A proposito del verso disarticolato e plurisemantico di Antonino Contiliano
di Stefano Lanuzza
[ Nella scrittura letteraria e
artistico-poetica del nostro tempo storico-geografico, a ben guardare tra le
pagine di Altri scribi – moderni/contemporanei (Stefano Lanuzza,
Roma, Fermenti, 2026), tutti gli autori raccolti nel volume si distinguerebbero
per la loro irripetibile singolarità, pur essendo accomunati da una presenza
che si muove nell’incrocio con l’estetica politica della figura del dandismo o
dello sperimentalismo sovversivo.
Dei cinque capitoli del libro, il
primo — Dandies – Una rivolta estetica — costituisce la strada
principale che ogni lettore dovrà percorrere fino in fondo, se vuole inoltrarsi
tra le biforcazioni estetiche-campionarie «d’un reale da reinventare...»; e non
deve trascurare di seguire, allo stesso tempo, le linee di fuga tracciate dal Continuum
apocrifo. Così, se per qualcuno l’estetica è superficialità, non può
che ricredersi. Difatti, il dandysta ripeterebbe: sciocchezze! «L’estetica è
profondità che ha avuto il buon gusto di restare in superficie. Io non fuggo la
realtà: la correggo».
Tra gli scribi del calibro di Dino Campana,
Stefano D’Arrigo, Federico De Roberto, Marco Palladini, Mario Grasso, Andrea Camilleri,
Mario Lunetta e altri, nel dettato di questo “Apocrifo” — che è la voce critica
e narrante di Lanuzza — figura pure il nome di Antonino Contiliano, il “siciliano
occidentale” con i suoi versi di resistenza (Impegno e poesia,
pp. 197-199). Scrivere quando si nasce in Sicilia — dice l’Apocrifo (p. 181) — «diventa
un atto di resistenza: non contro la Sicilia, ma contro l’idea che sia già
stata spiegata. Perché […] ogni volta che metto mano alla pagina, non so se sto
raccontando lei o è lei che, ostinata, dice di me».
Di seguito riportiamo due stralci
significativi: il primo offre un’analisi critica dello stile di Contiliano
(tratta dal saggio di Lanuzza), il secondo restituisce la voce diretta del
poeta. ]
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Stralcio I: L’analisi
critica
«I versi del siciliano occidentale Antonino Contiliano nascono con un respiro leggero, un atto indefinito e quasi medianico: come un’autoipnosi allucinatoria e una specie di glossolalia — o come una psicografia che sospende il pensiero a un’energia inconscia liberata sulla pagina da un’arroventata ‘scrittura automatica’ in apparenza sfuggente al controllo conscio.
Ancora più del logos
e dell’ethos, è il pathos d’una rêverie
sospesa tra sonno e veglia a scandire il febbrile dettato di Contiliano: anche
una rêverie includente, al di là d’ogni chimera ideologica,
progetti di rivolta contro lo stato di cose.
Più che aderire agli
obblighi d’una comprensibilità superficiale, scontata o acquiescente che
precetta, controlla e avvolge il contesto in panie vischiose, l’autore si
concentra su ‘verticali’ modi espressivi acconci a catturare il lettore in una
sfida da cui è manifestamente bandito ogni facilismo.
La ‘comunicazione’? Sì,
ma volendo che in principio ci sia la pura ‘espressione’: perché, nella poesia,
il mero comunicare si manifesta sempre ‘dopo’ la forma espressiva. Questa, per
Contiliano, è “suono ibrido” al pari della sua stessa voce di filosofo e poeta
civile: voce echeggiante nelle lasse d’una scrittura che vuole sciogliersi da
norme, vincoli e strettoie maturando inediti aspetti.
Nel mondo
ipercollegato, fatto per adattabili “donne e uomini di plastica”, “la realtà è
virtuale” — e il contesto denotabile è “la guerra-mercato” che chiude il mondo
in un “nulla solido” ciurmato dai “signori della guerra” e dai “cecchini della
democrazia deportata” che, in un non troppo lontano Oriente, “sparano al
check-point”.
Variando la propria
sperimentale tecnica scrittoria e l’impegno sociopolitico, fra verso, pensiero
e ideologia, guizzi furiosi di erotismo sliricizzato e amari abbandoni,
Contiliano non si sottrae alla contraddizione tra l’essere poeta e sofo dedito
a speculazioni marxiste e psicanalitiche.
Ma poi, “in questa
terra rossa di attentati”, cosa può esprimere la poesia se non l’instabilità,
la metamorfosi e l’estrema tribolazione del suo esistere? Poesia che, soffocata
dal reale con le sue sconvolte stagioni — “questo clima / che scioglie i
ghiacciai e trema la terra” —, ne patisce le “immagini avariate”.
Più di chiunque
impegnato è il poeta rendendo conto che “l’umanità è in pericolo, il mattatoio
/ allora è in edizione ogni mattino”.
Ora, a proposito del
verso disarticolato e plurisemantico di Contiliano in dialettica rispetto a
discordanze comunque non confliggenti con la congruità del suo filosofico
intelletto — discordanze o contraddizioni che, contro la sclerosi delle idee,
implicano libertà e disposizione al cambiamento —, taluno potrebbe eccepire. Ne
conseguirebbe la concentrata replica del poeta che, “impastando la terra con le
stelle” e ricercando un’intima logica che tenga insieme le cose per far sì che ‘tutto
c’entri con tutto’, tiene a rivendicare per sé un canto personale per una
poesia ‘altra’ e rinnovatamente ideologica».
Stralcio II: La voce
del poeta
Apocrifo:
«Io non scrivo per adornare il silenzio: scrivo perché il silenzio, a volte, è
un perverso complice... Ho visto la guerra negli occhi dei ragazzi, la fabbrica
spezzare le schiene, le periferie crescere come domande senza risposta. E
allora la mia poesia non può essere evasione: è un grido che prende forma, è
una ferita che rifiuta di chiudersi, è pensiero. Mi chiedono perché non canto
solo l’amore: ma come posso cantarlo se intorno l’amore è negato, calpestato,
venduto? Il mio verso nasce dalla strada, dalla polvere, dalla rabbia che
diventa parola. [...]. E se le mie parole disturbano, se tremano come vetri
sotto un urto improvviso, allora significa che sono vive. La poesia, per me,
non è rifugio: è responsabilità. E scegliere da che parte stare quando il mondo
brucia, e fingere di non vedere sarebbe più facile... Scrivo credendo che una
parola possa ancora aprire una crepa nel muro della noncuranza e possa
insinuarsi nella coscienza, ricordarci che non siamo fatti per obbedire al buio
ma per cercare luce, tutti insieme».
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