OMAGGIO a Valentino Zeichen NEL DECENNALE DELLA MORTE

 

 

di Marco Palladini

 

 

[ Dieci anni fa moriva Valentino Zeichen, caro amico, poeta fiumano trapiantato a Roma all’inizio degli anni ’50 dello scorso secolo. Una delle figure più rappresentative della cosiddetta ‘scuola romana’ di poesia emersa negli anni Settanta. A lui ho dedicato un capitolo del mio romanzo-mosaico Noi siamo altri (Editrice Zona, 2025) che qui ripubblico, appunto nel decennale della sua scomparsa.

Aggiungo, rispetto al romanzo, una intervista che gli feci 44 anni fa e che venne pubblicata sul quotidiano “L’Umanità” il 15 giugno 1982. Una intervista densa, dialetticamente viva, dove Valentino espresse con lucidità i fondamenti della propria poetica, cosa per lui affatto inusuale. ]

 

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Valentino Zeichen

 

I - Frammenti sparsi e ricordi diacronici per Valentino Zeichen (Fiume, 24 marzo 1938 – Roma, 5 luglio 2016), poeta integrale e più che trentennale amico, dalla fine al principio e poi, ancora, à rebours.

L’ultima volta che ho visto Valentino è stato il giorno prima che morisse. Era quindi il 4 luglio 2016. Ero stato a trovarlo, con l’amico Plinio Perilli, presso l’ospedale Santa Lucia a Roma, sulla via Ardeatina, una struttura specializzata per la riabilitazione neuromotoria di persone, come Zeichen, colpite da ictus. Valentino aveva subito l’insulto cerebrale in aprile e lì, al Santa Lucia, nelle ultime settimane aveva avuto un notevole, assai incoraggiante recupero. L’avevo ritrovato vigile e lucido, parlava fluidamente, col solito timbro assertivo e sardonico. Certo, la parte destra del suo corpo era paralizzata e lui stava sulla carrozzella, ma c’era in lui una tensione riabilitativa evidente, non era per nulla spento o fiaccato. Anzi esprimeva energia e forza volitiva, nei suoi occhi c’era quasi una febbre. Mi comandò di spingerlo con la carrozzella sino alla palestra in fondo al corridoio, dove svolgeva i suoi mattutini, quotidiani esercizi. Era impaziente, come frenetico. Ero ammirato dal suo atteggiamento, vi riconoscevo la tenacia e la militare disciplina che gli avevano consentito per circa mezzo secolo di vivere in una baracca, senza abbrutirsi, senza imbarbonirsi, come sarebbe accaduto a chiunque altro. Invece lui aveva eretto il suo mito di poeta-dandy e flaneur proprio vivendo come un drop-out, in una condizione di marginale metropolitano.

 

Lo guardai dal corridoio in controluce e quel suo corpo 78enne colpito e incurvato, ma indomabile, mi fece uno strano effetto, come se stessi guardando un fossile, un reperto antropico di altre epoche, colmo di dignità e di gloriosa nobiltà. Quando lo riaccompagnarono nella sua stanza dove lo stavamo attendendo, dal suo volto traspariva una luce assieme inquieta e soddisfatta. Ci dava dentro con gli esercizi, forse anche troppo, sentiva che stava recuperando bene e voleva accelerare la riabilitazione da paziente esemplare. Accennò che sarebbe rimasto lì almeno tutta l’estate, forse sperava già a settembre di poter essere dimesso. Nella sua stanza c’erano giornali quotidiani, settimanali, riviste, ma niente libri. Quando aveva avuto l’ictus stava scrivendo un nuovo romanzo, ne aveva accennato in una intervista sul “Messaggero” fattagli da Renato Minore. Ma quando vi si fece riferimento, Valentino reagì con una smorfia tra lo scherno e il disgusto, come se ci volesse dire: adesso ho ben altre priorità, la letteratura non mi riguarda, primum vivere, deinde philosophari. Dopo una lunga telefonata che ebbe, credo, con la figlia Marta, spostai allora il discorso sulla nostra comune passione tifosa per la Lazio, e ridemmo di gusto delle ultime traversie dei biancocelesti, con il macchiettistico presidente Lotito che stava cercando in quei giorni di ingaggiare l’allenatore argentino Bielsa, detto ‘el loco’, un pazzo scatenato vero. Il tutto poi, metacomicamente, andò a monte, ma Zeichen non l’ha mai saputo. Mentre stavamo per congedarci, sollecitati dal personale sanitario, si verificò un piccolo incidente, con la rottura del catetere e una deplorevole discussione tra gli infermieri su chi dovesse tra loro pulire e cambiare il paziente. L’ultima immagine di Valentino vivo che porto con me è, così, il suo sguardo desolato e il suo sorriso imbarazzato per la situazione. Mi fece tenerezza (sentimento che lui non mi aveva mai ispirato), mentre gli promettevo che sarei tornato presto a fargli visita. Non dubitavo che si sarebbe ripreso alla grande.

 

E invece no. Quando il giorno successivo mi telefonarono verso l’ora di pranzo per dirmi che Zeichen era morto, la mia prima reazione fu: no, non è possibile, è una minchiata, un fake, l’ho visto appena ventiquattrore fa, era vivo, vivissimo e vispo, ma chi è che mette in giro simili notizie idiote, non è divertente. Poi, a poco a poco dovetti arrendermi, era tutto vero, aveva avuto un infarto dopo la solita seduta in palestra e se ne era andato. Ammutolii e pensai: ecco, forse se non ci avesse messo tutta quella foga nel fare gli esercizi riabilitatori, sarebbe ancora vivo, avrei potuto riparlare con lui, maledizione! Ma sono quei pensieri che non contano nulla, l’unica verità, non smentibile, è quella della morte. Con Perilli e le nostre compagne ritornammo nel pomeriggio al Santa Lucia. Chiesi ad uno dei terapisti cos’era successo. Niente, rispose, era il solito Valentino che scherzava e faceva battute, poi all’improvviso si è sentito male, ha piegato la testa, l’abbiamo portato subito dai medici, ma non c’è stato nulla da fare. Capita, ci disse con professionale distacco, l’infarto fulminante non lo puoi prevedere, è così e basta. Lo andammo a cercare nella camera obitoriale. Ci perdemmo un paio di volte in una sorta di labirinto sotterraneo, infine lo scovammo in una stanza spoglia, adagiato su una barella, sotto un bianco lenzuolo. Una fasciatura partiva dal capo e passava sotto il mento per tenergli chiusa la bocca, il mortale rictus. Il corpo era ancora caldo, la barba non fatta, la fronte spianata, una raggiera di rughe si allargava sulle tempie, spiccava il suo naso aquilino. Nell’algore di una camera mortuaria, di fronte a un cadavere non sai mai come comportarti, soprattutto se non credi in una vita ultraterrena. Il cadavere di un vecchio amico poeta, mi fece ripensare a una sua ironica poesia, Amici contenuta in Pagine di gloria (1983): «Amici / sparlando di me nei giorni / non siate affrettati / coniugandomi a verbi del passato / ma dosatemi con risparmio / all’indicativo presente / e non impensierite / ché di questo soggetto del verbo / non rimarrà ingombrante memoria». Già a 45 anni Valentino meditava di non voler lasciare una memoria ingombrante. No, pensai, la tua memoria da oggi in poi non ci ingombrerà, vivrà leggera e lieta in noi, come i tuoi versi che non ci hanno mai tediato e, invece, assai spesso deliziato.

 

Due mesi esatti più tardi, il 5 settembre 2016, insieme a molte persone amiche, presenziai alla tumulazione delle sue ceneri al cimitero Verano di Roma. Sull’urna nera era stata apposta una targhetta dorata che riportava il nome Giuseppe Mario Zeichen, ossia il suo vero doppio nome di nascita, assieme al cognome che era autentico, non un eteronimo, come credevo. Zeichen-segno destinale e di battaglia. Parlò, come al funerale, la figlia Marta Manca Zeichen, biologa marina, che molto gli somiglia. Un discorso commosso fino alle lagrime, per un padre avuto, perduto e poi pienamente ritrovato, che ha riscaldato gli ultimi anni di Valentino. I muratori procedettero alla chiusura del loculo, sigillato con lastre di marmo fulvo. Sulla basetta tre suoi versi: «Compariamo dal nulla / eterni provvisori / per poi scadere nel niente».

 

Sì, addio caro Giuseppe Mario-Valentino, ci rivedremo nel niente.

 

II - Uno dei libri più belli di Zeichen, anzi secondo alcuni il suo libro migliore, è Ogni cosa a ogni cosa ha detto addio (Fazi, 2000) una sorta di vibrante ricognizione poetica sulla Roma antica e contemporanea, alla ricerca delle tracce e le vestigia della “grande bellezza” (ben prima del film di Sorrentino) di una città proverbialmente eterna, ma poi impastata con la caducità della modernità e un costante degrado, particolarmente evidente adesso nel momento in cui scrivo. Il libro però confermava che il massimo cantore della Roma trapassata e odierna era, forse non paradossalmente, un non romano, un istriano di Fiume, costretto da bambino all’esilio, dopo la Seconda guerra mondiale e l’annessione alla Repubblica Socialista della Jugoslavia, giunto nella capitale italiana all’età di dodici anni e diventato col tempo più romano dei romani. L’autore più mirabilmente innamorato delle mille prospettive estetiche e architettoniche dell’Urbe. 

 

L’uscita del libro dettò a Franco Cordelli sulle colonne del “Corriere della Sera” una acuta recensione, dove rifletteva sulla perpendicolare caduta di prestigio della poesia, laddove un tempo i poeti (da Sereni a Pasolini, da Caproni a Sanguineti, da Zanzotto a Bertolucci, da Pagliarani ad Amelia Rosselli etc.) erano punti di riferimento obbligatori per i più giovani. Scriveva Cordelli: «… se oggi ci si guarda intorno, chi sono i poeti cinquantenni il cui nome sia evidente e indiscusso? I poeti li conoscono i poeti, nessun altro. Ciò è accaduto, io credo, per due ragioni. La prima è che il mercato ha preso il sopravvento. I poeti non vendono, quindi non esistono. La seconda si potrebbe declinare in modo diverso, ma in fondo è la stessa. Poiché il mercato ha preso il sopravvento, il poeta non può più esercitare il suo tradizionale mestiere novecentesco: quello di intellettuale. L’intellettuale, ciò che ne resta, è al servizio della pubblicità; o, altrimenti, è uno specialista. Ma l’intellettuale che giudica il mondo, quello non c’è più. Costui era quasi sempre un poeta e ora il poeta è rimasto nudo, indifeso, privo di usbergo. La ragione per cui Ogni cosa a ogni cosa ha detto addio è… il più importante libro di Valentino Zeichen, consiste proprio in questo; al più fumista dei nostri poeti, giunto al suo settimo libro… è toccato in sorte di esporre la miseria della poesia e la sua necessità di restituire a se stessa, dall’interno, una profondità di campo, un sistema, vorrei usare una parola impossibile: un’ideologia». 

 

L’ideologia tirata in ballo da Cordelli, si potrebbe ravvisare nella prospettiva di scavo poetico unitario di Zeichen, alieno ad ogni forma di epicità, ma insieme compreso della missione universalistica della civiltà romana. Qui rifulgeva la sua visione, anche intellettuale, di poeta che si confrontava col passato classico per rinvenire un senso possibile nel mondo di oggi. Paradigmatica la penultima composizione Deitalianizzare la Romanità: «Un geografo bendato / apposta disorientato / da un plastico rotante / delle città dell’impero, / avrebbe saputo riconoscere / Roma al solo tatto? / ovunque si duplicavano / le stesse opere pubbliche: / arene, acquedotti, templi. / Ma dove stava Roma? / nel futuro di rovine? / Là dov’era prevista / non c’era, stava altrove; / in Europa, essendo nomade. / Roma tediava Roma, e / i neoromani l’imitavano / sconfinando nell’ignoto. / Perfino le parole, / i suoi monumenti / meglio conservatisi / migravano in Europa, / e ancora pescano senso / nei fondali delle etimologie / delle lingue romanze».

                         

Valentino, peraltro, è sempre stato assai ambivalente. Se qui prevale un corso centrifugo, altrove sopravviene invece un forte sentimento centripeto. Penso a un testo quale Italia, Italia soprattutto incluso nella sua ultima raccolta Casa di rieducazione (Mondadori, 2011): «Gira, gira la ruota della storia / irraggiata dalle nazioni / e noi raggio di gloria / fissato al mozzo del sole. // Italia, Italia soprattutto / nel nucleo del tuo nome / fondiamo i nostri cuori / e diveniamo tuoi servitori. // Italia, cara Italia / non con retoriche armi / ma con belle arti / il mondo dobbiamo conquistar. // In piedi, in piedi fratelli / sfilano gli avi ingegni / e noi vogliamo esser loro degni / per poterli rimpiazzar».

 

Caspita, si dirà. Uno Zeichen dannunziano? Uno Zeichen che elicita quasi un patriottico inno poetico alla Mameli («In piedi, in piedi fratelli»)? Credo che pochi, anche tra gli amici, hanno realmente considerato quanto profonda sia stata la ferita dell’esodo forzato da Fiume. Una sorta di ‘pulizia etnica’ ai danni della comunità italiana condotta dai comunisti di Tito. Valentino bambino quel trauma non l’ha mai dimenticato. Valentino adulto apparentemente l’aveva messo in ombra, ma non di rado saltava fuori, anche con virulenza. Con tutti i paradossi del caso. Zeichen frequentava gli scrittori di sinistra, le case degli intellettuali comunisti e marxisti, ma nel suo animo era un acceso anticomunista, perché non aveva scordato che i profughi istriani erano stati difesi soltanto dalla destra fascista, che la Dc aveva sopito le loro sofferenze, mentre la sinistra Pci li aveva ignorati perché creavano imbarazzo, erano la prova vivente che i regimi comunisti appena instaurati diventavano subito oppressivi.

 

Non a caso la destra berlusconiana con un po’ di senso culturale (vedi “Il Foglio” di Giuliano Ferrara, ex dirigente Pci, peraltro) negli ultimi anni aveva corteggiato Zeichen, lodandolo e facendogli lunghe interviste, cercando di trasformarlo in una sorta di poeta-simbolo della neo-conservazione. Ma con scarsi risultati. È vero che Zeichen mi confessò che era stato ad una manifestazione di Forza Italia a Piazza del Popolo e che aveva una simpatia per il Berlusca (non so se l’abbia mai votato), però è anche vero che il suo pensiero politico-culturale spesso derapante e, in qualche caso, reazionario, non era poi realmente utilizzabile dalla propaganda forzaitaliota, e che dalle parti di Gasparri, Brunetta, Dell’Utri, Romani et similia, la sua pregiata poesia valeva tanto quanto quella (pessima e dilettantistica) del gran maestro piduista Licio Gelli.

 

Resta che Valentino in mezzo al suo snobismo mondano, al suo gusto di ironico dandy, era anche un patriota di ascendenza quasi risorgimentale, uno che esibiva un orgoglio italico sconosciuto presso la stragrande maggioranza dei letterati italioti. E questo credo che lo capissimo in pochi. I più non lo prendevano, non volevano prenderlo sul serio. Dicevano: ma Valentino scherza, vuole épater la bourgeosie radical-chic che lo nutre e lo mantiene, non parla sul serio quando si lancia nelle sue sparate destrorse. Zeichen spesso recitava, certo, faceva non di rado il suo numero come un attore da salotto che si deve guadagnare l’invito a cena, gettava fumo negli occhi. Ma gran parte delle cose che diceva gli appartenevano nel profondo. Non amava Pasolini, apprezzava Gabriele Muccino, ma come affermava ‘stava al gioco’. Tanto poi «arrivavo, mangiavo, sparivo nella notte». Un incursore nelle mense dei ricchi borghesi di sinistra, come nei giornali della destra. Ma nessuno è mai riuscito a comperarlo, a ‘conquistarlo’, la sua ricchezza era la povertà, il non aver niente da perdere. «Io sono apolitico» proclamava. Ma non è vero, forse anzi era il più politico di tutti, solo che non si schierava, è sempre rimasto autonomo da chiunque, un italiano solitario, integro e individualista, felice di esserlo.

 

III - Neomarziale (Mondadori, 2006) è l’ottavo volume in versi di Valentino che riprende nel titolo una definizione che ne diede Alberto Moravia nel 1987 sul “Corriere della Sera”: «In Zeichen si può riconoscere un’eco di Marziale nella Roma contemporanea». Ci può stare certo, per il comune gusto epigrammatico e, poi, anche aforistico. Per l’essere entrambi brillanti osservatori della vita e del costume romano a venti secoli di distanza, l’uno (Marcus Valerius Martialis) ispanico e l’altro, come si è detto, istriano. Perché, ieri come oggi, romani non si nasce, si diventa, ci si guadagna sul campo della poesia poetata la medaglietta di vero civis romanus. Ma a me quel “Neomarziale” mi ispirava una trascrizione altra: neo marziale, ovvero Zeichen come nuovo soldato di poesia, militante e miliziano, che con indefessa disciplina e umoristico rigore trapassa a fil di spada-verso i vizi, le pose, la manie e le smanie della scena socio-culturale e antropologica capitolina.  

 

Come in Mi confida il poeta: «… Il poeta intimista / si tiene alla larga / da quello classicista / che s’ispira alle terga, / in sogno lo disapprova / il celebre lapicida Canova. / Testardo allucinato / il poeta impegnato / pesta invano, tasti / che più non risuonano, / scambia la scalinata / per una tastiera / e le file di colonne / per canne di cannone. / Nei saliscendi di scale / cadenzati dalle suole / lui riode l’antico vento / sul Palazzo d’Inverno, / ma il simil marmo di cartone / pregiudica l’ispirazione / e gli stona la canzone».  

 

Sempre sui Poeti: «Siamo poeti logici / di buon ragionamento, / volubili d’argomento; / arricchiti dal sapere / ma di scarsa sapienza. / Quale ne sarà la causa? / la latitanza dell’oracolo / o l’ermetismo del mondo?».

 

Sulle serate alcolico-mondane in A Barbara Alberti: «Solo dagli astemi / ci si può aspettare / generose sorprese. / L’amica Barbara Alberti / mette in tavola una / bottiglia di champagne. / I convitati ne assaggiano appena / per non danneggiare / le loro facoltà mentali. / Me la scolo quasi tutta / alzando ulteriormente / il mio già sovrastimato / quoziente intellettuale». 

 

Oltre le divagazioni e le malizie letterarie, nelle situazioni salottiere saltava però fuori spesso il poeta ‘marziale’ che esibiva un taglio di capelli con la sfumatura alta da membro dei Parà o dei Marines, ammiratore della tecnica militare e della connessa produzione industriale, il cantore della Wille zur Macht degli apparati preposti alla prassi guerresca. Pur se poi, scrivendo, non c’era mai il tono epico o retorico (a lui profondamente estraneo) e prevaleva l’ironia sugli abbagli della potenza armata, come in Area-bellico-mimetica: «Truccavano finte armi / rendendole verosimili / sempre in scala 1 a 1; / sagome d’aerei, carrarmati, / blindati e vari cingolati / dotandoli di bruciatori da cucina / che ingannavano ad arte i radar / e i sensori all’infrarosso / dei caccia americani, che / lo stimavano degni bersagli / illudendo i loro top gun di / star distruggendo il vero /, mentre era un’invenzione del falso / della fabbrica MVM di Torino / risalente all’anno 1991».                              

 

IV - Villa Strohl-Fern: «A villa Strohl-Fern / la tortora fa il verso / a un avverbio di luogo: / ku, ku, ku; dove? dove? / in lingua parsi, secondo / il grande Omar Khayyam (…)».

Il poeta, filosofo e matematico persiano vissuto tra undicesimo e dodicesimo secolo era uno dei grandi amori letterari di Zeichen, unitamente all’autore barocco del XVII secolo Ciro di Pers. Ma è Villa Strohl-Fern situata dentro Villa Borghese che qui interessa a Valentino, poiché essa procombe sulla rupe sotto cui si estende il Borghetto Flaminio, una fungaia di casette minime spuntata abusivamente nel secondo dopoguerra, e divenuta un rifugio di homeless, di bottegucce di artigiani, di studioli di artisti. È qui che Zeichen negli anni ’60 rilevò da un pittore una baracca col tettuccio in ondulit, il cesso in un loculo adiacente, con davanti un cortiletto in cemento incassato tra basse costruzioni di materiali di risulta e dominato da un albero di fichi che d’estate, attrezzato con un tavolaccio in legno grezzo, sedie rimediate e rustici sgabelli, e sotto un pergolato, si tramutava in una sorta di sala conviviale en plein air dove ricevere i sodali.

A metà degli anni ’90 un suo vicino di baracca se ne andò e, così, Valentino poté prendere possesso anche di un altro spazio, aprendo un’apertura nella parete divisoria, diventando dunque inquilino di un bilocale. Dalla baracca Zeichen, anche potendo, non se ne sarebbe mai andato. Era il suo habitat, che gli conferiva una nobiltà sottoproletaria, col tempo divenuta mitica e mitopoietica. Più di una volta, l’amministrazione capitolina aveva minacciato di sgomberare il Borghetto Flaminio, e sempre Valentino si metteva ad animare un comitato di protesta, e lanciava appelli di resistenza sottoscritti da nugoli di scrittori, intellettuali e artisti: che non si tocchi la baracca di Zeichen! Dove gli amici transitavano abitualmente, recandogli vestiti, cibarie, cataste di legno per la malandata stufa in cotto, che altrimenti lui si procurava andando a tagliare con un’accetta rami d’albero a Villa Borghese. Un luogo nativo, esplorato palmo a palmo, visto che vi aveva vissuto sino alla maggiore età con il padre giardiniere, alloggiato presso le scuderie della villa, oggi trasformate nel Museo Bilotti.

Io lo andavo a trovare portandogli delle bottiglie di buon vino (lui amava il rosso, ma di qualità) e Valentino sempre ti riceveva sorridente e generoso e non mancava di cucinare un ottimo piatto di spaghetti al sugo. Nella baracca c’erano pochi libri, ma significativi, romanzi e saggi soprattutto, e qualche suo antico collage appeso al muro. Tutto era spartano ed arrangiato, anche fantasiosamente (pinze dipinte infisse nel muro a mò di attaccapanni, del polistirolo per sigillare l’uscio), ma con un criterio di sopravvivenza, che rispondeva ad una disciplina di militare o di asceta che mai cedeva allo sconforto, all’autocommiserazione, al patetismo. La baracca emanava una miseria antica, ma insieme esibiva un senso di ordine e di grande dignità. Avevo a volte l’impressione che Valentino mostrasse con orgoglio la sua povertà francescana. Accoglieva gli aiuti amicali con virile gratitudine e sobrietà, non l’ho mai sentito lamentarsi o implorare. Non era nella sua natura chiedere qualcosa.

Era poi sempre informatissimo sulle vicende del mondo, sull’attualità. Mi spiegò che lui si alzava prestissimo, verso le sei, sei e mezza, e andava a Piazza del Popolo che era a un tiro di schioppo, dove aveva fatto amicizia con un edicolante. Il quale gli consegnava una mazzetta dei principali quotidiani nazionali. Valentino se ne tornava in baracca, li sfogliava tutti, stando ben attento a non sgualcirli, si appuntava qualcosa che lo interessava, poi li ripiegava con cura e riportava i giornali all’edicola. Trovai la cosa geniale. La quotidiana mazzetta come se fosse un giornalista o un politico o un dirigente d’azienda. Ma lui ne aveva bisogno per accumulare argomenti e commenti da spendere poi nelle cene mondane in cui era serotinamente invitato. Dunque, un vero lavoro perfettamente coerente col suo modo di inventarsi la sopravvivenza giorno per giorno.

A conoscere Zeichen mi aveva condotto la prima volta, credo fosse il 1981, ero appena ritornato dalla naja, un altro amico poeta, Stefano Docimo, che Valentino una decina di anni prima aveva accolto e fatto alloggiare per qualche tempo nella sua baracca, nelle more dei casini coniugali di Stefano, nel burrascoso momento di trapasso tra la prima moglie e la seconda compagna di vita. Zeichen era così, un amico fidato e solidale, che non ti faceva domande, non ti giudicava, lui che pure aveva un esprit di moralista pubblico. Ma nel privato accettava tutto con un fare smagato, col disincanto di chi sa bene di quante contraddizioni si compone l’esistenza di un uomo. Allora, peraltro, intorno al ’70-’71 nella baracca c’era pure Romano Scavolini, un regista attivo nell’ambito del cinema sperimentale o underground post-’68.

 

Intrecci e ingrommi di multipli percorsi amicali, giovanili e destinali che lui alla fine di quel decennio siglò nella famosa poesia Vecchi ragazzi (in Ricreazione, 1979): «Celibi e inclini alla scienza veterinaria / per come assistono agli incroci tra araldica e viticoltura / attardandosi sui volumi dell’enoteca, / i vecchi ragazzi che videro nel retrovisore molti coetanei / sparire nell’avvenire. / Fanno paragoni tra i gradi alcolici dei cognomi del gotha / trasferitisi con gli stemmi e l’etichetta all’enologia. / Vedendoli aggirarsi, si dice / ‘comprano vini invecchiati per calarsi gli anni’. / Calunnie! / Adunateli prima che si estinguano, / non fanno rimpiangere i peripatetici / la sera fra via di Ripetta e piazza del Popolo / con una bottiglia sotto il braccio / pudicamente incartata / rispondono ad ogni chiamata; / Nick, Sandrokhan, Seccia, / senza nominare le anziane prudenti ragazze aggregate, / aspettano di essere scritturati per un invito a cena. // Ricordatevene sfogliando la lista dei vini: / il decennio che li ingoierà / era una buona annata».

 

V -  Quando uscì nel 1975 l’antologia di Berardinelli e Cordelli Il pubblico della poesia, subito accolta come la reazione di una nuova generazione poetica al predominio ideologico-letterario della neoavanguardia e del Gruppo 63, Zeichen si ritrovò ovviamente tra i poeti antologizzati. Non impropriamente, certo, ma fa riflettere che il suo libro d’esordio Area di rigore (1974) era stato pubblicato dalla Cooperativa Scrittori, espressione del gruppo neoavanguardista, e che la introduzione al volume fosse firmata da Elio Pagliarani che, con una brillante formula critica, definiva Valentino «un Gozzano dopo la Scuola di Francoforte». Precedentemente a fargli pubblicare le prime poesie su “Nuova Corrente” era stato Enzo Golino, simpatetico agli umori sperimentali, e tra i suoi amici di lungo corso, fino alla morte, si è annoverato Angelo Guglielmi, critico princeps dell’avanguardia letteraria anni ’60. Questo per dire della natura libertina di Zeichen e della sua trasversalità. Pur non c’entrando niente con i neolirici della “Parola innamorata”, era poi amico e ammiratore di Milo De Angelis, nonché di Giuseppe Conte, l’autore forse più impegnato nella direzione di una poesia mitico-spiritualista.

Figura a sé stante Zeichen, secondo argomenta Giulio Ferroni nell’Oscar Mondadori che racchiude l’intera sua opera poetica (2004 e 2014): «La sua poesia racconta e descrive questo convergere, dilatarsi e comprimersi, affermarsi e svanire degli oggetti, dei comportamenti, delle figure, di tante cose che caratterizzano il nostro tempo, di passioni e desideri, di gusti e percezioni. Per lui è sempre essenziale raccontare, seguire eventi e figure in movimento: e da questo punto di vista egli è lontanissimo sia dalle tendenze tardo-orfiche e indefinitamente post-ermetiche che popolano l’orizzonte poetico dell’ultimo Novecento, sia dalle evanescenti disintegrazioni tardo-avanguardistiche, dai gelidi sperimentalismi autoreferenziali… è una poesia che ‘dice’, che non indugia in vacui commerci con l’oscurità».       

Poesia spesso d’occasione, ma mai occasionale, fondata su uno stile ben consolidato che crea continui cortocircuiti semantico-concettuali, logico-metaforici tra campi di gioco linguistico differenti e ‘differanti’. Concretezza e humour, precisione e chiarezza, ammiccamenti al presente e rinvii alla storia, si trasfondono nella sua scrittura applicandosi ai temi e agli spunti più vari: società, amici, arte, cucina, filosofia, eventi storici, architettura, paesaggio, amori, viaggi, libri, quadri, merci e via via elencando. E non trascurando talora, l’amato gioco del calcio e, soprattutto, il tifo per la Lazio. Vedi A Bruno Giordano: «Un remoto LAZIO-JUVENTUS; tre a zero / esplode l’anonimo urlo di trionfo, / il nome di quel gladiatore: Bruno Giordano / che si distinse durante i giochi / per l’incoronazione dei titoli di Augusto; / con quale punteggio sconfisse le fiere zebrate / se l’ovazione riservatagli dalla folla / superò i cento decibel, sopravanzando / quella resa di consueto all’imperatore?».          

 

VI - Zeichen e gli amori. Zeichen e le sue donne. Un capitolo che sarebbe sin troppo vasto da affrontare. Posso dire, in breve, che Valentino era un seduttore naturale. Grazie alla sua parlantina sciolta e accattivante, ma in primis, perché era molto bello, di gran lunga il più bello dei poeti italiani. Aveva una faccia da attore. Non a caso tra le sue esperienze giovanili, in mezzo a parecchie occupazioni precarie, prima di scegliere di fare soltanto il poeta, ci fu anche la sua frequentazione dell’accademia teatrale di Pietro Sharoff, attore e regista russo che era stato allievo di Mejerchol’d e aiuto regista di Stanislavskij, trasferitosi in Italia negli anni Trenta. Dunque, Zeichen aveva una preparazione da attore e leggeva i suoi testi in pubblico con voce impostata e suadente. Ricordo, in proposito, un reading organizzato negli anni ’80 da Simone Carella e il Beat 72 a Villa Borghese, e Enzo Siciliano che durante le prove microfoniche si divertiva a prenderlo in giro: «Troppo pulita la voce Valentino, sporcala, sporcala un po’».

 

Per tornare alla sua vita erotica, credo che le sue avventure amorose siano state tantissime, ma lui non se ne vantava, anzi un po’ dissimulava. Nei suoi libri sono tante le tracce testuali ispirate dalle sue conquiste muliebri, ma sempre ingabbiate e mascherate nel suo metaforizzante e galante gioco poetico.

Penso ad Aviazione: «Volava di preferenza in formazione chiusa, / ma un pomeriggio verso il tramonto / in volo di ricognizione romantica / sfruttando il fattore sorpresa / sbucai da sopra le nuvole come un amorino / e scesi in picchiata su di lei, / risalii più volte sfiorandole il muso / avvolgendola in una spirale di carezze radenti. // Mi offrì il fianco: / vista in sezione era bionda e affusolata, / l’abbattei con facilità irrisoria / aggiungendo un altro trofeo / alla mia collezione di vittorie (…)».

O a Paola: «L’alternarsi ritmico di svogliatezza e cupo sentimento / mi sottraggono al rompicapo / di indagare dove ho nascosto / il motivo del perché vi amo. // Sapendovi così esteta, una vocina mi dice / che il motivo sta negli intonati / accostamenti delle tinte fra i nostri pullover / (qualcuno è un vostro dono). // Fra abbracci, distacchi, riabbracci / prove e riprove, / i vostri colori narcisisti / tramite noi si attraggono per congiungersi (…)».

O, con maggiore ironia, a L’amante della poesia: «(…) Giunge l’amante della poesia / evita gli approcci fisici / e s’inginocchia radendo / con le labbra i miei ritratti. / La sua foga fa ben sperare / ma nondimeno m’allarma; / osservo le carte gualcirsi / le teste spiegazzate, / sciupate dal passionale trapestio. / Ora l’amante della poesia rivolge / le sue attenzioni all’originale / ma, la vedo come interdetta / poiché non mostra di saper distinguere / tra me e le copie cartacee».

In poesia e in amore Zeichen è sempre stato un libertino, in fuga dai legami matrimoniali, dalle relazioni chiuse. Però, negli ultimi decenni c’è stata una fidanzata duratura a cui si era legato con affezione e devozione: la fotografa francese Mireille, bionda, delicata, molto distinta. La ricordo ad una cena con una chemise di seta color crema, una elegante gonna blu, scarpe a punta di tacco medio. Sorrideva e parlava poco Mireille, ma osservava e comprendeva tutto. Viveva oltralpe e andava a stare da Zeichen d’estate e a fine anno durante le vacanze natalizie. Forse, è per questo, malignava qualcuno, che è durata a lungo questa relazione. Può essere. Però, per una donna francese della buona borghesia, non giovanissima, l’adattarsi a convivere, sia pure in modo intermittente, con un poeta italiano in una baracca, non è stata soltanto una esperienza da tardiva bohème, ma anche e in primo luogo una prova di grande amore, secondo me.

Nel suo postremo libro Casa di rieducazione, Valentino la omaggiò esplicitamente in A Mireille: «Cos’è il tempo? quello / che nasconde nei numeri / i secoli trascorsi, / e non dichiara mai / la sua vera età. / Si dubita che ne abbia una / visto che ringiovanisce / quotidianamente. // A ogni inizio d’anno nuovo / per scaramanzia / le metto sempre / un calendario nella valigia / affinché abbia un ricambio / di giorni futuri».

C’è però un’altra donna speciale che è rimasta confitta nel cuore di Zeichen per tutta la sua esistenza: la madre morta quando lui era bambino. Una orfananza mai sanata, una ferita mai suturata, anzi approfondita dal conflitto con la donna con cui si risposò suo padre. Una matrigna odiata, da cui Valentino nella sua adolescenza scappava in continuazione e a cui, da adulto, dedicò un testo teatrale pieno ancora di furia e di rancore. Alla amata genitrice dedicò invece in Metafisica tascabile (Mondadori, 1997) un bellissimo testo, forse il più liricamente commosso, struggente e compiuto di tutta la sua produzione in versi.

A Evelina, mia madre: «Dove saranno finiti / la veduta marina, / il secchiello e la paletta, / e i granelli di sabbia / che l’istantaneo prodigio / tramutò in attimi fuggenti, / travasandoli dal nulla / in un altro nulla? / Dove sarà finito l’ovale / di mia madre / che fu il suo volto e / che il tempo ha reso medaglia? / Perché non mi sfiora più / con le sue labbra, / dove sarà volato quel soffio / che raffreddava la / mia minestrina? / Dove le impronte di quel / lesto e disordinato / sparire delle cose? / In quale prigione di numeri / è rinchiuso il tempo? / Rispondimi! Dolore sapiente, / autorità senza voce».

 

VII - Qualche giorno dopo il funerale di Zeichen svoltosi l’8 luglio nella Chiesa di Santa Maria del Popolo, mi venne da scrivere quasi di getto una poesia per lui. La mia piccola elaborazione del lutto, che feci circolare in rete, ricevendo molti riscontri e apprezzamenti. Eccola in chiusura della mia personale memoria, emendata a proposito del suo cognome che pensavo fosse posticcio.       

 

Il segno di Valentino

 

E così il vecchio ragazzo se ne è andato

con una postrema, beffarda piroetta del destino

«la Bacchelli in tarda età sarebbe il disonore

della mia vita» proclamava con tono reciso

e, infatti, in limine glie l’hanno poi, sì, data,

ma la morte ha rattamente salvaguardato

il suo onore di poeta vissuto per mezzo secolo

in una baracca senza mai chiedere prebende,

sinecure o economici benefici a chicchessia

 

Lo stemma araldico della sua esistenza è stato

il paradosso: pervicace, ironico stilista incline

sempre al dandysmo funambolico del verso,

esteta more geometrico della scrittura in collisione /

collusione tra più campi semantici e, insieme,

nullafacente di lusso, regale nullatenente, 

lumpenproletario senza sensi di inferiorità o di colpa

che si portava secondo un elegante, forbito artistocratico

che ogni sera alla mensa dell’intellighentia borghese

mostrava l’intelligenza della sua marginalità,

il fosforo non conformista del suo sottomondo

 

Postbellico profugo fiumano-istriano,

ma con una bella faccia da antico patrizio romano

il ‘Valenza’ ha condensato il segreto della sua vita

nel mistero (ambiguo) del suo nom de plume,

ha sempre nascosto di chiamarsi Giuseppe Mario,

nomi di battesimo banali appetto al nobile Valentino;

forse nessuno ha mai saputo chi veramente fosse, Zeichen

come enigma o maschera di un soggetto imprendibile

nell’alea del poeta frivolo, ma «col doppio fondo».

Il segno di uno senza speranza e mai disperato

che ha atteso soltanto di scomparire con sorridente

discrezione. Adesso che è giunto nel ‘tutto aperto’

resta a noi, forse, il compito di meditare

sull’epifania delle sue caduche tracce.             

  

******

 

Intervista a Valentino Zeichen (1982)

 

(…) Valentino Zeichen conduce un’esistenza da ‘irregolare’, privo di un’occupazione fissa, sembra voler incarnare la dimensione del ‘poeta puro’ … è riconosciuto tra i maggiori talenti poetici emersi negli anni ’70, sobrio e raffinato al contempo, nella sottile affatturazione di linguaggi ‘altri’, gergali o pre-fabbricati, egli non fa, come ha osservato Mario Lunetta, «un gesto più del necessario»…

 

Mi pare che ci sia tra la tua esistenza da ‘baraccato’, da emarginato, e la poesia elegante, sofisticata, aristocratica che scrivi, una macroscopica divaricazione. Come la spieghi?

 

Non è norma che un poeta di estrazione piccolo-borghese come me non possa frequentare valori alti, sintetizzabili in: idee, sentimenti e forma. Io ho scelto quest’ultima. Noto, per contro, che molti miei colleghi, i quali hanno alla pari dei limiti pratici di conoscenza – frettolosamente riassumibili in viaggi, adeguate amicizie, libri etc. –, si rifugiano nell’alto ideale. Hölderlin è l’esemplificazione massima di questo atteggiamento di rovinosa alienazione. Personalmente sono un mondano, ho una grande disponibilità, frequento i ceti più disparati. Se vuoi, la mia concezione della vita è prossima a quella del romanziere, il quale vive in un modo più completo, più intenso del poeta, che è un essere fragile, gravato da una sensibilità eccessiva. Il romanziere ha più possibilità di realtà.

 

Ti senti, forse, un romanziere inespresso?

 

Veramente un romanzo già l’ho scritto e adesso me lo sto facendo aggiustare… sì, proprio come si fa aggiustare una macchina che non va. Comunque, non ci sono narratori italiani a cui faccio oggi riferimento. Per stare all’attualità potrei citarti Gorky Park di Martin Cruz Smith, quale modello di romanzo congegnato in maniera eccellente, che mi piacerebbe scrivere se ne fossi capace.

 

Sono sorpreso che tu abbia menzionato un autore Usa che americanizza financo i suoi personaggi moscoviti. Sono sorpreso perché tu sei generalmente considerato una delle estreme incarnazioni di un’altra cultura: quella mitteleuropea.

 

Vorrei mettere le cose in chiaro una volta per tutte: odio la Mitteleuropa che fu un mondo popolato da un’alta percentuale di imbecilli, altrimenti non avrebbe fatto la fine che ha fatto. Da un po’ di tempo gli italiani sono diventati tutti dei beccamorti che esultano per avere riscoperto questo cadavere. Quando semmai erano i Prezzolini, i Papini che 50 o 60 anni fa avrebbero avuto il dovere di occuparsene, mentre invece il contenzioso politico e territoriale tra l’Italia e l’Austria-Ungheria bloccò allora lo scambio culturale. Il recupero odierno mi fa sinceramente ridere, perché la Mitteleuropa non ha più nulla da insegnarci.

 

Scusa se insisto. L’esergo del tuo libro Ricreazione così recita: «La frivolezza va bene purché sia una valigia a doppio fondo». C’è un aforisma di Hugo von Hoffmannsthal che dice: «La profondità va nascosta. Dove? Alla superficie». Non rilevi la consonanza? Non c’è una contraddizione con quanto hai testè affermato?            

 

Qui casca l’asino. Non conoscevo la frase di von Hoffmannsthal. Che vuoi che ti dica? Ammetto la contraddizione.

 

Tu hai in qualche modo percorso il boom poetico verificatosi nello scorso decennio. Secondo te, esso è stato la somma delle motivazioni dei singoli o vi sono state delle ragioni che esorbitano i limiti individuali?

 

Esistono sicuramente delle ragioni storiche. Il ’68 fu una forma di dittatura indiretta, c’erano soltanto innumeri piccoli arruolati nella politica. La letteratura pareva messa fuori gioco e, del resto, la neoavanguardia, pensa alla rivista ‘Quindici’, aveva decretato che era l’ora di celebrarne le esequie. Io non ho mai creduto alla rivoluzione, vivevo allora un rapporto straniato, difficile, opaco con il mondo, per il fatto di scrivere venivo irriso, reputato un attardato. Poi, finito il ’68, c’è stata la rivalutazione della letteratura e abbiamo in breve avuto il ritorno del privato nella scrittura.

 

È allora nel giusto Franco Fortini quando asserisce che gli ex militanti della parola politica sono passati a militare nelle fila della parola poetica?

 

Fortini è uno la cui poesia ci annoia. Quello che dice è sbagliato, il rapporto non è certo così meccanico. Basterebbe, suvvia, controllare le cifre per capire che il raffronto è fuori scala.

 

Afferma la critica che, conclusasi la stagione dello sperimentalismo, mancano oggi delle poetiche chiaramente identificabili, prevale il soggettivismo. Tu, da operatore poetico, in cosa credi?

 

Io credo di avere mutuato la teorizzazione del Gruppo 63, su cui ho compiuto un’operazione. Mi sono, cioè, servito dei linguaggi tecnologici, usando tuttavia delle modalità non naturalistiche, perché essi non risultano adattabili, pieghevoli, ma ostili. Ho così cercato di metaforizzarli attraverso l’ironia e il gioco. Per riuscirvi occorre, però, avere un alto senso acrobatico, perché bisogna abbassarne l’espressività effettistica. Ed è una linea molto severa e faticosa da tenere, io stesso non sempre ne vengo a capo. D’altronde i massmedia hanno cambiato irreversibilmente la lingua e il poeta deve fare i conti con questo mutamento. Essere poeta significa appunto essere colui che scopre il preparato simbolico del mondo, la poesia deve mettere a nudo questa extra-ordinarietà, questa extra-vaganza, non può limitarsi a produrre un pedissequo fotogramma del reale.

 

Vedi in giro altre tendenze?

 

Potrei fare il nome del milanese Maurizio Cucchi, capofila di una linea lombarda fenomenologica, rarefatta, abbassata. C’è poi Giuseppe Conte che ha recuperato con molta maniera gli stilemi del canto, calando comunque sempre il sublime in una linea narrativa. A questo rigore narrativo, peraltro, mi sono sempre attenuto anch’io, la poesia oggi deve raccontare e deve farlo concentrandosi, 18-20 versi non di più, altrimenti nessuno ti legge. Chi dice che è un male vada a leggersi le quartine di Omar Khayyam, il geniale poeta persiano che in quattro versi racchiudeva un universo di significati.    

 

Hai un modello o un precedente a cui guardi?

 

Amo molto Gozzano, un grandissimo poeta la cui fortuna non è mai giunta all’apice, perché i poeti retorici lo hanno sempre avversato e sminuito. La sua opera rappresenta per me una vera miniera di trovate e di invenzioni.

 

Un’ultima cosa, tu sei una specie di immigrato, qual è il tuo particolare rapporto con Roma?

 

Vivo a Roma da più di trent’anni, ormai questa è la mia città. Roma mi fa pensare ai mutamenti del mare nel corso di una giornata, a un continuo rimescolamento. In questo cangiare, le facciate dei palazzi, le strade, i muri io li leggo, li interpreto, li capisco. In definitiva, ho un buon rapporto.

 

 

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