OMAGGIO
a Valentino Zeichen NEL DECENNALE DELLA MORTE
di Marco Palladini
[ Dieci anni fa moriva
Valentino Zeichen, caro amico, poeta fiumano trapiantato a Roma all’inizio
degli anni ’50 dello scorso secolo. Una delle figure più rappresentative della
cosiddetta ‘scuola romana’ di poesia emersa negli anni Settanta. A lui ho
dedicato un capitolo del mio romanzo-mosaico Noi siamo altri
(Editrice Zona, 2025) che qui ripubblico, appunto nel decennale della sua
scomparsa.
Aggiungo, rispetto al romanzo,
una intervista che gli feci 44 anni fa e che venne pubblicata sul quotidiano
“L’Umanità” il 15 giugno 1982. Una intervista densa, dialetticamente viva, dove
Valentino espresse con lucidità i fondamenti della propria poetica, cosa per
lui affatto inusuale. ]
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Valentino Zeichen
I - Frammenti sparsi e ricordi
diacronici per Valentino Zeichen (Fiume, 24 marzo 1938 – Roma, 5 luglio 2016),
poeta integrale e più che trentennale amico, dalla fine al principio e poi,
ancora, à rebours.
L’ultima volta che ho visto
Valentino è stato il giorno prima che morisse. Era quindi il 4 luglio 2016. Ero
stato a trovarlo, con l’amico Plinio Perilli, presso l’ospedale Santa Lucia a
Roma, sulla via Ardeatina, una struttura specializzata per la riabilitazione
neuromotoria di persone, come Zeichen, colpite da ictus. Valentino aveva subito
l’insulto cerebrale in aprile e lì, al Santa Lucia, nelle ultime settimane
aveva avuto un notevole, assai incoraggiante recupero. L’avevo ritrovato vigile
e lucido, parlava fluidamente, col solito timbro assertivo e sardonico. Certo,
la parte destra del suo corpo era paralizzata e lui stava sulla carrozzella, ma
c’era in lui una tensione riabilitativa evidente, non era per nulla spento o
fiaccato. Anzi esprimeva energia e forza volitiva, nei suoi occhi c’era quasi
una febbre. Mi comandò di spingerlo con la carrozzella sino alla palestra in
fondo al corridoio, dove svolgeva i suoi mattutini, quotidiani esercizi. Era
impaziente, come frenetico. Ero ammirato dal suo atteggiamento, vi riconoscevo
la tenacia e la militare disciplina che gli avevano consentito per circa mezzo
secolo di vivere in una baracca, senza abbrutirsi, senza imbarbonirsi, come
sarebbe accaduto a chiunque altro. Invece lui aveva eretto il suo mito di poeta-dandy
e flaneur proprio vivendo come
un drop-out, in una condizione di marginale metropolitano.
Lo guardai dal corridoio in
controluce e quel suo corpo 78enne colpito e incurvato, ma indomabile, mi fece
uno strano effetto, come se stessi guardando un fossile, un reperto antropico
di altre epoche, colmo di dignità e di gloriosa nobiltà. Quando lo
riaccompagnarono nella sua stanza dove lo stavamo attendendo, dal suo volto
traspariva una luce assieme inquieta e soddisfatta. Ci dava dentro con gli
esercizi, forse anche troppo, sentiva che stava recuperando bene e voleva
accelerare la riabilitazione da paziente esemplare. Accennò che sarebbe rimasto
lì almeno tutta l’estate, forse sperava già a settembre di poter essere
dimesso. Nella sua stanza c’erano giornali quotidiani, settimanali, riviste, ma
niente libri. Quando aveva avuto l’ictus stava scrivendo un nuovo romanzo, ne
aveva accennato in una intervista sul “Messaggero” fattagli da Renato Minore.
Ma quando vi si fece riferimento, Valentino reagì con una smorfia tra lo
scherno e il disgusto, come se ci volesse dire: adesso ho ben altre priorità,
la letteratura non mi riguarda, primum
vivere, deinde philosophari.
Dopo una lunga telefonata che ebbe, credo, con la figlia Marta, spostai allora
il discorso sulla nostra comune passione tifosa per la Lazio, e ridemmo di
gusto delle ultime traversie dei biancocelesti, con il macchiettistico
presidente Lotito che stava cercando in quei giorni di ingaggiare l’allenatore
argentino Bielsa, detto ‘el loco’, un pazzo scatenato vero. Il tutto poi,
metacomicamente, andò a monte, ma Zeichen non l’ha mai saputo. Mentre stavamo
per congedarci, sollecitati dal personale sanitario, si verificò un piccolo
incidente, con la rottura del catetere e una deplorevole discussione tra gli
infermieri su chi dovesse tra loro pulire e cambiare il paziente. L’ultima
immagine di Valentino vivo che porto con me è, così, il suo sguardo desolato e
il suo sorriso imbarazzato per la situazione. Mi fece tenerezza (sentimento che
lui non mi aveva mai ispirato), mentre gli promettevo che sarei tornato presto
a fargli visita. Non dubitavo che si sarebbe ripreso alla grande.
E invece no. Quando il giorno
successivo mi telefonarono verso l’ora di pranzo per dirmi che Zeichen era
morto, la mia prima reazione fu: no, non è possibile, è una minchiata, un fake, l’ho visto appena
ventiquattrore fa, era vivo, vivissimo e vispo, ma chi è che mette in giro
simili notizie idiote, non è divertente. Poi, a poco a poco dovetti arrendermi,
era tutto vero, aveva avuto un infarto dopo la solita seduta in palestra e se ne
era andato. Ammutolii e pensai: ecco, forse se non ci avesse messo tutta quella
foga nel fare gli esercizi riabilitatori, sarebbe ancora vivo, avrei potuto
riparlare con lui, maledizione! Ma sono quei pensieri che non contano nulla,
l’unica verità, non smentibile, è quella della morte. Con Perilli e le nostre
compagne ritornammo nel pomeriggio al Santa Lucia. Chiesi ad uno dei terapisti
cos’era successo. Niente, rispose, era il solito Valentino che scherzava e
faceva battute, poi all’improvviso si è sentito male, ha piegato la testa,
l’abbiamo portato subito dai medici, ma non c’è stato nulla da fare. Capita, ci
disse con professionale distacco, l’infarto fulminante non lo puoi prevedere, è
così e basta. Lo andammo a cercare nella camera obitoriale. Ci perdemmo un paio
di volte in una sorta di labirinto sotterraneo, infine lo scovammo in una
stanza spoglia, adagiato su una barella, sotto un bianco lenzuolo. Una
fasciatura partiva dal capo e passava sotto il mento per tenergli chiusa la
bocca, il mortale rictus. Il corpo era ancora caldo, la barba non fatta, la
fronte spianata, una raggiera di rughe si allargava sulle tempie, spiccava il
suo naso aquilino. Nell’algore di una camera mortuaria, di fronte a un cadavere
non sai mai come comportarti, soprattutto se non credi in una vita
ultraterrena. Il cadavere di un vecchio amico poeta, mi fece ripensare a una
sua ironica poesia, Amici contenuta
in Pagine di gloria (1983):
«Amici / sparlando di me nei giorni / non siate affrettati / coniugandomi a
verbi del passato / ma dosatemi con risparmio / all’indicativo presente / e non
impensierite / ché di questo soggetto del verbo / non rimarrà ingombrante
memoria». Già a 45 anni Valentino meditava di non voler lasciare una memoria
ingombrante. No, pensai, la tua memoria da oggi in poi non ci ingombrerà, vivrà
leggera e lieta in noi, come i tuoi versi che non ci hanno mai tediato e,
invece, assai spesso deliziato.
Due mesi esatti più tardi, il 5
settembre 2016, insieme a molte persone amiche, presenziai alla tumulazione
delle sue ceneri al cimitero Verano di Roma. Sull’urna nera era stata apposta
una targhetta dorata che riportava il nome Giuseppe Mario Zeichen, ossia il suo
vero doppio nome di nascita, assieme al cognome che era autentico, non un
eteronimo, come credevo. Zeichen-segno destinale e di battaglia. Parlò, come al
funerale, la figlia Marta Manca Zeichen, biologa marina, che molto gli
somiglia. Un discorso commosso fino alle lagrime, per un padre avuto, perduto e
poi pienamente ritrovato, che ha riscaldato gli ultimi anni di Valentino. I
muratori procedettero alla chiusura del loculo, sigillato con lastre di marmo
fulvo. Sulla basetta tre suoi versi: «Compariamo dal nulla / eterni provvisori
/ per poi scadere nel niente».
Sì, addio caro Giuseppe
Mario-Valentino, ci rivedremo nel niente.
II - Uno dei libri più belli di Zeichen, anzi secondo
alcuni il suo libro migliore, è Ogni
cosa a ogni cosa ha detto addio (Fazi, 2000) una sorta di vibrante
ricognizione poetica sulla Roma antica e contemporanea, alla ricerca delle
tracce e le vestigia della “grande bellezza” (ben prima del film di Sorrentino)
di una città proverbialmente eterna, ma poi impastata con la caducità della
modernità e un costante degrado, particolarmente evidente adesso nel momento in
cui scrivo. Il libro però confermava che il massimo cantore della Roma
trapassata e odierna era, forse non paradossalmente, un non romano, un istriano
di Fiume, costretto da bambino all’esilio, dopo la Seconda guerra mondiale e
l’annessione alla Repubblica Socialista della Jugoslavia, giunto nella capitale
italiana all’età di dodici anni e diventato col tempo più romano dei romani.
L’autore più mirabilmente innamorato delle mille prospettive estetiche e
architettoniche dell’Urbe.
L’uscita del libro dettò a Franco
Cordelli sulle colonne del “Corriere della Sera” una acuta recensione, dove
rifletteva sulla perpendicolare caduta di prestigio della poesia, laddove un
tempo i poeti (da Sereni a Pasolini, da Caproni a Sanguineti, da Zanzotto a
Bertolucci, da Pagliarani ad Amelia Rosselli etc.) erano punti di riferimento
obbligatori per i più giovani. Scriveva Cordelli: «… se oggi ci si guarda
intorno, chi sono i poeti cinquantenni il cui nome sia evidente e indiscusso? I
poeti li conoscono i poeti, nessun altro. Ciò è accaduto, io credo, per due
ragioni. La prima è che il mercato ha preso il sopravvento. I poeti non
vendono, quindi non esistono. La seconda si potrebbe declinare in modo diverso,
ma in fondo è la stessa. Poiché il mercato ha preso il sopravvento, il poeta
non può più esercitare il suo tradizionale mestiere novecentesco: quello di
intellettuale. L’intellettuale, ciò che ne resta, è al servizio della
pubblicità; o, altrimenti, è uno specialista. Ma l’intellettuale che giudica il
mondo, quello non c’è più. Costui era quasi sempre un poeta e ora il poeta è
rimasto nudo, indifeso, privo di usbergo. La ragione per cui Ogni cosa a ogni cosa ha detto addio
è… il più importante libro di Valentino Zeichen, consiste proprio in questo; al
più fumista dei nostri poeti, giunto al suo settimo libro… è toccato in sorte
di esporre la miseria della poesia e la sua necessità di restituire a se
stessa, dall’interno, una profondità di campo, un sistema, vorrei usare una
parola impossibile: un’ideologia».
L’ideologia tirata in ballo da
Cordelli, si potrebbe ravvisare nella prospettiva di scavo poetico unitario di
Zeichen, alieno ad ogni forma di epicità, ma insieme compreso della missione
universalistica della civiltà romana. Qui rifulgeva la sua visione, anche
intellettuale, di poeta che si confrontava col passato classico per rinvenire
un senso possibile nel mondo di oggi. Paradigmatica la penultima composizione Deitalianizzare la Romanità: «Un
geografo bendato / apposta disorientato / da un plastico rotante / delle città
dell’impero, / avrebbe saputo riconoscere / Roma al solo tatto? / ovunque si
duplicavano / le stesse opere pubbliche: / arene, acquedotti, templi. / Ma dove
stava Roma? / nel futuro di rovine? / Là dov’era prevista / non c’era, stava
altrove; / in Europa, essendo nomade. / Roma tediava Roma, e / i neoromani
l’imitavano / sconfinando nell’ignoto. / Perfino le parole, / i suoi monumenti
/ meglio conservatisi / migravano in Europa, / e ancora pescano senso / nei
fondali delle etimologie / delle lingue romanze».
Valentino, peraltro, è sempre stato
assai ambivalente. Se qui prevale un corso centrifugo, altrove sopravviene
invece un forte sentimento centripeto. Penso a un testo quale Italia, Italia soprattutto incluso
nella sua ultima raccolta Casa di
rieducazione (Mondadori, 2011): «Gira, gira la ruota della storia /
irraggiata dalle nazioni / e noi raggio di gloria / fissato al mozzo del sole.
// Italia, Italia soprattutto / nel nucleo del tuo nome / fondiamo i nostri
cuori / e diveniamo tuoi servitori. // Italia, cara Italia / non con retoriche
armi / ma con belle arti / il mondo dobbiamo conquistar. // In piedi, in piedi
fratelli / sfilano gli avi ingegni / e noi vogliamo esser loro degni / per
poterli rimpiazzar».
Caspita, si dirà. Uno Zeichen
dannunziano? Uno Zeichen che elicita quasi un patriottico inno poetico alla
Mameli («In piedi, in piedi fratelli»)? Credo che pochi, anche tra gli amici,
hanno realmente considerato quanto profonda sia stata la ferita dell’esodo
forzato da Fiume. Una sorta di ‘pulizia etnica’ ai danni della comunità
italiana condotta dai comunisti di Tito. Valentino bambino quel trauma non l’ha
mai dimenticato. Valentino adulto apparentemente l’aveva messo in ombra, ma non
di rado saltava fuori, anche con virulenza. Con tutti i paradossi del caso.
Zeichen frequentava gli scrittori di sinistra, le case degli intellettuali
comunisti e marxisti, ma nel suo animo era un acceso anticomunista, perché non
aveva scordato che i profughi istriani erano stati difesi soltanto dalla destra
fascista, che la Dc aveva sopito le loro sofferenze, mentre la sinistra Pci li
aveva ignorati perché creavano imbarazzo, erano la prova vivente che i regimi
comunisti appena instaurati diventavano subito oppressivi.
Non a caso la destra berlusconiana
con un po’ di senso culturale (vedi “Il Foglio” di Giuliano Ferrara, ex
dirigente Pci, peraltro) negli ultimi anni aveva corteggiato Zeichen, lodandolo
e facendogli lunghe interviste, cercando di trasformarlo in una sorta di
poeta-simbolo della neo-conservazione. Ma con scarsi risultati. È vero che
Zeichen mi confessò che era stato ad una manifestazione di Forza Italia a
Piazza del Popolo e che aveva una simpatia per il Berlusca (non so se l’abbia
mai votato), però è anche vero che il suo pensiero politico-culturale spesso
derapante e, in qualche caso, reazionario, non era poi realmente utilizzabile
dalla propaganda forzaitaliota, e che dalle parti di Gasparri, Brunetta,
Dell’Utri, Romani et similia, la sua pregiata poesia valeva tanto quanto quella
(pessima e dilettantistica) del gran maestro piduista Licio Gelli.
Resta che Valentino in mezzo al suo
snobismo mondano, al suo gusto di ironico dandy, era anche un patriota di
ascendenza quasi risorgimentale, uno che esibiva un orgoglio italico
sconosciuto presso la stragrande maggioranza dei letterati italioti. E questo
credo che lo capissimo in pochi. I più non lo prendevano, non volevano
prenderlo sul serio. Dicevano: ma Valentino scherza, vuole épater la bourgeosie radical-chic
che lo nutre e lo mantiene, non parla sul serio quando si lancia nelle sue
sparate destrorse. Zeichen spesso recitava, certo, faceva non di rado il suo
numero come un attore da salotto che si deve guadagnare l’invito a cena,
gettava fumo negli occhi. Ma gran parte delle cose che diceva gli appartenevano
nel profondo. Non amava Pasolini, apprezzava Gabriele Muccino, ma come
affermava ‘stava al gioco’. Tanto poi «arrivavo, mangiavo, sparivo nella
notte». Un incursore nelle mense dei ricchi borghesi di sinistra, come nei
giornali della destra. Ma nessuno è mai riuscito a comperarlo, a ‘conquistarlo’,
la sua ricchezza era la povertà, il non aver niente da perdere. «Io sono
apolitico» proclamava. Ma non è vero, forse anzi era il più politico di tutti,
solo che non si schierava, è sempre rimasto autonomo da chiunque, un italiano
solitario, integro e individualista, felice di esserlo.
III - Neomarziale
(Mondadori, 2006) è l’ottavo volume in versi di Valentino che riprende nel
titolo una definizione che ne diede Alberto Moravia nel 1987 sul “Corriere
della Sera”: «In Zeichen si può riconoscere un’eco di Marziale nella Roma
contemporanea». Ci può stare certo, per il comune gusto epigrammatico e, poi,
anche aforistico. Per l’essere entrambi brillanti osservatori della vita e del
costume romano a venti secoli di distanza, l’uno (Marcus Valerius Martialis)
ispanico e l’altro, come si è detto, istriano. Perché, ieri come oggi, romani
non si nasce, si diventa, ci si guadagna sul campo della poesia poetata la
medaglietta di vero civis romanus.
Ma a me quel “Neomarziale” mi ispirava una trascrizione altra: neo marziale,
ovvero Zeichen come nuovo soldato di poesia, militante e miliziano, che con
indefessa disciplina e umoristico rigore trapassa a fil di spada-verso i vizi,
le pose, la manie e le smanie della scena socio-culturale e antropologica
capitolina.
Come in Mi confida il poeta: «… Il poeta intimista / si tiene alla
larga / da quello classicista / che s’ispira alle terga, / in sogno lo
disapprova / il celebre lapicida Canova. / Testardo allucinato / il poeta
impegnato / pesta invano, tasti / che più non risuonano, / scambia la scalinata
/ per una tastiera / e le file di colonne / per canne di cannone. / Nei
saliscendi di scale / cadenzati dalle suole / lui riode l’antico vento / sul
Palazzo d’Inverno, / ma il simil marmo di cartone / pregiudica l’ispirazione /
e gli stona la canzone».
Sempre sui Poeti: «Siamo poeti logici / di buon ragionamento, / volubili
d’argomento; / arricchiti dal sapere / ma di scarsa sapienza. / Quale ne sarà
la causa? / la latitanza dell’oracolo / o l’ermetismo del mondo?».
Sulle serate alcolico-mondane in A Barbara Alberti: «Solo dagli
astemi / ci si può aspettare / generose sorprese. / L’amica Barbara Alberti /
mette in tavola una / bottiglia di champagne. / I convitati ne assaggiano
appena / per non danneggiare / le loro facoltà mentali. / Me la scolo quasi
tutta / alzando ulteriormente / il mio già sovrastimato / quoziente
intellettuale».
Oltre le divagazioni e le malizie
letterarie, nelle situazioni salottiere saltava però fuori spesso il poeta
‘marziale’ che esibiva un taglio di capelli con la sfumatura alta da membro dei
Parà o dei Marines, ammiratore della tecnica militare e della connessa
produzione industriale, il cantore della Wille
zur Macht degli apparati preposti alla prassi guerresca. Pur se poi,
scrivendo, non c’era mai il tono epico o retorico (a lui profondamente
estraneo) e prevaleva l’ironia sugli abbagli della potenza armata, come in Area-bellico-mimetica: «Truccavano
finte armi / rendendole verosimili / sempre in scala 1 a 1; / sagome d’aerei,
carrarmati, / blindati e vari cingolati / dotandoli di bruciatori da cucina /
che ingannavano ad arte i radar / e i sensori all’infrarosso / dei caccia
americani, che / lo stimavano degni bersagli / illudendo i loro top gun di /
star distruggendo il vero /, mentre era un’invenzione del falso / della
fabbrica MVM di Torino / risalente all’anno 1991».
IV - Villa
Strohl-Fern: «A villa Strohl-Fern / la tortora fa il verso / a un
avverbio di luogo: / ku, ku, ku; dove? dove? / in lingua parsi, secondo / il
grande Omar Khayyam (…)».
Il poeta, filosofo e matematico
persiano vissuto tra undicesimo e dodicesimo secolo era uno dei grandi amori
letterari di Zeichen, unitamente all’autore barocco del XVII secolo Ciro di
Pers. Ma è Villa Strohl-Fern situata dentro Villa Borghese che qui interessa a
Valentino, poiché essa procombe sulla rupe sotto cui si estende il Borghetto
Flaminio, una fungaia di casette minime spuntata abusivamente nel secondo
dopoguerra, e divenuta un rifugio di homeless, di bottegucce di artigiani, di
studioli di artisti. È qui che Zeichen negli anni ’60 rilevò da un pittore una
baracca col tettuccio in ondulit, il cesso in un loculo adiacente, con davanti
un cortiletto in cemento incassato tra basse costruzioni di materiali di
risulta e dominato da un albero di fichi che d’estate, attrezzato con un
tavolaccio in legno grezzo, sedie rimediate e rustici sgabelli, e sotto un
pergolato, si tramutava in una sorta di sala conviviale en plein air dove
ricevere i sodali.
A metà degli anni ’90 un suo vicino
di baracca se ne andò e, così, Valentino poté prendere possesso anche di un
altro spazio, aprendo un’apertura nella parete divisoria, diventando dunque
inquilino di un bilocale. Dalla baracca Zeichen, anche potendo, non se ne
sarebbe mai andato. Era il suo habitat, che gli conferiva una nobiltà
sottoproletaria, col tempo divenuta mitica e mitopoietica. Più di una volta,
l’amministrazione capitolina aveva minacciato di sgomberare il Borghetto
Flaminio, e sempre Valentino si metteva ad animare un comitato di protesta, e
lanciava appelli di resistenza sottoscritti da nugoli di scrittori,
intellettuali e artisti: che non si tocchi la baracca di Zeichen! Dove gli
amici transitavano abitualmente, recandogli vestiti, cibarie, cataste di legno
per la malandata stufa in cotto, che altrimenti lui si procurava andando a
tagliare con un’accetta rami d’albero a Villa Borghese. Un luogo nativo,
esplorato palmo a palmo, visto che vi aveva vissuto sino alla maggiore età con
il padre giardiniere, alloggiato presso le scuderie della villa, oggi
trasformate nel Museo Bilotti.
Io lo andavo a trovare portandogli
delle bottiglie di buon vino (lui amava il rosso, ma di qualità) e Valentino
sempre ti riceveva sorridente e generoso e non mancava di cucinare un ottimo
piatto di spaghetti al sugo. Nella baracca c’erano pochi libri, ma
significativi, romanzi e saggi soprattutto, e qualche suo antico collage appeso
al muro. Tutto era spartano ed arrangiato, anche fantasiosamente (pinze dipinte
infisse nel muro a mò di attaccapanni, del polistirolo per sigillare l’uscio),
ma con un criterio di sopravvivenza, che rispondeva ad una disciplina di
militare o di asceta che mai cedeva allo sconforto, all’autocommiserazione, al
patetismo. La baracca emanava una miseria antica, ma insieme esibiva un senso
di ordine e di grande dignità. Avevo a volte l’impressione che Valentino
mostrasse con orgoglio la sua povertà francescana. Accoglieva gli aiuti amicali
con virile gratitudine e sobrietà, non l’ho mai sentito lamentarsi o implorare.
Non era nella sua natura chiedere qualcosa.
Era poi sempre informatissimo sulle
vicende del mondo, sull’attualità. Mi spiegò che lui si alzava prestissimo,
verso le sei, sei e mezza, e andava a Piazza del Popolo che era a un tiro di
schioppo, dove aveva fatto amicizia con un edicolante. Il quale gli consegnava
una mazzetta dei principali quotidiani nazionali. Valentino se ne tornava in
baracca, li sfogliava tutti, stando ben attento a non sgualcirli, si appuntava
qualcosa che lo interessava, poi li ripiegava con cura e riportava i giornali
all’edicola. Trovai la cosa geniale. La quotidiana mazzetta come se fosse un
giornalista o un politico o un dirigente d’azienda. Ma lui ne aveva bisogno per
accumulare argomenti e commenti da spendere poi nelle cene mondane in cui era
serotinamente invitato. Dunque, un vero lavoro perfettamente coerente col suo
modo di inventarsi la sopravvivenza giorno per giorno.
A conoscere Zeichen mi aveva
condotto la prima volta, credo fosse il 1981, ero appena ritornato dalla naja,
un altro amico poeta, Stefano Docimo, che Valentino una decina di anni prima
aveva accolto e fatto alloggiare per qualche tempo nella sua baracca, nelle
more dei casini coniugali di Stefano, nel burrascoso momento di trapasso tra la
prima moglie e la seconda compagna di vita. Zeichen era così, un amico fidato e
solidale, che non ti faceva domande, non ti giudicava, lui che pure aveva un esprit di moralista pubblico. Ma nel
privato accettava tutto con un fare smagato, col disincanto di chi sa bene di
quante contraddizioni si compone l’esistenza di un uomo. Allora, peraltro,
intorno al ’70-’71 nella baracca c’era pure Romano Scavolini, un regista attivo
nell’ambito del cinema sperimentale o underground post-’68.
Intrecci e ingrommi di multipli
percorsi amicali, giovanili e destinali che lui alla fine di quel decennio
siglò nella famosa poesia Vecchi
ragazzi (in Ricreazione, 1979): «Celibi e
inclini alla scienza veterinaria / per come assistono agli incroci tra araldica
e viticoltura / attardandosi sui volumi dell’enoteca, / i vecchi ragazzi che
videro nel retrovisore molti coetanei / sparire nell’avvenire. / Fanno paragoni
tra i gradi alcolici dei cognomi del gotha / trasferitisi con gli stemmi e
l’etichetta all’enologia. / Vedendoli aggirarsi, si dice / ‘comprano vini
invecchiati per calarsi gli anni’. / Calunnie! / Adunateli prima che si
estinguano, / non fanno rimpiangere i peripatetici / la sera fra via di Ripetta
e piazza del Popolo / con una bottiglia sotto il braccio / pudicamente
incartata / rispondono ad ogni chiamata; / Nick, Sandrokhan, Seccia, / senza
nominare le anziane prudenti ragazze aggregate, / aspettano di essere
scritturati per un invito a cena. // Ricordatevene sfogliando la lista dei
vini: / il decennio che li ingoierà / era una buona annata».
V - Quando uscì nel
1975 l’antologia di Berardinelli e Cordelli Il pubblico della poesia, subito accolta come la reazione di
una nuova generazione poetica al predominio ideologico-letterario della
neoavanguardia e del Gruppo 63, Zeichen si ritrovò ovviamente tra i poeti
antologizzati. Non impropriamente, certo, ma fa riflettere che il suo libro
d’esordio Area di rigore
(1974) era stato pubblicato dalla Cooperativa Scrittori, espressione del gruppo
neoavanguardista, e che la introduzione al volume fosse firmata da Elio
Pagliarani che, con una brillante formula critica, definiva Valentino «un
Gozzano dopo la Scuola di Francoforte». Precedentemente a fargli pubblicare le
prime poesie su “Nuova Corrente” era stato Enzo Golino, simpatetico agli umori
sperimentali, e tra i suoi amici di lungo corso, fino alla morte, si è
annoverato Angelo Guglielmi, critico princeps dell’avanguardia letteraria anni
’60. Questo per dire della natura libertina di Zeichen e della sua
trasversalità. Pur non c’entrando niente con i neolirici della “Parola
innamorata”, era poi amico e ammiratore di Milo De Angelis, nonché di Giuseppe
Conte, l’autore forse più impegnato nella direzione di una poesia
mitico-spiritualista.
Figura
a sé stante Zeichen, secondo argomenta Giulio Ferroni nell’Oscar Mondadori che
racchiude l’intera sua opera poetica (2004 e 2014): «La sua poesia racconta e
descrive questo convergere, dilatarsi e comprimersi, affermarsi e svanire degli
oggetti, dei comportamenti, delle figure, di tante cose che caratterizzano il
nostro tempo, di passioni e desideri, di gusti e percezioni. Per lui è sempre
essenziale raccontare, seguire eventi e figure in movimento: e da questo punto
di vista egli è lontanissimo sia dalle tendenze tardo-orfiche e indefinitamente
post-ermetiche che popolano l’orizzonte poetico dell’ultimo Novecento, sia
dalle evanescenti disintegrazioni tardo-avanguardistiche, dai gelidi
sperimentalismi autoreferenziali… è una poesia che ‘dice’, che non indugia in
vacui commerci con l’oscurità».
Poesia
spesso d’occasione, ma mai occasionale, fondata su uno stile ben consolidato
che crea continui cortocircuiti semantico-concettuali, logico-metaforici tra
campi di gioco linguistico differenti e ‘differanti’. Concretezza e humour,
precisione e chiarezza, ammiccamenti al presente e rinvii alla storia, si
trasfondono nella sua scrittura applicandosi ai temi e agli spunti più vari:
società, amici, arte, cucina, filosofia, eventi storici, architettura,
paesaggio, amori, viaggi, libri, quadri, merci e via via elencando. E non
trascurando talora, l’amato gioco del calcio e, soprattutto, il tifo per la
Lazio. Vedi A Bruno Giordano:
«Un remoto LAZIO-JUVENTUS; tre a zero / esplode l’anonimo urlo di trionfo, / il
nome di quel gladiatore: Bruno Giordano / che si distinse durante i giochi /
per l’incoronazione dei titoli di Augusto; / con quale punteggio sconfisse le
fiere zebrate / se l’ovazione riservatagli dalla folla / superò i cento
decibel, sopravanzando / quella resa di consueto all’imperatore?».
VI - Zeichen e gli amori. Zeichen
e le sue donne. Un capitolo che sarebbe sin troppo vasto da affrontare. Posso
dire, in breve, che Valentino era un seduttore naturale. Grazie alla sua
parlantina sciolta e accattivante, ma in primis, perché era molto bello, di
gran lunga il più bello dei poeti italiani. Aveva una faccia da attore. Non a
caso tra le sue esperienze giovanili, in mezzo a parecchie occupazioni
precarie, prima di scegliere di fare soltanto il poeta, ci fu anche la sua
frequentazione dell’accademia teatrale di Pietro Sharoff, attore e regista
russo che era stato allievo di Mejerchol’d e aiuto regista di Stanislavskij,
trasferitosi in Italia negli anni Trenta. Dunque, Zeichen aveva una
preparazione da attore e leggeva i suoi testi in pubblico con voce impostata e
suadente. Ricordo, in proposito, un reading organizzato negli anni ’80 da
Simone Carella e il Beat 72 a Villa Borghese, e Enzo Siciliano che durante le
prove microfoniche si divertiva a prenderlo in giro: «Troppo pulita la voce
Valentino, sporcala, sporcala un po’».
Per tornare alla sua vita erotica,
credo che le sue avventure amorose siano state tantissime, ma lui non se ne
vantava, anzi un po’ dissimulava. Nei suoi libri sono tante le tracce testuali
ispirate dalle sue conquiste muliebri, ma sempre ingabbiate e mascherate nel
suo metaforizzante e galante gioco poetico.
Penso ad Aviazione: «Volava di preferenza in formazione chiusa, / ma un
pomeriggio verso il tramonto / in volo di ricognizione romantica / sfruttando
il fattore sorpresa / sbucai da sopra le nuvole come un amorino / e scesi in
picchiata su di lei, / risalii più volte sfiorandole il muso / avvolgendola in
una spirale di carezze radenti. // Mi offrì il fianco: / vista in sezione era
bionda e affusolata, / l’abbattei con facilità irrisoria / aggiungendo un altro
trofeo / alla mia collezione di vittorie (…)».
O a Paola: «L’alternarsi ritmico di svogliatezza e cupo sentimento
/ mi sottraggono al rompicapo / di indagare dove ho nascosto / il motivo del
perché vi amo. // Sapendovi così esteta, una vocina mi dice / che il motivo sta
negli intonati / accostamenti delle tinte fra i nostri pullover / (qualcuno è
un vostro dono). // Fra abbracci, distacchi, riabbracci / prove e riprove, / i
vostri colori narcisisti / tramite noi si attraggono per congiungersi (…)».
O, con maggiore ironia, a L’amante della poesia: «(…) Giunge
l’amante della poesia / evita gli approcci fisici / e s’inginocchia radendo /
con le labbra i miei ritratti. / La sua foga fa ben sperare / ma nondimeno
m’allarma; / osservo le carte gualcirsi / le teste spiegazzate, / sciupate dal
passionale trapestio. / Ora l’amante della poesia rivolge / le sue attenzioni
all’originale / ma, la vedo come interdetta / poiché non mostra di saper
distinguere / tra me e le copie cartacee».
In poesia e in amore Zeichen è sempre
stato un libertino, in fuga dai legami matrimoniali, dalle relazioni chiuse.
Però, negli ultimi decenni c’è stata una fidanzata duratura a cui si era legato
con affezione e devozione: la fotografa francese Mireille, bionda, delicata,
molto distinta. La ricordo ad una cena con una chemise di seta color crema, una elegante gonna blu, scarpe a
punta di tacco medio. Sorrideva e parlava poco Mireille, ma osservava e
comprendeva tutto. Viveva oltralpe e andava a stare da Zeichen d’estate e a
fine anno durante le vacanze natalizie. Forse, è per questo, malignava
qualcuno, che è durata a lungo questa relazione. Può essere. Però, per una
donna francese della buona borghesia, non giovanissima, l’adattarsi a
convivere, sia pure in modo intermittente, con un poeta italiano in una
baracca, non è stata soltanto una esperienza da tardiva bohème, ma anche e in primo luogo una prova di grande amore,
secondo me.
Nel suo postremo libro Casa di rieducazione, Valentino la
omaggiò esplicitamente in A Mireille:
«Cos’è il tempo? quello / che nasconde nei numeri / i secoli trascorsi, / e non
dichiara mai / la sua vera età. / Si dubita che ne abbia una / visto che
ringiovanisce / quotidianamente. // A ogni inizio d’anno nuovo / per
scaramanzia / le metto sempre / un calendario nella valigia / affinché abbia un
ricambio / di giorni futuri».
C’è però un’altra donna speciale che è
rimasta confitta nel cuore di Zeichen per tutta la sua esistenza: la madre
morta quando lui era bambino. Una orfananza mai sanata, una ferita mai
suturata, anzi approfondita dal conflitto con la donna con cui si risposò suo
padre. Una matrigna odiata, da cui Valentino nella sua adolescenza scappava in
continuazione e a cui, da adulto, dedicò un testo teatrale pieno ancora di
furia e di rancore. Alla amata genitrice dedicò invece in Metafisica tascabile (Mondadori,
1997) un bellissimo testo, forse il più liricamente commosso, struggente e
compiuto di tutta la sua produzione in versi.
A
Evelina, mia madre: «Dove saranno finiti / la veduta marina, / il secchiello
e la paletta, / e i granelli di sabbia / che l’istantaneo prodigio / tramutò in
attimi fuggenti, / travasandoli dal nulla / in un altro nulla? / Dove sarà
finito l’ovale / di mia madre / che fu il suo volto e / che il tempo ha reso
medaglia? / Perché non mi sfiora più / con le sue labbra, / dove sarà volato
quel soffio / che raffreddava la / mia minestrina? / Dove le impronte di quel /
lesto e disordinato / sparire delle cose? / In quale prigione di numeri / è
rinchiuso il tempo? / Rispondimi! Dolore sapiente, / autorità senza voce».
VII - Qualche giorno dopo il
funerale di Zeichen svoltosi l’8 luglio nella Chiesa di Santa Maria del Popolo,
mi venne da scrivere quasi di getto una poesia per lui. La mia piccola
elaborazione del lutto, che feci circolare in rete, ricevendo molti riscontri e
apprezzamenti. Eccola in chiusura della mia personale memoria, emendata a
proposito del suo cognome che pensavo fosse posticcio.
Il segno di Valentino
E così il
vecchio ragazzo se ne è andato
con una
postrema, beffarda piroetta del destino
«la
Bacchelli in tarda età sarebbe il disonore
della mia
vita» proclamava con tono reciso
e,
infatti, in limine glie l’hanno poi, sì, data,
ma la
morte ha rattamente salvaguardato
il suo
onore di poeta vissuto per mezzo secolo
in una
baracca senza mai chiedere prebende,
sinecure o
economici benefici a chicchessia
Lo stemma
araldico della sua esistenza è stato
il
paradosso: pervicace, ironico stilista incline
sempre al
dandysmo funambolico del verso,
esteta
more geometrico della scrittura in collisione /
collusione
tra più campi semantici e, insieme,
nullafacente
di lusso, regale nullatenente,
lumpenproletario
senza sensi di inferiorità o di colpa
che si
portava secondo un elegante, forbito artistocratico
che ogni
sera alla mensa dell’intellighentia borghese
mostrava
l’intelligenza della sua marginalità,
il fosforo
non conformista del suo sottomondo
Postbellico
profugo fiumano-istriano,
ma con una
bella faccia da antico patrizio romano
il
‘Valenza’ ha condensato il segreto della sua vita
nel
mistero (ambiguo) del suo nom de plume,
ha sempre
nascosto di chiamarsi Giuseppe Mario,
nomi di
battesimo banali appetto al nobile Valentino;
forse
nessuno ha mai saputo chi veramente fosse, Zeichen
come
enigma o maschera di un soggetto imprendibile
nell’alea
del poeta frivolo, ma «col doppio fondo».
Il segno
di uno senza speranza e mai disperato
che ha
atteso soltanto di scomparire con sorridente
discrezione.
Adesso che è giunto nel ‘tutto aperto’
resta a
noi, forse, il compito di meditare
sull’epifania
delle sue caduche tracce.
******
Intervista a Valentino Zeichen
(1982)
(…) Valentino Zeichen conduce
un’esistenza da ‘irregolare’, privo di un’occupazione fissa, sembra voler
incarnare la dimensione del ‘poeta puro’ … è riconosciuto tra i maggiori
talenti poetici emersi negli anni ’70, sobrio e raffinato al contempo, nella
sottile affatturazione di linguaggi ‘altri’, gergali o pre-fabbricati, egli non
fa, come ha osservato Mario Lunetta, «un gesto più del necessario»…
Mi pare che ci sia tra la tua esistenza da ‘baraccato’, da
emarginato, e la poesia elegante, sofisticata, aristocratica che scrivi, una
macroscopica divaricazione. Come la spieghi?
Non è norma che un poeta di
estrazione piccolo-borghese come me non possa frequentare valori alti,
sintetizzabili in: idee, sentimenti e forma. Io ho scelto quest’ultima. Noto,
per contro, che molti miei colleghi, i quali hanno alla pari dei limiti pratici
di conoscenza – frettolosamente riassumibili in viaggi, adeguate amicizie,
libri etc. –, si rifugiano nell’alto ideale. Hölderlin è l’esemplificazione
massima di questo atteggiamento di rovinosa alienazione. Personalmente sono un
mondano, ho una grande disponibilità, frequento i ceti più disparati. Se vuoi,
la mia concezione della vita è prossima a quella del romanziere, il quale vive
in un modo più completo, più intenso del poeta, che è un essere fragile,
gravato da una sensibilità eccessiva. Il romanziere ha più possibilità di
realtà.
Ti senti, forse, un romanziere inespresso?
Veramente un romanzo già l’ho
scritto e adesso me lo sto facendo aggiustare… sì, proprio come si fa
aggiustare una macchina che non va. Comunque, non ci sono narratori italiani a
cui faccio oggi riferimento. Per stare all’attualità potrei citarti Gorky Park di Martin Cruz Smith,
quale modello di romanzo congegnato in maniera eccellente, che mi piacerebbe
scrivere se ne fossi capace.
Sono sorpreso che tu abbia menzionato un autore Usa che
americanizza financo i suoi personaggi moscoviti. Sono sorpreso perché tu sei
generalmente considerato una delle estreme incarnazioni di un’altra cultura:
quella mitteleuropea.
Vorrei mettere le cose in
chiaro una volta per tutte: odio la Mitteleuropa che fu un mondo popolato da
un’alta percentuale di imbecilli, altrimenti non avrebbe fatto la fine che ha
fatto. Da un po’ di tempo gli italiani sono diventati tutti dei beccamorti che
esultano per avere riscoperto questo cadavere. Quando semmai erano i
Prezzolini, i Papini che 50 o 60 anni fa avrebbero avuto il dovere di
occuparsene, mentre invece il contenzioso politico e territoriale tra l’Italia
e l’Austria-Ungheria bloccò allora lo scambio culturale. Il recupero odierno mi
fa sinceramente ridere, perché la Mitteleuropa non ha più nulla da insegnarci.
Scusa se insisto. L’esergo del tuo libro Ricreazione così recita: «La frivolezza va bene purché
sia una valigia a doppio fondo». C’è un aforisma di Hugo von Hoffmannsthal che
dice: «La profondità va nascosta. Dove? Alla superficie». Non rilevi la
consonanza? Non c’è una contraddizione con quanto hai testè affermato?
Qui casca l’asino. Non
conoscevo la frase di von Hoffmannsthal. Che vuoi che ti dica? Ammetto la
contraddizione.
Tu hai in qualche modo percorso il boom poetico
verificatosi nello scorso decennio. Secondo te, esso è stato la somma delle
motivazioni dei singoli o vi sono state delle ragioni che esorbitano i limiti
individuali?
Esistono sicuramente delle
ragioni storiche. Il ’68 fu una forma di dittatura indiretta, c’erano soltanto
innumeri piccoli arruolati nella politica. La letteratura pareva messa fuori
gioco e, del resto, la neoavanguardia, pensa alla rivista ‘Quindici’, aveva
decretato che era l’ora di celebrarne le esequie. Io non ho mai creduto alla
rivoluzione, vivevo allora un rapporto straniato, difficile, opaco con il
mondo, per il fatto di scrivere venivo irriso, reputato un attardato. Poi,
finito il ’68, c’è stata la rivalutazione della letteratura e abbiamo in breve
avuto il ritorno del privato nella scrittura.
È allora nel giusto Franco Fortini quando asserisce che gli
ex militanti della parola politica sono passati a militare nelle fila della
parola poetica?
Fortini è uno la cui poesia ci
annoia. Quello che dice è sbagliato, il rapporto non è certo così meccanico.
Basterebbe, suvvia, controllare le cifre per capire che il raffronto è fuori
scala.
Afferma la critica che, conclusasi la stagione dello
sperimentalismo, mancano oggi delle poetiche chiaramente identificabili,
prevale il soggettivismo. Tu, da operatore poetico, in cosa credi?
Io credo di avere mutuato la
teorizzazione del Gruppo 63, su cui ho compiuto un’operazione. Mi sono, cioè,
servito dei linguaggi tecnologici, usando tuttavia delle modalità non
naturalistiche, perché essi non risultano adattabili, pieghevoli, ma ostili. Ho
così cercato di metaforizzarli attraverso l’ironia e il gioco. Per riuscirvi
occorre, però, avere un alto senso acrobatico, perché bisogna abbassarne
l’espressività effettistica. Ed è una linea molto severa e faticosa da tenere,
io stesso non sempre ne vengo a capo. D’altronde i massmedia hanno cambiato
irreversibilmente la lingua e il poeta deve fare i conti con questo mutamento.
Essere poeta significa appunto essere colui che scopre il preparato simbolico
del mondo, la poesia deve mettere a nudo questa extra-ordinarietà, questa
extra-vaganza, non può limitarsi a produrre un pedissequo fotogramma del reale.
Vedi in giro altre tendenze?
Potrei fare il nome del
milanese Maurizio Cucchi, capofila di una linea lombarda fenomenologica,
rarefatta, abbassata. C’è poi Giuseppe Conte che ha recuperato con molta
maniera gli stilemi del canto, calando comunque sempre il sublime in una linea
narrativa. A questo rigore narrativo, peraltro, mi sono sempre attenuto
anch’io, la poesia oggi deve raccontare e deve farlo concentrandosi, 18-20
versi non di più, altrimenti nessuno ti legge. Chi dice che è un male vada a
leggersi le quartine di Omar Khayyam, il geniale poeta
persiano che in quattro versi racchiudeva un universo di significati.
Hai un modello o un precedente a cui guardi?
Amo molto Gozzano, un
grandissimo poeta la cui fortuna non è mai giunta all’apice, perché i poeti
retorici lo hanno sempre avversato e sminuito. La sua opera rappresenta per me
una vera miniera di trovate e di invenzioni.
Un’ultima cosa, tu sei una specie di immigrato, qual è il
tuo particolare rapporto con Roma?
Vivo a Roma da più di
trent’anni, ormai questa è la mia città. Roma mi fa pensare ai mutamenti del
mare nel corso di una giornata, a un continuo rimescolamento. In questo
cangiare, le facciate dei palazzi, le strade, i muri io li leggo, li
interpreto, li capisco. In definitiva, ho un buon rapporto.
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