“Amici miei” di Maria Jatosti: un romanzo-memoir d’amore

 

di Marco Palladini

 

Amici miei di Maria Jatosti (Edizioni Ensemble, 2026) è un titolo ‘rubato’, immagino volutamente, al famoso film (1975) di Mario Monicelli (in realtà doveva essere girato da Pietro Germi), uno degli ultimi veri capolavori della commedia all’italiana, che poi diventò una trilogia con l’Atto II (1982, regia sempre di Monicelli) e l’Atto III (1985, regia di Nanni Loy). Ma a parte l’omonimia il libro di Jatosti non ha niente a che spartire con la natura ridanciana, satirico-boccaccesca di quelle pellicole che, in fondo, celebravano un’amicizia tra maschi italiani tutta sversata su scherzi e burle, fin crudeli, e sul divertimento del cazzeggio ludico e gratuito (basti pensare alla celeberrima scena della ‘supercazzola’). Ecco erano il ritratto anche ammiccante e già nostalgico di un paese e di una mascolinità italiota che oggi, mi sembra, che non esistano più.

Fine della digressione: ché Amici miei di Maria Jatosti celebra, invece, l’amicizia, direi, di un’altra Italia, l’amicizia politica, culturale, letteraria con tante figure pubbliche importanti, pure eminenti. Jatosti (nata a Roma nel 1929) ha attraversato quasi un secolo di vita nazionale e, dunque, tante stagioni diverse, a partire dal fascismo e dal dopoguerra in cui le istanze resistenziali e antifasciste, per Maria incarnate principalmente dal Partito Comunista, liberavano millanta energie di rinnovamento e alimentavano grandi speranze di cambiamento radicale della nostra nazione. Oggi, dopo ottant’anni, di quelle speranze, in gran misura utopiche, è rimasto invero poco o nulla. La sinistra comunista in tutto l’Occidente è stata storicamente spazzata via. Ma Jatosti persiste e resiste, il suo giovanile spirito militante, nonostante innumeri delusioni, non si è mai acquietato, non è mai venuto a patti con la cogente realtà socio-politica dominata dal liberismo capitalista e gli amici sono appunto gli autori, i sodali e i compagni con cui continuare a pensare, a discutere, a dibattere, a indignarsi, a battagliare. Un famoso aforisma di Franz Kafka dice: «Nella lotta tra te e il mondo, asseconda il mondo». Ecco ritengo che Maria non sarebbe proprio d’accordo con Kafka, se questo ‘assecondare il mondo’ significasse arrendersi al reale, rassegnarsi, rinunciare alla lotta.

In Amici miei Jatosti riprende interviste realizzate oltre vent’anni fa e raccoglie memorie su alcune personalità artistiche che hanno segnato la sua esistenza. Nella nota postrema afferma: «Volevo scrivere un romanzo d’amore»; e tale, in effetti, mi è sembrato questo volume, un romanzo-memoir fortemente voluto dal poeta e critico Plinio Perilli, consulente delle Edizioni Ensemble, che se ne è disgraziatamente andato lo scorso 30 maggio, praticamente in coincidenza con l’uscita del libro. È l’amicizia-amore che conduce Maria, nella prima parte, a intessere lunghe, approfondite conversazioni con Mario Socrate, Mariella Bettarini, Vincenzo Consolo, Giovanna Marini, Carlo Lizzani e Marigia Maulucci. Poesia, lavoro traduttorio, narrativa, ricerca nella musica popolare e colta, cinema, lavoro sindacale: tutti argomenti sviscerati e ragionati seguendo il filo di un pensiero storico-culturale mai avulso dalla società e dai suoi tanti mutamenti, anzi cercando sempre di ritrovare il senso etico-politico del proprio fare artistico.

Pure tramite fiotti di intense, suggestive descrizioni lirico-personali, paesaggistiche e ambientali, nella seconda parte, Maria si fa appassionata memorialista dei suoi incontri e frequentazioni e collaborazioni con Edoardo Cacciatore, Amelia Rosselli, Mario Dondero, Mario Lunetta, Anna Malfaiera e Gianni Toti, il quale per primo avvistò nella ventenne Jatosti l’anima di una scrittrice pubblicandole nel 1951 un racconto su “Lavoro”, il rotocalco della Cgil che dirigeva negli anni ’50. Ed è sempre Toti che prima di morire nel 2007, come volendo chiudere un cerchio, la induce a raccontare un sogno in cui Maria faceva un ideale viaggio con José Saramago, lo scrittore portoghese, Premio Nobel nel 1998, di orientamento comunista, che è uno dei suoi autori ‘del cuore’ e ‘de chevet’. E questo racconto “In viaggio con José” si pone a onirico sigillo finale del libro ed è il suo punto letterario più alto, in cui Maria costruisce un errabondo dialogo con Saramago, a cui impresta i suoi medesimi e rivelatori pensieri, come quando gli fa asseverare: «… la ragione profonda perché scriviamo è che non vogliamo morire. Una volta mi è accaduto di dire agli amici: finito questo libro posso anche morire. Scrivere è come fabbricare una sedia: quattro gambe solidamente piantate a terra, una certa armonia tra le parti distinte, un risultato piacevole…».  

Ecco nella visione di Jatosti, lo scrittore è in primis un bravo artigiano, uno che fabbrica manufatti letterari solidi, che stanno in piedi, coniugando estetica e funzionalità. E poi, qui sta il ‘punctum’, avrebbe chiosato Roland Barthes, si scrive non per diventare, più o meno presuntuosamente, immortali, ma appunto perché «non vogliamo morire», perché vogliamo prolungare la vita o allungarci la vita attraverso la scrittura. Maria riprende, in tal senso, il neologismo totiano “scrivivere”, perché l’esistenza ‘scrivivissuta’ è l’unica che val la pena di percorrere pure in un viaggio, ossia in un cammino bio-artistico, che si svolge in un arco di tempo pressoché secolare.

Se questo di Jatosti è un libro testamentario, il suo lascito è, dunque, l’ostinata fedeltà a se stessi e che per non morire dobbiamo scrivere, insistere a scrivere sino alla fine. Così, il museo d’ombre artistiche che sono evocate e convocate in Amici miei mi sembra che abbia una funzione terapeutica-sentimentale di grande impatto. La stessa Maria più volte rammenta che amici carissimi come Toti o Lunetta talora la rimproveravano bonariamente di essere una sentimentale. Ma la militante non pentita Jatosti ha palesemente sempre opinato che i sentimenti sono una cosa importante e decisiva nello stabilire dove posizionarsi nel gran chaos del reale. Ché l’essere sentimentale non ha niente a che vedere con il sentimentalismo scipito da romanzetto rosa, ha a che vedere con il ‘sentiressere’, secondo avrebbe detto Heidegger, con l’archittettura interiore di un soggetto, con la sua precipua substanzia psico-ontologica, con il suo spessore etico, estetico e noetico.

Parlando delle molte personalità artistiche conosciute, Maria a un certo punto, d’emblée, dichiara: «Non ho conosciuto Woody Allen». Rammento allora una frase dell’oggi 90enne regista ebreo-americano: «La vita è sostanzialmente tragica: ma qualche volta riesce ad essere meravigliosa». A 97 anni Jatosti di tragedie pubbliche e (anche) private ne ha certamente conosciute e sofferte non poche, ma Amici miei attesta che grazie alle amicizie-amori di una vita, la sua vita è stata qualche volta, anzi più di qualche volta, davvero meravigliosa (oltreché lunghissima). 

 

Agosto 2026             

 

 

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