TRE INTERVENTI SUL META-TEATRO DI PIPPO DI MARCA
di Marco Palladini
[ Nell’arco di oltre quattro decadi ho scritto più e più volte sul teatro e
sugli spettacoli di Pippo Di Marca. Come omaggio post-mortem ripubblico qui due
interventi di taglio saggistico (1991 e 2002) e un articolo (2013) che mi
sembrano alquanto esaurienti circa la mia riflessione critica sul suo
complessivo fare teatrale. ]
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Pippo di Marca o l’attualità insensibile
Se ripenso a quella che Beppe Bartolucci definì negli anni ’70 la Scuola
Romana del teatro di ricerca, mi rendo conto che essa fu piuttosto una colonia
eteroclita: Giancarlo Nanni di origine greca, Memè (Amelio) Perlini romagnolo,
Leo de Berardinis e Simone Carella pugliesi, Giancarlo Sepe napoletano, Gianfranco
Varetto torinese, Bruno Mazzali (il più ‘circostante’) di Latina, Andrea Ciullo
calabrese, lo stesso Bartolucci – critico agonista, sempre in campo – romagnolo
coi panni risciacquati nel Po a Torino. Ancora, c’era un plotoncino di
siciliani: lo scenografo Mario Romano, il palermitano-normanno ed ex capitano
dell’esercito Ugo Margio e, last but not least, il catanese Pippo (Giuseppe) Di
Marca. Il quale in questa preponderanza meridionale – mettiamoci pure Carmelo
Bene salentino e Carlo Quartucci messinese, rivelatisi negli anni ’60 – che
occupò e colonizzò fecondamente le cantine teatrali capitoline, ha forse più di
altri valorizzato ed esaltato la ‘mens’ pitagorico-euclidea sul ‘corpore’
mediterraneo.
Ciò implica, secondo me, due evidenze: la prima è che Di Marca appartiene
alla specie degli artisti ‘insensibili’, quelli che cioè traggono il loro gene
creativo dalla ‘sensorialità’ intesa come una disposizione aperta di sensori in
vista di una accumulazione di esperienza del molteplice, della pluralità dei
linguaggi, la cui esperibilità si dà soltanto nella sintesi di sensi e
pensiero, nel vaglio e controllo del secondo sui primi, fuori e contro quella
creaturale ‘sensibilità’ comun luogo e mito della visione romantico-borghese.
L’altra evidenza è che, pur nelle divariate svolte del suo percorso
scenico, Di Marca dall’incunabolico Evento-Collage n. 1 a oggi
non è mai venuto meno ad una linea di progettualità che chiamerei
geometrico-filosofica, per la ricerca da un lato e quasi ossessiva di rapporti
e proporzioni formali, e dall’altro lato di risonanze sofopoetiche con spiccata
sintonia verso le mutazioni epocali e del gusto. Caratteristica quest’ultima
che qualifica Di Marca come un artista oltreché ‘insensibile’ anche e sempre
‘attuale’: lo dico pensando alla specifica accezione gentiliana, l’operatività
del regista catanese si svolge come pensiero creativo in atto e in intimo
contatto con l’immanente divenire dell’arte. È in tale perennemente instabile
dialettica di Essere e Tempo che si realizza l’attualità di un teatro (detto di
sperimentazione) alieno da ogni trascendente ontologia dello spirito dell’arte.
Corollario di questa sensoriale attualità instabile, in costante tensione è
stato un lavoro di composizione scenica tanto accesamente polimorfico quanto
frigidamente indotto a spegnere il fuoco di ogni istanza classico-moderna o
naturalistica. Nel clima degli anni ’70 e dei primi anni ’80 il teatro di Pippo
Di Marca si è sviluppato, direi obbligatoriamente, sotto il segno culturale del
postmoderno. Suoi precipui poli di attrazione sono stati le avanguardie
artistiche visuali – dal Dada e i surrealisti giù giù fino al Gruppo Fluxus, ai
poeti verbovisivi, alla body-art, alla teoria & prassi della performance di
Schechner – e la letteratura sperimentale e comunque eterodossa. Nell’orbita di
questo ‘furor’ di contestazione linguistica la letteratura drammatica entra
solo di scorcio: inopinata, come nel caso (’72) della commedia Seppellire
i morti di un mediocre autore quale Irvin Shaw; già transitiva, come
nel Salomè Abstraction dove Oscar Wilde si rifonde in Mallarmé.
In un susseguirsi di invenzioni ultraviolette Di Marca cortocircuita parola
poetica e tecnologia, schlemmerismo gestuale e uso patente del ready-made
duchampiano, prove performative e apparati multimediali dell’immagine. E nella
sua ansia di rielaborazione ipersegnica del Letterario incontra i suoi
trionfali idoli-vittime nell’enigmatico Isidore Ducasse alias Il conte di
Lautréamont che “rappresenta i Canti di Maldoror”, e in James
Joyce dal cui “Finnegans Wake” prende le mosse l’elettrico Violer
d’amores. Soprattutto questo spettacolo dell’81, mi sembra uno degli
esiti più felici e compiuti espressi dal nuovo teatro nel decennio testè
conclusosi. Partendo dall’input di Anna Livia Plurabelle, figura-caricatura del
più esoterico e intraverbale e ‘illeggibile’ testo letterario del Novecento,
qui moltiplicata nelle scattanti sagome di 5 girls 5 fasciate da bianchi camici
ospedalieri, Di Marca ci dà l’output di una scrittura di scena tagliente ed
esatta come un bisturi per le sue scansioni ginnastico-musicali, per il suo
assemblaggio strutturale, per la sua combinatoria visuale ineluttabilmente
segnata dalla schisi del linguaggio, dove l’incessante movimento per differenza
e ripetizione comunica la crisi, l’infermità reale del dire artistico.
Non esito a collocare Violer d’amores tra i culmini del
Teatro Metropolitano anni ’70-’80, e nel mazzo con Crollo nervoso
dei Magazzini, con Tango glaciale di Falso Movimento, con le
lucide sperimentazioni di Carella e gli scintillanti passi e passaggi della
Gaia Scienza. Non sarà un caso, tuttavia, bensì per la sua connaturata
lateralità e per la sua attualistica sensorialità, che Pippo Di Marca ravvisa
forse prima degli altri il rapido logorio della scena metropolitana,
l’incistarsi di una strategia estetica non più capace di erigere sul suo campo
di sinergie delle forti evidenze di senso, e cioè in termini filosofici di
filtrare dall’Enèrgheia all’Enàrgheia. Così, Di Marca, in anticipo sugli altri,
imbocca il tunnel del teatro dal profilo debole. Dopo Violer d’amores
segue un quinquennio di travaglio, dall’82 all’87 smarrimento e ripensamento
s’intrecciano fino a sfociare, con l’allestimento di La cognizione del
dolore, in una prospettiva scenica che si potrebbe definire
‘neocomunitaria’. Con una sorta di mossa del gambero, il regista siciliano
inverte la rotta di centottanta gradi, recede dall’orizzonte segnaletico del
postmoderno, dalla sua performatività di opera aperta, per introdurre il suo
teatro in un territorio picchettato, claustrofilico e autocentrico, in cui esaltarne
la singolarità di rito artistico. Di Marca, insomma, in una fase di crollo
verticale di ideologie, teoriche e valori, ossia di puntelli e motivazioni
esterne, torna ad un senso tutto interno, autofondante del teatro, concepito
come una comunità chiusa, alveo separato o assediato che pratica
orgogliosamente la sua autonomia dal reale.
Lungo questa prospettiva neocomunitaria, che appare permeata da ora palesi
ora dissimulate valenze religiose o comunque auratiche, il lavoro di Di Marca
risuona, sibbene a distanza, con quello di gruppi più giovani e radicali –
vedasi la Raffaello Sanzio, la Valdoca, i Marcido Marcidorjs – , ma anche a
guardar bene con la proposta drammaturgica dell’ultimo Testori, quello del
trittico monologico (Confiteor, In exitu,
Verbò) affidato alla recitazione di Franco Branciaroli.
Non è di certo incidentale il fatto che Di Marca, superato il cimento col
magno Gadda, abbia sentito la necessità di misurarsi sul terreno propriamente
inteso della drammaturgia, zigzagando da Jean-Paul Sartre alla dilogia
ibseniana del Borkman e di Hedda Gabler, a un
“ritratto astratto” dedotto da Thomas Bernhard, scrittore la cui forma
monologante e maniacale assai spesso non distingue tra racconto e testo
teatrale. In effetti, il punto più alto del nuovo corso dimarchiano mi sembra
sia stato il recente Hedda Gabler dove consolidata maturità
stilistica e perspicuità di intenti espressivi concorrono ad affermare una
linea di interpretazione drammaturgica basata su tre principi operativi. Il
teorema: come bisogno di dare luogo a una complessa e ipercodificata struttura
di corrispondenze e simmetrie di azione scenica; la cerimonia: come istanza di
rappresentazione risolta in chiave museale, trapassata, fantasmatica, da culto
dei morti; la monologia: come disegno registico vòlto a decostruire la forma
dialogica per ricostruirla secondo spezzoni di monologo, così gli attori pur
dentro l’identità di un personaggio finiscono per recitare più ruoli epperò
sottraendoli, in tale mix di schizofrenia monologica, alle giunture
psicologico-mimetiche del dramma.
Se, come credo, l’Hedda Gabler è in qualche modo lo
spettacolo-manifesto, l’opera più programmatica del teatro di Pippo Di Marca
sulla soglia degli anni ’90, ivi si riconfermano secondo me i suoi tratti
genetici di artista ‘insensibile e attuale’. Pur nel recinto di un teatro come
forma chiusa egli, infatti, non cede alle sirene della normalizzazione estetica
e del sentimento, e rilancia la scommessa della propria alterità in modi più
sottili e rischiosi, elevando una critica intellettuale ben consapevole della
malattia epocale – la mancanza di senso – da cui è minato il linguaggio
dell’arte contemporanea. Talché sono sicuro non gli dispiacerebbe vedere
affiancato il suo teatro alla aforistica definizione che Bruno Barilli dà di
Joyce: «è materia cerebrale che
cola dal foro di una ferita mortale».
(dal volume Meta-Teatro
e oltre – ricerca o scena?, Edizioni del Meta-Teatro, 1991)
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Trent’anni
di Meta-Teatro
Note sparse e diacroniche su Pippo Di Marca
1 - Volevo parlare, parafrasando Heidegger, di «essere teatrale e tempo» in
rapporto al trentennale del lavoro artistico di Pippo Di Marca, ma mi trovo ad
incominciare a scrivere dopo l’attacco all’America dei corpibomba islamici.
Ossia dopo il giorno (11 settembre 2001) che secondo l’opinione dei più ha
cambiato la storia del mondo. Ecco la riprova che il tempo non è oggettivo, ma
eminentemente soggettivo. Il tempo è elastico, si allunga o si accorcia in
dipendenza della percezione psicologica ed endo-umorale che ne abbiamo. Il
tempo esterno talvolta collassa, come le Twin Towers, nel tempo interno e dà
luogo a una dimensione cronologica assolutamente inedita. L’evento
macroterrorista a cui abbiamo assistito ha innescato una accelerazione
temporale micidiale dove sono entrati in collisione piani cronologici diversi,
irriducibili l’uno all’altro. Un piano storico teistico, arcaico, di fede
assoluta è imploso dentro un piano di modernità anti-teistica e materialistica
provocando un terremoto globale che ha fondato ipso facto un terzo piano storico-temporale che è già ben oltre
il cosiddetto postmoderno. È una dimensione di spaziotempo mondializzato di
natura entropica che rischia di essere la premessa non tanto del tramonto della
civiltà (o delle civiltà in conflitto), ma il tramonto della specie umana
tout-court.
2 - C’entra tutto ciò con Pippo Di Marca? Al di là dell’ovvio contesto
generale in atto, c’entra nel senso che per riflettere sul lungo cammino di un
artista non si può non tener conto dei piani temporali differenti che si
raccordano, o si sovrappongono o divergono o si scontrano nel divenire del suo
lavoro. Per quanto concerne il fare teatrale, mi sembra che siano almeno tre i
piani da prendere in considerazione: tempo e teatro; tempo del
teatro; tempo nel teatro.
3 - Quando Pippo debutta come regista a Roma nel novembre del ’71 (cioè lo ‘scorso
secolo’), eravamo nell’Italia del post-’68 dove i fuochi creativi e
rivoluzionari accesi negli anni Sessanta già si stavano tramutando nei focolai
di lotta che poi avrebbero attivato la sovversione armata e il ‘brigatismo’
diffuso degli anni Settanta, mentre il regime democristiano (e sub-americano)
coltivava, coi suoi apparati più o meno occulti, la ‘strategia della tensione’
e il terrorismo di Stato. Sul versante del teatro, Roma era allora l’epicentro
di un movimento di ‘nuova scena’ che, dopo aver avuto una lunga incubazione e
una fase aurorale negli anni Sessanta, stava esplodendo nell’underground di
decine e decine di ‘teatri-cantine’. Il recupero delle avanguardie storiche
dadaiste, futuriste e surrealiste, la riscoperta di Artaud, l’esempio del
Living Theatre, l’influenza subito folgorante di Bob Wilson concorrevano tutti
assieme ad una eruzione di ingegni alternativi al teatro di prosa ufficiale,
che praticavano il crossover
multidisciplinare delle arti e inventavano nuove forme e visioni sceniche,
sincronicamente permeate delle ansie e delle pulsioni di rivoluzionamento
epocale. Perché quello era un tempo in cui si credeva realmente che un altro
mondo era non soltanto possibile, ma a portata di mano. Utopia politica e
utopia artistica si davano, appunto, la mano, si intrecciavano, si esaltavano a
vicenda. Essere d’avanguardia non era un mero fatto di volontarismo ideologico,
era assai di più un tanto naturale quanto radicale posizionamento e
comportamento personale e collettivo. Si credeva davvero che «avremmo vinto».
In quel ‘tempo’ (e temperie e temperatura surriscaldata), lo spettacolo di
esordio di Pippo recava un titolo Evento-Collage
n.1 che era già un manifesto programmatico. Il teatro che prefigurava
era appunto un ‘evento’, non nell’odierno e sputtanato senso di avvenimento
mondano-commerciale, bensì in quello di creazione eventica, cioè di azione
scenica che trova il suo punto di verità estetica unicamente nel momento in cui
accade. Il teatro non ha prima né dopo, è tutto lì nella presentificazione
organica del suo linguaggio espressivo, il suo codificarsi o transcodificarsi
in atto e nell’atto è pura macchinazione evenemenziale. Il termine “collage”
evocava una prassi di cut-up, di decostruzione dei segni e di montaggio (o
rimontaggio) di elementi diversi, di patterns allogeni, di (ossimoro) attrazioni
divaricanti. Il teatro come collage denunciava la sua natura eterogenea,
spuria, la sua sostanza performativa e metamorfica, irriducibile ad una
sistematicità monolinguistica e capace di progettarsi invece nella pluralità
degli indizi (e indirizzi) semantici, nella figurazione molteplice del chaos
delle forme e delle patologie del reale. “N.1” sembrava poi, forse
ironicamente, siglare l’avvio di una produzione di serialità scenica o fissare
quasi il prototipo di un modello di teatro che nella sua essenza, sfondando il
proprio tempo d’origine, è durato sino ad oggi.
4 - Ecco, ma che cosa realmente dura nelle motivazioni, nell’esercizio,
negli effetti di un fare teatro quando tutto, letteralmente tutto cambia? Che
cosa ‘dura’ quando cambia il contesto politico e sociale, il paesaggio
artistico e culturale circostante e distante, il pubblico, i collaboratori,
quando soprattutto, e non può essere altrimenti, il tempo non scorre invano per
nessuno, il teatrante invecchia esteriormente e cambia interiormente? Il
teatro, si dice, logora, consuma i corpi di coloro che lo fanno. E il corpo del
teatro come può evitare, di tempo in tempo, di essere mummificato? A proposito
di «tempo del teatro» un maestro come Peter Brook sostiene che il tempo di
validità estetica di uno spettacolo non supera i cinque anni, oltre è obsoleto.
E per un modello di teatro qual è la sua soglia di obsolescenza? Se
l’avanguardia si ‘invera’ quando muore, perché è cessato il suo tempo, dunque è
entrata nel senso comune o nel museo, sino a che punto è possibile (o è lecito)
‘rinnovarsi’? Quanto teatro abbiamo visto che era defunto e non voleva saperlo,
e si ostinava a continuare quasi come uno zombi, un revenant del tempo che fu? E dura di più un teatro capace di
dare nel tempo permanente prova di autoconferme o un teatro che si
autosmentisce, si contraddice, che cerca anche incoerentemente di mutare pelle?
5 - Nel film-culto degli anni ’70 Nel
corso del tempo di Wim Wenders, la doppia, intrecciata avventura di
Bruno “King of the Road” e di Robert “Kamikaze” sembra da ultimo capitolare di
fronte a un cinemino di provincia con la scritta “Weisse Wand” (schermo
bianco). Niente più giochi. Lo spettacolo è finito. Il candido telo è la sua
pietra tombale. Pure, poco prima separandosi, Robert aveva lasciato a Bruno un
biglietto: «Bisogna cambiare tutto». Ma possiamo cambiare ‘tutto’? Non è già
improbo, avendo una storia alle spalle, cambiare ‘qualcosa’? Bisogna, certo,
provarci per non arrendersi alla stasi del nulla. Per non lasciarsi divorare
passivamente dal tempo. Allora lo schermo bianco, come lo spazio vuoto di un
teatro, sono la tabula rasa su cui ricominciare a fantasticare, fare,
inventare, raccontare, progettare. Anche a cambiare, forse.
6 - Dovessi dire che cosa è durato nel teatro di Pippo Di Marca,
risponderei banalmente: trent’anni di “meta-teatro”. Ovvero una costante attitude ad andare al di là del
teatro, percepito nella sua regola tradizionale come qualcosa di troppo
limitato, troppo sclerotico, troppo inerte e inerme a elaborare il linguaggio
ritmato sul tempo moderno e postmoderno. Dunque, è durata una genuina vocazione
a sperimentare, a ibridare, a montare patchworks,
a incrociare e sognare materiali testuali, input visionari, prove attorali,
tecnologie strumentali, complessità concettuali e liaisons sensoriali, sempre tenendosi lontano dalla
convenzionalità delle forme sceniche. Questa attitudine, che resta di matrice e
natura avanguardista, lo ha condotto, talora, anche a sbagliare, a fallire
bersaglio, a deragliare, ma è nelle cadute e nei successivi colpi d’ala che ho
potuto apprezzare la sua coerente incoerenza, la sua testardaggine, la sua
generosità. Ecco, la generosità, la disponibilità e la signorilità di Pippo
sono tratti nient’affatto secondari del suo essere teatrante, tratti non effimeri,
ma ben durevoli che lo hanno contraddistinto in modo significativo, in un
ambiente dove assai spesso le ignobiltà e i pessimi atteggiamenti personali
hanno offuscato e immiserito le figure anche di grandi protagonisti.
7 - Il tempo lavora, macina nel
teatro in molti modi. Per esempio, portandolo a confrontarsi con se stesso e,
nello scatto e scarto politico-culturale, a far risaltare umori o malhumori
nuovi o rimasti a lungo acquattati sul fondo. E che vengono a manifestarsi
quasi come una catartica presa di coscienza. Penso a uno dei più recenti
spettacoli di Pippo: Lo specchio e
l’anima del 2000. Un bel titolo che è citazione e variante di “Il
trucco e l’anima”, il celebre saggio-romanzo sul teatro russo d’avanguardia
pubblicato nel ’65 da Ripellino. Dunque, Di Marca parte dall’ipostasi, dalla
filogenesi del suo essere, da 30 anni, un teatrante d’avanguardia. Ma lo è, al
presente, come gli artisti del circo di un famoso film sessantottesco di
Alexander Kluge: è perplesso, smarrito rispetto alla sua attuale condizione. Il
teatro che ha per decenni praticato sembra non avere più valenza né funzione
culturale, ciò che oggi passa per teatro di ricerca è subito omologato e
addomesticato dentro i recinti del sistema politico-estetico. Di Marca si
sente, però, tutt’altro che un artista in disarmo, anzi dalla sua posizione
laterale ha accumulato una grande rabbia, una grande voglia di riscoprire una
dimensione di antagonismo nei confronti del potere. E ciò si materializza per
la prima volta in un testo scritto sul filo dell’urgenza del dire e ridire e
ancora continuare a dire. Un fluviale monologo schiumante passione e
indignazione che deve molto, nel tono e nell’impostazione quasi musicali, alle
tambureggianti invettive di Thomas Bernhard. Giunto al suo quarantesimo allestimento
Di Marca dà, così, vita alla sua creazione più personale. Come ribadisce nel
testo, getta la maschera ed è significativo che per (auto)riflettersi fino in
fondo e per mostrarci le convulsioni, gli spaesamenti, gli iperbolici sarcasmi
della sua anima, egli sospenda la scrittura scenica per affidarsi quasi
unicamente alla scrittura di parola. È probabilmente indebito interpretare ciò
come una palinodia, ma certo costituisce un mutamento importante per chi si era
affermato proclamando di retroguardia il teatro di parola. In ogni caso, egli
affida la forza retorica e di persuasione dello spettacolo a un alter ego
scenico di preclare virtù quale Marco Carlaccini. È lui che tiene alta e
travolgente la tensione grottesca di un monologo, apparentemente giocato su una
sola corda, in realtà pieno di risonanze e variazioni, che quando sembra aver
esaurito la sua mordace energia satirica e oppositiva, è subito dopo capace di
rilanciarla per qualche altra via centrifuga. Carlaccini rimastica frasi e
scava nel testo, ora seduto di spalle a guardare un semicircolare fondale con
disegnate tante bozzettistiche figure tra Grosz e Novello, ora incorniciandosi
a mezzo busto in un teatrino dei burattini, ora muovendosi quasi a passo di
danza vicino a un goffo fantoccio tricolore che dovrebbe simboleggiare «l’informe
deformità» dell’Italia odierna. Tra richiami ad un anti-Amleto, impennate
puramente surrealiste, vibranti affondi contro la miseria attuale della
sinistra politica, rimane ben inciso nella memoria l’iniziale invito di Di
Marca ad amputare «quella parte dentro di sé che rema contro», quella pulsione
che per stanchezza, viltà od opportunismo ti induce a mollare, sino a perdere
ogni senso e dignità di sé e della propria storia. Pippo parla qui a se
medesimo, alla sua generazione, ma anche a quelle venute dopo o che verranno.
Ciò che dura, che deve durare, egli insiste, è un imperativo etico ed
etologico. Senza una continua lotta, una trincea di resistenza, innanzitutto,
contro le proprie interiori debolezze, non si può decentemente pensare di resistere
alle pressioni dei poteri esterni. Il teatrante si fa samurai o guerriero zen
impegnato in un fatale corpo a corpo coi propri cedimenti e smarrimenti. L’arte
è una fuga dallo sfuggire le proprie responsabilità, la propria memoria,
l’obbligo della decenza. L’arte è mettersi alla prova, sentirsi sempre a
rischio. Ciò che dura, che deve durare, è allora il teatro come luogo di
rispecchiamento e di combattimento antropologico. Non posso che essere
d’accordo.
8 - Per autocollocazione avanguardista e per comune, generica ricezione il
“meta-teatro” di Pippo è sempre stato reputato eminentemente un teatro di
visualità, di gestualità, di impatto performativo. Un testo finalmente
autoctono come Lo specchio e l’anima
rivela che un tenace filo rosso nel corso temporale della sua spettacolazione è
stata, invece, proprio la scrittura e, direi di più, la letteratura. Non a
caso, in un’intervista di un paio d’anni fa al settimanale Avvenimenti, Di Marca raccontava che
la sua prima vocazione fu letteraria e si concretò in un romanzo d’impronta
autobiografica rimasto, credo, inedito, che venne però letto da Geno Pampaloni.
Certo è che dietro l’immagine del regista-performer si è sempre celata una
seconda natura di scrittore, che si è mimetizzata, travestita, traslitterata
negli adattamenti di moltissimi testi altrui. La letteratura non strettamente
teatrale ha cadenzato incessantemente il lavoro registico-autorale di Pippo a
partire dal romanzo “Giallo cromo” di Huxley portato in scena nel ’73. È stato
il suo un percorso ondivago, ma assai ricco con un catalogo di poeti e
narratori che va da Lautréamont a Mallarmé, da Merimée a Hawthorne, da
Apollinaire a Sartre, da Genet a Valery, da Bufalino a Gadda, da Sanguineti a
Manganelli, da Bernhard sino al gigante James Joyce già ‘sfrucugliato’ nell’81
con Violer d’amores, pura,
macchinale elettrosintesi di scrittura scenica, come citazione ultravioletta e
transcodifica in absentia dell’intraverbalità del “Finnegans
Wake”. Ed ora, pochi mesi fa, riaffrontato con Molly Bloom, Labelle, però immergendosi stavolta nella
lussuriosa pienezza verbale dell’impetuoso flusso di coscienza di Molly su cui
è imperniato, si sa, l’ultimo capitolo dell’Ulysses (Penelope - Il letto), ma che è soprattutto il più
famoso e più imitato modello di monologo interiore della letteratura mondiale
del ’900. Di Marca procede per ibridazioni inserendo un breve brano di “Anna
Livia Plurabelle”, ma principalmente opera a dislocare la carica anche acida di
desiderio erotico, la dirompente energia vitale e carnale di Molly facendola
scivolare verso movenze di danza, facendola slittare verso il canto,
valorizzando tutta l’irrefrenabile, chiaroscurale passionalità e voracità della
parola del corpo. E la sua mediazione scenica ci fa riapprezzare, a distanza di
80 anni, la strepitosa modernità della scrittura joyciana.
9 - Un preciso segnale di aggiornata sutura tra texture letteraria e tensione della politica giungeva da uno
spettacolo di fine ’98, Il
Mediterraneo, liberamente ispirato ad alcuni libri dello scrittore
bosniaco, esule in Italia, Predrag Matvejevic. L’allestimento era stato pensato
e realizzato da Pippo prima dell’inizio dei bombardamenti Nato in Serbia, ma inevitabilmente nel prosieguo
delle repliche ha finito per sembrare uno spettacolo di pronto intervento,
direttamente legato alla guerra nella ex Jugoslavia. Ecco un patente esempio di
sovrapposizione e collisione tra tempo esterno e tempo interno al teatro.
In verità, la rovente attualità di quell’allestimento, come sottolineava
Matvejevic, dipendeva semplicemente dal fatto che la guerra lì nei Balcani è
andata avanti, con qualche breve tregua, per tutti gli anni ’90. Di Marca per
l’occasione aveva scelto il modulo dell’installazione teatrale per compiere un
poetico viaggio per parole, suoni e immagini dentro la storia e la geografia
del Mediterraneo. Da millenni luogo di scambi, di incontri, di tenacissimi
conflitti. Il catanese Pippo si immergeva in questo evocativo magma diegetico,
affidandosi alla voce ora suadente, ora lucidamente critica di Matvejevic, ma
anche richiamando e rivendicando, attraverso sprezzature dialettali, l’humus
antico della propria sicilianità. Ancora una volta era il nocchiero Marco
Carlaccini a scandire, nell’arco di una giornata, gli itinerari favolosi lungo
le rotte del «mare in mezzo alle terre». Innanzitutto, il racconto della sua
natura mitopoietica: dal moto delle onde alla forma delle isole, dal profilo
delle coste ai misteriosi disegni delle nuvole, dall’intensità della luce alle
contadine meraviglie degli oliveti e dell’olio spremuto nei frantoi.
Altrettanto rapsodico era lo sguardo sulla vicenda storico-antropologica del
Mediterraneo: dall’affollamento delle lingue e degli idiomi alla varietà dei
cibi, dal diffuso istinto epicureo alla comune vocazione per la ‘ciacola’, dai
tripudi dello spirito marinaro alla quantità di relitti di navi arcaiche e
moderne nei suoi fondali. Col contrappunto canoro ora di brani folk
tradizionali ora di meri flussi lirico-vocali, c’era un lungo mix di immagini video che scorrevano sullo
schermo come radenti proiezioni su una bianca vela della fantasia, su uno
spinnaker issato nella zattera di sogno di un vecchio-nuovo Ulisse. La parte
finale del viaggio puntava diritta la prua verso la secolare vocazione degli
indigeni mediterranei a massacrarsi gli uni con gli altri. Da Gerusalemme
all’Algeria, dalla Bosnia ai Balcani tutti (magari non dimenticando gli
atavici, sempre risorgenti odî nord-sud italioti), c’è ancora l’imbarazzo della
scelta. Come tante ferite a cuore aperto che buttano sangue dal corpo delle
genti islamiche, ebree o cristiane, dei popoli mediorientali, afro-maghrebini o
europei, le guerre, da quella di Troia a quelle odierne, sembrano una sorta di
contrappasso nel destino del Mediterraneo. Come se bellezza e morte, incanto
della natura e violenza dell’uomo fossero due inscindibili facce della stessa
medaglia. Di fronte a questa invarianza del tempo nel divenire della storia – Voici le temps des Assassins,
scriveva Rimbaud – Di Marca sembra malinconicamente consapevole che ogni
spettacolo o testimonianza che dice «basta, pace» sono necessari, doverosi. Ma
forse servono soltanto ad aumentare, a rendere più lancinante la cognizione
della follia e del dolore.
10 - C’è anche un tempo attraverso
il teatro ed è precipuamente quello dello spettatore, di chi cioè lo guarda, lo
esamina, continuamente rielaborando, spostando i punti di vista e di ricezione.
In questa mia frammentaria scorribanda meta-temporale non posso ignorare i
corsi e ricorsi della scrittura. Già una dozzina di anni fa affidai a Pippo una
mia testimonianza e riflessione sul suo lavoro, per una pubblicazione che
celebrava i vent’anni del Meta-Teatro. Confesso che non ricordavo nulla di ciò
che avevo scritto. Riaprendo quel volume due cose mi hanno, d’acchito, colpito.
In primo luogo, l’esergo duchampiano che termina così: «… se si vuole, la mia
arte è vita… è una sorta di euforia costante…». In secondo luogo, e neppure
questo rammentavo, ritrovare fra gli autori dei contributi critici i nomi di
Beppe Bartolucci e Maurizio Grande. Due amici e maestri scomparsi entrambi,
l’uno già anziano, l’altro nel pieno della maturità, nel ’96. Dunque, mi sono
sentito investito ancora e sempre dalla polarità vita-morte. Ma ancor di più
sono stato investito da un senso di distanza epocale. Lontano da dove. Lontano
da un tempo in cui lo stato di «euforia costante» di cui parla Duchamp ancora
riverberava la spinta propulsiva dell’avanguardia come fusione di arte-vita.
Oggi, credo che anche per Di Marca sarebbe problematico identificarsi con
questa sorgiva poetica dell’euforia. E lontano da un tempo in cui operavano
figure come quelle di Bartolucci e Grande che perimetravano lo spazio del
teatro di ricerca, ne tracciavano le architetture teoriche, lo promuovevano
criticamente. Beppe, in verità, faceva assai di più, da autentico demiurgo lui
l’avanguardia teatrale la suscitava, se la inventava letteralmente. È quindi
attraversato da un simile sentimento di cesura epocale, di soluzione di
continuità, che mi sono riletto. Il tempo ci mangia l’anima, ci sfigura, ma
sono stato colpito da un imprevisto punto di risonanza, quasi di coincidenza
tra le mie considerazioni dell’89 e quelle odierne. Lì dove, avendo qualificato
Di Marca come un artista ‘insensibile’ (ovvero anti-sentimentale) e ‘attuale’
(ossia dedito a una creatività erratica, sempre in atto), poi aggiungevo: «È in
tale perennemente instabile dialettica di Essere e Tempo che si realizza
l’attualità di un teatro (detto di sperimentazione) alieno da ogni trascendente
ontologia dello spirito dell’arte». Ecco, allora, il punctum diacronico di
contatto, di mia personale ossessione: “Essere e Tempo” come relazione
costitutiva non solo del fare e farsi del teatro, ma del fondamento stesso del
nostro gettarci nel mondo. Impossibile autopensarci senza pensare, appunto, al
rapporto “Essere e Tempo”. E si modifica, come osserva Heidegger, l’iniziale
quesito sull’essere temporale dell’esserci: «“Che cos’è il tempo?” è diventato:
“chi è il tempo?”. Più precisamente: siamo noi stessi il tempo? O ancora più
precisamente: sono io il mio tempo?». Se io coincido, creo il mio tempo, ciò
significa che il tempo soggettivo ingoia il tempo oggettivo, e gli stati di
attraversamento temporale del nostro esserci appaiono emanazioni, concrezioni,
epifanie dell’autocoscienza. Ombre di memoria dell’esserci nel continuum, secondo ci avverte
Heidegger, della loro intrinseca problematicità. Tra il teatro nel tempo
sincronico del suo inscenarsi e il teatro nel tempo diacronico delle parole di
chi lo medita e lo riflette che rapporto c’è? Di cosa sto parlando quando parlo
del teatro che ho visto? Non sto, forse, parlando di me stesso? Non sto, forse,
parlando del tempo soggettivo di un’autocoscienza come somma di sensazioni, di
emozioni, di nozioni, di costruzioni concettuali e linguistiche che fondano un
testo, di cui il teatro visto è un mero pretesto? È a quest’altezza
problematica che si colloca l’interrogazione possibile. E dico subito che non
ho risposte. Se le diano gli ‘ipocriti’ lettori.
11 - Uno dei segreti di persistenza del e nel tempo del Meta-Teatro è
senz’altro, a mio avviso, la vocazione di Di Marca ad avere una sua ‘casa’
teatrale. Negli anni ’70 fu la micro-cantina di via Sora, dall’81 al ’95 lo
spazio-garage di via Mameli, da un paio d’anni è il locale di via San
Crisogono, già Casa delle Culture. Ci sono artisti nomadi, rizomatici, che
proprio dal loro vagabondare traggono idee e ispirazione creativa. Pippo mi
sembra, invece, fondamentalmente un artista stanziale, che trae forza ed
alimento dal muoversi e operare in un ambito pressoché domestico. È ammirevole,
ad esempio, la sua abilità a trovarsi la casa teatrale praticamente sempre
sotto casa, quella cioè dove abita. È il segno che lui ha bisogno, per
l’appunto, di abitare il teatro, di plasmarlo come suo personale rifugio,
bunker, ‘buen retiro’. Un luogo dove mettere radici e far crescere giorno dopo
giorno la stratificazione delle opere e dei ricordi. Non a caso il periodo in
cui mi è parso più disorientato e spaesato è stato l’interludio della seconda
metà degli anni ’90 quando, dopo essere stato sfrattato, andava ospite
errabondo di teatro in teatro. Proprio in quel periodo, e nemmeno questo è
casuale, inscenò un racconto di Kafka intitolato La tana. Indizio psichicamente illuminante e rivelatore dello
spasmodico bisogno per l’animale teatrale Pippo Di Marca di ritrovare la
propria tana. E il suo prototipo è una scatola nera, una sorta di generico
utero (mater e matrix) che, ingravidato dal regista, è capace di generare
infiniti, possibili ‘figli’ scenici. «Fare tana» per Pippo è equivalente a fare
teatro.
12 - Nel salutare e festeggiare Di Marca e i suoi primi trent’anni di
Meta-Teatro, non si può che augurargliene altrettanti. Ma mi è difficile oggi
pensare al futuro ignorando questa nuova epochè
dello spaziotempo globalizzato ed entropico di cui accennavo all’inizio. Certo,
è giusto continuare la nostra vita, le nostre attività quotidiane, ma non si
può far finta di nulla. Perché il nulla, il Grande Nulla ci assedia e minaccia
di ‘inglobarci’ definitivamente tutti quanti. O, peggio, di lasciarci in vita
secondo decervellati zombi, resi atoni e automi, morti ‘dentro’ in un ‘fuori’
che gira impazzito, simile a un vortice incontrollabile, mentre la politica del
kapitale totale («l’ordine del disordine») inclina a rappresentarsi come stato
di guerra immanente.
Da autore di poesia voglio chiudere dedicando a Pippo due piccoli omaggi
poetici. Il primo è del ‘veggente’ Arthur
Rimbaud: «Nous n’oublions pas que tu as glorifié hier chacun de nos âges. Nous
avons foi au poison. Nous savons donner notre vie tout entière tous les jours».
Il secondo sono i versi finali di un mio testo inedito, scritto prima
dell’estate: «Distanti, obliate mattanze, così vicine come orridi obitori / gli
ingenui pensano che cesserebbero le guerre sante / se dio, jahvé e allah si
dichiarassero i primi disertori». Amen.
(dal volume Percorsi
nel tempo, Edizioni Archivi del Sud, 2002)
*********
I sentieri non interrotti dell’avanguardia
Oltre mezzo secolo di ‘advanced scene’
nazionale viene doviziosamente rievocato nel libro di Pippo Di Marca Sotto la tenda dell’avanguardia
(Titivillus, 2013). Un titolo che richiama quello del film di Alexander Kluge Artisti sotto la tenda del circo: perplessi
che vinse nel 1968 la Mostra del Cinema di Venezia. Non c’è la perplessità in
Di Marca perché mi sembra che ci sia in lui la piena coscienza che, seppure siano
spariti tanti capostipiti e protagonisti, non sono morte le ragioni operative
fondanti dell’avanguardia teatrale. E se non ci sono più i suoi due grandi
punti di riferimento, Carmelo Bene e Leo de Berardinis, ci sono al presente
figure, basti citare i cinquantenni Romeo Castellucci e Pippo Delbono, che
continuano a ravvivare l’idea di un teatro ‘teatrale’, basato su una grammatica
estetica ‘altra’, dislocato sul fronte della ‘scrittura scenica’.
Di Marca è uno dei pochi superstiti (con
Quartucci, Caporossi, Vasilicò) delle prime due stagioni anni ’60 e ’70
dell’avanguardia nostrana ed è tuttora valorosamente attivo: dal debutto come
attore nel 1969 in L’Imperatore della
Cina diretto da Giancarlo Nanni fino alle recenti prove di rielaborazione
scenica dei testi narrativi di Roberto Bolaño, egli ha sempre mostrato, tra
alti e bassi, una tenace, lucida fedeltà alle origini della sua vocazione
teatrale. Nel corso dei decenni la sua ricerca creativa lo ha condotto ad
affrontare Duchamp e Lautréamont, Wilde e Hawthorne, Joyce e Genet, Bernhard e
Shakespeare, Gadda e Sanguineti, Bufalino e Beckett, Strindberg e Čechov,
Manganelli e Pirandello, sempre obbedendo ad una strategia di decostruzione
semantica e di composizione scenica complessa sul piano visivo, musicale e
interpretativo.
Catanese trapiantato da cinquant’anni al centro
di Roma (Trastevere e dintorni è il suo topos),
Di Marca è stato ed è un teatrante-intellettuale di ampia cultura e di sicuro
spessore, costantemente capace di non girare attorno al proprio ombelico e di
osservare con acutezza il paesaggio artistico circostante. Così, il suo
magnifico libro diventa una sorta di romanzo teatrale transgenerazionale in cui
il racconto del proprio lungo percorso non è mai autoreferenziale, ma è situato
in rapporto e in interazione con una storia teatrale collettiva che arriva a
citare tra i nomi ultimi o penultimi gli Artefatti e Lucia Calamaro, i Motus e
Veronica Cruciani, Fanny & Alexander e Alessio Pizzech.
Perciò il libro, come gli aveva suggerito
Franco Quadri (scomparso nel frattempo pure lui nel 2011), prende l’aspetto di
una cavalcata epica lungo le molteplici piste dell’avanguardia, e lo sguardo
fortemente personale e soggettivo slitta puntualmente verso una memoria quasi
‘storiografica’ sia pura anomala e non sistematica. Gli è che Di Marca con il
suo Meta-Teatro, che ha cambiato più volte sede, ha aperto per molti decenni la
sua ‘casa’ teatrale a tantissimi colleghi e a moltissime compagnie, così la sua
memoria è anche quella del gestore e promotore di spazi teatrali che ha visto
transitare una quantità di esperienze sceniche buone e cattive che hanno
comunque dato linfa e corpo e senso ad un movimento artistico plurale e sempre
capace di rigenerarsi.
Questa posizione gli permette dunque di
abbozzare anche una periodizzazione dell’avanguardia, come quando ricorda nella
seconda metà degli anni ’70 il passaggio dal teatro recluso nel buio luttuoso
delle cantine, a un teatro che usciva all’aperto e quasi aggrediva
performativamente gli spazi urbani (e il critico Beppe Bartolucci già allora si
mise a parlare di ‘post-avanguardia’).
Ecco, i critici: Di Marca non dimentica persone
come Bartolucci, Quadri, Maurizio Grande, Nico Garrone, Dante Cappelletti, Franco
Cordelli, Italo Moscati che sono stati gli effettuali compagni di strada dei
teatranti d’avanguardia e l’hanno sostenuta in strenue battaglie culturali
contro un ambiente ufficiale e un teatro di prosa convenzionale che tuttora
maldigeriscono gli spettacoli ‘non canonici’.
Oggi la critica è quasi azzerata, ma resta la
necessità di guadagnarsi un ‘proprio’ pubblico. Se nel 1978 gli Skiantos
cantavano con caustica ironia «Fate largo all’avanguardia / siete un pubblico
di merda!», al presente più che un approccio ‘demenziale’ e provocatorio mi
sembra che invalga una sorta di ‘tradizione dell’avanguardia’ che comunque
attira fasce di giovani spettatori ancora desiderosi di vedere un teatro ‘sperimentale’,
lontano dai format paratelevisivi. In questo senso la lunga seminagione
dell’avanguardia novecentesca non è stata vana. Sia pure storicamente
depotenziati i suoi principi del negativo e del vitalismo, come attesta il
libro di Di Marca, sono tuttora operanti, continuano ad esprimere un permanente
bisogno di trasformazione dell’arte.
(pubblicato
sulla rivista Le Reti di Dedalus, 2013)
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