Addii: Carla Tatò (1947-2026), una ‘divina’ del teatro d’avanguardia

  

di Marco Palladini

 

Uno dopo l’altro se ne stanno andando via gli ultimi grandi protagonisti dell’avanguardia teatrale italiana. Dopo Pippo Di Marca morto (suicida) il 21 luglio scorso, se ne è andata il 13 agosto, a 79 anni, Carla Tatò, compagna d’arte e di vita per quattro decenni del regista Carlo Quartucci (1938-2019), con cui aveva condiviso la fondamentale esperienza negli anni Settanta di “Camion”: un esperimento unico di decentramento teatrale, ossia di teatro nomade d’avanguardia come atto insieme artistico e politico di forte impegno militante. Carla, peraltro, aveva debuttato a 20 anni con Carmelo Bene in uno dei suoi “Amleto” di cui mi raccontò dei retroscena incredibili. La conoscevo dai primi anni Ottanta e le volevo molto bene. Ma soprattutto la ammiravo tantissimo, aveva una potenza vocale e recitativa quasi musicale che la metteva, secondo me, sullo stesso piano di Carmelo e di Perla Peragallo. Sono veramente molti gli spettacoli di Quartucci da me visti in cui lei primeggiava con la sua riccioluta criniera bionda, portando una presenza scenica di regale astanza fisica e, appunto, di mirabile modulazione fonetica per una attorialità sperimentale, dirompente, ben lontana dagli standard interpretativi del teatro di convenzione nostrano. Rammento appena un Nora Helmer tratto da Ibsen, una Didone, una Pentesilea, I giganti della montagna di Pirandello, Tamerlano il Grande di Marlowe e una serie di lavori beckettiani magnifici. 

Ci eravamo sentiti l’ultima volta su WhatsApp il 9 agosto. Lei aveva ancora un entusiasmo da ragazza e sempre mi manifestava il suo sostegno firmandosi “Carlao”, per sottolineare che la simbiosi con Quartucci proseguiva pure dopo la sua dipartita. Poi è arrivata rattamente la notizia della sua di morte. Adesso staranno di nuovo insieme da qualche parte a reinventare il fare teatro.  

Grande dispiacere, comunque, per una vera ‘divina’ della scena, non abbastanza riconosciuta a mio parere, bisognerà rimediare e sempre ricordarla. A Carla Tatò, figlia di Antonio Tatò, alto funzionario del Pci, per molti anni braccio destro del segretario comunista Enrico Berlinguer, Giuliana Pititu aveva dedicato dieci anni fa una pregevole monografia critica Dell’attore, del corpo scenico, della parola e della voce (Editrice ZONA, 2016) che conteneva una lunghissima intervista (pp. 75-168) in cui l’attrice ripercorreva analiticamente tutta la sua ricchissima carriera e gli spettacoli fatti. Da questo libro voglio riprendere la coda dell’intervista in cui Carla riflette sullo stato dell’arte teatrale al presente e, in particolare, sulla condizione dell’attore. Sono considerazioni quasi di tipo testamentario, venate di pessimismo dell’intelligenza, ma al contempo animate da ottimismo della volontà. E che delineano una sorta di etica e gnoseologia dell’attore alternativa al profilo dell’attore borghese. Non è il banale successo, afferma Tatò, che l’attore deve perseguire, ma soltanto ciò che di profondo e di radicale gli succede nella sua ricerca recitativa può alla fine assicurargli una forza, una grandezza artistica alternativa ai lustrini della ribalta mass-mediatica:      

«Vedo un grande abbassamento. C’è un livellamento della società mediatica che si specchia senza avere il senso di cosa voglia dire specchiarsi. Ha bisogno di specchiarsi, ma questo non c’entra niente con la costruzione di una personalità artistica. È tremendo, vivendo in una società mediatica siamo portati solo a copiare, non a inventare, a costruire una tensione creativa. Non si sa che cosa sia la tensione creativa, la fantasia. Si cerca di imitare la superficie, non vengono fuori le radici potenti che costruiscono alberi. Non ci sono querce, ci sono alberelli. E non ce ne accorgiamo perché la società mediatica taglia le origini e nega lo stato originario, la profondità. Passa solo quello che è considerato fruibile dal maggior numero di persone possibili, quindi si semplifica nel modo più superficiale e ovvio, e quindi si perde la profondità, l’altezza. Andiamo avanti così: senza storia, senza ragioni, senza radici, ma nonostante questo si va avanti e si continua a fare. Mi sembra che si vada sempre di più verso qualcosa che non ha storia, non ha radici; ma brilla. È una grande bugia. C’è uno studio molto duro e approfondito da fare. Appena lo proponi questo modo di lavorare tutti scappano. Uno su cento è pronto a entrare dentro la battaglia del dolore. Perché il dolore è la chiave di conoscenza dell’esistenza. Devi essere in grado di sostenere questa prova, ci vogliono dei passaggi. Riesci a gioire solo perché hai la cognizione del dolore. Fare davvero il lavoro e vivere uno stato di attorialità significa questo. Sapere significa innanzitutto conoscere il dolore.

Si ammazzano e non sanno che non ci si ammazza, sono violenti stupidamente e non sanno che non serve a niente, oppure rinunciano prima ancora di fare qualunque cosa perché hanno paura. Bisogna saper gestire la paura, la perdita. Se uno riesce a gestire la paura supera un livello, se uno gestisce la perdita ne supera un altro e poi viene la gioia. Se non fai così poi ti trovi malissimo, non solo come attore, ma come persona. Molti pensano che l’attore sia “far finta di”. L’attore invece è il massimo dell’essere autentico. La grande paura è proprio essere se stessi. Una paura che si ha per quello che man mano si scopre. La grande forza è riuscire a gestire la paura che cresce nel tuo sapere. La scuola dell’esperienza questo mi ha insegnato. Sono i principi generali, sono coefficienti generali applicabili alla vita. Per tutti. Bisogna essere forti per fare questo mestiere, che è un’arte, bisogna essere atleti, non è che puoi fare le cosette così, ogni volta ti metti in gioco fino in fondo, se no fai i contratti, fai successo. Successo per me è un participio passato, non è un sostantivo. Ce ne vuole molto di successo per arrivare a uno stato di sapienza o almeno di consapevolezza e quindi di autorevolezza. In questo senso è successo molto a me. E molto ancora mi deve succedere. Sì. Lo so. Lo sento».

 

 

“Carlao” ovvero Carlo Quartucci e Carla Tatò

 

 

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