diario d’autore (33): note random su s. lotti; s. benedetto; e. pietrangeli; m. buzzi maresca; libri ricevuti (L. Mango, g. Fontana, l. cammarota, E. Fanny, s. lanuzza); A. sordi; dettagli; s. spielberg; delitto del circeo; “ordine & disordine”
di
Marco Palladini
LETTURE 1 ► è un volume da leggere, ma pure da guardare Come te
Come sei Come mai (Edizioni Medinova, 2026) di Silvia Lotti, pittrice e
autrice di origine ligure-romagnola, oramai trapiantata da decenni in Sicilia,
a Campobello di Licata, col marito, l’artista e regista teatrale Silvio
Benedetto, deceduto lo scorso maggio. Dicevo ‘da guardare’ perché questa
pubblicazione è a tutti gli effetti un libro d’arte, di cui Lotti ha ideato e
curato in prima persona la confezione grafica con una impaginazione inventiva e
trasmutante, con caratteri e corpi tipografici, spesso versicolori, molto
differenziati e che, non di rado, occupano liberamente e creativamente lo
spazio della pagina, oppure danno luogo a pagine prospettiche e
multisegnaletiche o, sinanche, a pagine pittoricamente incorniciate, ma vuote,
che invitano il lettore a riempirle a piacimento. C’è un evidente intento
verbovisivo e verboludico che innerva la concezione di questo libro e, appunto,
chiama i fruitori a giocare e ad interagire con il testo-tessuto lottiano. Il
quale giuoca e molto anche con se stesso, e si moltiplica in flussi e spirali
di pensieri e parole, ma la voce di fondo che si percepisce è quella di Silvia
che offre, in pratica, un autoritratto multitraccia, crivellato di suoi quadri,
che si interroga con leggerezza, ma anche assai seriamente sulla propria
‘bildung’, sui propri sentimenti e dissentimenti e comportamenti, sdoppiandosi
dialetticamente in un Te-Guida e in un Te-Amorevole, ma poi pure in tanti
Te-sette nani. I tredici capitoletti del volume assieme alla
conclusione/sconclusione si dipanano come una colorata fiaba della propria
esistenza interiore che revoca sempre in dubbio le certezze che uno crede di
avere acquisito; e si affida alla saggezza delle nove Muse per tracciare il
diagramma del proprio esserci. Così, sotto le apparenze di un libro
giocherellone, sbarazzino, trapunto anche di graziosi neologismi, quello di
Lotti mi sembra persino un libro sapienziale:
«In quel tempo del Mai, lassù per gli Altroviani, il
Cielo dei Pensieri era talmente vicino da poterli toccare, uno ad uno. Avresti
potuto constatare con chiarezza in che modo i pensieri nuovi conseguissero da
pensieri precedenti […]
C’erano umani nel vastissimo mondo DiSotto, sparpagliati dappertutto.
C’erano tante geografie, tante storie, tante lingue diverse, tanti saperi. Il
cielo dei pensieri era, sì, unico, ma non lo si poteva vedere tutto
intero: troppo immenso per gli umani del mondo DiSotto ch’erano così
piccoli […]
A tutti voi umani può capitare (ci sono ancora!)
d’aver bisogno, di tanto in tanto, in questo mutevole mondo, di un valido
suggerimento. Che, se viene da dentro, chiamate ‘ispirazione’: l’inequivocabile
segno che vi ha fatto visita una di noi ‘invisibili che tutto vedono’!».
Allora ha ragione lo psicoterapeuta Gaetano Rappo che
firma la postfazione: Come te Come sei Come mai, che sembra il
titolo di una canzone, lo puoi contemplare come un libro fanta-pedagogico per
bambini, ma è primariamente un libro per gli adulti che cercano di interrogarsi
e di dialogare col mondo per cercare di mettere a fuoco la propria, sempre
precaria essenza umana.
ACROSTICO PER BENEDETTO ► In omaggio al caro Silvio Benedetto (1938-2026),
mi è venuto di scrivere un acrostico:
Memoria
policroma
Surreale è il tuo piglio di inesausto, sciamanico creatore
Inventore teatrico effervescente in domestici antri
La follia del veggente illuminava il tuo carismatico poiein
Vedevi oltre, sì, e facevi di arte e vita una cosa sola
Il tempo si trasfonde nel rito e fa di te un maestro e seduttore
Operavi con Luisa ed Alida, Olga e Silvia, le tue muse complici
Barocco è il mondo ideale in cui abitavi tra Baires e l’Italia
Esercitavi la magia come un giuoco esoterico ed iniziatico
Non ti negavi nulla, siempre adelante tra eros e thanatos
Eri benedetto ossia detto bene e addetto a fare il bene artistico
Dipingevi quadri e murales, pietre e marmi pieni di versicolore fantasia
Entravi nelle esistenze altrui e subito cementavi empatia e comunità
Tu che un giorno, barbuto e con un poncho, mi sei sembrato
Tale e quale ad Antonio das Mortes nel film di Glauber Rocha
Ora la memoria policroma di te si fissa nel mitocielo per me
LETTURE 2 ► Dopo un intervallo di
quattordici anni – Mezzogiorno dell’animo risale al 2011 – torna
a pubblicare una plaquette in versi Enrico Pietrangeli, figura laterale ed
eclettica della scena poetica capitolina. Morte vestita da fanciulla
(Fusibilia Libri, 2025) reca un sottotitolo “Appunti in versi di resistenza
alla fine” che in qualche modo suggerisce il senso della raccolta. Che costituisce,
in buona sostanza, una non banale meditazione sulla morte e sul resistere
all’evento thanatofilo, a partire dal trapasso della genitrice di Enrico, il
quale negli otto mesi terminali della sua esistenza diventa come il padre di
una madre-bimba (esperienza che è toccata a molti figli, quorum ego): «Tu eri
la morte vestita da fanciulla / ed io ti amavo, anche allorquando / le speranze
furono maniglie per chimere / dove appendere più lontano l’ora / di tanto
ineluttabile destino». E ancora: «Giunta è l’ora, venuto è altro tempo: / altro
giro nella ruota della vita».
Ma il poetare di Pietrangeli non si arresta alla mera sfera
personale e familiare, traspare una dimensione tra sacrale e filosofica già nei
titoli di alcuni testi: “Apocatastasi indotta”, un vocabolo che rimanda al
ristabilimento di un ordine terreno o divino dopo una radicale distruzione:
«Possederti per ritrovarti, / ricongiungermi ancora /… L’ordine di Dio com’era
/ prima che l’angelo ribelle / condannasse me / dell’essere uomo / e te
dell’essere donna… / Perché noi eravamo / medesima sostanza / fluttuante nel
cosmo, / trattienimi dentro nove mesi ancora». “Nell’opium den”,
ossia il luogo dove si consuma l’oppio «senza più spazi / né forme è stasi: /
genera e riforma, / con lo stesso legno, / marcisce e ritorna». “Analemma”, peculiare termine astronomico per
designare la curva geometrica, asimmetrica e irregolare, che indica la
posizione apparente del sole in cielo, lungo tutti i giorni di un anno solare e
presa sempre alla medesima ora nella stessa località: «… Mi manca quella
meravigliosa follia di soltanto viverlo tutto, per una notte intera, rendere la
stessa notte la Grande Madre che tutto custodisce in un grembo, che contiene
l’universo intero… Mi manca l’idea di un unisono, quel suono vibrante e
profondo che è elettricità che precorre e sulla pelle si rincorre. Mi manca, ma
conosco il celato segreto di abbandonarsi al buio per accecarsi di luce».
La posizione di Pietrangeli è palesemente spinoziana
(«Deus sive natura») e si declina su tutto l’arco dell’essere e dell’esserci.
Può cioè assumere la forma di un dialogo quasi teatrale tra la Vita e la Morte:
«La vita … C’è quel che io nei segni di già avverto… Quel
rendiconto che comunque torna e alla cupidigia, all’assenza d’amore e di
perdono nello schiacciare il prossimo tuo senza pietà alcuna rende, per quel
che c’è e non si vede, un senso ultimo di ciò che io e te insieme siamo? – La
morte … Ci siamo e ci amiamo, non dimenticarlo mai… E tutto torna tra
il giorno e la notte, tra un viaggio e l’altro. Sempre destinata ad amarti
sono». Ma può anche volgersi a considerare le vite e le salme di scarafaggi e
blatte oppure, con un postremo lampo di ironia, l’affollarsi di “Mosche
settembrine”: «… che di putrida umanità, / intatta dai cadaveri, / sapete
ancora estrarre / le residue essenze. / … Mosche settembrine, quell’alito di
Dio / nascosto negli angoli / delle più piccole cose. / Mosche settembrine /
sempre pronte a fottere / divenendo uno sciame, / qui non avete più
antagonisti: / diverrò il vostro dio / armato d’insetticida».
Ecco nella natura-dio pure gli insetti più fastidiosi o
repellenti per Pietrangeli reclamano il loro posto, nel sempiterno,
ineluttabile ciclo delle nascite e delle morti.
Arricchito da cinque, enigmatiche o evocative, fotografie
in bianco&nero di Angela Maria Antuono e da una post-fazione di Ugo
Magnanti, il librino poetico di Pietrangeli si fa così apprezzare per la sua
scrittura sempre sorvegliata, ora più lineare, ora più complessa («Siamo futuro
che non attende, / assenza di un presente, / quel che giace, duplicato, /
dell’archetipo di un cancro, / cloni di antimateria, / segni ancestrali,
spirali, / varianti vibrazioni virali: / essenza senza più involucri / nel
vortice della centrifuga, / il vero e la sua simulazione, / quel che sedimenta
del sonno / circostanziando un risveglio»).
C’è da salutare con piacere, allora, il ritorno del
‘ciclopoeta’ Enrico, che tuttavia potrebbe rispondere: sono sempre stato qua,
non sono mai andato via.
LETTURE 3 ► Con un titolo
paracéliniano, Prolegomeni per un massacro (Edizioni Ensemble,
2026), anche Marco Buzzi Maresca (n. 1956) torna ad una pubblicazione poetica
dopo un intervallo di dodici anni (Poema dello schermo era uscito
nel 2014). Vale la pena di sottolineare che il libro di Buzzi Maresca credo che
sia l’ultimo promosso da Plinio Perilli, prima del suo inatteso decesso, presso
la casa editrice di cui era consulente. E ancora una volta va rimarcata la
generosità poetocritica di Perilli nell’accogliere e sostenere autori molto
lontani dalla sua precipua visione letteraria. Il poeta, ma pure narratore e
drammaturgo milanese, trapiantato a Roma, procede infatti su una linea di
scrittura antilirica, direi ancora tenacemente di post-avanguardia, seppure
assai composita e variamente declinata.
Lo attesta Prolegomeni per un massacro che
si struttura in sei sezioni, ciascuna con un proprio baricentro concettuale.
“Poema citazionista. Collage in controcanto e barbiturici
deliri” presenta una dozzina di testi crivellati di citazioni da grandi autori
(da Baudelaire a Shakespeare, dalla Bibbia a Celan, da Ginsberg a Montale, da
Joyce a Spatola etc. etc.) per un flusso e cut-up verbale mistilingue e
simil-apocalittico: «… L’occulto Dio-fiume del sangue s’erge / senza tregua Fluß-Gott
des Bluts / sussurrando alla notte pertinace rivolta infinita / zu unendlichem
Aufruhr, zu unendlichem Aufruhr / Angeli pesanti come piombo inutilmente /
cadono dal cielo, ma se pur gridassi, chi / chi mi udrebbe dalle angeliche
gerarchie? / Ognuno degli angeli è tremendo, e non sanno / se vanno / tra i
vivi o tra i morti. Ma noi, ubriachi di segreti; possiamo, / possiamo senza di
loro?».
“Altre poesie. Dislessici. Dispoliticanti. Fotogrammi” si
dispone come una straniata e stranita forma di poesia civile con scatti e
scarti ricchi di assonanze, allitterazioni, rime ed echi ironici o, meglio,
tragironici: «Diaz Diaz Impastato Imposimato, amen, Ilaria, missa est, la bomba
/ è chiara la traccia alla tomba // … ma fuori gridavano chierici strani Gelli
Gelli / fedeli di nuova speranza che il messia risorga… / (e Bossi in presenza
di dossi supera i rossi) Gelli Gelli commossa mormora mossa la massa…».
“Prosesia. E così non sia” include dei prosimetri di scrittura
radicale a 180° gradi come ejaculando misture linguistiche, neologismi a go-go,
intraverbalismi, talora con risonanze artaudiane: «… così le feci fecero la
strada la loro fecescando fetenti fecalizzata felicità fecale / e fatale
fetalità di ritorno ritornando ogni giro all’interno e intanto a tanto le merde
dilagando improvvise a lacustre confessionalità della spinta al basso di ogni
brivido ascensionale mentre il merdisterio fecalisterio istericamente
giganteggiando / liquamico transduttorio / a estasi oceaniche / la folla
invadente baccalanante / nel nostro dentro fuori irreciso di confini /
nell’irresoluta disputa se di stato di tratto l’ansia / stronzologicamente
autauteggiando in galleggiamenti irrisolti declinati al plurale delle sostanze
/ liquamicamente pervasive / nel brivido animico animellico / a freddo
videoputrescente in putrelle d’immobilità…».
In “Notturni” la scrittura si depotenzia
linguisticamente, quasi per condurre riflessioni e interpellanze sulla parabola
degli uomini: «ma se io mi lasciassi affogare nel grande mare dell’essere / ma
se fosse che divorasse la femmina madre la preda la chiglia / sbattendo sulle
onde mi portasse nell’abisso dell’essere mio / in non essere a vertigine di
caduta sul dirupo a cadere di / onde oceaniche immense e fosse sbattuto tra
fatti / fatto stupore / (…) mi guardo vivere e vivendo vivo che mi guardo e
guardando / cosa cosa / cosa su cosa / un mosaico d’oro su pavimenti d’acqua /
una leggerezza che s’intride / qualcosa che ride…».
“Scherzi ed eros” presenta, appunto, il lato più leggero
e giocoso e disinibito della poesia di Buzzi Maresca: «Le natiche sono pratiche
/ si agguantano con le mani / si stringono convincono / sono bipartisan la figa
/ è una riga qualcosa da centrare / qualcosa che si sfalda come una cialda / e
l’ano / è un antro strano / a portata di mano e d’altro / e scaltro, si dà e si
trattiene / ti tiene e si rilascia / con qualche ambascia / mentre la coscia /
trema e si tiene / avvinta percorsa convinta / e porta ovunque…».
Infine, “Genitori” fa una strana impressione, come se
l’autore, oramai anziano, ancora dovesse fare i conti con l’eredità sia
materna, sia paterna. Ma del resto, il padre di Marco, l’ottimo scrittore Giancarlo
Buzzi, ha rappresentato una sorta di specchio nel quale è stato difficile o,
forse, impossibile guardarsi: «Padre lo sei stato, terribilmente, / e mi hai
creato e distrutto e ti ho cercato, / non raggiunto, e la tua lapide lo sa,
muta inevasa, / che ti volevo bene. E il non detto pesa / nel muto ardore della
cenere…».
Con Prolegomeni per un massacro Buzzi
Maresca, autore intellettuale, dunque di forte tempra critica, licenzia un
libro di poesia matura, in bilico tra una scrittura bulimica, senza confini e
un nucleo di sentimenti sempre dubitevoli, interrogativi, spesso sarcastici e
corrosivi sino al mero nichilismo.
Una poesia la sua che riflette gli sbandamenti di
un’epoca incerta, anomica dove spetta, appunto, ai poeti non accecati cercare
di guardare nel buio per trovare una luce.
LIBRI PER GRAZIA RICEVUTA ►
Ricevendo continuamente libri, faccio qualche ulteriore doverosa segnalazione.
Federico Tiezzi – Storia di un
regista di teatro di Lorenzo Mango (Carocci editore, 2025). Docente
ordinario di Storia del teatro moderno e contemporaneo all’Università di Napoli
“L’Orientale”, il 69enne Lorenzo Mango è, da molte decadi, tra i maggiori
studiosi e critici della scena del Novecento. Guardando alla sua importante
bibliografia ricordo soltanto i saggi su Jerzy Grotowski, Gordon Craig, sulla
scrittura scenica delle avanguardie, sul “tattilismo futurista”. Adesso mi
arriva questa monografia su Federico Tiezzi, a cui Lorenzo aveva già dedicato
nel 1994 un saggio intitolato Teatro di poesia. Il fatto che
Mango abbia sentito la necessità, dopo trent’anni, di tornare a studiare
l’imponente percorso di un regista apicale come il 74enne Tiezzi, credo che sia
dovuto, in primo luogo, alla constatazione che dal ’94 ad oggi l’evoluzione e
la tensione di ricerca dell’artista toscano non si sono mai fermate; così che l’iniziale
esplosione d’avanguardia o di post-avanguardia, che dir piaccia, siglata
cronologicamente dagli spettacoli di Il Carrozzone, i Magazzini Criminali, i
Magazzini, la compagnia Tiezzi-Lombardi, ad un certo punto tra gli anni ’90 e i
Duemila ha lasciato il posto alla singolare e maiuscola figura registica di
Federico. Che tra i suoi coevi (che sono pure i miei) mi è sempre sembrato il
regista di maggiore spessore intellettuale e ricchezza culturale, e di più
impattante complessità visiva-concettuale. La monografia di Mango, corredata da
un bellissimo inserto fotografico, è tutta da compulsare e da meditare. È il
documento di una fedeltà critica che dura da mezzo secolo e il giusto,
sacrosanto omaggio ad uno dei più cruciali uomini di teatro degli ultimi
cinquant’anni in Italia, che nelle sue molte metamorfosi e sempre nuove
aperture di senso teatrico, non ha mai smarrito il filo rosso di una
operatività e lucidità mai prone al ‘mercato’, in qualche modo costantemente eretiche.
Non a caso, mia personale considerazione, a Tiezzi non è mai stata affidata la
direzione artistica di uno Stabile pubblico importante (vedi Milano, Roma,
Torino, Genova, Bologna etc.). A riprova della sua autonomia e del suo essere
inassimilabile alle pastette politiche che di regola governano le istituzioni
teatrali nazionali. Amen.
Le scritture di Bérénice – Dinamiche della voce e
maschere sonore (El Doctor Sax – Beat & Books, 2026): trattasi del
Quaderno n. 18 di Bérénice (rivista semestrale di studi comparati
e ricerche sulle avanguardie) che raccoglie una cospicua messe di scritti
critico-teorici dell’80enne poliartista Giovanni Fontana, uno dei maggiori
poeti sonori contemporanei, figura celebrata internazionalmente, “un classico
dell’avanguardia” come recitava il titolo di un libro pubblicato nel 2022 a
cura di Patrizio Peterlini e Lello Voce. Questo Quaderno si avvale della
prefazione di Gabriella Giansante e include un intervento (“Poésie Action”) su Bernard Heidsieck, preclaro poeta sonoro francese morto nel 2014.
Verri di Laura Cammarota (Vita
Nostra Edizioni, 2026). Nella pregevole collana “extraVaganti” diretta da Paolo
Allegrezza e giunta al sesto volume, mi raggiunge il nome di un autore a me
ignoto: Antonio Leonardo Verri morto nel 1993 a soli 44 anni. In quarta di
copertina viene definito «l’anima irregolare e visionaria della stagione
culturale salentina, un agitatore di coscienze che ha trasfigurato la provincia
in un laboratorio d’avanguardia». La 32enne Laura Cammarota, poeta e studiosa
pure lei salentina (di Lecce), cura un libro monografico che include testi
poetocritici suoi, di Carmine Lubrano e di Francesco Aprile. E soprattutto
presenta testi poetici di Verri, tavole verbovisive e disegni. Insomma, un
recupero critico-informativo prezioso per un autore di qualità, dimenticato e,
credo, ignoto ai più. Mi piace citare dei suoi versi dedicati al grande
conterraneo Carmelo Bene:
«Otranto ha gustosissimi grumi di neve / un lungo
discorrere della memoria / vuota silenzio invernale nella mia mano / bianca di
turco spolpato // è lontano
ricordo anche l’aria / che penetra tutto che tutto riempie / è ricordo il mare che
guarda masse / corpi d’abbandono, memoria ancora / - cristalli morbidi mutanti…
- / scrostata pazienza di cosucce di storia».
Il Gran Carnevale (Robin Edizioni,
2025): ricevo dal 45enne Emanuele Fanny (eteronimo di Emanuele Poeta) un
ponderoso romanzo di esordio, che mi era stato segnalato da Elisa Audino, del
cui giudizio critico mi fido assai. Fanny, nativo di Magliano Sabina,
attualmente residente, secondo le indicazioni della busta pervenutami, a Civita
Castellana, dunque sempre vicino Roma, apre il libro con un esergo da I
Sotterranei di Jack Kerouac che subito mi intriga: «Ma io non posso in
questa confessione tradire il più intimo, le cosce e quel che le cosce
racchiudono – e poi perché scrivere? – le cosce racchiudono l’essenza – eppure
anche se dovessi giacer lì dentro e venirne fuori poi alla fine ancora lì
tornerei, pure sento che debbo scappar via e costruire – per nulla – per le
poesie di Baudelaire».
Nella quarta di copertina così viene presentato il libro:
«Questo romanzo dionisiaco, ambientato tra Shangai, Barcellona e Parigi, è una
personale e vorticosa confessione sulle ambizioni creative, sugli amori
libertini, sui conflitti esistenziali, sulle visioni estetiche, sulle notti
brave di un Unico e della sua cricca selvaggia. (…) Una parata di
uomini artistici e di corpi in libertà. Anarchica e pagana come il carnevale,
che da sempre rappresenta un momento di rivolta all’ordine costituito. Rivolta,
nella fattispecie, dell’uomo-corpo contro l’universo impoetico del
sistema-macchina. Affidata alla potente volontà dell’io e all’azione ficcante
dell’istinto. Volontà e azione che, nel corso della narrazione, si vanno
intrecciando di continuo, in una lucida e sfrenata pulsione che è affermazione
vitale».
Sfoglio qui e là il romanzo ed effettivamente balza agli
occhi un flusso di scrittura carnascialesca e picaresca, sempre
espressionisticamente in battere che mi sembra molto promettente, molto lontana
dalla oggidiana, esangue romanzeria da mainstream. Data la lunghezza (545
pagine) occorrerà trovare il tempo giusto per compulsare con calma il
libro.
Altri scribi – moderni/contemporanei
di Stefano Lanuzza (Fermenti Editrice, 2026). Lanuzza, uno dei postremi
eccellenti critici militanti che circolano nel Belpaese, aggiunge alla sua già
copiosissima bibliografia un nuovo «multiforme libro di letteratura comparata»,
in cui la indagine critica su una messe di scrittori che, più o meno,
appartengono al cosiddetto canone novecentesco (Malaparte e Fenoglio, Primo
Levi e Domenico Rea, Pasolini e D’Arrigo, Vittorini e Camilleri) si affianca ad
una sagace ricognizione su un paesaggio di autori esclusi dal mainstream o
laterali o colpevolmente obliati. Cito soltanto Mario Lunetta, Mario Grasso,
Lorenzo Calogero, Massimo Mori, Antonino Contiliano, Vladimir Di Prima, Andrea
Genovese, Gilberto Finzi etc. E non posso sottacere che Lanuzza, bontà sua, mi
ha fatto l’onore di includere nel volume ben quattro testi critici su
altrettante mie opere sia poetiche sia narrative. Inutile dire che, verso la sua
complessiva e sapiente radiografia ermeneutica, la mia gratitudine è totale.
Una statua per SORDI ► il 15 giugno u.s. cadeva il compleanno n. 106 di Alberto Sordi. E a
Villa De Sanctis, sulla via Casilina, nel V Municipio della Capitale, è stata
inaugurata una bronzea statua dell’attore, seduto su una panchina, col braccio
destro alzato in un ideale, cordiale saluto a tutti i suoi concittadini. In
generale, non amo questo tipo di statuaria celebrativa, ma mi sono rammentato
che a Lisbona, davanti al “Cafè A Brasileira” dove era solito recarsi, c’è una
statua di Fernando Pessoa seduto ad un tavolino col cappello in testa e, un
giorno, preso da un accesso di megalomania, sono andato a sedermi lì vicino
come se davvero mi credessi o mi sentissi un collega dell’illustre poeta
lusitano.
Non voglio con questo paragonare Sordi a
Pessoa, ma sicuramente l’Albertone nazionale è il romano contemporaneo più
popolare, conosciuto e amato. La famosa, sprezzante battuta di Nanni Moretti:
«Ve lo meritate Alberto Sordi!», mi è sempre sembrata di uno snobismo
insopportabile e, sinanche, grottesco, pensando alla inarrivabile bravura
comica di Sordi attore e alla palese modestia egomaniaca di Moretti che si
beccò la micidiale battuta di Dino Risi: «Spostate Nanni e famme vede’ er
film!».
La verità è che tutti noi romani abbiamo
sempre percepito Sordi come un parente. Un parente, magari, che ci metteva non
di rado in imbarazzo: bugiardo, sbruffone, millantatore, maneggione, vigliacco,
conformista, imbroglione e chi più ne ha, più ne metta. Ma di cui riconoscevamo
la raggiante umanità ed eravamo sopraffatti dalla sua straordinaria, psicodinamica
arte comica. Ogni tanto pesco su FB dei ‘reel’ di alcuni suoi film (Un
americano a Roma, Un eroe dei nostri tempi, Il
moralista, Il conte Max, I magliari, Brevi
amori a Palma di Maiorca etc. etc.) e ogni volta, pure alla decima ri-visione,
rimango travolto ed estasiato dalle performance di Alberto. Peraltro, sono
convinto che in linea di massima lui abbia dato il meglio di sé negli anni ’50,
dove non di rado girava in contemporanea due o tre film (un anno nove, se con
vado errato). In un volume che lessi da ragazzino di Grazia Livi (giornalista
allora del settimanale “Gente”), Sordi raccontava che si alzava all’alba,
andava sul set, lo truccavano e vestivano, faceva le sue scene, quindi si
struccava e svestiva e correva sul set successivo. Medesimo iter e, poi, un
altro set ancora, senza mai perdere in energia e brillantezza comica. Insomma,
un mostro.
Poi però, arriva un film come La grande
guerra (1959) in cui Sordi (il romano Jacovacci) e Gassman (il milanese
Busacca) sono due soldati italiani della Prima guerra mondiale che si danno
alla fuga e sono catturati dagli austriaci che li invitano a dare loro una
serie di informazioni militari se vogliono avere salva la vita. Jacovacci
tentenna, vuole portare a casa la pelle, Busacca invece resiste e viene subito
fucilato. A questo punto il romano fa la commedia piagnucolosa e pietosa di chi
dichiara di non sapere nulla di nulla. E finirà giustiziato pure lui. Il genio
del regista Mario Monicelli è quello di dare a Sordi il ruolo di eroe, forse
implausibile e controvoglia, considerando la sua piccineria d’animo.
L’intuizione di Monicelli è che il vigliacchetto Sordi decide in modo contorto
di non tradire, non tanto per fedeltà alla patria italica, ma per non tradire
la memoria del suo commilitone, per solidarietà con un poveraccio, uno sfigato
come lui, trascinato nell’abisso di una guerra orrenda che non avrebbe mai
voluto fare.
Quando Sordi il 25 febbraio 2003 se ne andò a
82 anni, Roma si fermò. Fiumi di lagrime, commemorazioni, oceani di retorica.
Io ricordo soltanto un saluto, lapidario e
geniale: «Ciao cretinetti!». Era il saluto della coetanea Franca Norsa, in arte
Valeri. Per me, la più importante partner comica sullo schermo di Sordi. La
battuta proveniva dall’esilarante film comico Il vedovo (1959) di
Dino Risi, in cui Alberto ricevuta la (falsa) notizia della morte della ricca moglie
(la Valeri) cerca di intascare tutta la sua cospicua eredità e, una volta, poi,
malauguratamente riapparsa la consorte, cerca di architettare il suo
assassinio. Solo che sarà invece lui a morire, cadendo nella tromba
dell’ascensore. «Cretinetti!» era in fondo un epiteto scherzoso, quasi
affettuoso, sottolineava la sua goffaggine, l’inettitudine da piccolo cretino,
da bamboccione incapace di tutto, pure di far fuori la moglie. Riprendendo la
battuta dopo 44 anni è come se la Valeri, meneghina colta, intelligentissima,
con tempi comici sublimi, avesse detto: non siamo mai stati una coppia fuori
dal set, ma al cinema siamo stati una coppia artistica ineguagliabile, unica, a
mio modesto avviso, ribadisco, la più grande della commedia all’italiana del
Novecento.
Allora con Franca, ripetiamo pure noi: «Ciao
per sempre cretinetti!!!»
DETTAGLI ► Sosteneva Aby Warburg,
insigne storico dell’arte, che «Dio si appiatta nei dettagli». Nella visione
del critico germanico ‘dio’ era palesemente la bellezza sublime.
Ora, però, si potrebbe rovesciare la proposizione warburghiana
e affermare che anche il nero demonio, ossia il male più atroce si appiatta nei
dettagli. Mi balza agli occhi un esempio: il 18 giugno u.s. il 33enne ex
vigilante romeno Vasile Frumuzache è stato condannato all’ergastolo per avere
assassinato due prostitute sue connazionali e averne occultato i cadaveri. Il
duplice omicida non soltanto ha ascoltato la sentenza del tutto impassibile,
pressoché indifferente, ma ha avuto la sfrontatezza, anzi l’arroganza di
presentarsi in tribunale a Firenze con una maglietta fatta stampare dai figli
con tre mani impresse sopra e la scritta: «Sei il nostro super papà».
Dunque, non soltanto nessun pentimento, ma la
ostentazione orgogliosa di una solidarietà familiare criminale che rimbalza dal
padre ai figli. Per parafrasare De Gregori: è da questi particolari che si
giudica un genitore. Nel dettaglio di una educazione assassina, di una
pedagogia paterna che rivendica la libertà di uccidere. Poveri noi (e,
soprattutto, loro).
SPIELBERG E GLI ALIENI ► Incontri
ravvicinati del terzo tipo (1977), E. T. l’extraterrestre
(1982), Disclosure Day (2026). Ci sono voluti ben 44 anni perché
Steven Spielberg, il più grande e immaginifico inventore di favole di ogni tipo
del cinema americano, decidesse di chiudere una trilogia di pellicole
imperniate su un tema che palesemente lo ossessiona fin da ragazzo e che
ossessiona, peraltro, anche tanti suoi connazionali: ovvero quello della
presenza degli alieni sulla terra, tra di noi. In quest’ultimo film il tema
viene declinato nella chiave, direi tradizionale, esplicata dalla infinita
dietrologia ufologica (che animava pure la famosa serie tivù X-Files).
Quella ovvero che sostiene da molte decadi l’esistenza di un complotto del
silenzio sull’esistenza degli alieni, ordito dal ‘deep state’, ossia dai poteri
forti e occulti degli Usa fin dal luglio 1947, quando a Roswell nel New Mexico un
oggetto volante non identificato si schiantò in un campo. Poi c’è, naturalmente,
tutta la tenebrosa mitologia su “Area 51”, una installazione militare
top-secret nel deserto del Nevada, nei cui sotterranei, secondo gli ufologi,
sono nascoste schiaccianti prove e plurimi reperti di vita aliena. Spielberg a
partire da tutta questa mirabolante letteratura ufologica che riempie, in
America, intere biblioteche, escogita un film in cui alcuni elementi
appartenenti ad una misteriosa agenzia che ha garantito per mezzo secolo e
passa questa congiura del silenzio, decidono di rivelare ciò che sanno e
vengono inseguiti per oltre due ore dalla occhiuta falange dei cospirazionisti
che vuole chiudere loro la bocca costi quel che costi. La pellicola è piena di
passaggi lambiccati, ma Spielberg è comunque un narratore di patente impronta
nazional-popolare e di superiore abilità tecnologico-fantastica. Certo le scene
dei ripetuti inseguimenti sono un po’ banali e fin fumettistiche, ma almeno la
sequenza dei due protagonisti (Emily Blunt e Josh O’Connor) pericolosamente in
bilico su un’auto rossa semidistrutta e agganciata ad un treno sferragliante in
corsa, mentre intanto un altro treno sta arrivando sul binario opposto, è
realizzata con magistrale bravura. Alla fine, i nostri due eroi che, da bambini,
sono stati in qualche modo posseduti, permeati dall’intelligenza aliena,
riusciranno a raggiungere il loro obiettivo. Da una emittente locale di Kansas
City, che si collegherà poi alle televisioni, in pratica, di tutto il mondo,
faranno diffondere tutti i video secretati per quasi 80 anni che mostrano le
reiterate visite di figure aliene sulla Terra. In verità, occorrerebbe dire
negli Stati Uniti. Perché se c’è una controverità in tutta questa faccenda che
sta tanto a cuore a Spielberg, è che le visite degli alieni sono tutte
concentrate negli Usa: niente in Europa, niente in Russia, niente in Cina e nel
resto dell’Asia, niente in Africa, niente nell’America Latina. Possibile?
Perché gli alieni avrebbero scelto in esclusiva gli Stati Uniti per avere
contatti con la specie umana? La cosa appare paradossale e, palesemente, non
plausibile. Ma Spielberg la cavalca perché lui per primo è un esponente apicale
della superpotenza imperialistica americana, anche soltanto nel campo
cinematografico e dello show-business. Alla fine, in un contesto di frenetici telenotiziari
che fanno presagire l’imminente scoppio della terza guerra mondiale terminale,
appare, conservato in una specie di placenta, un essere alieno che sembra il
papà o il nonno di E.T., il quale emette suoni incomprensibili, epperò
decodificati da O’Connor: è il suo un messaggio di pace, di empatia universale
che, nell’ultima inquadratura, Emily Blunt si appresta ad annunciare, urbi et
orbi, neppure fosse il papa galattico. Certo, Spielberg appartiene alla
Hollywood democratica e progressista, chiaramente anti-trumpiana, e in uno
scenario geostrategico guerrafondaio sempre più mefitico, si sforza di
effondere un messaggio di buona volontà e di speranza, reclutando a tale scopo
pure gli alieni per un preteso Giorno della Rivelazione.
Circa la sua efficacia, tuttavia mi permetto di avere
seri dubbi. Tutto sommato L’invasione degli ultracorpi (1956) di
Don Siegel, risultava ben più pregnante ed efficace nel metaforizzare l’America
maccartista, istericamente anticomunista, attraverso l’invasione di
‘baccelloni’ extraterrestri che assumevano via via fattezze umane in vista di
una completa sostituzione xenobiologica dei corpi con gli ultracorpi. E
settant’anni fa il film di Siegel si chiudeva in modo tutt’altro che
rassicurante per l’America conservatrice di destra. Gli ultracorpi si
irradiavano ovunque e pareva impossibile fermare la loro marcia ‘horror’. Il
regista di Chicago colpiva duro e non voleva rassicurare nessuno.
Allora che gli alieni siano nostri amici e ci vogliono
bene e ci vogliono spingere all’amore cosmico, è una bella favola
spielberghiana che, però, più vuole rassicurarci e meno, sinceramente, ci
convince.
DELITTO DEL CIRCEO - 1975 ► Ravanando in rete mi sono imbattuto per caso in un libro I
figli venuti male, firmato da Filippo Ghira. Una auto-pubblicazione su
Amazon che risale al 2020. Il fratello minore di Andrea Ghira, giornalista,
se-dicente fascista di sinistra, mai pentito, mi rintracciò una decina di anni
fa dopo avere letto in uno dei due libri, I rossi e i neri e Non
abbiamo potuto essere gentili, dove era stata pubblicata, la mia
testimonianza sul fratello che era stato mio compagno di scuola (anzi di banco)
nel biennio ginnasiale 1968-’69 al Liceo Giulio Cesare di Roma. Già, Andrea
Ghira, uno dei tre fascisti assassini (con Angelo Izzo e Gianni Guido) del
delitto (30 settembre 1975) avvenuto nella villa dei Ghira sul Monte Circeo,
dove era stata stuprata e uccisa la 19enne Rosaria Lopez ed era sopravvissuta,
nonostante le sevizie, dopo essersi finta morta, la 17enne Donatella Colasanti.
Ghira jr. mi aveva cercato perché non si ricordava di me e sospettava che mi
fossi inventata la testimonianza. Poi si rese conto che avevo, invece,
conosciuto tutta la famiglia Ghira (giocavo a pallone anche col fratello
maggiore Paolo) ed ero stato più di una volta nella loro casa al Nomentano in
via Giuseppe Antonio Guattani. Alla fine, ci incontrammo in una occasione e lui
mi portò anche la copia di una fotografia di classe del IV ginnasio dove con il
fratello comparivo pure io.
Se non rammento male, mi accennò che voleva scrivere un libro sul fratello,
ma poi da allora non l'ho più visto né sentito. Quando ho scoperto, dopo oltre due
lustri, che il libro in questione era uscito, sia pure autopubblicato, l’ho voluto
acquistare e leggere, e, pur con vari refusi e qualche imprecisione, mi è
sembrato un documento significativo e nel complesso attendibile, pieno di
dettagli e persino puntiglioso. Perché attesta quello che ho sempre pensato: ossia
che la famiglia è sempre stata al corrente di tutti i vari passaggi della
latitanza di Andrea fino al suo arruolamento nel 1976 nel Tercio, la Legione
Straniera spagnola, di stanza a Melilla, in Marocco; che hanno sempre
mantenuto, tramite una zia che stava in Francia, costanti rapporti; che la
madre, Maria Cecilia Angelini Rota, ha pure incontrato una volta il figlio. La
famiglia, secondo quanto riporta l’autore, dopo avere perso a un certo punto i
contatti, venne a sapere della morte di Andrea nella primavera del 1997, cioè due
anni e mezzo dopo il suo decesso (9 settembre 1994), ma ben otto anni prima che
la notizia saltasse fuori nell’ottobre del 2005. Hanno cioè coperto la sua
latitanza e pure la sua morte con una fitta cortina di silenzio ovvero di
omertà. E, personalmente, non mi stupisco: secondo l’atavico costume italico, i
legami familiari, di sangue con il congiunto assassino venivano prima di tutto.
Filippo Ghira con toni ironici si affanna a smentire le mille e mille 'voces'
sul fratello, sulle protezioni di cui avrebbe goduto, e sulle tante ipotesi o
fantacongetture riguardanti la sua fuga e il perché non sia mai stato
catturato. È tutto molto più lineare, sostiene: c'è stato semplicemente un mix
di insipienza investigativa e di scarsa volontà di impegnarsi nelle ricerche.
Forse in parte è così, ma sono convinto che non sia tutta la verità. Secondo
quanto racconta il fratello, Andrea Ghira subito dopo il delitto va via di
casa, ma rimane a Roma per tre mesi, sino alla fine del 1975, e non si
nasconde, gira tranquillamente in città su macchine rubate, incontra i suoi
amici-camerati, va a cena nell’appartamento della sua fidanzata Antonella
all’Eur. Possibile che, nonostante l’enorme clamore me(r)diatico e anche
politico di quel delitto, nessuno lo cerchi, nessuno lo intercetti? Considerando
pure i non pochi infiltrati che c’erano negli ambienti fascisti, resta
difficile da credere. E poi, forse, sarebbe bastato ‘attenzionare’ come dicono
i questurini, durante i diciannove anni di latitanza, i suoi familiari che
sapevano tutto per risalire al fuggitivo. Non può sfuggire, poi, che un paio di
capitoli del volume sono scritti in forma di monologo in prima persona di
Andrea Ghira, come se il fratello Filippo avesse voluto proiettarsi nei suoi
terminali pensieri. Ciò che psicologicamente può fare capire molte cose.
Comunque, nel libro c'è molto altro, in primis una ricostruzione delle
atmosfere e delle molte dinamiche della estrema destra a Roma negli anni ’70
con le sue varie diramazioni e interazioni con la malavita; nonché un capitolo
molto informato su Angelo (del male) Izzo, sulle sue innumeri infamie, anche
‘pilotate’, dentro il carcere; un vero psicopatico, Izzo, poi autore nel 2005,
quando era stato sciaguratamente messo in libertà vigilata a Campobasso, di un
altro duplice omicidio di due donne, moglie e figlia, peraltro, di un detenuto
mafioso pentito.
In ogni caso, dopo la lettura di I figli venuti male, quello
che avevo scritto un quarto di secolo fa su Ghira, lo posso oggi
tranquillamente riconfermare: più che intimamente o basicamente kattivo e
kriminale Andrea era stupido, trascinato più che da una muscolare ideologia
fascista (che pure aveva), da un feroce classismo di origine familiare, da un
arrogante istinto padronale, da una visione kako-aristo-borghese del mondo
distinta in esseri superiori e esseri inferiori, da uno slancio a delinquere
(rapine in banca, furti d'auto, sequestri etc.) implementato da un infantile
mito dei boss della Mala, anche per il bisogno di avere tutto quel denaro che
il padre gli lesinava per condurre una esistenza da alto borghese. E la morte
per overdose di eroina a Melilla, secondo il fratello, è stata in pratica il
suicidio di uno che a 41 anni aveva, forse, compreso che aveva buttato via
tutta la sua vita.
Epperò, sottolineo, senza mai avere neppure una mezza parola di
resipiscenza o di pentimento verso Rosaria Lopez e Donatella Colasanti, ragazze
di periferia reputate appunto esseri inferiori. Insomma, una vita pessima e
dannata e irredimibile sino alla fine.
repêchage poetico ►
Recupero dal mio libro in versi La vita non è elegante (Fermenti
Editrice, 2002) una poesia che, rammento, era piaciuta a Nanni Balestrini e che
mi sembra, dopo quasi un quarto di secolo, perfettamente attuale:
Ordine & Disordine
Isterismi gangster
bombardano
l’esercito della pazienza
Accidiosi e micidali virus
dalle foreste alle metropoli
Il re della disoccupazione
darà gratis il suo fottuto
concerto
Notturni atti giovanili
muri di fuoco iperbullismo
Schizofrenoia anarchia
vudù tam-tam neosciamanismo
Le guardie bianche difendono
Casa & Cassa con mitra
incerto
Madrivulve grigiestanche
e piselli rammolliti
d’occidente monopoli
Bieche bandiere alzano
tra misere scuse e vigliacca
reticenza
Parola di profeta: com’è
bello
essere stronzi a vent’anni!
Ma quale rapporto corre
tra la ribellione (o
l’apatia) giovanile
e le alterazioni biochimiche
della corteccia
pre-frontale?
Se il cerebro-spugna assorbe
ogni emotiva fetidezza
animale
l’ormone della crescita
pulsa libidica ebrezza
o scatofagica livida hybris
da porcile
La materiale razza razzente
così fluttua
ed esplode amente nei panici
inganni
Ordine & Disordine al
kabarett del mondo
leggeri e fatui come la
morte
Entropica la terra al passo
d’addio
si gioca a dadi la propria
equivoca sorte
Estate 2026
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