Plinio Perilli (1955-2026): rigoglioso poeta e sapiente
critico, un uomo che cercava di essere felice
di
Marco Palladini
Pòst scritto a caldo domenica 31
maggio su FB: « “Posti belli! Lo spirito di Sciascia ti omaggia... ti abbraccio”.
Questo l’ultimo messaggio inviatomi
da Plinio Perilli giovedì sera alle 23.40 alla vigilia della mia partenza per
la Sicilia, dove mi trovo anche per omaggiare un caro amico, l’artista e
regista Silvio Benedetto, che se ne è andato un paio di settimane fa.
Poi ieri sera più o meno alla
medesima ora Davide Cortese mi ha informato che Plinius non c’è più. Mi è
sembrato un brutto scherzo. Non ci volevo credere. La vitamorte come un incubo
ti colpisce repentina, a tradimento e ti abbatte senza pietà.
Plinio era un poeta di acclarato
valore e uno straordinario, coltissimo critico. Ma per me era, anzi è
soprattutto un amico fraterno, di generosa, spumeggiante umanità, con cui ho
fatto tantissime cose assieme a partire dal 1992.
Ci vorrà molto tempo prima che
personalmente riesca a metabolizzare la sua perdita, a realizzare che non c’è
più.
Come dice mastro Shakespeare: tutto
il resto è silenzio! R.I.P. ».
Rientrato a Roma, qualche giorno
dopo, a mente leggermente più fredda, mi è difficile bypassare la cortina del
silenzio e dire qualcosa di non banale, di minimamente significativo di fronte
all’improvvisa, inattesa sparizione di una persona con cui ho condiviso quasi
quarant’anni di profonda amicizia. Ecco se debbo dire la prima cosa che mi
viene in mente è che per quattro decadi abbiamo potuto conversare e
chiacchierare assieme di letteratura, cinema, teatro, politica, sport,
relazioni amorose e quant’altro, trovando sempre una feconda sponda reciproca. Allora
quando se ne va un amico di tal fatta, comprendi che quello che ti mancherà di
più è di potere parlare con lui. Perché poi i libri, i suoi tantissimi testi
poetici e critici li puoi sempre rileggere. Ma la sua voce, le sue risate, i
suoi sbuffi indignati, certe intonazioni ilari o severe, le battute, anche il
peculiare cazzeggio, ossia il suo corpo vivo e pulsante, lo sai, quello non
tornerà più. Resterà depositato nella cassaforte della memoria, sin quando essa
ci reggerà.
E ci sarà tempo e modo per
riguardare e riconsiderare l’insieme della sua ingentissima opera poetocritica,
ma anche la sua figura di uomo di enorme generosità, pure troppa a mio avviso, perché
Perilli era un laico credente, un cristiano pieno, anzi stracolmo di buona
volontà e di attenzione verso gli altri, pure quelli che in genere vengono
disdegnati. E io lo ammiravo anche per questo, per il suo spirito, come è stato
detto, in più di un senso francescano. Direi che in lui c’era una apertura
filantropica a me sconosciuta, laddove la mia nota di fondo è, invece, quella
del misantropo (l’uomo, l’umanità, in generale, mi fa abbastanza schifo).
Letterariamente parlando eravamo animali molto diversi, ma ciò che ci
univa era la reciproca stima e accettazione della ‘differenza’. E non posso
sottacere la sua grande generosità nei miei confronti che lo indusse a
promuovere la pubblicazione di due miei libri: la raccolta poetica Fabrika
Poiesis (Fermenti, 1999) e il romanzo I virus sognano gli uomini
(Ensemble, 2021), entrambi i libri accompagnati da suoi ponderosi saggi
critici. Un altro magnifico saggio critico introduceva il mio testo teatrale Me
Dea (Edizioni Progetto Cultura, 2015). Ma altri peritissimi e ipercolti
saggi dedicò al mio lavoro poetico-musicale e a quello teatrale-performativo.
Ripensandoci, potrei pubblicare oggi un intero volume se decidessi di riunire
tutti i sapienti e illuminanti scritti che Plinius, bontà sua e con un impegno per
nulla scontato, ha voluto dedicare ai miei molti lavori artistici. Anche di
questo gli sono debitore, con affettuosa gratitudine. Tanto altro avrei da
richiamare per le moltissime occasioni di collaborazione che abbiamo avuto nei
decenni e che, in molti casi, coinvolgevano la sua compagna di vita e speciale
musa, la poliartista Nina Maroccolo (venuta meno tre anni fa e che pure lei
dimolto mi manca), ma mi fermo. Richiamo soltanto un suo bel ricordo a firma di Eraldo Affinati su
Avvenire:
Ho scritto a Eraldo che quando se
ne va di colpo un amico di una vita, fatalmente se ne va una parte di noi. Perché
Noi siamo altri come recita l’insegna del mio ultimo romanzo. Noi
che l’abbiamo frequentato e abbiamo interagito a vario titolo con lui per quasi
40 anni sappiamo che Plinius era anche noi. E tanto più sappiamo
che va perciò onorata la sua/nostra memoria.
Per chiudere questo minimo, amicale
e strettamente personale ricordo di Plinio, ripubblico qui la nota critica che
pubblicai su L’Age d’Or (gennaio 2021) relativa al suo importante libro poetico
Museo dell’Uomo, che oggi mi appare fatalmente una summa
testamentaria dell’intera poetica di Perilli.
******
Museo
dell’Uomo è un
titolo frontale e impegnativo che subito rimanda al Musée de l’Homme, la grande
istituzione etnografica parigina che intreccia nelle sue collezioni reperti
preistorici, di antropologia biologica e di etnologia. Ma il libro poetico di
Plinio Perilli (Editrice Zona, 2020) non ha tanto l’ambizione di proporsi come
un compendio gnoseologico sulla vita e la storia dell’Anthropos dalle origini
ad oggi, mira semmai a cantare e, assieme, a decantare la sua complessa e
chiaroscurale vicenda in rapporto al suo cammino nella modernità. È infatti
l’Uomo del Moderno il centro di questo libro ‘museale’. Ma la poesia di Perilli
non svolge una museificazione-tumulazione dell’Anthropos, bensì una
museificazione-celebrazione dell’Uomo nella cui interiorità egli scorge un
brillìo: «Dentro l’Uomo è la luce:
e noi dobbiamo / solo capirlo e attendere, infibrati sereni, / trasognare il
mondo, rispettare l’offertorio / di gemme o frutti della vita…». Dunque, l’Uomo
di Perilli è l’uomo illuminato nell’animo, forse l’uomo illuminista, il
protagonista di quella dialettica tra Kultur e Zivilisation, di cui, però, già
Thomas Mann nella prima metà del ’900 denunciava la decadenza. L’Uomo portatore
di luce (ergo anche luciferino) diviso tra ragione e fede, tra razionalità e
destino o magari, secondo scriveva Dietrich Bonhöffer, tra «resistenza e resa».
Il nome di Bonhöffer giunge propizio
per ricordare che al pensatore teologico tedesco ucciso dai nazisti dedicò un
libro (Un teologo contro Hitler,
2002) lo scrittore Eraldo Affinati, fraterno amico di Perilli, che con lui
nell’estate del 1995 fece un pellegrinaggio a piedi da Venezia sino ad
Auschwitz, là dove la storia dell’uomo occidentale conobbe il suo ‘cuore di
tenebra’ assoluto. Ma anche di fronte alla visione del luogo princeps della
Shoah, in cui risuona la basica domanda di Primo Levi (“Se questo è un uomo”),
Perilli non si abbandona a un cedimento nichilista e scrive «… Dio del perdono / terribile nella Pietà, se ancora la
Storia può epurarci / al vivere, a mai e mai credere che sia deposta la Morte,
cupo / evento una Croce, irripetibile ma ripetuta: qui s’inginocchia // - dove alla mente s’oscurò il cielo, e
l’anima terremotò”». È confidando nella terribilità di un «dio del perdono» che
si è immolato sulla croce che si può ancora cercare di credere nell’Uomo, nella
sua capacità di riscatto, nel suo sapersi rialzare pure dall’abisso del Male
totale e totalitario che alberga dentro di lui. Se la ragione sprofonda nel
buio (l’ebreo razionalista Primo Levi alla fine si suicidò, sentendosi
colpevole davanti ai milioni di ‘sommersi’), la fede in un moto di resistenza
si aggrappa, ancora e sempre, alla luce, per quanto fioca essa possa essere.
Tra i parecchi, precedenti libri
poetici di Perilli, quello forse più importante è Preghiere d’un laico (1994) che vinse molti, significativi
premi e soprattutto perché certificava, sin dal titolo, che per il poeta romano
la poesia è una forma di preghiera pronunciata da un autore che, comunque,
evita un tono sacerdotale o misticheggiante, che rimane una voce laica anche
quando assume una intonazione alta, quasi solenne. Direi in proposito che
l’enfasi lirica, la rotondità di stile sono tratti ineliminabili, strutturali
della voce poetica di Perilli, che si concreta in un effluvio di scrittura
piena, rigogliosa come un orto botanico gremito di stillanti e proteiformi
versi. Una scrittura generosa, umorosa e amorosa, debordante nel suo afferrare
il filo duraturo del vivere per urgenza destinale, per vibrazione quotidiana,
per ricerca di senso spirituale.
Museo
dell’Uomo,
prefato autorevolmente da Giulio Ferroni e che ha una suggestiva copertina dove
sullo sfondo di un nero teatrale o luttuosamente caravaggesco spiccano, quasi
tridimensionali, due primitive sculturine che raffigurano «una coppia di Naga
(popolo nativo della regione tra India e Myanmar)», mi sembra il libro apicale,
della consolidata maturità poetica di Perilli; il suo sottotitolo “poesie e
poemetti 1994-2020” chiarisce che ha dietro un percorso di scrittura di oltre
un quarto di secolo di grande coerenza e fedeltà a se stesso. Un vero breviario
laico che soprattutto rifulge nei molti componimenti poematici a sfondo
civile-politico. E mi ha colpito non solo e non tanto la porzione di testi
dedicati alla Resistenza (per esempio a Guido Pasolini, fratello di Pier Paolo,
partigiano ucciso dai partigiani comunisti filoslavi) o ai numerosi attentati
terroristici degli ultimi due decenni (a partire dall’abbattimento delle Twin
Towers), ma in primis il poemetto “Patria delle Patrie” dedicato ai giovani
patrioti che morirono nel 1849 sul Gianicolo nell’ultima disperata difesa della
Repubblica Romana. Perché lì c’è la scaturigine, in gran parte obliata, di un
sentimento di amore patrio, di appassionato orgoglio nel sentirsi italiani, che
il fascismo in gran misura deformò, strumentalizzò e pervertì sino a farlo
sentire (a tanti antifascisti) estraneo e respingente. Ecco, Perilli riesce per
via poetica a far rinascere quasi come nuovo quel sentimento dei ventenni che
andarono a morire con sulle labbra il grido “Viva l’Italia!”. Così nei suoi
versi «Ogni notte si ridesta – quel Reggimento di Eroi / e Roma bella
dall’alto, tornano a guardarla / melanconici o fieri, ciascuno per suo conto… /
Mameli coi suoi versi, e Dandolo, Morosini, Manara… / Quassù il Vangelo prese
in sposa l’Utopia del Mazzini, / l’emozione, l’equazione semplice che ben pochi
/ accettavano: ‘Dio e Popolo’, ‘Pensiero e Azione’…».
Il poemetto d’apertura “Adamo
disteso” prende le mosse da una omonima statua d’oro di Giacomo Manzù, ma a me
quella metaforica postura ha fatto pensare a L’épuisé (L’esausto, 1991), un magnifico saggio di Gilles
Deleuze che, ragionando sulla differenza tra l’essere stanco e l’essere
esausto, illuminava la condizione dell’uomo moderno, a partire dalle opere di
Beckett che mostravano l’esaurimento, lo ‘sfinimento fisiologico’ di figure
condotte sul confine di una completa estenuazione esistenziale. Ma Perilli
vede, invece, nella bella scultura di Manzù l’input per evocare l’originario
sorgere e insorgere dell’Uomo, pur con qualche linea di dubbio: «Adamo disteso, manichino svegliato –
per miracolo / eterno proclamato Primo Uomo, divino e mortale. / Sto nascendo e
già mi stanco a vivere, anche / a esserne felice… Che strana idea, che pazzo /
lievitare!... Disteso accanto a tutto ciò che / mi manca, o meglio ancora non
sono… Un dolore / mi prende dentro - …». Perché forse l’essere distesi
nell’atto di nascere ha in sé già il segno dell’essere esausti nella curva del
tramontare.
Nel compulsare la sovrabbondanza
testuale del volume si possono, via via, seguire i percorsi delle varie
sezioni. Ad esempio, l’ottava denominata “Il terremoto non è cattivo” annovera
poesie che sono una sorta di dolente memorandum dei più recenti eventi sismici
che hanno flagellato il centro-Italia: da quello in Abruzzo del 6 aprile 2009 a
quelli nell’alto Lazio del 24 agosto 2016 e in Umbria e nelle Marche del 30
ottobre dello stesso anno, per arrivare al crollo del Ponte Morandi a Genova il
14 agosto 2018, e senza dimenticare il maremoto che devastò Haiti e la sua
capitale Port-au-Prince all’inizio del 2010, rammentando Evan Muncie, un
sopravvissuto letteralmente miracolato per avere resistito per un mese sotto le
macerie: «‘Hai tu passeggiato in fondo
all’abisso? Le porte della
morte / ti son esse state scoperte? Hai tu veduto le porte
dell’ombra / di morte… E la tenebra dov’è la sua dimora?’
Giobbe d’un Evan! / Ogni maremoto o sisma che ci impazzisce il cuore eppure
chiede / alla mente di ragionare sul futuro, di meritarlo, inginocchiarsi /
immortali di morte, vermi della terra, sozzi pòrci nell’antro ancora / feriti,
fioriti d’ali, poi mammiferi eretti, miracolati dalle macerie, / fratelli
d’uomini, anime in pena, mai più creature indegne di sé». Ecco, ogni volta, in
ogni ricognizione nei cuori strappati di catastrofici eventi, Perilli come
Diogene di Sinope va cercando l’uomo con la sua lanterna poetica, ovvero cerca
la sua residua ‘dignitas’ anche nelle evenienze più sventurate e stravolgenti.
Nel baratro più totale è la dignità l’ultima cosa a cui l’uomo non può
abdicare.
Facendo un passo indietro, la
settima sezione viene dedicata ad “Amici artisti & poeti”, partendo da
Amelia Rosselli («Ma capivi il dolore, ogni nome di cuore! Tu che amavi / e
volavi agli altri, come Libellula
vibra veloce / e immota, pazza di luce, effimera da durare per sempre…») a
Dario Bellezza, da Elio Pagliarani a Kikuo Takano, da Valentino Zeichen alla
compagna Nina Maroccolo, al pittore e scultore americano Mark Kostabi. E al
poeta e matematico giapponese Takano si addicono terminali, icastici versi: «Un
Sol Levante che non tramonta… / … Dio è Tutto e ovunque, / lucciola, ibis,
mare/cielo, Fuji Yama… E l’uomo / è il Nulla che proprio Lui ci riempie, il
secchio / senza fondo che invece sempre attinge, trabocca vita». L’uomo quindi
è un nullapieno, un ‘nihil’ che tracima, che esonda, il cui flusso vitale
riempie il mondo di sé, a torto o a ragione. La facondia letteraria di Perilli
è sostenuta da questo tenacissimo filo umanistico, da un credo di inossidabile
neo-umanesimo che non si lascia scoraggiare dagli avvisi contrari di Martin
Heidegger: gli dèi sono volati via dal mondo, oramai è la Tecnica che governa
la terra e, vieppiù, il divenire della società, ché l’uomo ha perso la sua
centralità, è uno spostato, un essere disanimato in un falso movimento di
sviluppo senza progresso.
Plinio Perilli tutto questo lo sa,
perché è un poeta-critico letteratissimo e colto, è un autore che come Mallarmé
ha letto tutti i libri, ma la sua carne non è ancora stanca e triste, vibrano
ancora in lui le sollecitazioni della giovinezza, le pulsioni di uno spirito
che non si acquieta, che continua a manifestarsi in stato desiderante, nella
forma di una poesia innamorata, inebriata di vita in tutta la sua interminabile
fenomenologia: uomini, cose, piante, animali, paesaggi, opere d’arte. E se la
sua scrittura talora un poco si abbassa e corre e scorre parallela a certe
cronache giornalistiche, il suo piglio affabulatorio fa pensare al Pasolini di Trasumanar e organizzar (1971): un
trasumanar e concertar e edificar un Museo poetico non vetero-museale, bensì
biodinamico, colmo di enérgheia. E valgono un programma i versi: “Ora mi torna
tutta, quella frase lucente / d’Albert Camus che leggevo da giovane, / e
l’amavo già senza capirla: che l’uomo / ha un solo dovere sulla terra, quello
/ di essere felice… Echeggiava a lenirmi”.
Ecco, Museo dell’Uomo è il libro di un uomo che non ha mai rinunciato
alla ricerca della felicità. Che l’ha cercata anche nella felicità espressiva
di un verso, di una rima, di una strofa, pure guardando ai disastri naturali o
della historia, come oscillando tra epicedio ed epinicio. Affermava Carl Gustav
Jung: «Solo il medico ferito guarisce». Ergo solo una poesia che si fa carico
delle innumeri ferite dell’uomo può porsi come lenimento, conforto, sollievo in
vista di una guarigione magari non probabile, ma non impossibile. E forse la
piccola-grande felicità che si può raggiungere è soltanto in una diminuzione
della sofferenza, in un (Palazzeschi dixit) ‘controdolore’.
******
Mi piace in coda aggiungere la prima
e la quarta lassa di “Padre rinatomi”, un poemetto dedicato al genitore Ivo
Perilli (1902-1994), assai importante sceneggiatore e regista cinematografico,
a cui Plinio, oltretutto, assomigliava tantissimo.
1 –
Per come ora, da vecchio, mi sei
figlio
– Padre che aiuto, accudisco nei
giorni –
immanente al passato, e futuro già
antico:
nei tuoi cari occhi incerti, ride o
risoffre
il Secolo… Mai stanco a parlarne,
seppure
la memoria ti tradisce, vede bene
lontano,
ma sfalsa, zucchera l’Oggi. E di
quanto sole,
al suo tramonto, mi fai alba, breve
intima aurora
d’ogni tuo quieto, inenarrabile
avvento, amaro
approdo senile, umano premio di
lunghissima vita…
Troppe aspre guerre s’incarna,
fiorisce la tua
pace, primavera di cento inverni,
gelo a stille
– se del tuo nudo autunno s’ammanta
la mia estate.
(…)
4 –
Così la poltrona può accoglierti,
l’empia, golosa TV
distrarti, di colori cullarti. E poi
la notte che
solo è tua, il silenzio che pesa
reumi, decenni,
più buio e sfiancato lievita Amore.
Nell’incubo, roseo
risplende un viso: una Donna alla
sua antica, redenta
giovinezza ti chiama, t’è consorte
lassù, stella, sposa
in Quel che forse non credi… Anche
per oggi creatura
sopravvivi, al mio indomani
sconosciuto non sei morto.
Passa dalla terra ferita, il
paradiso che fa maiuscoli:
Cristo, in tanto male, ci salva, ci
resuscita azzurri.
(Ottobre 1994)
Triade poetica: Davide
Cortese, Marco Palladini, Plinio Perilli
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