diario
d’autore (32): note random su s. iori; s. lanuzza; cut-up burroughs; “poesia a
napoli”; j. lennon; f. sossai; luce di sicilia; M. cattelan
di
Marco Palladini
I “FLUSSI” DI IORI ► « “Se mi cercherai /
forse non ci sarò”. Dice proprio così, negli ultimi due versi di “Epilogo”, il
testo conclusivo del libro in cui si condensa una sorta di messaggio in
bottiglia di una ricerca poetica… in cui “la memoria perde peso”, per
accogliere nel suo alveo “le pulsioni che traversano il sentire”, motivate come
sono da “presenze” che fanno ricco un “canto” che assiomaticamente non conosce
confini ».
Traggo questa osservazione dalla postfazione di Vincenzo
Guarracino al libro Flussi (puntoacapo, 2025), la
sesta raccolta in versi del poeta mantovano Stefano Iori (n. 1951). Nota
critica che consente di inquadrare la processualità poetica di Iori (i “flussi”
evocano palesemente lo ‘stream of consciousness’ joyciano) che propone un
dettato lirico intenso e soffuso di taglio eminentemente esistenziale. È una
scrittura la sua, mai gridata o debordante, concentrata a mettere a fuoco i ‘dispercorsi’
più o meno fluidi del vivere e sottovivere quotidiano: «Il flusso si rinnova /
in dinamica di tracce // Andare andare / sempre seguitare». Anche quando sembra
sognare in grande, poi l’autore si abbassa di grado, annulla ogni possibile,
volontaristica retorica: «Vorrei guardare / il mondo dall’alto / come fanno gli
uccelli / mutare in libellula / per graffiare l’aria / (…) ma potrei
accontentarmi / di dondolare al vento / come foglia staccata dal ramo / che
vortica nell’aria / scendendo / salendo / per attimi sospesi».
Questa metafora della fragile foglia che svolita nel
soffio del vento, mi sembra la chiave per intendere la matura coscienza del
poeta che conosce le capricciosità del fato e che ripete a sé: « “Il traguardo
della vita / sta nell’estinguersi” // (…) “Il tempo che passa / senza la morte
/ è sommo miracolo” // (…) Mi pento e anniento / in simmetrica solitudine ».
Più che rassegnazione in questo essere-per-la-morte si coglie in Iori uno
stoicismo compiuto, non vanaglorioso che precisa: « “La vita è rallentato tuffo
/ verso la tomba” / penso / ma scelgo il silenzio // Abbasso lo sguardo //
Sorride / mi carezza ».
Secondo Guarracino occorre fare una distinzione tra
Memoria e Ricordo, laddove la prima fa riferimento alla razionalità e il
secondo al cuore, cioè ai sentimenti, ma a me sembra che Iori scombini le carte
e intrecci i concetti: «Nessun dolore / nella casa del ricordo / ché la memoria
/ non si lascia abitare // Le mura ormai vuote / crollano / senza un cenno
d’avviso // Solo sogni / finalmente»; e così allora si possono vedere «(…)
poeti in lotta con ladri di sogni // Malinconia eccitazione / ozio silenzio bailamme
sogni / la memoria si fa zeppa / di insolenti meraviglie».
Dunque, forse i primi ladri di sogni sono proprio i poeti
che lottano con la risacca del passato e le onde del presente e sanno che
nell’incessante, molteplice flusso della vita la meraviglia sono i fatti che si
tramutano in sogni e i sogni che diventano l’unica realtà, sia pure trafitta da
enigmi che non consentono di dare risposte certe su nulla: «La voce del nulla /
spegne ogni vestigia / persino i fossili / più antichi tacciono // L’anima
nostra cava / avverte quel fremito / si gonfia / spalancata / accoglie /
l’ignoto che luccica / tra i rami del futuro».
Con voce sommessa, ma di patente impronta sofopoetica
Iori traccia in questa raccolta quasi un diagramma testamentario che non cela «
(…) amarezze delusioni / malintesi senza sbocco // Un velo di vergogna / sfalda
la geometria / della perfezione ambita // è
tempo di limare / la spocchia antica». Tenace si dipana nei suoi versi la trama
interiore di una ungarettiana “vita di un uomo” ricolma di «(…) Assilli
congetture fantasmi crucci // (…) Perfino gli spettri del dolore finiscono /
per spegnersi in un dopo che non c’è / dentro il sacco ovattato dei sorrisi
mancati».
Così se il poeta ‘forse non ci sarà’ se andremo a
cercarlo, ci saranno a futura memoria le sue parole orgogliosamente consapevoli
di sé, del proprio non indecente, resistente lascito: «Tutto tace / è giunta la morte? / Ma no! È solo
silenzio / Chi ha parlato di morte? / (…) Non c’è nulla da temere / se non il
putrido pensare / di chi sceglie l’arroganza».
Ben detto, mi verrebbe da chiosare.
FIRENZE LETTERARIA ► Siciliano del messinese,
ma trapiantato da sessant’anni a Firenze dove arrivò in compagnia di tanti
altri giovani ‘angeli del fango’ per aiutare la città a risollevarsi dalla
disastrosa alluvione dell’Arno del 1966,
Stefano Lanuzza è uno degli ultimi, eccellenti critici militanti italiani fuori
dal circuito autoprotetto e blindato del mainstream letterario nazionale, per
lo più mediocre e scevro di forti valori etico-noetici.
Alla sua ingentissima e assai variegata bibliografia
adesso Lanuzza aggiunge un nuovo volume Città della letteratura
(Lyrics, 2026) che è dedicato proprio al capoluogo toscano, alla sua città di
adozione che, però, mi pare, non l’ha mai adeguatamente ripagato e onorato. Ma
Lanuzza non credo che se ne crucci più di tanto, perché appunto il suo enorme
lavoro di scrittura critica ha sempre seguito un asse etico-noetico raro da
queste parti e ancor più raramente accolto e premiato. In ogni caso, il libro
che ho compulsato con piacere e profitto raccoglie una messe di scritti e
recensioni che attraversano molte stagioni della scena letteraria fiorentina,
andando dagli inizi del Novecento sino a questo primo quarto del secolo XXI. Ed
anzi forte è la sottolineatura che Firenze è stata nella prima metà dello
scorso secolo la più importante città letteraria italiana con un luogo
d’elezione entrato nel mito, il caffè “Le Giubbe Rosse”, e con una serie di
riviste come “Il Leonardo”, “La Voce”, “Lacerba”, “Il Marzocco”, “Il Regno” che
hanno animato con una vivacità oggi impensabile il panorama culturale di una
Italietta già scossa dai proclami del movimento futurista. Un elenco assai
parziale degli scrittori, poeti e critici che operavano o transitavano in quei
decenni a Firenze fa comprendere perché non pochi la designavano come una sorta
di Atene contemporanea: Papini, Prezzolini, Cecchi, Soffici, Palazzeschi,
Campana, Corradini, Marinetti, De Robertis, Lucini e, poi, Montale, Gadda,
Bilenchi, Vittorini, Landolfi, Tecchi, Saba, Comisso, Solmi, Piovene, Zavattini
etc. etc.
Un pantheon di autori che Lanuzza scrutina nella sua
puntigliosa ricostruzione storica richiamando tanti episodi e, pure, conflitti
culturali e politici, per poi virare su tempi più recenti dove, tra le riviste
che lasciano il segno, ci sono sicuramente “Il Portolano” fondata da Francesco
Gurrieri e “Molloy” fondata da Ferruccio Masini e dal medesimo Lanuzza, che qui
all’insigne germanista, nonché ottimo poeta, morto nel 1988, dedica un
significativo profilo critico.
Peraltro, i nomi e le figure evocate in questo libro sono
tantissime, impossibile elencarle tutte, ma va almeno richiamato il perspicuo
saggio dedicato a Saverio Strati, robusto romanziere calabrese vissuto per
molti decenni a Scandicci (e ivi deceduto nel 2014 a quasi novant,’anni),
epperò sempre rimasto estraneo all’ambiente letterario fiorentino. E poi, mi
pare opportuno citare una figura laterale, l’eccentrico poligrafo Carlo Lapucci,
di cui Lanuzza richiama un «enciclopedico volume Magia e poesia. Mistero
di maghi poeti e di grandi poeti (2022)» e un libro sfrenatamente
satirico-burlesco come Detti preclari e fatti esemplari di Rotorio
Barbafiera filosofo della mutua (2021). Ancora mi piace rammentare i
pezzi dedicati a tre autrici che pure io ho conosciuto molto bene diventandone
amico: la poetessa e drammaturga Liliana Ugolini (venuta meno nel 2021), la
pugliese-fiorentina Titti Follieri e la marchigiana-fiorentina Elda Torres.
Questo patente atto d’amore critico per Firenze e i suoi
letterati si apre con la foto a colori della statua di Dostoevskij al Parco
delle Cascine della città del giglio, e si chiude con l’immagine in
bianco&nero di Eugenio Montale e Elio Vittorini seduti a un tavolino delle
“Giubbe Rosse” negli anni Trenta. Allora, nel tempo della Comunicazione
trionfante il libro di Lanuzza mi verrebbe dostoevskijanamente di
sottotitolarlo “Memorie dal sottosuolo” (della Cultura). Così è, se vi pare.
BURROUGHS DIXIT ► Un calibrato cut-up da The Adding
Machine (1985) di William S. Burroughs:
«Scrivo qualcosa e lì per lì mi pare buono ma
poi lo rivedo e dico: mio Dio, fallo a pezzetti microscopici e buttalo nella
pattumiera di qualcun altro. Mi chiedo quanti scrittori abbiano avuto
esperienze simili. Sarebbe interessante raccogliere questi scritti e farne
un’antologia…
La maggior parte dei problemi del mondo è
stata causata da gente che non sa farsi gli affari propri perché non ha affari
propri a cui pensare, non più di quanti ne abbia il virus del vaiolo…
Il primo segno di una merda è che deve sempre
avere ragione. E a ragione dobbiamo fare una distinzione tra una
merda occupata da un virus tosto e un piatto, ordinario, inoffensivo figlio di
puttana…
Il marchio di fabbrica indelebile di una merda
è che deve avere RAGIONE. E per avere RAGIONE deve fare in modo che qualcun
altro abbia TORTO…
Si è tentati di cercare una soluzione totale
al problema delle merde: la Giornata dell’Assassinio di Massa. G.A.M. Mandare
al macello le merde del mondo come le mucche con l’aftosa. Ci sentiremo tutti
molto meglio…
Il sublime concetto di furto totale è
implicito nel cut-up e nel montaggio…
À bas l’originalité, l’ego sterile e assertivo che imprigiona
mentre crea. Vive le vol – puro, spudorato, totale. Non siamo
responsabili. Rubate tutto quello che potete…
Non potete scrivere a meno che non vogliate
scrivere e non potete volerlo a meno che non ve lo sentiate…
Uno scrittore ha poco potere ma ha la libertà,
almeno in Occidente, signor Evtušenko. Ci pensi bene. Vuole essere solo il
portavoce degli uomini di potere affermati? Più potere, meno libertà…
Esiste una tecnica della scrittura? Si può
insegnare la scrittura? (…) Non c’è un solo modo di scrivere (…) In linea di
massima più uno scrittore è attento, più cose troverà di cui scrivere…
Dopo aver tenuto vari corsi di scrittura
creativa, sono arrivato a dubitare che la scrittura si possa insegnare. È come
cercare di insegnare a qualcuno come sognare (…) imparare a leggere con
criterio è fondamentale per imparare a scrivere…
Un brutto titolo può affondare un libro di
qualità, così come un buon titolo può far vendere un libro brutto…
Scrivere recensioni di libri è una buona
pratica…
Vecchia signora: Deve essere molto pericoloso
fare lo scrittore – Papà (Hemingway): Proprio così signora, e sono in pochi a
sopravvivere…
In Hemingway non c’è nulla se non Hemingway
(…) aveva uno stile così caratteristico che ci è rimasto intrappolato per
sempre (…) Hemingway scrisse la sua morte come personaggio (…) sentiva l’odore
della morte (…) scriveva se stesso come personaggio (…) Lo scrisse nelle Nevi
del Kilimangiaro, dove il pilota è la Morte. “Indicava davanti a sé,
bianco bianco bianco a perdita d’occhio, le nevi del Kilimangiaro”. È questa
l’ultima riga…
La scrittura è proprio questo: un viaggio nel
tempo…
Dal 1971 la mia teoria generale è che la
Parola sia in tutto e per tutto un virus non ancora riconosciuto come tale
poiché ha raggiunto con il suo ospite umano uno stato relativamente stabile di
simbiosi: ossia, il Virus della Parola (l’Altra Metà) si è confermato come
parte accettata dell’organismo umano (…) Ma la Parola chiaramente reca con sé
l’unica caratteristica distintiva di ogni virus: è un organismo senza alcuna
funzione interna se non quella di replicarsi…
In principio era la parola e la parola era
Dio. E questo cosa ci rende? Manichini da ventriloquo. È ora di lasciarsi alle
spalle la Parola-Dio…
Prima di tutto, ho riconosciuto la scrittura
come operazione magica, e poiché simili operazioni sono progettate per produrre
risultati specifici, questo ci porta ad indagare sugli scopi della scrittura.
Ricordate che la parola scritta è un’immagine; che la prima scrittura era
pittorica, sicché pittura e scrittura erano un’unica operazione…
Rispetto alla maggior parte della narrativa,
il giornalismo è più vicino alle origini magiche della scrittura (…) la
tecnologia è quella della magia; nel caso di giornali e riviste, soprattutto
magia nera…
Cos’è la scrittura? (…) non avevo una
risposta; ma ora ce l’ho: lo scopo della scrittura è quello di far accadere
qualcosa (…) Nel mondo della magia nulla accade a meno che qualcuno non
desideri che accada, voglia che accada; ci sono formule magiche
per incanalare e convogliare la volontà. L’artista cerca di far accadere
qualcosa nella mente dell’osservatore o del lettore…
La scrittura è ancora confinata nella camicia
di forza rappresentativa e sequenziale del romanzo, una forma tanto arbitraria
quanto il sonetto e tanto lontana dagli attuali fatti della percezione e della
coscienza umane quanto la forma poetica quattrocentesca. La coscienza è
un cut-up; la vita è un cut-up. Ogni volta che
camminate per strada o guardate fuori dalla finestra, il vostro flusso di
coscienza è interrotto da fattori casuali…
Un Johnson è qualcuno che mantiene la parola e
onora i suoi obblighi. È un uomo con cui si fanno ottimi affari e che conviene
avere nella squadra. Non è una persona malevola, ficcanaso, piena di sé, che
s’impiccia e causa grane (…) Un Johnson si fa gli affari suoi…
“Soltanto gli sciocchi provano compassione per
quelle canaglie che ricevono la punizione prima d’aver commesso il male”,
Shakespeare…
Una puttanella vede qualcuno che dorme
in metropolitana, gli innaffia i capelli con del liquido infiammabile e gli dà
fuoco. “Mi andava di farlo” ha detto…
Uno psicoanalista che esercitava in Marocco mi
disse che il super-io sembrava mancare o almeno essere diverso nei suoi
pazienti arabi. In Occidente sembriamo trovarci in una fase che si potrebbe
chiamare di semicoscienza o di coscienza marginale. Forse non siamo lontani dal
momento in cui l’inconscio si fonderà con il conscio…
Se l’uomo bicamerale obbediva volentieri alle
voci, senza fare domande, l’uomo moderno sembra obbligato a obbedire perché
la voce è presente. La voce si è impadronita con la sua presenza dei
centri motori…
Pensate a qualcuno e sentite in gola la sua
voce, sentite la sua faccia nella vostra e i suoi occhi che guardano. Noterete
che accade più con alcune persone che con altre. E alcune sono più presenti
nella voce. Mi basta pensare alla mia amica inglese Felicity Manson e il suo
nitido accento britannico dell’alta società risuona gentile nella stanza. E
Gregory Corso ha una forte voce assente. Ammettiamolo, voi siete altre persone
e le altre persone sono voi…
Di recente è stato dimostrato che il sogno è
una necessità biologica al pari del sonno. Il sogno serve come legame con il
nostro destino nello spazio. Privati di questa linea aerea, moriamo…
Presi l’abitudine di trascrivere i sogni e
ormai è una quarantina d’anni che lo faccio. Ho iniziato a scrivere i sogni
molto prima di diventare scrittore (…) almeno il quaranta per cento del mio
materiale deriva dai sogni…
I sogni mi sono utilissimi a livello
professionale. Circa la metà delle mie ambientazioni e dei miei personaggi
provengono dai sogni. Ogni tanto trovo un libro o un foglio in un sogno e leggo
un intero capitolo o un racconto… Mi sveglio, prendo qualche appunto, il giorno
dopo mi siedo alla macchina da scrivere e copio dal libro dei sogni…
I sogni implicano viaggi nel tempo. Ne consegue allora che i viaggi nel tempo
sono una necessità? …
La funzione dei sogni è quella di allenare
l’essere per le condizioni future…
L’arte ha la stessa funzione dei sogni. La
Repubblica di Platone è il progetto di un campo di sterminio…
Da Alce nero parla di John
Neihardt: “Il cerchio della nazione si sfalda e si disperde come un anello di
fumo. Non c’è più un centro. L’albero sacro è morto e tutti gli uccelli se ne
sono andati”…
Ci troviamo di fronte a definizioni del
conscio che sono inevitabilmente fuorvianti, poiché abbiamo ridotto per
definizione la coscienza a un’attività puramente verbale della parte frontale
del cervello. È la coscienza a definire la coscienza. Chi è consapevole di cosa?
Korzybski che formulò la Semantica Generale diceva ai suoi studenti: “Si pensa
tanto con l’alluce quanto con il cervello e con molta più efficacia”…
Secondo l’ipotesi di Jaynes il linguaggio
deriva non da necessità pratiche bensì dall’esperienza religiosa. La verità
religiosa è sempre di natura categorica e dogmatica: “Io sono la
via e la luce”…
L’unica legge valida del gioco d’azzardo è che
vittorie e sconfitte avvengono in serie. Buttatevi quando vincete e fermatevi
quando perdete…
Chi, allora, ha bisogno di controllare gli
altri se non quelli che, proprio grazie a questo controllo, proteggono una
posizione di relativo vantaggio? Perché hanno bisogno di esercitare il
controllo? Perché se rinunciassero al controllo perderebbero presto questa
posizione e questo vantaggio e, in molti casi, anche la loro stessa vita…
Hitler formò le S.S. per proteggersi dalle
S.A. Se fosse vissuto abbastanza a lungo, si sarebbe posto il problema della
protezione dalle S.S. Gli imperatori romani erano alla mercè della guardia
pretoriana, che in un anno uccise venti imperatori…
Sono un elitista. Credo nel governo da parte
di chi è in grado di governare. Ci sono pochissime persone brave a fare
qualcosa, pochissimi avvocati, medici, falegnami, scrittori o pittori capaci
(…) L’intera farsa del governo di maggioranza è una porta da cui entrano gli
indegni, ben consapevoli che un’istanza selezionata, con capacità di
discernimento, li relegherebbe invece ai lavori umili e impiegatizi che forse
potrebbero essere in grado di svolgere (…) La politica è l’unico campo in cui
la stupidità e l’ignoranza sono sfacciatamente addotte come qualifiche per la
carica…
Le donne potrebbero anche essere un errore
biologico: lo dissi in The Job…
I cittadini riflessivi si chiedono se l’intera
razza umana non sia sempre stata un errore fin dal principio…
La Storia del pianeta è una Storia di idiozia
evidenziata da alcuni idioti che si distinguono come geni comparativi…
Oggi nessun supergenio ha raggiunto quella che
si potrebbe chiamare un’intelligenza normale in termini di funzionamento
potenziale del manufatto umano…
L. Ron Hubbard disse: “La cosa più morale per
un uomo sarebbe vivere in modo infinitamente immorale”…
Mr. Hart incarna lo spirito competitivo, avido
e votato al successo che ha portato alla nascita del capitalismo americano.
L’estensione logica di questo brutto spirito è criminale. Il successo si
giustifica da sé. Chi ha successo merita di avere successo, ha RAGIONE…
I mutanti umani devono fare un passo verso
l’ignoto, un passo che nessun essere umano ha mai fatto prima…
Come dice Brion Gysin, siamo qui per
andarcene. Se tutte le nazioni vedessero la terra come una stazione spaziale e
una pista di atterraggio, il concetto di guerra sarebbe irrilevante. C’è
qualche possibilità che questo accada? …
“Abbiamo agito nell’interesse della sicurezza
nazionale” dicono compiaciuti. È il vecchio gioco della guerra, da qui
all’eternità (…) Si direbbe che solo un miracolo potrebbe scuotere il pianeta
al punto di farci rendere conto che il gioco ci ucciderà tutti a meno che non
smettiamo di giocarci…
L’ego sembra trovarsi nel mesencefalo, nella
parte superiore della testa…
“L’io è un fatto essenziale della vita”. Per
chi è essenziale? Nessuno ha detto al dotto signore che le discipline
spirituali orientali con milioni di seguaci sono concepite proprio per
eliminare l’“io”? …
Da sempre, i buddhisti considerano l’io un
impedimento spirituale…
Affrontare la possibilità del fallimento è la
chiave del successo. (Gli artisti vi diranno che quanto più è grande la paura
del palcoscenico tanto migliore sarà la prestazione)…
Alla fine, tutti sono vittime…
Il diavolo non dispensa, anzi, non può
dispensare merce di qualità. Può fare di voi lo scrittore più famoso, più
letto, più ricco del mondo, ma non può fare di voi il miglior scrittore. E
nemmeno un buono scrittore…
E cosa causa il blocco dello scrittore? Di
solito è l’eccesso di scrittura che permette alla brutta scrittura di avere la
meglio…
Gli scrittori (…) possono diventare comunisti,
il che è peggio a causa della posizione fondamentalmente spuria del comunismo:
progresso verso cosa? Una vita migliore per una popolazione di zombie
decorticati… Perché? A chi importa? …
Da bambino avevo rinunciato a scrivere, forse
perché ero incapace di affrontare quello che deve fare ogni scrittore: scrivere
tanto e male prima di scrivere bene…
A Tangeri, Kells mi disse la verità: “So di
essere morto e lo sei anche tu…”. Gli scrittori sono tutti morti e tutta la
scrittura è postuma. Siamo davvero nell’aldilà e senza incarico…
I critici si lamentano sempre, affermando che
gli scrittori non hanno parametri di riferimento; eppure loro stessi sembrano
non avere altri parametri per la critica letteraria che i loro pregiudizi
personali…
“Scrivi di ciò che conosci. Più
di qualunque altra ragione, gli scrittori falliscono perché cercano di scrivere
su cose che non conoscono. Non so se hai mai visto un miraggio. Sono abbastanza
sicuro che non hai mai visto un uomo morire perché ne ho visto uno”…
Molte persone che si definiscono scrittori e
hanno il nome sui libri non sono scrittori e non scrivono; un torero che
combatte un toro è diverso da uno stronzero che si destreggia senza avere un
toro davanti. Lo scrittore ci è stato altrimenti non può scriverne (…) Deve
correre dei rischi. Solo quei critici
capaci di seguirlo in questo viaggio e disposti a farlo hanno le competenze per
giudicare la sua opera…».
PREMIO “POESIA A NAPOLI” ►
Lo scorso 13 aprile si è tenuta al Gran Caffè Gambrinus la cerimonia conclusiva
del Premio “Poesia a Napoli – VI edizione 2024-2025”, in cui ero tra gli autori
finalisti. Nell’occasione è stata anche presentata l’antologia dei testi per
l’appunto selezionati, sia in lingua italiana, sia in dialetto partenopeo (tre
per ogni poeta). L’antologia pubblicata da Guida Editori (2026), la più
importante casa editrice sulla piazza napoletana, era a cura dei giurati Laura
Cannavacciuolo, Eugenio Lucrezi, Antonio Perrone, Biancamaria Sparano,
Ferdinando Tricarico.
Qui di seguito pubblico il primo dei miei testi inclusi
nell’antologia:
Biopoesia
Mi
affaccio sull’orlo della poesia
e ho
come una vertigine che eclissa la saggezza.
Mi
aggiro intorno ai limiti della poesia
e
sento lo strazio delle voci dei diversi.
Non
so quel che faccio, eppure lo faccio,
faccio
il poeta per galleggiare,
per nuotare nel mare della sovracoscienza
Si
procede a vista oppure alla cieca,
vuoto
è l’orizzonte e io non riesco
a
programmare il computer dell’anima.
La psiche non è mai quello che sembra
o che sospettiamo, la poesia coraggiosa
la fanno gli uomini strani o impoetici
che stanno al mondo per scommessa,
per sfida o per condanna.
Tra il micro e il macro la mia mente
manca la propria messa a punto
e la poesia puntualmente lo registra.
Vivo nello scarto tra l’essere e il voler essere,
sono un numero casuale gettato nel reale.
Aspetto sempre l’innegabile, ma nel frattempo
la poesia mi regala il piacere della disputa,
di alimentare il focus della
controversia.
Chi individua i neuroni specchio della poesia
saprà tirare le fila della sua biografia?
LENNON AUTOPROFETICO ► All’ultimo
festival di Cannes (12-23 maggio u.s.) il regista americano Steven Soderbergh
ha presentato un documentario John Lennon: The Last Interview
basato su una intervista radiofonica realizzata da una emittente di San
Francisco poche ore prima della sua uccisione (8 dicembre 1980), registrata
nell’ufficio dell’ex-Beatle al Dakota Building di New York. In un passaggio di
questa intervista, pressoché testamentaria, Lennon fa una dichiarazione che
appare sinistramente autoprofetica: «Quello che vogliono sono eroi morti, come
Sid Vicious e James Dean. Non mi interessa diventare un fottuto eroe morto…
quindi lasciamoli perdere».
E invece poche ore dopo il musicista divenne proprio un
‘fottuto eroe morto’ per milioni di fans nel mondo. Ciò mi richiama un’altra,
sua famosa affermazione: «La vita è quello che ti accade, mentre tu sei intento
a fare altri programmi e progetti». Eh già, la vita è anche quello che
improvvisamente, a tradimento ti porta via la vita.
Peraltro, il documentario di Soderbergh, con il consenso
del figlio Sean Lennon, ha usato la IA per ricostruire le immagini artificiali
di John e della moglie Yoko Ono come apparivano quarantasei anni fa. Circa il
10% del film si avvale di questa tecnologia che, secondo Sean, il padre avrebbe
approvato, perché sempre aperto alle innovazioni e alle sperimentazioni.
Lennon a quarant’anni sottolineava che non era più il
ragazzo ventenne che suonava con i Beatles, e che dopo cinque anni di silenzio
artistico, stava riorientando la sua esistenza di adulto, e calibrando in
questo senso la sua nuova produzione musicale. Serviva una ripartenza, un
ricominciare da capo come cantava nel brano Starting Over. Purtroppo,
non ne ha avuto il tempo. Rimane la sua immagine digitale a regalargli una
sorta di techno-immortalità.
SOSSAI, UN JARMUSH DEL NORD-EST ►
Ho visto con grande ritardo Le città di pianura (2025), il film
di Francesco Sossai pluripremiato ai David di Donatello. Non mi è sembrato un
capolavoro, ma è un film piacevole, arguto, intelligente e soprattutto
differente o ‘differante’ rispetto alla stragrande maggioranza dei prodotti
cinemici nazionali, gravati da uno stucchevole clima di ‘commedianza’ italo-romanota
e dove recitano sempre gli stessi attori e attrici.
Sossai appare un Jim Jarmush del nord-est, realizza un
film ‘on the road’ che vagabonda nei luoghi della provincia veneta, che in
qualche modo somiglia alle atmosfere anche musicali del mid-west o della west
coast americana. C’è la stessa dinamica di vite allo sbando, che girano a
vuoto, gonfie di alcool e di disillusioni, ma pur tuttavia al fondo resilienti
con la loro umanità piena di ironia, di ammiccante disincanto.
Quello che, però, più di tutto mi ha colpito è che
nessuno, che io sappia, abbia compreso che Le città di pianura è Il
sorpasso 63 anni dopo. Ovviamente con le debite varianti rispetto al
capolavoro di Dino Risi. Qui il personaggio di Bruno Cortona (Vittorio Gassman)
si sdoppia nei due personaggi di Carlobianchi (Sergio Romano) e Doriano
(Pierpaolo Capovilla). In luogo dello studente di giurisprudenza Roberto
Mariani (Jean-Louis Trintignant) c’è lo studente napoletano di architettura Giulio
(Filippo Scotti). Pure Giulio come Roberto è un giovane timido,
psicologicamente bloccato, innamorato di una coetanea a cui non sa dichiararsi.
E come Roberto anche Giulio viene trascinato controvoglia in una sorta di
sconclusionato viaggio-debauche alcolica notturna e diurna, con tanti incontri
e spostamenti e appuntamenti mancati. E se nel Sorpasso
incontravamo, nella villa di campagna degli zii di Roberto, il servitore gay
Occhiofino (=finocchio), qui troviamo in una magione aristocratica un giovane
barbuto proprietario omosessuale che viene sedotto e raggirato dal baffuto
Carlobianchi.
Quello, comunque, che soprattutto cambia non è tanto e
solo il paesaggio: quello estivo ed effervescente della via Aurelia tra Lazio e
Toscana nel film di Risi e quello autunnale e grigio della antropizzata pianura
nord-estina nella pellicola di Sossai. Quello che cambia radicalmente il senso
dei due film è il finale. Lo sfigato, ma aggressivo e fanfarone Bruno Cortona è
imbevuto dello spirito vitalistico, ottimistico dell’Italia affluente, del
‘boom’ consumistico dei primi anni ’60, guida grintoso e fanatico uno spider
Lancia Aurelia B24. Ma Risi avverte, in tempo reale, che quel ‘boom’ sta per
saltare, non è tutto oro quello che luccica. Così, il finale è tragico,
l’ultimo sorpasso si tramuta in un incidente fatale. Lo studente muore e non
raggiungerà mai a Viareggio la ragazza di cui è invaghito. Cortona sopravvive,
ma la sua espressione smarrita, sotto shock fa capire che la corsa è finita, i
giuochi sono terminati. Lo sguardo satirico-brillante di Risi è intriso di
pessimismo.
I due sfigati Carlobianchi e Doriano sanno invece da un
pezzo che i giuochi sono chiusi, che l’avvenire è dietro le spalle, sono già
dei sopravvissuti, oramai «troppo vecchi per crescere», come sogghigna Doriano.
Così, il finale, in questo presente coincidente col primo quarto del XXI
secolo, palesemente buio di prospettive e di speranze, è sorprendentemente
allegro, ottimistico. Lo studente Giulio non muore, sale sul treno e corre a
Verona dove l’aspetta la ragazza che ama e possiamo pensare o sperare che il
loro futuro sia felicemente insieme. Mentre i due alcolizzati buontemponi non
si fermeranno, continueranno a scorrazzare su un’auto di lusso, la Jaguar
S-Type, acquistata con i proventi di vecchi furti. Andranno avanti, beffardi e
incoscienti, al modo poetico in cui canta Ligabue: «Certe notti ti senti padrone di un posto / che
tanto di giorno non c’è / Certe notti se sei fortunato / Bussi alla porta di
chi è come te / C’è la notte che ti tiene fra le sue tette / Un po’ mamma un po’
porca com’è / Quelle notti da farci l’amore / Fin quando fa male fin quando ce
n’è».
Mi auguro allora che il 37enne
Francesco Sossai conservi la sua diversità etnico-culturale e si tenga lontano
dal mood italo-romanota, e vada pure lui avanti a fare amorosamente cinema «Fin
quando fa male fin quando ce n’è».
LUCE DI SICILIA ► Ogni volta che scendo
in Sicilia mi sembra di scoprire qualcosa di nuovo sulla Trinacria e i suoi
paesaggi. Per esempio, viaggiando per due ore in pullman da Catania a Canicattì
si attraversa un entroterra siciliano che mi fa pensare, sia pure per approssimazione,
ai paesaggi dei film western: territori pressoché desertici, disabitati, non
ancora o non mai antropizzati, rarissime case, colline spoglie, creste di
alture, ogni tanto campi coltivati, covoni di grano, assai scarsa vegetazione, terreni
bruciati, niente alberi, l’ombra è inesistente. Un paesaggio ancestrale, quasi
metafisico gettato dentro una luce abbagliante, sovraesposta. Rifletto: il
cielo è lo stesso, il sole è lo stesso, ma la luce in Sicilia è diversa, è una
luce ‘aumentata’, quasi crudele, feroce. È una luce accecante che mi ricorda
uno dei primi film di Pietro Germi, In nome della legge (1949),
girato a Sciacca, in provincia di Agrigento, in cui un giovane magistrato
inviato in un paesino deve combattere contro i notabili e i mafiosi locali, in
mezzo all’omertà della gente. E procede a cavallo, come uno sceriffo del West,
su lunghe, assolate e abbacinanti strade bianche, incrociando i malavitosi,
pure loro a cavallo, che gli indirizzano minacciosi avvertimenti. Sono
trascorsi settantasette anni, ma quei paesaggi, pressoché epici, scorrono in
qualche modo ancora sotto i miei occhi, con i loro antichi fantasmi. E come una
maledizione mi risovviene la frase del Principe di Salina nel Gattopardo:
«Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi». Palermitano
doc, Giuseppe Tomasi, XI principe di Lampedusa, è come se avesse scolpito in
un’unica, icastica definizione l’anima profonda, sempiterna della sicilitudine.
Ma è ancora così? La modernità, la postmodernità hanno cambiato soltanto in
superficie la psico-antropologia siciliana, ma nel profondo essa è rimasta
com’è? Non so rispondere. Spero di no, ma il dubbio sussiste. Intanto guardo. I
miei occhi si imbevono di questa luce quasi astratta, africana e mi sento
trasportato in un altrove, col dialetto siculo degli altri passeggeri del
pullman a fare in sottofondo da colonna sonora. In Sicilia io sogno, da poeta,
ad occhi aperti.
ARTE O POST-ARTE? ► Comedian
è un’opera, diciamo così, di Maurizio Cattelan. Tale opera consiste in una
banana fissata al muro con un nastro adesivo, per la serie “Lo potevo fare
anch’io”, come recita il titolo ironico di un libro del critico d’arte
Francesco Bonami. Sì, la poteva fare tale ‘opera’ chiunque di noi, ma l’idea
l’ha avuta il 65enne padovano Cattelan e questa idea (l’opera in sé è un puro
nulla) viene valutata, apprendo, sul mercato dell’arte la bellezza di 6,2
milioni di dollari (sic).
Il 30 maggio u.s. qualche sconsiderato o sciocco
feticista ha rubato, chissà perché (per mangiarsela?), al Centre Pompidou-Metz
in Francia la banana di Cattelan, che comunque è stata prontamente sostituita,
perché appunto non è l’oggetto materiale che ha un valore, ma l’idea-simbolo
che esso veicola. Piaccia o non piaccia l’arte concettuale funziona così, è un
regno virtuale, immateriale, inafferrabile.
‘Comedian’ del resto significa ‘comico’, e Cattelan è
come se volesse sottolineare la comicità del suo fare artistico, il suo essere
un furbissimo clown che vende idee più o meno azzeccate o efficaci dal lato
comunicativo, che incassano milioni e milioni di dollari. Qualcuno pensa che
lui sia il profeta della post-arte, ma sono i soliti maligni ed invidiosi.
Maurizio passa e va e di loro non si cura. Intanto il suo già enorme conto in
banca cresce, cresce, cresce vieppiù.
giugno 2026
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