teatro: “Le baccanti” secondo i marcido marcidorjs

 

di Marco Palladini

 

Vado a vedere al Teatro Vascello di Roma Le Baccanti messe in scena lo scorso maggio dal gruppo torinese Marcido Marcidorjs e ho la sorpresa di incontrare Dario Evola e Lorenzo Mango, illustri studiosi e docenti accademici e universitari, nonché vecchi amici. Faccio mente locale e, se non vado errato, non ci vedevamo tutti e tre assieme da quasi 40 anni, quando eravamo nella giuria del Premio Opera Prima di Narni fondato e guidato dal ‘papa e papà’ dell’avanguardia teatrale nazionale, il critico Beppe Bartolucci (di cui quest’anno cade giusto il trentesimo anniversario della scomparsa), del quale eravamo giovani, devoti seguaci. Ci festeggiamo e ci accomodiamo in platea come ‘vecchi ragazzi’ (per dirla alla Valentino Zeichen) teatrofili, e io rifletto che assisto agli spettacoli dei Marcido dal lontano 1985, conosciuti proprio in occasione di una edizione del Premio bartolucciano. Sono trascorsi 41 anni, è cambiato il mondo, siamo cambiati noi, è cambiata tutta l’italica scena, ma i Marcido mi sembrano sempre, esattamente gli stessi degli esordi. E già questa longevità e questa pertinace, quasi feroce fedeltà artistica a se stessi, appare un miracolo o, diversamente, una cosa incongrua (come, che so, la incredibile longevità e vitalità rockettara degli ultra-ottuagenari Rolling Stones).

Sono i Marcido gli Stones del teatro italiano? Beh, in un certo senso sì. La osmotica coppia di arte e di vita costituita dall’attore, drammaturgo e regista Marco Isidori e dalla creatrice scenografica e costumistica Daniela Dal Cin, ha abbattuto le barriere spaziotemporali e si è traghettata dal secolo XX al secolo XXI senza smarrire un’oncia del suo estro, della sua prepotente determinazione artistica che l’ha condotta quattro decadi fa ad autoinventarsi un teatro che non c’era (e non c’è).

Perché poi il punto è questo: i Marcido sono un prototipo unico, senza possibili imitatori o emulatori. Fanno un teatro che non assomiglia a nessun altro. E se quarant’anni fa Isidori-Dal Cin ancora potevano essere contemplati in un paesaggio di nuovo teatro o teatro sperimentale rigoglioso e frastagliato, con molti significativi protagonisti, oggi essi proseguono il loro viaggio in un paesaggio teatrico pressoché desertificato, in una condizione, mi pare, di totale solitudine, se non, addirittura, autistica. I vecchi gruppi coevi di ricerca si sono estinti o si sono fatalmente esauriti («Si è all’avanguardia una sola volta nella vita» affermava Man Ray); nuove proposte significative non si vedono, c’è una generale regressione culturale che si accompagna con la sparizione di una sponda critica degna di tal nome. L’azione critica molteplice ed effusiva di Beppe Bartolucci (affiancato da tanti altri, cito soltanto Maurizio Grande morto lui pure, precocemente, nel 1996) fu mallevadrice, in un arco di anni tra i ’60 e gli ’80 del Novecento, di una intera prolificissima movimentazione di avanguardia teatrale in Italia.

Oggi tutto questo non è più e, allora, i Marcido mi appaiono gli ultimi mohicani, i postremi testimoni di un’epoca cultural-teatrale perduta. Forse la loro attuale persistenza è un anacronismo. Ma un felice anacronismo, aggiungo, attestato dalle platee sempre piene, ‘sold out’ per i loro spettacoli. Questo, peraltro, potrebbe suggerire che anche al presente vi è un pubblico ricettivo e desideroso di vedere un teatro differente, alternativo rispetto a quel tradizionale teatro di prosa già mille volte aborrito da Carmelo Bene.

Circa queste ultime Baccanti che recano un sopratitolo – “Istruzioni per l’uso del Divino Amore: mana enigmistico” – e un sottotitolo – “di Euripide che ‘precipitano’ a contatto col reagente Marcido” – mi verrebbe da dire che, come gli ultimi lavori di Isidori-Dal Cin, sembrano delle cerimonie degli addii, delle summe terminali e riassuntive del loro pluridecennale opus teatrico. Ma i Marcido non si fermano, questo allestimento ha debuttato nel febbraio del 2025 e Isidori già si appresta a lavorare ad un prossimo “Otello”: «se mi arresto, muoio» asserisce. E lui palesemente vuole morire (il più tardi possibile) in scena, stando in piena attività.

La riscrittura della tragedia euripidea viene sottoposta ad un trattamento che chiamerei strutturalistico-espressionistico, che è in fondo l’ennesima variante di un modulo teatrale solidissimo che accoppia le sempre brillantissime creazioni scenografiche, scenotecniche e costumistiche di Dal Cin con la possente macchina corale-fonetica inventata decenni fa da Isidori, con i suoi toni stridenti, irridenti, ritmicamente martellanti, dove ogni tanto si isolano singole voci, ma con la medesima intonazione e svisatura fonica che Isidori, con intuizione geniale, derivò da un’antica performance vocale di Marion D’Amburgo quando era, nei primi anni ’80, la primattrice dei Magazzini Criminali. E questo timbro ‘post-criminale’ è, poi, diventato la inconfondibile cifra e sigla di tutti i lavori marcidoriani, esaltando la loro dimensione grottesca, talora ludico-fumettistica, oltretutto intrisa di citazioni e rimbalzi canzonettari: nelle Baccanti si apre con una melodia chantant napoletana e si chiude con “Selene-ene-a” di Mimmo Modugno.

Il nocciolo tragico greco-classico centrifugato dai Marcido diventa sempre una commedia di sbertucciamenti e di metamorfosi derisorie, qui con l’ausilio di un praticabile bifronte e girevole e multiuso, mentre di tanto intanto gli attori rovesciano il cappuccio del costume e calzano una maschera che ricorda pari pari la mostruosa bocca spalancata, effigiata sulla copertina del primo, storico album dei King Crimson (“In the Court of the Crimson King”, 1969).

Nella sua iconoclastica riscrittura Isidori si concede, comunque, una coda finale, quasi extra-testuale, affidata al 40enne Paolo Oricco, che è ormai il primattore della compagnia e qui incarna un lungocrinito Dioniso, il quale si fa, in buona sostanza, portavoce della dichiarazione di poetica del regista, che se da una parte satireggia se stesso, sino a definirsi un artista ‘di merda’, dall’altra parte rivendica orgogliosamente la propria estraneità, direi alienità rispetto al corrente teatro del Belpaese. E di questo non si può che essergli grati (con tutti i suoi impagabili attori: oltre Oricco, Maria Luisa Abate, Valentina Battistone, Ottavia Della Porta, Alessio Arbustini, Alessandro Bosticco).

  

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