ADDII: PIPPO DI MARCA (1939-2026). APPUNTI STRETTAMENTE PERSONALI

 

di Marco Palladini

 

La mattina di martedì 21 luglio u.s. , destatosi di buon’ora Pippo Di Marca scrive un biglietto: «Non ne posso più… il mio corpo è come un cadavere… lo spettacolo è finito… Scusate, non ce la faccio più, non è questa la vita che voglio». Quindi si veste, esce di casa dove ci sono la moglie e il figlio di 26 anni, sale sul terrazzo condominiale del palazzo di via San Francesco a Ripa, a Roma Trastevere, in cui abita da sempre, e si getta di sotto. Da regista teatrale di grande ingegno, lucido e determinato sino all’ultimo, Di Marca mette in scena la sua uscita di scena come un ‘coup de théâtre’, forse in qualche modo sapendo che giornali e mass-media torneranno così a parlare di lui, che ormai veniva ignorato da anni e reputato un artista che aveva fatto il suo tempo. Cosa che lo amareggiava assai e che mi comunicava ogni volta che ci incontravamo, ma non con un tono lagnoso, vittimistico, ma con la pugnace rivendicazione di avere fatto parte di quella avanguardia scenica anni ’60-’70-’80 che aveva prodotto per tre decadi e oltre il teatro più interessante realizzato in Italia e che oramai risultava dimenticata, tralasciata, non adeguatamente riconosciuta.  

Così, il suo ‘salto nel vuoto’ – giusto il titolo di un film (1980) di Marco Bellocchio che aveva diretto Pippo per la sua breve apparizione nella pellicola Il traditore (2019) nelle vesti di Giulio Andreotti –, al di là del fatto che Di Marca fosse malato, io l’ho letto anche come un gesto, quasi un urlo di protesta e di sdegno contro la smemoria, la cancellazione effettuale della generazione teatrica di cui lui era stato un protagonista, forse non di prima fascia, ma di fattiva, fervida, generosissima presenza.

Come scrissi nell’intervento critico Trent’anni di Meta-Teatro (2002) che pubblico a parte: «Ecco, la generosità, la disponibilità e la signorilità di Pippo sono tratti nient’affatto secondari del suo essere teatrante, tratti non effimeri, ma ben durevoli che lo hanno contraddistinto in modo significativo, in un ambiente dove assai spesso le ignobiltà e i pessimi atteggiamenti personali hanno offuscato e immiserito le figure anche di grandi protagonisti».

È proprio così, in un ambiente in cui i teatranti massimi e minimi sono quasi tutti egoriferiti, la sua apertura all’altro da sé è testimoniata dallo strenuo impegno con cui per quarant’anni ha gestito piccoli spazi teatrali, cioè meta-teatrali, accogliendo il meglio del nuovo teatro, spettacoli eterodossi, performance, rassegne di poesia, incontri critici e quant’altro. Uno sforzo portato avanti con immani sacrifici personali, letteralmente consumandosi, dilapidando le proprie energie, come mi ripeteva spesso, anche qui nell’indifferenza di istituzioni ed enti, anzi spesso combattendo come Don Chisciotte contro le chiusure coatte (penso allo spazio sito in via Mameli).

Chi glie lo faceva fare? La straordinaria passione, indubbiamente, ma anche il suo profilo di artista-intellettuale, con una forte coscienza politica di stampo comunista, che appunto sentiva il dovere di operare e sostenere in ogni modo la comunità teatrale a cui apparteneva, e che in molti casi era lui a suscitare e promuovere e, anche, a rammemorare (vedi il suo libro Sotto la tenda dell’avanguardia).

A proposito della grande generosità di Di Marca, sono un testimone diretto: quando mi imbarcai nel 1992, senza un soldo, nell’avventura di mettere in scena il mio testo 12 Settimane a Sodoma con l’attore Antonio Campobasso, ebbi lui come principale puntello come ho rammentato nei miei volumi Prove aperte II (2017) e Noi siamo altri (2025):  «… colpito da questa disponibilità totale, da un simile entusiasmo [di Campobasso], presi a darmi da fare, fino a che trovai un fondamentale appoggio nel Meta-Teatro del mio amico Pippo Di Marca che, stimando sia me che Campobasso (con cui aveva fatto, un paio di anni prima, I Negri di Genet), accettò di sostenere il progetto: ci avrebbe dato i mesi estivi (luglio-agosto) per le prove e avrebbe poi ospitato la messinscena finale in una piccola rassegna che stava organizzando per l’inizio di settembre. Avremmo, dunque, avuto il teatro (col relativo service) per due mesi più una percentuale sugli incassi delle repliche. In sostanza, una produzione (l’eventuale affitto di una sala col service per otto settimane non ci sarebbe costata meno di 7-8 milioni di vecchie lire)».

Vari altri spettacoli e performance ho poi fatto nel tempo nelle sedi raminghe del Meta-Teatro, curando anche diversi incontri di poesia, sempre contando sul supporto e sulla collaborazione impagabile di Pippo. Ciò che trasformò la nostra amicizia teatrale in una forte amicizia personale.

L’ultima apparizione in scena di Di Marca è stata, almeno qui a Roma, al Teatro di Villa Lazzaroni, lo scorso marzo con il recital Essere e non essere dedicato a Carmelo Bene e scritto con il giornalista Giancarlo Dotto, autore di un libro-intervista con C.B. (uscito nel 1998) pressoché definitivo. Il recital era comunque la ripresa di un lavoro che avevo già visto nel 2015, talché il vero punto di approdo del lunghissimo percorso teatrale di Di Marca è stato nel 2018 lo spettacolo Theatrum Mundi Show [… commodium vicus of recirculation…] (visto al Teatro India), che mi apparve una sorta di summa del suo molteplice operare teatrico a partire da Joyce e dal suo iper-intraverbale “Finnegans Wake” (testo cruciale nella visione di Di Marca). Un plurimo, grande viaggio scenico eterodosso ed eteroclito, in cui fui coinvolto, insieme ad altri poeti: io pure vi comparivo brevemente in video recitando alcuni miei versi.

A proposito di Joyce, ebbi anche a partecipare, nel 2007 mi sembra, ad una maratona di lettura dell’Ulisse organizzata all’Atelier/Meta-Teatro da Pippo nel famoso “Bloomsday” (16 giugno). Una autentica multi-performance della durata complessiva di 18 ore. Un evento per me memorabile.    

Tornando al fatale giorno del 21 luglio scorso non ho potuto di fare a meno di notare che Pippo si era suicidato poco più di 24 ore dopo la finale del Campionato del Mondo di calcio tra Spagna e Argentina. Che c’entra, qualcuno dirà? C’entra, secondo me, perché Di Marca era un calciofilo sfegatato, orgoglioso romanista, nonostante lui fosse di Catania, ma ormai cittadino trasteverino doc, e ho sinceramente pensato che avesse aspettato di vedere chi vinceva il Mondiale pallonaro 2026, prima di decidere di abbandonare questo mondo. Lo posso dire con cognizione di causa, perché con Pippo nei nostri conversari a cena, parlavamo spesso di calcio. Inoltre, nel tempo abbiamo visto non poche partite dei Mondiali assieme, tra cui le finali delle edizioni del 2014 in Brasile e del 2018 in Russia. Pubblicai, inoltre, sulla rivista Le Reti di Dedalus anche due suoi articoli di argomento calcistico, con analisi e confronti tra varie epoche da vero esperto.

E poi non dimentico la nostra comune ammirazione per due scrittori latino-americani che avevano scritto libri mitopoietici, davvero imperdibili sul calcio: l’argentino Osvaldo Soriano, autore di Fútbol. Storie di calcio, e l’uruguayano Eduardo Galeano, autore di Splendori e miserie del gioco del calcio.       

Di Marca per l’America Latina aveva, del resto, un grande passione: per anni d’estate si trasferiva in Messico dove aveva diversi amici e dove, credo, fece pure dei progetti teatrali. E poi quando scoprì Roberto Bolaño ci fu un innamoramento totale, che lo condusse a realizzare più spettacoli sulle sue opere, il maggiore dei quali era ispirato a 2666, il fluviale romanzo postumo dello scrittore cileno morto nel 2003 a soli 50 anni.   

Circa Bolaño, giusto lo scorso anno Pippo ebbe a dirmi che stava scrivendo un romanzo che a suo modo evocava le atmosfere e le figure dei libri del beneamato autore cileno. Non so se ha avuto il tempo di finirlo o se è rimasto incompiuto tra le sue carte, ovvero nei file del suo computer. Certo è che Di Marca tanti anni fa ebbe a confessarmi che prima di incontrare il teatro lui, laureato in giurisprudenza, aspirava a diventare uno scrittore. Poi la vita lo portò altrove, ossia a debuttare nel novembre del 1969 come attore nello spettacolo L’imperatore della Cina (al Teatro La Fede) per la regia di Giancarlo Nanni. C’erano con lui in scena Manuela Kustermann, Amelio (non ancora Memè) Perlini (gettatosi dalla finestra pure lui nel 2017), Massimo Fedele, Alessandro Vanoni, Mario Pierotti, Romano Amidei, Paolo Vidali, Corrado Solari. Nel precedente lavoro di Nanni, Escurial prova la scuola dei buffoni (1968), c’erano in scena, tra gli altri, sempre la Kustermann, Valentino Orfeo, Giuliano Vasilicò, Ingrid Vasilicò, Fabio Ciriachi, Michel Pergolani.

Così, pensando ai registi dell’avanguardia ‘cantinara’ capitolina dei ’70, Nanni con me scherzava dicendo: «Sono tutti figli miei!». Affermazione incontrovertibile.      

Alla fine, comunque, la pulsione del ventenne Pippo Di Marca di diventare uno scrittore lo condusse a pubblicare a 80 anni un romanzone di oltre 500 pagine Linee spezzate nella tempesta (Fermenti Editrice, 2020) di cui scrissi:


… è forse il postremo compimento di una giovanile ambizione di diventare uno scrittore. Ora è difficile considerare Di Marca un mero esordiente, essendo lui un regista, attore e drammaturgo di lungo corso. Ha alle spalle mezzo secolo di mercuriale attività teatrale in cui lui è stato, soprattutto negli ’70 e ’80 del Novecento, uno dei più significativi esponenti del teatro di sperimentazione o d’avanguardia, che dir piaccia, esploso nelle famose o famigerate cantine romane. In questo esteso arco di tempo creativo lui più volte ha tratto ispirazione per i suoi spettacoli dalla letteratura, attraversando autori del calibro di Joyce, Gadda, Kafka, Wilde, Cortàzar, Manganelli, Bufalino, Lautréamont, Sartre, Sanguineti, Bolaño etc. Nel suo avanguardistico teatro, sottomesso al primato della scrittura scenica, le opere letterarie venivano però decostruite, frammentate, polverizzate, citate, parafrasate, rese ellissi o traiettorie semantico-metaforiche per esaltare la teatralità del teatro.

Nel presente romanzo Di Marca si pone, invece, come un narratore a tutto tondo, che dispiega una vena fabulatoria e descrittiva che da una parte rimanda a certo ingordo, turgido realismo psicologico da romanzo ottocentesco, dall’altra parte rinvia a una dimensione epico-vitalistica di stampo rabelaisiano. Quel che è certo è che Linee spezzate nella tempesta è un romanzo anti-mainstream: non c’entra nulla con la linea del romanzo borghese che va da Moravia a Sandro Veronesi, passando per Bassani, Bevilacqua, Siciliano, Piovene, Montefoschi, Albinati e tanti altri; ma non c’entra nulla anche con la linea dell’antiromanzo novecentesco, penso al Nouveau Roman francese e in Italia ad Arbasino, Balestrini, Massimo Ferretti, il primo Malerba, Calvino, Leonetti, Lunetta, Toti etc.

In questo senso, è un prodotto fuori tempo e controcorrente che si spiega soltanto con l’urgenza personale dell’autore di richiamare le due città cardine della sua esistenza: la natia Catania e Roma, il suo luogo di elezione, dove si è svolta per intero la sua vita artistica. Infatti, il libro si struttura come una doppia narrazione, si tratta in pratica due romanzi incastrati uno nell’altro che si svolgono spaziotemporalmente a Catania nell’agosto del 1960 e a Roma tra il novembre 1974 e il luglio 1975 (con una coda che arriva al novembre 1989). A fare da cerniera della doppia narrazione, che è anche una doppia rievocazione, è il personaggio del catanese Mattia Vinciguerra detto lo Sfondato, ’u Sfunnatu, una destinale figura di lumpen-proletario errabondo in mezza Europa e fuggitivo e sfuggente per definizione. Quasi un novello Pantagruel, insaziabile di birra, di cibo e di sesso, insomma una figura arcaica, capace di incarnare, appunto, un vitalismo kako-epico, epperò venato di sfumature malinconiche e nichiliste, sversato ad un cabotinage esistenziale senza baricentro, proprio di uno che va alla deriva, sopravvivendo alle evenemenzialità del quotidiano e insieme manifestando una specia di filosofia etologica, animale, da un lato primitiva ed elementare, dall’altro piena di ferite e di fragilità interiori.

A petto a lui risulta ben più debole è la figura di Roberto, il suo interlocutore e compare di notturni bagordi, un 25enne romano, neolaureato, mantenuto dai genitori borghesi, aspirante poeta, che riassume forse con troppi clichés e stereotipi la tipologia dei ventenni del movimento anni ’70, pur se il suo impegno e la sua coscienza politica appaiono più di facciata e di principio, che realmente esplicati nelle pieghe della narrazione.

Ciò che oscuramente attrae i due soggetti è l’essere due ‘losers’, due perdenti e perdigiorno e perdinotte, due flaneurs nottivaghi che si accompagnano per spropositare, per cianciare, per parlarsi addosso, per strafogarsi e poi deiettare e vomitare tranquillamente per le strade vuote e buie come per compiere un fato inesplicato e inesplicabile. Il vero punto di invenzione diegetica del romanzo è l’evocazione che fa lo Sfondato di una sorta di terminale disfida dell’onore e della birra che si svolge nell’arco di una notte estiva, denominata “il tocco, ’u toccu”, e che vede come contendenti un piccolo mafioso locale detto il Califfo, e il protettore di Vinciguerra, il Sindaco, un netturbino insospettabilmente acculturato, che si immolerà sull’altare dell’onestà e della dirittura morale. Ecco, insomma, il classico scontro tra il cattivo ed il buono contorniati da una ventina di folkloristici personaggi che rappresentano un vivido, inferico spaccato popolar-proletario e antropologico-culturale (o sottoculturale) della Catania anni ’60. Qui Di Marca dà fondo a tutta la sua fantasia linguistico-nomenclatoria (da AmadiueFuttioprossimu a Divanu Stortu, da Fiureruvarveri a Fimminarufausu, da Cavadduzzu a Scansajob, da TanuAmatu a Flipper etc.) per rappresentarci il teriomorfo consesso. Va, da questo punto di vista, rilevato che il romanzo più che per il ‘che cosa’ racconta, risulta convincente per il ‘come’ lo fa, attraverso un rigoglioso espressivismo, talora para-gaddiano, crivellato di espressioni dialettali siciliane (in massima parte) e romanesche (in misura assai più contenuta). D’altro canto, Di Marca pratica una diseconomia del racconto, la sua fabulazione ostenta uno stile basato sulla ridondanza iperbolica, sulla ripetizione, sulla iteratività, anche mercè l’indugio, il rinvio, la sospensione, e un fiume di digressioni anche al quadrato. L’input narrativo che sostiene principalmente la storia evocata da ’u Sfunnatu, appare pure un delirio autofagico, la ossessiva analisi di un autodivoramento psichico virtualmente e potenzialmente interminabile.

La demenziale guerra di birra simboleggiata dal ‘tocco’ tra il Califfo e il Sindaco viene descritta attraverso una miriade di notazioni e infinite sfumature, neanche fosse la battaglia di Waterloo con la precisazione di tutte le tattiche e le strategie e le sottostrategie messe in campo dai contendenti per un esito peraltro, forse già segnato in partenza. Ecco Di Marca si immerge in questa materia anche canagliesca, ma ricchissima di particolari per farne una epopea, una parabola mitopoietica che probabilmente riflette storie e vicende vissute quando era un ventenne di belle speranze nella città etnea. Questo è il cuore del romanzo come rito mortale, come sedicente ‘autosacramentales’, rappresentazione dei misteri, laddove tra sacramentare e bestemmiare c’è una stretta interfaccia.

Nel libro c’è anche molto altro: una lunga digressione su Berlino e sul bordello gestito da Belinda, una puttana tedesca che cercava una catarsi per l’Olocausto, offrendosi gratuitamente a tutti i clienti ebrei o ebreizzanti, e con cui Vinciguerra intrattiene una relazione di quattro anni. C’è poi un omaggio al teatro d’avanguardia degli anni ’70 per il tramite degli spettacoli di Carmelo Bene visionati da Roberto, e persino un auto-omaggio laddove si ricorda che l’origine della storica denominazione della compagnia di Di Marca “il Meta-Teatro” si deve ad un articolo di Angelo Maria Ripellino «inneggiante alla grande poesia del piccolo meta-teatro!».

Ma, ripeto, il vero centro del romanzo è altrove, è nel momento in cui si inscena con potente ardore letterario la corda pazza e crudele dei siciliani, nutrita da un mistilinguismo ben temperato o ben stemperato, talora intemperante. La debordante scrittura di Di Marca non si lascia imprigionare da facili gabbie critiche, mi sembra comunque rimandare ad un mix non ovvio e originale tra Verga e Bolaño, tra D’Arrigo e Moresco. Se la tempesta è la vita e le linee spezzate sono le traiettorie interrotte dei due protagonisti, questo libro mi ha fatto venire in mente un pensiero di Alain Badiou: «Secolo delle resistenze e delle epopee, distruttore senza rimorsi, il XX secolo ha voluto, nelle sue opere, uguagliare il reale di cui aveva passione».

 

Il ponderoso romanzo di Pippo fu praticamente ignorato dall’ambiente letterario, anche perché era un manufatto di scrittura fuori tempo o in controtempo rispetto alle linee dominanti oggi nel mainstream. In ogni caso, mi sembrò l’ennesima riprova della tenacia, della forza di resistenza di Di Marca, della sua voglia e ostinazione ad andare avanti nonostante tutti gli avvisi contrari. Epperò, a un certo punto, anche un soggetto tenace, iper-resistente, cocciuto come Pippo arriva ad ammettere che non ce la fa più. E a quasi 87 anni dice: basta! Sì, lo spettacolo è finito, cala il sipario, ma il regista resta sempre lui. Chapeau! Con animo grato continuerò a volergli molto bene.

 

 

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