diario d’autore (32): note random su s. iori; s. lanuzza; cut-up burroughs; “poesia a napoli”; j. lennon; f. sossai; luce di sicilia; M. cattelan   

 

di Marco Palladini

 

I “FLUSSI” DI IORI ► « “Se mi cercherai / forse non ci sarò”. Dice proprio così, negli ultimi due versi di “Epilogo”, il testo conclusivo del libro in cui si condensa una sorta di messaggio in bottiglia di una ricerca poetica… in cui “la memoria perde peso”, per accogliere nel suo alveo “le pulsioni che traversano il sentire”, motivate come sono da “presenze” che fanno ricco un “canto” che assiomaticamente non conosce confini ». 

Traggo questa osservazione dalla postfazione di Vincenzo Guarracino al libro Flussi (puntoacapo, 2025), la sesta raccolta in versi del poeta mantovano Stefano Iori (n. 1951). Nota critica che consente di inquadrare la processualità poetica di Iori (i “flussi” evocano palesemente lo ‘stream of consciousness’ joyciano) che propone un dettato lirico intenso e soffuso di taglio eminentemente esistenziale. È una scrittura la sua, mai gridata o debordante, concentrata a mettere a fuoco i ‘dispercorsi’ più o meno fluidi del vivere e sottovivere quotidiano: «Il flusso si rinnova / in dinamica di tracce // Andare andare / sempre seguitare». Anche quando sembra sognare in grande, poi l’autore si abbassa di grado, annulla ogni possibile, volontaristica retorica: «Vorrei guardare / il mondo dall’alto / come fanno gli uccelli / mutare in libellula / per graffiare l’aria / (…) ma potrei accontentarmi / di dondolare al vento / come foglia staccata dal ramo / che vortica nell’aria / scendendo / salendo / per attimi sospesi».

Questa metafora della fragile foglia che svolita nel soffio del vento, mi sembra la chiave per intendere la matura coscienza del poeta che conosce le capricciosità del fato e che ripete a sé: « “Il traguardo della vita / sta nell’estinguersi” // (…) “Il tempo che passa / senza la morte / è sommo miracolo” // (…) Mi pento e anniento / in simmetrica solitudine ». Più che rassegnazione in questo essere-per-la-morte si coglie in Iori uno stoicismo compiuto, non vanaglorioso che precisa: « “La vita è rallentato tuffo / verso la tomba” / penso / ma scelgo il silenzio // Abbasso lo sguardo // Sorride / mi carezza ».

Secondo Guarracino occorre fare una distinzione tra Memoria e Ricordo, laddove la prima fa riferimento alla razionalità e il secondo al cuore, cioè ai sentimenti, ma a me sembra che Iori scombini le carte e intrecci i concetti: «Nessun dolore / nella casa del ricordo / ché la memoria / non si lascia abitare // Le mura ormai vuote / crollano / senza un cenno d’avviso // Solo sogni / finalmente»; e così allora si possono vedere «(…) poeti in lotta con ladri di sogni // Malinconia eccitazione / ozio silenzio bailamme sogni / la memoria si fa zeppa / di insolenti meraviglie».

Dunque, forse i primi ladri di sogni sono proprio i poeti che lottano con la risacca del passato e le onde del presente e sanno che nell’incessante, molteplice flusso della vita la meraviglia sono i fatti che si tramutano in sogni e i sogni che diventano l’unica realtà, sia pure trafitta da enigmi che non consentono di dare risposte certe su nulla: «La voce del nulla / spegne ogni vestigia / persino i fossili / più antichi tacciono // L’anima nostra cava / avverte quel fremito / si gonfia / spalancata / accoglie / l’ignoto che luccica / tra i rami del futuro».

Con voce sommessa, ma di patente impronta sofopoetica Iori traccia in questa raccolta quasi un diagramma testamentario che non cela « (…) amarezze delusioni / malintesi senza sbocco // Un velo di vergogna / sfalda la geometria / della perfezione ambita // è tempo di limare / la spocchia antica». Tenace si dipana nei suoi versi la trama interiore di una ungarettiana “vita di un uomo” ricolma di «(…) Assilli congetture fantasmi crucci // (…) Perfino gli spettri del dolore finiscono / per spegnersi in un dopo che non c’è / dentro il sacco ovattato dei sorrisi mancati».         

Così se il poeta ‘forse non ci sarà’ se andremo a cercarlo, ci saranno a futura memoria le sue parole orgogliosamente consapevoli di sé, del proprio non indecente, resistente lascito: «Tutto tace / è giunta la morte? / Ma no! È solo silenzio / Chi ha parlato di morte? / (…) Non c’è nulla da temere / se non il putrido pensare / di chi sceglie l’arroganza».

Ben detto, mi verrebbe da chiosare.

 

FIRENZE LETTERARIA ► Siciliano del messinese, ma trapiantato da sessant’anni a Firenze dove arrivò in compagnia di tanti altri giovani ‘angeli del fango’ per aiutare la città a risollevarsi dalla disastrosa alluvione dell’Arno  del 1966, Stefano Lanuzza è uno degli ultimi, eccellenti critici militanti italiani fuori dal circuito autoprotetto e blindato del mainstream letterario nazionale, per lo più mediocre e scevro di forti valori etico-noetici.

Alla sua ingentissima e assai variegata bibliografia adesso Lanuzza aggiunge un nuovo volume Città della letteratura (Lyrics, 2026) che è dedicato proprio al capoluogo toscano, alla sua città di adozione che, però, mi pare, non l’ha mai adeguatamente ripagato e onorato. Ma Lanuzza non credo che se ne crucci più di tanto, perché appunto il suo enorme lavoro di scrittura critica ha sempre seguito un asse etico-noetico raro da queste parti e ancor più raramente accolto e premiato. In ogni caso, il libro che ho compulsato con piacere e profitto raccoglie una messe di scritti e recensioni che attraversano molte stagioni della scena letteraria fiorentina, andando dagli inizi del Novecento sino a questo primo quarto del secolo XXI. Ed anzi forte è la sottolineatura che Firenze è stata nella prima metà dello scorso secolo la più importante città letteraria italiana con un luogo d’elezione entrato nel mito, il caffè “Le Giubbe Rosse”, e con una serie di riviste come “Il Leonardo”, “La Voce”, “Lacerba”, “Il Marzocco”, “Il Regno” che hanno animato con una vivacità oggi impensabile il panorama culturale di una Italietta già scossa dai proclami del movimento futurista. Un elenco assai parziale degli scrittori, poeti e critici che operavano o transitavano in quei decenni a Firenze fa comprendere perché non pochi la designavano come una sorta di Atene contemporanea: Papini, Prezzolini, Cecchi, Soffici, Palazzeschi, Campana, Corradini, Marinetti, De Robertis, Lucini e, poi, Montale, Gadda, Bilenchi, Vittorini, Landolfi, Tecchi, Saba, Comisso, Solmi, Piovene, Zavattini etc. etc.

Un pantheon di autori che Lanuzza scrutina nella sua puntigliosa ricostruzione storica richiamando tanti episodi e, pure, conflitti culturali e politici, per poi virare su tempi più recenti dove, tra le riviste che lasciano il segno, ci sono sicuramente “Il Portolano” fondata da Francesco Gurrieri e “Molloy” fondata da Ferruccio Masini e dal medesimo Lanuzza, che qui all’insigne germanista, nonché ottimo poeta, morto nel 1988, dedica un significativo profilo critico.

Peraltro, i nomi e le figure evocate in questo libro sono tantissime, impossibile elencarle tutte, ma va almeno richiamato il perspicuo saggio dedicato a Saverio Strati, robusto romanziere calabrese vissuto per molti decenni a Scandicci (e ivi deceduto nel 2014 a quasi novant,’anni), epperò sempre rimasto estraneo all’ambiente letterario fiorentino. E poi, mi pare opportuno citare una figura laterale, l’eccentrico poligrafo Carlo Lapucci, di cui Lanuzza richiama un «enciclopedico volume Magia e poesia. Mistero di maghi poeti e di grandi poeti (2022)» e un libro sfrenatamente satirico-burlesco come Detti preclari e fatti esemplari di Rotorio Barbafiera filosofo della mutua (2021). Ancora mi piace rammentare i pezzi dedicati a tre autrici che pure io ho conosciuto molto bene diventandone amico: la poetessa e drammaturga Liliana Ugolini (venuta meno nel 2021), la pugliese-fiorentina Titti Follieri e la marchigiana-fiorentina Elda Torres.

Questo patente atto d’amore critico per Firenze e i suoi letterati si apre con la foto a colori della statua di Dostoevskij al Parco delle Cascine della città del giglio, e si chiude con l’immagine in bianco&nero di Eugenio Montale e Elio Vittorini seduti a un tavolino delle “Giubbe Rosse” negli anni Trenta. Allora, nel tempo della Comunicazione trionfante il libro di Lanuzza mi verrebbe dostoevskijanamente di sottotitolarlo “Memorie dal sottosuolo” (della Cultura). Così è, se vi pare.                

 

BURROUGHS DIXIT ► Un calibrato cut-up da The Adding Machine (1985) di William S. Burroughs:

«Scrivo qualcosa e lì per lì mi pare buono ma poi lo rivedo e dico: mio Dio, fallo a pezzetti microscopici e buttalo nella pattumiera di qualcun altro. Mi chiedo quanti scrittori abbiano avuto esperienze simili. Sarebbe interessante raccogliere questi scritti e farne un’antologia…

La maggior parte dei problemi del mondo è stata causata da gente che non sa farsi gli affari propri perché non ha affari propri a cui pensare, non più di quanti ne abbia il virus del vaiolo…

Il primo segno di una merda è che deve sempre avere ragione. E a ragione dobbiamo fare una distinzione tra una merda occupata da un virus tosto e un piatto, ordinario, inoffensivo figlio di puttana…

Il marchio di fabbrica indelebile di una merda è che deve avere RAGIONE. E per avere RAGIONE deve fare in modo che qualcun altro abbia TORTO…

Si è tentati di cercare una soluzione totale al problema delle merde: la Giornata dell’Assassinio di Massa. G.A.M. Mandare al macello le merde del mondo come le mucche con l’aftosa. Ci sentiremo tutti molto meglio…

Il sublime concetto di furto totale è implicito nel cut-up e nel montaggio…

À bas l’originalité, l’ego sterile e assertivo che imprigiona mentre crea. Vive le vol – puro, spudorato, totale. Non siamo responsabili. Rubate tutto quello che potete…

Non potete scrivere a meno che non vogliate scrivere e non potete volerlo a meno che non ve lo sentiate…

Uno scrittore ha poco potere ma ha la libertà, almeno in Occidente, signor Evtušenko. Ci pensi bene. Vuole essere solo il portavoce degli uomini di potere affermati? Più potere, meno libertà…

Esiste una tecnica della scrittura? Si può insegnare la scrittura? (…) Non c’è un solo modo di scrivere (…) In linea di massima più uno scrittore è attento, più cose troverà di cui scrivere…

Dopo aver tenuto vari corsi di scrittura creativa, sono arrivato a dubitare che la scrittura si possa insegnare. È come cercare di insegnare a qualcuno come sognare (…) imparare a leggere con criterio è fondamentale per imparare a scrivere…

Un brutto titolo può affondare un libro di qualità, così come un buon titolo può far vendere un libro brutto…

Scrivere recensioni di libri è una buona pratica…

Vecchia signora: Deve essere molto pericoloso fare lo scrittore – Papà (Hemingway): Proprio così signora, e sono in pochi a sopravvivere…

In Hemingway non c’è nulla se non Hemingway (…) aveva uno stile così caratteristico che ci è rimasto intrappolato per sempre (…) Hemingway scrisse la sua morte come personaggio (…) sentiva l’odore della morte (…) scriveva se stesso come personaggio (…) Lo scrisse nelle Nevi del Kilimangiaro, dove il pilota è la Morte. “Indicava davanti a sé, bianco bianco bianco a perdita d’occhio, le nevi del Kilimangiaro”. È questa l’ultima riga…

La scrittura è proprio questo: un viaggio nel tempo…

Dal 1971 la mia teoria generale è che la Parola sia in tutto e per tutto un virus non ancora riconosciuto come tale poiché ha raggiunto con il suo ospite umano uno stato relativamente stabile di simbiosi: ossia, il Virus della Parola (l’Altra Metà) si è confermato come parte accettata dell’organismo umano (…) Ma la Parola chiaramente reca con sé l’unica caratteristica distintiva di ogni virus: è un organismo senza alcuna funzione interna se non quella di replicarsi…

In principio era la parola e la parola era Dio. E questo cosa ci rende? Manichini da ventriloquo. È ora di lasciarsi alle spalle la Parola-Dio…

Prima di tutto, ho riconosciuto la scrittura come operazione magica, e poiché simili operazioni sono progettate per produrre risultati specifici, questo ci porta ad indagare sugli scopi della scrittura. Ricordate che la parola scritta è un’immagine; che la prima scrittura era pittorica, sicché pittura e scrittura erano un’unica operazione…

Rispetto alla maggior parte della narrativa, il giornalismo è più vicino alle origini magiche della scrittura (…) la tecnologia è quella della magia; nel caso di giornali e riviste, soprattutto magia nera…

Cos’è la scrittura? (…) non avevo una risposta; ma ora ce l’ho: lo scopo della scrittura è quello di far accadere qualcosa (…) Nel mondo della magia nulla accade a meno che qualcuno non desideri che accada, voglia che accada; ci sono formule magiche per incanalare e convogliare la volontà. L’artista cerca di far accadere qualcosa nella mente dell’osservatore o del lettore…

La scrittura è ancora confinata nella camicia di forza rappresentativa e sequenziale del romanzo, una forma tanto arbitraria quanto il sonetto e tanto lontana dagli attuali fatti della percezione e della coscienza umane quanto la forma poetica quattrocentesca. La coscienza è un cut-up; la vita è un cut-up. Ogni volta che camminate per strada o guardate fuori dalla finestra, il vostro flusso di coscienza è interrotto da fattori casuali…

Un Johnson è qualcuno che mantiene la parola e onora i suoi obblighi. È un uomo con cui si fanno ottimi affari e che conviene avere nella squadra. Non è una persona malevola, ficcanaso, piena di sé, che s’impiccia e causa grane (…) Un Johnson si fa gli affari suoi…

“Soltanto gli sciocchi provano compassione per quelle canaglie che ricevono la punizione prima d’aver commesso il male”, Shakespeare…

Una puttanella vede qualcuno che dorme in metropolitana, gli innaffia i capelli con del liquido infiammabile e gli dà fuoco. “Mi andava di farlo” ha detto…

Uno psicoanalista che esercitava in Marocco mi disse che il super-io sembrava mancare o almeno essere diverso nei suoi pazienti arabi. In Occidente sembriamo trovarci in una fase che si potrebbe chiamare di semicoscienza o di coscienza marginale. Forse non siamo lontani dal momento in cui l’inconscio si fonderà con il conscio…

Se l’uomo bicamerale obbediva volentieri alle voci, senza fare domande, l’uomo moderno sembra obbligato a obbedire perché la voce è presente. La voce si è impadronita con la sua presenza dei centri motori…

Pensate a qualcuno e sentite in gola la sua voce, sentite la sua faccia nella vostra e i suoi occhi che guardano. Noterete che accade più con alcune persone che con altre. E alcune sono più presenti nella voce. Mi basta pensare alla mia amica inglese Felicity Manson e il suo nitido accento britannico dell’alta società risuona gentile nella stanza. E Gregory Corso ha una forte voce assente. Ammettiamolo, voi siete altre persone e le altre persone sono voi…

Di recente è stato dimostrato che il sogno è una necessità biologica al pari del sonno. Il sogno serve come legame con il nostro destino nello spazio. Privati di questa linea aerea, moriamo…

Presi l’abitudine di trascrivere i sogni e ormai è una quarantina d’anni che lo faccio. Ho iniziato a scrivere i sogni molto prima di diventare scrittore (…) almeno il quaranta per cento del mio materiale deriva dai sogni…

I sogni mi sono utilissimi a livello professionale. Circa la metà delle mie ambientazioni e dei miei personaggi provengono dai sogni. Ogni tanto trovo un libro o un foglio in un sogno e leggo un intero capitolo o un racconto… Mi sveglio, prendo qualche appunto, il giorno dopo mi siedo alla macchina da scrivere e copio dal libro dei sogni…

I sogni implicano viaggi nel tempo. Ne consegue allora che i viaggi nel tempo sono una necessità? …

La funzione dei sogni è quella di allenare l’essere per le condizioni future

L’arte ha la stessa funzione dei sogni. La Repubblica di Platone è il progetto di un campo di sterminio…

Da Alce nero parla di John Neihardt: “Il cerchio della nazione si sfalda e si disperde come un anello di fumo. Non c’è più un centro. L’albero sacro è morto e tutti gli uccelli se ne sono andati”… 

Ci troviamo di fronte a definizioni del conscio che sono inevitabilmente fuorvianti, poiché abbiamo ridotto per definizione la coscienza a un’attività puramente verbale della parte frontale del cervello. È la coscienza a definire la coscienza. Chi è consapevole di cosa? Korzybski che formulò la Semantica Generale diceva ai suoi studenti: “Si pensa tanto con l’alluce quanto con il cervello e con molta più efficacia”…     

Secondo l’ipotesi di Jaynes il linguaggio deriva non da necessità pratiche bensì dall’esperienza religiosa. La verità religiosa è sempre di natura categorica e dogmatica: “Io sono la via e la luce”…

L’unica legge valida del gioco d’azzardo è che vittorie e sconfitte avvengono in serie. Buttatevi quando vincete e fermatevi quando perdete…

Chi, allora, ha bisogno di controllare gli altri se non quelli che, proprio grazie a questo controllo, proteggono una posizione di relativo vantaggio? Perché hanno bisogno di esercitare il controllo? Perché se rinunciassero al controllo perderebbero presto questa posizione e questo vantaggio e, in molti casi, anche la loro stessa vita…

Hitler formò le S.S. per proteggersi dalle S.A. Se fosse vissuto abbastanza a lungo, si sarebbe posto il problema della protezione dalle S.S. Gli imperatori romani erano alla mercè della guardia pretoriana, che in un anno uccise venti imperatori…

Sono un elitista. Credo nel governo da parte di chi è in grado di governare. Ci sono pochissime persone brave a fare qualcosa, pochissimi avvocati, medici, falegnami, scrittori o pittori capaci (…) L’intera farsa del governo di maggioranza è una porta da cui entrano gli indegni, ben consapevoli che un’istanza selezionata, con capacità di discernimento, li relegherebbe invece ai lavori umili e impiegatizi che forse potrebbero essere in grado di svolgere (…) La politica è l’unico campo in cui la stupidità e l’ignoranza sono sfacciatamente addotte come qualifiche per la carica…

Le donne potrebbero anche essere un errore biologico: lo dissi in The Job

I cittadini riflessivi si chiedono se l’intera razza umana non sia sempre stata un errore fin dal principio…

La Storia del pianeta è una Storia di idiozia evidenziata da alcuni idioti che si distinguono come geni comparativi…

Oggi nessun supergenio ha raggiunto quella che si potrebbe chiamare un’intelligenza normale in termini di funzionamento potenziale del manufatto umano…

L. Ron Hubbard disse: “La cosa più morale per un uomo sarebbe vivere in modo infinitamente immorale”…

Mr. Hart incarna lo spirito competitivo, avido e votato al successo che ha portato alla nascita del capitalismo americano. L’estensione logica di questo brutto spirito è criminale. Il successo si giustifica da sé. Chi ha successo merita di avere successo, ha RAGIONE…

I mutanti umani devono fare un passo verso l’ignoto, un passo che nessun essere umano ha mai fatto prima…   

Come dice Brion Gysin, siamo qui per andarcene. Se tutte le nazioni vedessero la terra come una stazione spaziale e una pista di atterraggio, il concetto di guerra sarebbe irrilevante. C’è qualche possibilità che questo accada? …

“Abbiamo agito nell’interesse della sicurezza nazionale” dicono compiaciuti. È il vecchio gioco della guerra, da qui all’eternità (…) Si direbbe che solo un miracolo potrebbe scuotere il pianeta al punto di farci rendere conto che il gioco ci ucciderà tutti a meno che non smettiamo di giocarci…

L’ego sembra trovarsi nel mesencefalo, nella parte superiore della testa…

“L’io è un fatto essenziale della vita”. Per chi è essenziale? Nessuno ha detto al dotto signore che le discipline spirituali orientali con milioni di seguaci sono concepite proprio per eliminare l’“io”? …

Da sempre, i buddhisti considerano l’io un impedimento spirituale…

Affrontare la possibilità del fallimento è la chiave del successo. (Gli artisti vi diranno che quanto più è grande la paura del palcoscenico tanto migliore sarà la prestazione)…

Alla fine, tutti sono vittime…

Il diavolo non dispensa, anzi, non può dispensare merce di qualità. Può fare di voi lo scrittore più famoso, più letto, più ricco del mondo, ma non può fare di voi il miglior scrittore. E nemmeno un buono scrittore…

E cosa causa il blocco dello scrittore? Di solito è l’eccesso di scrittura che permette alla brutta scrittura di avere la meglio…

Gli scrittori (…) possono diventare comunisti, il che è peggio a causa della posizione fondamentalmente spuria del comunismo: progresso verso cosa? Una vita migliore per una popolazione di zombie decorticati… Perché? A chi importa? …

Da bambino avevo rinunciato a scrivere, forse perché ero incapace di affrontare quello che deve fare ogni scrittore: scrivere tanto e male prima di scrivere bene…

A Tangeri, Kells mi disse la verità: “So di essere morto e lo sei anche tu…”. Gli scrittori sono tutti morti e tutta la scrittura è postuma. Siamo davvero nell’aldilà e senza incarico…

I critici si lamentano sempre, affermando che gli scrittori non hanno parametri di riferimento; eppure loro stessi sembrano non avere altri parametri per la critica letteraria che i loro pregiudizi personali…

Scrivi di ciò che conosci. Più di qualunque altra ragione, gli scrittori falliscono perché cercano di scrivere su cose che non conoscono. Non so se hai mai visto un miraggio. Sono abbastanza sicuro che non hai mai visto un uomo morire perché ne ho visto uno”…

Molte persone che si definiscono scrittori e hanno il nome sui libri non sono scrittori e non scrivono; un torero che combatte un toro è diverso da uno stronzero che si destreggia senza avere un toro davanti. Lo scrittore ci è stato altrimenti non può scriverne (…) Deve correre dei rischi. Solo quei critici capaci di seguirlo in questo viaggio e disposti a farlo hanno le competenze per giudicare la sua opera…».   

 

PREMIO “POESIA A NAPOLI” ► Lo scorso 13 aprile si è tenuta al Gran Caffè Gambrinus la cerimonia conclusiva del Premio “Poesia a Napoli – VI edizione 2024-2025”, in cui ero tra gli autori finalisti. Nell’occasione è stata anche presentata l’antologia dei testi per l’appunto selezionati, sia in lingua italiana, sia in dialetto partenopeo (tre per ogni poeta). L’antologia pubblicata da Guida Editori (2026), la più importante casa editrice sulla piazza napoletana, era a cura dei giurati Laura Cannavacciuolo, Eugenio Lucrezi, Antonio Perrone, Biancamaria Sparano, Ferdinando Tricarico.   

Qui di seguito pubblico il primo dei miei testi inclusi nell’antologia:

 

Biopoesia

 

Mi affaccio sull’orlo della poesia

e ho come una vertigine che eclissa la saggezza.

Mi aggiro intorno ai limiti della poesia

e sento lo strazio delle voci dei diversi.

Non so quel che faccio, eppure lo faccio,

faccio il poeta per galleggiare,

per nuotare nel mare della sovracoscienza

 

Si procede a vista oppure alla cieca,

vuoto è l’orizzonte e io non riesco

a programmare il computer dell’anima.

La psiche non è mai quello che sembra

o che sospettiamo, la poesia coraggiosa

la fanno gli uomini strani o impoetici

che stanno al mondo per scommessa,

per sfida o per condanna.

Tra il micro e il macro la mia mente

manca la propria messa a punto

e la poesia puntualmente lo registra.

 

Vivo nello scarto tra l’essere e il voler essere,

sono un numero casuale gettato nel reale.

Aspetto sempre l’innegabile, ma nel frattempo

la poesia mi regala il piacere della disputa,

di alimentare il focus della controversia.

Chi individua i neuroni specchio della poesia

saprà tirare le fila della sua biografia?

 

LENNON AUTOPROFETICO ► All’ultimo festival di Cannes (12-23 maggio u.s.) il regista americano Steven Soderbergh ha presentato un documentario John Lennon: The Last Interview basato su una intervista radiofonica realizzata da una emittente di San Francisco poche ore prima della sua uccisione (8 dicembre 1980), registrata nell’ufficio dell’ex-Beatle al Dakota Building di New York. In un passaggio di questa intervista, pressoché testamentaria, Lennon fa una dichiarazione che appare sinistramente autoprofetica: «Quello che vogliono sono eroi morti, come Sid Vicious e James Dean. Non mi interessa diventare un fottuto eroe morto… quindi lasciamoli perdere».

E invece poche ore dopo il musicista divenne proprio un ‘fottuto eroe morto’ per milioni di fans nel mondo. Ciò mi richiama un’altra, sua famosa affermazione: «La vita è quello che ti accade, mentre tu sei intento a fare altri programmi e progetti». Eh già, la vita è anche quello che improvvisamente, a tradimento ti porta via la vita.

Peraltro, il documentario di Soderbergh, con il consenso del figlio Sean Lennon, ha usato la IA per ricostruire le immagini artificiali di John e della moglie Yoko Ono come apparivano quarantasei anni fa. Circa il 10% del film si avvale di questa tecnologia che, secondo Sean, il padre avrebbe approvato, perché sempre aperto alle innovazioni e alle sperimentazioni.

Lennon a quarant’anni sottolineava che non era più il ragazzo ventenne che suonava con i Beatles, e che dopo cinque anni di silenzio artistico, stava riorientando la sua esistenza di adulto, e calibrando in questo senso la sua nuova produzione musicale. Serviva una ripartenza, un ricominciare da capo come cantava nel brano Starting Over. Purtroppo, non ne ha avuto il tempo. Rimane la sua immagine digitale a regalargli una sorta di techno-immortalità.     

 

SOSSAI, UN JARMUSH DEL NORD-EST ► Ho visto con grande ritardo Le città di pianura (2025), il film di Francesco Sossai pluripremiato ai David di Donatello. Non mi è sembrato un capolavoro, ma è un film piacevole, arguto, intelligente e soprattutto differente o ‘differante’ rispetto alla stragrande maggioranza dei prodotti cinemici nazionali, gravati da uno stucchevole clima di ‘commedianza’ italo-romanota e dove recitano sempre gli stessi attori e attrici.

Sossai appare un Jim Jarmush del nord-est, realizza un film ‘on the road’ che vagabonda nei luoghi della provincia veneta, che in qualche modo somiglia alle atmosfere anche musicali del mid-west o della west coast americana. C’è la stessa dinamica di vite allo sbando, che girano a vuoto, gonfie di alcool e di disillusioni, ma pur tuttavia al fondo resilienti con la loro umanità piena di ironia, di ammiccante disincanto.

Quello che, però, più di tutto mi ha colpito è che nessuno, che io sappia, abbia compreso che Le città di pianura è Il sorpasso 63 anni dopo. Ovviamente con le debite varianti rispetto al capolavoro di Dino Risi. Qui il personaggio di Bruno Cortona (Vittorio Gassman) si sdoppia nei due personaggi di Carlobianchi (Sergio Romano) e Doriano (Pierpaolo Capovilla). In luogo dello studente di giurisprudenza Roberto Mariani (Jean-Louis Trintignant) c’è lo studente napoletano di architettura Giulio (Filippo Scotti). Pure Giulio come Roberto è un giovane timido, psicologicamente bloccato, innamorato di una coetanea a cui non sa dichiararsi. E come Roberto anche Giulio viene trascinato controvoglia in una sorta di sconclusionato viaggio-debauche alcolica notturna e diurna, con tanti incontri e spostamenti e appuntamenti mancati. E se nel Sorpasso incontravamo, nella villa di campagna degli zii di Roberto, il servitore gay Occhiofino (=finocchio), qui troviamo in una magione aristocratica un giovane barbuto proprietario omosessuale che viene sedotto e raggirato dal baffuto Carlobianchi.

Quello, comunque, che soprattutto cambia non è tanto e solo il paesaggio: quello estivo ed effervescente della via Aurelia tra Lazio e Toscana nel film di Risi e quello autunnale e grigio della antropizzata pianura nord-estina nella pellicola di Sossai. Quello che cambia radicalmente il senso dei due film è il finale. Lo sfigato, ma aggressivo e fanfarone Bruno Cortona è imbevuto dello spirito vitalistico, ottimistico dell’Italia affluente, del ‘boom’ consumistico dei primi anni ’60, guida grintoso e fanatico uno spider Lancia Aurelia B24. Ma Risi avverte, in tempo reale, che quel ‘boom’ sta per saltare, non è tutto oro quello che luccica. Così, il finale è tragico, l’ultimo sorpasso si tramuta in un incidente fatale. Lo studente muore e non raggiungerà mai a Viareggio la ragazza di cui è invaghito. Cortona sopravvive, ma la sua espressione smarrita, sotto shock fa capire che la corsa è finita, i giuochi sono terminati. Lo sguardo satirico-brillante di Risi è intriso di pessimismo.  

I due sfigati Carlobianchi e Doriano sanno invece da un pezzo che i giuochi sono chiusi, che l’avvenire è dietro le spalle, sono già dei sopravvissuti, oramai «troppo vecchi per crescere», come sogghigna Doriano. Così, il finale, in questo presente coincidente col primo quarto del XXI secolo, palesemente buio di prospettive e di speranze, è sorprendentemente allegro, ottimistico. Lo studente Giulio non muore, sale sul treno e corre a Verona dove l’aspetta la ragazza che ama e possiamo pensare o sperare che il loro futuro sia felicemente insieme. Mentre i due alcolizzati buontemponi non si fermeranno, continueranno a scorrazzare su un’auto di lusso, la Jaguar S-Type, acquistata con i proventi di vecchi furti. Andranno avanti, beffardi e incoscienti, al modo poetico in cui canta Ligabue: «Certe notti ti senti padrone di un posto / che tanto di giorno non c’è / Certe notti se sei fortunato / Bussi alla porta di chi è come te / C’è la notte che ti tiene fra le sue tette / Un po’ mamma un po’ porca com’è / Quelle notti da farci l’amore / Fin quando fa male fin quando ce n’è».

Mi auguro allora che il 37enne Francesco Sossai conservi la sua diversità etnico-culturale e si tenga lontano dal mood italo-romanota, e vada pure lui avanti a fare amorosamente cinema «Fin quando fa male fin quando ce n’è».      

                       

LUCE DI SICILIA ► Ogni volta che scendo in Sicilia mi sembra di scoprire qualcosa di nuovo sulla Trinacria e i suoi paesaggi. Per esempio, viaggiando per due ore in pullman da Catania a Canicattì si attraversa un entroterra siciliano che mi fa pensare, sia pure per approssimazione, ai paesaggi dei film western: territori pressoché desertici, disabitati, non ancora o non mai antropizzati, rarissime case, colline spoglie, creste di alture, ogni tanto campi coltivati, covoni di grano, assai scarsa vegetazione, terreni bruciati, niente alberi, l’ombra è inesistente. Un paesaggio ancestrale, quasi metafisico gettato dentro una luce abbagliante, sovraesposta. Rifletto: il cielo è lo stesso, il sole è lo stesso, ma la luce in Sicilia è diversa, è una luce ‘aumentata’, quasi crudele, feroce. È una luce accecante che mi ricorda uno dei primi film di Pietro Germi, In nome della legge (1949), girato a Sciacca, in provincia di Agrigento, in cui un giovane magistrato inviato in un paesino deve combattere contro i notabili e i mafiosi locali, in mezzo all’omertà della gente. E procede a cavallo, come uno sceriffo del West, su lunghe, assolate e abbacinanti strade bianche, incrociando i malavitosi, pure loro a cavallo, che gli indirizzano minacciosi avvertimenti. Sono trascorsi settantasette anni, ma quei paesaggi, pressoché epici, scorrono in qualche modo ancora sotto i miei occhi, con i loro antichi fantasmi. E come una maledizione mi risovviene la frase del Principe di Salina nel Gattopardo: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi». Palermitano doc, Giuseppe Tomasi, XI principe di Lampedusa, è come se avesse scolpito in un’unica, icastica definizione l’anima profonda, sempiterna della sicilitudine. Ma è ancora così? La modernità, la postmodernità hanno cambiato soltanto in superficie la psico-antropologia siciliana, ma nel profondo essa è rimasta com’è? Non so rispondere. Spero di no, ma il dubbio sussiste. Intanto guardo. I miei occhi si imbevono di questa luce quasi astratta, africana e mi sento trasportato in un altrove, col dialetto siculo degli altri passeggeri del pullman a fare in sottofondo da colonna sonora. In Sicilia io sogno, da poeta, ad occhi aperti.         

 

ARTE O POST-ARTE?Comedian è un’opera, diciamo così, di Maurizio Cattelan. Tale opera consiste in una banana fissata al muro con un nastro adesivo, per la serie “Lo potevo fare anch’io”, come recita il titolo ironico di un libro del critico d’arte Francesco Bonami. Sì, la poteva fare tale ‘opera’ chiunque di noi, ma l’idea l’ha avuta il 65enne padovano Cattelan e questa idea (l’opera in sé è un puro nulla) viene valutata, apprendo, sul mercato dell’arte la bellezza di 6,2 milioni di dollari (sic).

Il 30 maggio u.s. qualche sconsiderato o sciocco feticista ha rubato, chissà perché (per mangiarsela?), al Centre Pompidou-Metz in Francia la banana di Cattelan, che comunque è stata prontamente sostituita, perché appunto non è l’oggetto materiale che ha un valore, ma l’idea-simbolo che esso veicola. Piaccia o non piaccia l’arte concettuale funziona così, è un regno virtuale, immateriale, inafferrabile.

‘Comedian’ del resto significa ‘comico’, e Cattelan è come se volesse sottolineare la comicità del suo fare artistico, il suo essere un furbissimo clown che vende idee più o meno azzeccate o efficaci dal lato comunicativo, che incassano milioni e milioni di dollari. Qualcuno pensa che lui sia il profeta della post-arte, ma sono i soliti maligni ed invidiosi. Maurizio passa e va e di loro non si cura. Intanto il suo già enorme conto in banca cresce, cresce, cresce vieppiù.      

  

giugno 2026

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