protestavano».  

 

Sempre il geniale Ali: «La mia abilità di pugile innamorato della fantasia, che condiziona l’avversario più con gli atteggiamenti irridenti che con la volontà di fargli male, non sarebbe servita a niente se io non avessi capito che dovevo utilizzare i media invece di farmi usare. E se veramente avessi voluto far emergere il mio disagio, la protesta, il dolore, l’orgoglio degli afroamericani, dovevo utilizzare quei microfoni che mi buttavate davanti alla bocca dopo le vittorie. Dovevo sputare le mie sentenze, le mie sfide esasperate sui vostri taccuini, cercando di precedere le vostre domande, imponendo i miei argomenti ai vostri… Che cos’è in fondo la boxe? Tanti uomini bianchi che guardano due uomini neri che se le danno di santa ragione». Fu una rivoluzione di stile, di linguaggio, fatta da un pugile. Una vera intuizione di marketing prima del marketing.  

 

Budd Schulberg, scrittore e sceneggiatore, autore del romanzo The Harder They Fall (1947, in italiano Il colosso d’argilla) diventato un film nel 1956 interpretato da Humphrey Bogart: «… Di solito si pensa che si tratti solo di forza bruta, e invece il pugile deve riflettere su ogni mossa dell’avversario, capire la sua tattica. È uno sport complicato e un po’ intellettuale… Mi sono comportato con la boxe come con una persona che si ama e si stima… Vedere i pugili che hai sempre amato screditati, ingannati e sfruttati, mi ha fatto reagire. Ho tentato in prima persona, insieme a Rocky Marciano, di trovare un sistema per proteggere i pugili… Un pugile messicano che ho conosciuto… è dovuto tornare in Messico senza un dollaro ed è stato costretto a cercarsi un lavoro. Casi come questo sono molto frequenti, pugili che hanno conosciuto il successo e la ricchezza e hanno dovuto ricominciare da capo… Spesso è capitato che qualche pugile ci abbia rimesso addirittura la vita, e molti mi hanno chiesto cosa ci trovassi di tanto trascinante in uno sport che è nelle mani di gente così brutale… Ali ha però rivoluzionato la considerazione della gente riguardo ai pugili e al pugilato. Ali parlava al suo pubblico e la gente aveva iniziato a vedere in lui quell’eroe che li ha convinti a pensare in maniera diversa su molte cose. Muhammad Ali ha combattuto strenuamente per i diritti degli emarginati e dei neri, era capace di parlare di questi problemi e renderli personali per tutti quelli che lo ascoltavano, era praticamente diventato un nuovo leader nel quale la gente vedeva realizzarsi delle speranze, e i più coinvolti erano chiaramente i giovani. In questo senso, il pugile ha offerto sicuramente un enorme contributo alla società».  

        

Ancora Schulberg sull’America della boxe: «… Si potrebbe scrivere quasi una storia del Paese prendendo come termine di paragone la boxe. I primi grandi pugili furono gli irlandesi, quando si trovarono in fondo alla piramide con John Lawrence Sullivan, campione di pesi massimi, nell’ultimo incontro disputato a mani nude, e tutta una serie di grandi pugili irlandesi degli anni Venti. Poi ci fu l’ondata di pugili ebrei, oggi dimenticati. Sono praticamente una specie estinta. Talvolta i pugili ebrei cambiavano nome e adottavano nomi irlandesi e viceversa… Poi emersero gli italiani. Ci furono grandi, stupendi pugili come Graziano e molti altri come Willie Pep. Guglielmo Papaleo… il più grande pugile che io abbia mai visto… I bravi pugili italiani erano numerosissimi. Poi, naturalmente, vennero i pugili neri… All’inizio del secolo c’erano in America sentimenti razziali contro i neri talmente forti che i grandissimi pugili neri non ebbero lo spazio che meritavano. Ricordo Jack Johnson o Sam Lanford, “il Terrore di Boston”… da alcuni ritenuto il più grande pugile di tutti i tempi, un peso medio in grado di combattere contro qualsiasi peso massimo…».

 

Jack La Motta “il Toro del Bronx”: «“Sugar” Ray Robinson… era molto più esperto, anzi, più bravo di me. Ci ho combattuto sei volte e l’ho superato una volta sola… La verità è che finivamo sempre sullo stesso piano, ma io ero un matto isolato che faceva tutto da sé. “Sugar” Ray era una vera fabbrica di spettacolo, ma aveva dietro le spalle anche gente influente. Io ero il manager di me stesso, lui invece era spalleggiato da chi sapeva di poter costruire sul suo valore un grande affare. Così perdetti anche il quinto assalto. Poi lo persi di vista. Ci saremmo ritrovati anni dopo, per il tiolo mondiale, una sera in cui la nostra battaglia fu definita “il massacro di San Valentino” … Non avrei mai creduto di diventare un modello, un esempio, per questo sono orgoglioso. Sai, io ho avuto un sacco di delusioni e dispiaceri, ma credo che la vita sia fatta così. Io sono stato felice per molto tempo e poi tremendamente infelice … Ora io non sono capace di spiegare cosa sentono veramente le persone, ma evidentemente si accorgono che il pugile è l’essere più misero e insieme più coraggioso che si possa immaginare».

 

Rocky Graziano: «Tony Zale mi fece sanguinare la bocca, io lo colpii ripetutamente sul naso. Volevo ucciderlo. Mentre lo aggredivo, tentavo di dirgli le cose peggiori che si possono immaginare. Avrei voluto morderlo, prenderlo a calci, insomma distruggerlo. Eppure, quando l’incontro finì, ci abbracciammo e ci baciammo. Perché lo facemmo? Perché questa è classe e i pugili sono esseri umani particolari, gente fatta così. I pugili si affrontano sul ring, si riempiono di botte e poi si baciano. Questa è classe amico, vera classe».

 

Joey Maxim (alias Giuseppe Antonio Berardinelli): «La boxe è l’unico sport che possono e sanno fare i poveri… Per questo è uno sport che fa diventare subito uomini… dovetti fare il globe-trotter del ring per tutta l’America: Detroit, Buffalo, Baltimora, Rochester, Chicago, Camden, Akron, Toledo, Saint Louis, Houston, El Paso… Sono città che fanno parte dei ricordi, come flash. Molte di queste città non le ho nemmeno viste: andavo, combattevo e ripartivo. Ero come una diligenza del vecchio West: arrivavo, scaricavo i miei pugni invece dei miei bagagli e andavo via».  

 

Willie Pastrano: «Non era facile riuscire nella boxe a New Orleans, dovevi sputare sangue… Era piena di italiani. Le palestre erano piene di “paesani” come me. E si diventava professionisti quando si era ancora ragazzi. Io esordii che avevo appena sedici anni. Senti i nomi dei miei avversari: Jimmy Connino, Sonny Luciano, Johnny Capitano, Alvin Pellegrini. Era come fare a botte con i fratelli… allora si combatteva anche una volta alla settimana … Non avevo un pugno micidiale. La gente ama quelli che vincono tutti gli incontri per ko. Vogliono vedere il sangue, adorano chi sbatte per terra gli avversari. Io invece colpivo e me ne andavo perché, si dice: “Quello che colpisce e scappa, vive un giorno di più”. Io volevo durare tutto l’incontro e anche tutta la vita possibile… Per questo, credo, non mi hanno mai spinto e ho dovuto aspettare molto tempo. Ma un giorno sono arrivato anch’io (campione mondiale dei mediomassimi contro il leggendario Harold Johnson nel 1963) …  è stata una strada lunga e difficile, ho rischiato di morire due volte. Oggi so che il Signore mi ha voluto qui per qualche motivo. Come Rocky Graziano che diceva: “Lassù qualcuno mi ama”, io dico: “Qui giù c’è qualcuno che mi vuole bene”. Proprio qui, in questo mondo, c’è il paradiso e c’è l’inferno».

 

Jose Torres: «Ogni campione sa, nel suo inconscio, che è fondamentale disporre di grande intelligenza per diventare il migliore nella boxe… Un pugile… per poter diventare veramente un campione deve possedere la dote di prevedere gli eventi, deve cercare di intuire cosa farà l’avversario… Questa è la differenza tra un campione e un pugile qualunque: un campione è una persona intelligente che ha la capacità non solo di prevedere in un decimo di secondo cosa sta per accadere, ma anche di mettere sotto controllo la paura. Nella boxe io non ho mai vinto la paura. Ho solo imparato a controllarla e a servirmene, sapendo che avere paura è una cosa normale… Il vero campione… deve essere un tattico, deve essere un freddo… perché gli incontri di boxe sono basati sulla volontà più che sulle capacità fisiche».

 

Floyd Patterson: «… “Non si può fare diventare campione del mondo uno come Sonny Liston” sostenevano nell’ambiente. Ma Cus D’Amato mi disse che non potevo evitarlo. Poi io non avevo dubbi... Un campione non può non credere in se stesso, altrimenti deve lasciar perdere. Ma l’ambiente diceva che Sonny era stato un criminale, aveva conosciuto la galera e non fosse degno, eventualmente, di conquistare la corona dei pesi massimi, di essere il simbolo del pugilato. Belle parole. La boxe è un lavoro per diseredati, per gente che si gioca la vita. Liston non era peggio di molti che amministravano e controllavano l’ambiente. Me lo misero davanti due volte e persi. Non mi fu possibile cambiare il destino».

 

Ingemar Johansson: «Essere troppo coraggiosi in un ring vuole dire spesso essere stupidi. Io non lo direi nemmeno di me stesso: “Ingemar è stato un pugile coraggioso”. In realtà ero attento, facevo un passo indietro, più che convincermi a farne uno avanti. Pensavo molto durante le fasi dello scontro… Sa, la maggior parte di quelli che salgono sul quadrato sono nelle mani di gente senza scrupoli, spesso capaci di mettere i pugili in situazioni difficili. Poi, quando la carriera finisce, anche i campioni più dotati si accorgono di avere soltanto dei debiti».

 

Ray “Sugar” Robinson, il più grande artista che la boxe abbia mai avuto: «Come dilettante non persi nemmeno un incontro. Un centinaio di combattimenti e mai una volta la malinconia di una sconfitta. Da professionista continuai sulla stessa strada: una quarantina di sfide tutte vinte, finché non incontrai per la seconda volta Jack La Motta: era il 1943. L’anno prima l’avevo già battuto e, quindi, ebbi la presunzione che ce l’avrei fatta comunque. Ma La Motta rimane il più duro avversario che io abbia incontrato nella mia vita. Sei volte me lo sono trovato di fronte. Ho sempre vinto io, salvo quella sera del 1943… Fu una sconfitta salutare, perché successivamente, per molto tempo, credo centottanta match, non ho più perso».

 

Fritzie Zivic: «Diventavo cattivo soltanto quando avevo di fronte un pugile di colore. Molti hanno pensato per questo che fossi razzista. Non è vero, solo mi era antipatico il modo di fare dei neri. Si lamentavano e poi erano i primi a colpire basso. E allora via, era il mio momento, una stretta al collo, una testata, una ginocchiata, e il solito tentativo di fermargli la respirazione con una botta al pomo d’Adamo. Mi ricordo, però, che una sera usai la stessa tattica contro un italiano, adesso mi sfugge il nome. Ricordo che ogni volta che gli facevo una scorrettezza gli chiedevo “Scusa”… A un certo momento, questo avversario mi si piantò davanti con aria truce e mi disse senza mezzi termini: “Vaffanculo tu e le tue scuse! Smettila di darmi i pugni sui coglioni”. Mi venne da ridere e feci male, perché l’italiano mi allentò una tremenda botta sulla bocca… La mia cattiveria si è sviluppata soltanto sul ring… Se non avessi fatto il pugile sarei stato l’uomo più tranquillo del mondo. Solo che potevo soltanto fare il pugile… (Il record di Zivic è sensazionale: 230 incontri, con 155 vittorie, di cui 80 per ko e 65 sconfitte, 4 prima del limite. È un campione, ma combatteva troppo e quindi perdeva molto)… Comunque, non avrei mai rifiutato un ingaggio, perché i soldi che non guadagni oggi, chissà se domani li potrai recuperare. Così accettavo sempre, senza creare problemi. È chiaro che in queste condizioni, qualche volta, ero costretto a perdere… Ma, se dovessi dare un giudizio di quel tempo (anni ’30-’40), ti posso solo dire che è stato bello, molto bello, anche se ho avuto i miei momenti difficili. Ho guadagnato un mucchio di soldi. Che potevo volere di più dalla vita?».

 

Carmen Basilio: «… negli anni Cinquanta, quando la televisione ha fatto la sua comparsa e i filmati dei match hanno fatto il giro del mondo, noi siamo diventati i beniamini con una fama planetaria… Bisognava stare in difesa o in attacco e non c’è niente di divertente in questo. Bisogna darsi una disciplina, bisogna andare a letto presto la sera e alzarsi la mattina all’alba. Nel pomeriggio bisogna andare in palestra, allenarsi e colpire il punching-ball, fare una serie di esercizi. Questa è la disciplina, non si può fumare, né bere, né frequentare donne. Insomma, non c’è nulla di divertente in tutto questo. Ora che mi sono ritirato, posso finalmente divertirmi, non devo essere serio… Il match con Tony De Marco?... Le nostre facce erano irriconoscibili dal sangue che colava, eravamo pieni di ferite. Però io non ci facevo caso, perché comunque non ho mai sanguinato in maniera eccessiva. D’altronde, durante un incontro, non si sente dolore. Quando il corpo riceve dei colpi non senti quasi niente, è il giorno dopo che stai male, quando le ferite vengono curate, ma soltanto per un giorno, soprattutto al risveglio».

 

Bruno Arcari, dopo avere conquistato il 31 gennaio 1970 il titolo mondiale dei welter junior, battendo il filippino Pedro Adigue: «C’era tutta una tavolata di amici, io riuscivo a malapena a muovermi perché ero rotto da tutte le parti. Mangiai un gelato, bevvi un bicchiere di acqua minerale, poi mi alzai, guardai tutta quella gente che era venuta per me, mi scusai con loro e andai in camera con dieci chili di sale. Li misi nella vasca, mio fratello mi spogliò perché non avevo neppure la forza di togliermi i vestiti da solo, e pianse. Continuò a piangere perché mi vedeva che ero nero, pieno di lividi in tutto il corpo. E io gli dissi: “Non stare a piangere, perché stasera tuo fratello è campione del mondo”. Il pugilato è questo, a volte è crudo, però è molto bello e sarei pronto a rifare il match nuovamente».

 

Jackie Fields, ebreo americano: «… A quel tempo (anni ’20) il mondo del pugilato era dominato dagli ebrei… Il pugilato è la fotografia della lotta per la sopravvivenza. Ma non credo di aver avuto fortuna nella boxe per la religione che professavo: la gente voleva buoni combattimenti e applaudiva i pugili capaci. Vuoi che ti dica la differenza con i tempi che viviamo adesso? È una sola: allora non c’erano buoni pugili neri. C’era stato, sì, Jack Johnson, ma proprio per questo era un mito, era stato una vera eccezione. Ai miei tempi ho combattuto con due soli veri campioni neri: “Gorilla” Jones, a marzo del ’29, e “Young Jack” Thompson. Fu proprio Thompson che mi permise di diventare campione del mondo (pesi welter) nel 1929 a Chicago… titolo che poi persi e che mi ripresi contro Lou Brouillard a fine gennaio del ’32. Poi lo ripersi con Young Corbett III tredici mesi dopo e decisi che il mio tempo era finito, anche se ero giovane (26 anni). Non me ne sono mai pentito… Sì, “Gorilla Jones” e Mae West (la famosa “mangia-uomini” del cinema hollywoodiano) erano molto amici, perché ti dovrei dire fino a che punto erano amici? Anch’io ero molto amico di Clara Bow… a quei tempi Clara era la “fidanzata” d’America, forse anche di tutto il mondo. Sì, insomma, io e Clara Bow, per un certo periodo, siamo stati molto intimi».

 

Julio César Chávez, “JC”, “il Toro di Culiacán”, pugile messicano che ha combattuto dal 1980 al 2005, una vera e propria macchina della boxe, considerato uno dei più grandi pugili di tutti i tempi (pesi superpiuma, leggeri, superleggeri, welter). Ha il record per il maggior numero di difese consecutive di titoli mondiali (27), il maggior numero di incontri per il titolo (37), il maggior numero di vittorie in incontri per il titolo (31) ed è secondo al 32enne giapponese Naoya Inoue, detto “il Mostro”, e Joe Louis per il maggior numero di incontri per il titolo vinti per ko.

 

Willie Pep (alias Guglielmo Papaleo), “Will o’ the Wisp”, “Will Fuoco Fatuo”, italoamericano, campione mondiale dei pesi piuma dal 1942 al 1948 e, poi, dal 1949 al 1950: «… no, i colpi si sentono, eccome. Ma sei lì per boxare, gli spettatori hanno diritto a vederti combattere, hanno pagato il biglietto e tu non puoi permetterti di abbandonare solo perché hai un po’ di sangue in faccia… Questo è un mestiere duro, ma quando uno lo sceglie deve sapere i rischi che corre. Devi essere sempre in forma e devi essere capace di vincere il dolore fisico. Altrimenti è meglio che non inizi. Ci sono tante altre cose da fare nella vita».

 

Sandy Saddler, peso piuma nero, campione del mondo dal 1948 al 1949 e dal 1950 al 1957, uno di quei pugili ricordati per la potenza. 103 incontri risolti prima del limite su 163 vittorie: «… il campione francese Ray Famechon il 10 ottobre 1954 a Parigi sono riuscito a metterlo ko (al sesto round), ma ormai era al tramonto della carriera. L’avessi incontrato prima non sarebbe stato così facile. Sai, i pugili europei sono più indiretti, fanno boxe di rimessa, quelli americani sono più essenziali. Voglio dire che per noi, anche quando non è del nostro livello, un avversario europeo è sempre un problema. In America non si combatte con la guardia chiusa e con una concezione spesso avara della boxe. Tirare un pugno e scappare non è nella mentalità della boxe di questo paese. Per questo un europeo, anche quando non era al livello del mitico Ray Famechon, per noi poteva rappresentare un impegno difficile».

 

Alphonse Halimi, pugile franco-algerino: «Ho fatto 298 incontri con 137 vittorie per ko, disputando sette campionati del mondo e quattro campionati d’Europa; sono stato campione del mondo (pesi gallo) tra il 1957 e il 1959, sconfiggendo il vostro Mario D’Agata, e campione d’Europa nel 1962, sconfiggendo Piero Rollo. In fondo che cosa mi ha dato la boxe? Niente, grazie a Dio. E quando dico niente non parlo dal punto di vista economico, per fortuna, ma dal punto di vista sociale, umano. Non c’è umanità, e la prova è che Alphonse Halimi non è considerato in Francia. Perché? … Siamo figli di operai, siamo stati bambini che non hanno potuto frequentare la scuola, abbiamo sofferto per mantenerci e guadagnarci la vita. È questa la molla che ci ha avvicinati alla boxe… Quindi i padroni della boxe sono persone più dotate di noi dal punto di vista intellettuale e s’inseriscono in un ambiente debole. Io penso che i pugili siano persone fragili perché non possono difendersi da chi sta sopra di loro».  

 

Carlos Monzón, campione mondiale dei pesi medi dal 1970 al 1977, ritiratosi imbattuto, ha vinto non solo per la sua violenza, ma anche per la capacità di stare sul ring, di comandare tra le dodici corde. Lo ha confermato difendendo il titolo per quattordici volte, record assoluto nella categoria (Hagler “il Meraviglioso” si è fermato a dodici difese).

 

Emile Griffith ricorda il secondo incontro con Carlos Monzón, il 2 giugno 1973 allo Stadio Louis II di Montecarlo. Griffith 35enne perse ai punti in 15 riprese: «Quella sera non diedi tregua a Monzón. Non lo feci respirare, non lo feci pensare, al punto che credo si sia dimenticato nel camerino una parte dei suoi famosi diretti. Alla fine, ho letto sui giornali, che c’era stato un momento, al dodicesimo round, nel quale Monzón voleva abbandonare, non tanto per i colpi, quanto perché non ce la faceva più a respirare. Gli avevo imposto un ritmo di battaglia che lo aveva stremato. Purtroppo, non me ne accorsi o, forse, ero troppo vecchio per accorgermene. Arrivammo in fondo. Forse non avevo perso, ma i giudici premiarono il campione in carica. Era più giovane e con lui sarebbe stato più facile montare altri spettacoli. Ma non mi arrabbiai più di tanto. Quella sera molti dissero che ero entrato fra i miti della boxe».

 

FACCE DA PUGNI - 2 ► In coda al cut-up ricavato dal libro di Minà mi piace riproporre un mio prosimetro che venne pubblicato quasi un quarto di secolo fa nel libro La vita non è elegante (Fermenti Editrice, 2002):

 

Un secolo preso a pugni

 

Cent’anni di negritudine e di pugnitudine… per pronipoti di schiavi, afro-americani coatti e senza alternative, a tutto pronti pur di saltar fuori dal ghetto eterno… dalla nascita subita come per disgrazia ricevuta al colpo di grazia del ko…

Jack the Galveston Giant Johnson… fisicità bella e sfacciata e con due denti d’oro per ridere in faccia ai bianchi furiosi… pestandoli senza requie e scopandogli le donne… la boxe come alba dell’orgoglio nero…

Joe the Brown Bomber Louis… il black panzer che umiliò l’orgoglio dei nazi ariani… che vinceva con un colpo solo, quello giusto… la boxe come potenza e straordinaria misura di sé…

Ray Sugar Robinson… baffetti da Clark Gable ‘colored’ e gioco ineguagliabile di gambe… stile, ferocia e una cadillac rosa fucsia… per molti: the best all time & all pounds… la boxe come estrosa danza sul ring…

Sonny the Bear Liston… viso di pietra e mani enormi che facevano molto, molto male… ex galeotto triste, burattino nelle mani dei mafiosi… la boxe come violenza pura e impura truffa…

Muhammad the King Alì (ex Cassius Marcellus Clay)… the Louisville Lips… Float like a butterfly, Sting like a bee… musulmano nero militante… Alì boma yé… il mito dei miti… la massima personalità e autocoscienza dei niggers del secolo… la boxe come arte veloce, politica, suprema classe e ribellione…

Smokin’ Joe Frazier… da grasso macellaio a micidiale fighter… tenacia, coraggio e solida presenza… un non-personaggio per la normalità del picchiatore… la boxe come antagonismo e ferma resistenza…

George the Preacher Foreman… l’uomo dalle due vite… texano massiccio, demolitore spietato, muore in una notte di magia nera a Kinshasa… risorge vent’anni dopo, nonno cranio rasato del quadrato, incredibile ancora champion of the world… la boxe come immortale forza e persistenza…

Marvin the Marvelous Hagler… pugni duri, self-control e qualità di eccellente incassatore (vedasi il cruciale incontro-scontro con Mugabi)… profilo con baffi e pizzo da dominatore vero… testa calva e tanta intelligenza dentro e fuori il ring… scommette contro di sé, lascia l’effimera vittoria a Leonard, incassa il malloppone, saluta tutti e si ritira… la boxe come apoteosi del medio perfetto…

Larry the Easton Executioner Holmes… coi guantoni elegante signore e padrone di un mirabile jab sinistro… però anche volgare sbruffone («chi può indossare il mio sospensorio?»)… longevo combattente a un passo dal record di Marciano (49 vittorie consecutive)… la boxe come talento, tecnica e lucido martellamento…

Per una carriera, un match o un pugno appena… il mucchio selvaggio degli altri da non dimenticare… (Ezzard Mack Charles… Jersey Joe Walcott… Archie Moore… Emile Griffith… Floyd Peekaboo Patterson… Jimmy Ellis… Bob Foster… Ernie Shavers… Ken Mandingo Norton… Thomas the Cobra Hearns… Michael Spinks…)

E infine, l’ultimo grande pugile di un secolo preso disperatamente e tempestosamente a cazzotti… per sconfiggere la malasorte, per mettere a tappeto l’avverso destino…

Mike Iron Man Tyson… king kong incarnato, la bestia & la bestia, kattiveria assoluta, terrificante il suo killer instinct… il campione del mondo più precoce e il più ostinato delinquente del pugilato… stupratore animalesco, teppista di strada, cannibale masticatore di orecchie altrui e chi più ne ha più ne metta … la boxe come essere vincenti sul quadrato e nell’eccesso, e skizzati perdenti nella vita e nel buon senso…

«Sono un po’ paranoico, ma nel mondo della boxe

bisogna esserlo… bisogna esserlo perché è come

stare nella mafia: oggi amico domani nemico…

Non ho bisogno di lezioni di cultura,

tutta quella merda che ti fa veramente diventare scemo…

So chi sono e cosa sono e non c’è alcuna ragione

che qualcuno si senta dispiaciuto per me… 

Del resto, nessuno può venirmi a dire in faccia

una parolaccia, senza subirne le conseguenze…

Della mia vita non me ne fotte nulla, per questo

ho avuto successo…  Dove vado? da chi vado? Boh,

 non ho nessuno, tutti mi hanno sempre fregato…

già, il mondo è pieno di persone schifose… 

vi odio tutti, al 99 per cento...»

 

Fuoriuscire davvero dal ghetto mentale, dal ghetto dell’anima è la battaglia più ardua… anche quando si tirano su vagonate di miliardi, molti si sentono di schifo e la società non cessa di disprezzarli… e corrono a farsi del male e poi si sputtanano i quattrini e si strascinano a morire, in miseria come al principio… storie fin troppo risapute… chi ama la boxe, lo so, non può stare in pace col mondo… ma almeno che cessi di fare la guerra a se stesso… 

 

settembre 2026

 

 

 

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