“Ballata
per Mabò” (2026): una video-opera da Marino Piazzolla
di
Marco Palladini
Dopo
Hudemata o ferito a vita (2020)
e Lettere della sposa demente (2021)
mi sono proposto di completare una ideale trilogia video-poetica dedicata alle
opere di Marino Piazzolla (1910-1985), realizzando un videopoema tratto dal
libro in versi Mabò lo straniero
che si presenta come un effettuale monologo in versi, ora interiore ora rivolto
a chi non vuole ascoltare, che è anche una potente e accorata ‘lamentazione’ di
intonazione civile-politica che dà voce a un immigrato, reputato dalla società
un ‘invisibile’, un ‘untermensch’, un sottouomo senza diritti né identità,
pressoché un rifiuto sociale che attende un riscatto, di essere riconosciuto
finalmente e pienamente ‘un uomo’.
Scritto
oltre 40 anni fa e pubblicato postumo (Fermenti, 2021), Mabò lo straniero alla lettura mi era sembrato ben più attuale oggi
di quando fu concepito, presumibilmente nei primi anni ’80 dello scorso secolo.
Lo sguardo e lo slancio di precognizione di Piazzolla mi faceva pensare alla
famosa e profetica poesia di Pasolini Alì
dagli occhi azzurri che già nel 1962 prevedeva l’arrivo di ondate di
immigrati sulle coste italiane («Sbarcheranno a Crotone o a Palmi, / a milioni,
vestiti di stracci / asiatici, e di camicie americane»). In Mabò Piazzolla si immedesima
direttamente nell’extracomunitario (diremmo oggi) e la sua indignazione
civile-poetica fornisce allo “straniero” le parole per rappresentare il cuore
di un dramma dell’emigrazione e della discriminazione che abbiamo tutti i
giorni sotto i nostri occhi.
Nella
fase di preparazione del video mi sono, però, reso conto che, dopo oltre
quattro decadi, la sensibilità politico-culturale è profondamente mutata e che
al presente la cosiddetta cultura “woke”, che rilegge la storia dal punto di
vista dei popoli e delle etnie vittime dell’oppressione
imperialista-colonialista occidentale e bianca, rendeva non più accettabile,
pur con tutte le migliori intenzioni, di mettere in bocca a un soggetto bianco
occidentale le parole di un immigrato di colore, emarginato, sfruttato,
pressoché schiavizzato. Perché ciò sarebbe una ulteriore forma di
colonizzazione antropo-culturale. Ho così compreso che, con tutte le
contraddizioni del caso, dovevo cercare una voce-testimonial che conferisse al
testo di Piazzolla un sapore di verità, un accento di realtà vissuta. Grazie
alla scuola Penny Wirton di Roma, fondata dallo scrittore Eraldo Affinati e da
sua moglie Luce per insegnare l’italiano agli stranieri, sono allora venuto in
contatto con Fatima Zahra, una 26enne ragazza ispano-marocchina di religione
islamica, che peraltro già insegna all’Università di Granada. Figlia di
immigrati contadini Fatima si trova in Italia per condurre una ricerca
finanziata dalle istituzioni del suo paese sui figli degli immigrati. Dunque, mi
è subito sembrata la persona ideale, per origine familiare dal Marocco e per
personale coinvolgimento di studiosa, per rappresentare la dolente, drammatica,
spesso umiliante condizione degli immigrati africani e non solo che giungono in
Europa cercando una svolta esistenziale.
La
voce-testimonial di Fatima mi ha condotto ad un radicale adattamento in cui il
testo di Piazzolla è passato dalla prima persona maschile, a una seconda
persona femminile che parla a un indistinto, assieme generico e universale,
“tu” di uomo immigrato. Ho chiesto in tale chiave a Fatima di dire il testo
come pensando che stesse parlando a suo padre che ha dovuto affrontare, pure
lui, molte difficoltà e forme di razzismo per potere dare una prospettiva di
vita migliore alla sua famiglia, ai suoi quattro figli. Per connotare
ulteriormente l’esecuzione del video-poema, ho poi domandato a Fatima di
tradurre sei frammenti del testo in arabo, lingua che risuona nel lavoro
portando una musica verbale insieme dolce e misteriosa, fascinosa ed aliena,
come a volere sottolineare una differenza comunque non eliminabile, ma al
contempo da accogliere e positivamente da includere.
La
voce-testimonial di Fatima Zahra è così l’innegabile valore aggiunto al testo
piazzolliano, lo rende corpo vivo (la voce è corpo), proprio perché è una voce
imperfetta, straniera, non impostata, talora incerta, ma è una voce vera, reale
che diventa emblematicamente portavoce delle migliaia e migliaia di immigrati,
legali e no, che oramai popolano le nostre città.
Altro
plusvalore del video-poema è la colonna sonora firmata dal musicista
elettronico genovese Stefano Bertoli. Autore di un magnifico flusso di
musicalità, appunto, elettroniche, un tappeto di suoni di vigoroso impatto ed insinuanti
che avvolgono e si intrecciano alle immagini e alle parole della video-opera,
non soltanto sostenendola, ma dandole un’apertura di senso quasi cosmica,
metatemporale. Il tracciato videografico di Ballata per Mabò (che
dura circa 20 minuti) è stato concepito senza intenti didascalici o meramente
illustrativi, girato en plein air attorno alla figura e al volto di Fatima
Zahra, e vieppiù arricchito da inserti di particolari di quadri di pittori
africani e da immaginifici fotoscatti.
In
conclusione, posso dire di avere lavorato per questo video-poema con mezzi
poveri, anzi poverissimi, ma con la soddisfazione di avergli dato un taglio
politico-culturale all’altezza dei tempi, che valorizza il testo letterario di
Marino Piazzolla, e di avergli così fatto un omaggio che bypassa i confini
spaziotemporali epocali e lo ricolloca a pieno titolo e con forte risalto nel
presente storico.
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Credits:
LA FONDAZIONE MARINO PIAZZOLLA
presenta
Ballata per Mabò
Dal libro di Marino Piazzolla Mabò lo
straniero (Fermenti, 2021)
Adattamento e regia di Marco Palladini
Con Fatima Zahra (traduttrice delle parti di testo in arabo)
Musiche di Stefano Bertoli
Aiuto-regia e riprese di Desirée Massaroni
Montaggio di Caterina Giulioli
https://www.youtube.com/watch?v=AENeqDZ7LzY&list=RDAENeqDZ7LzY&start_radio=1
(copione 2.0)
Siccome
non hai nulla, ti sembra di non essere; ti senti come un sasso. Le idee se ne
sono volate ed è vuoto il tuo capo.
Se
oggi tu morissi, nessuno ti piangerebbe. Sei troppo lontano da te, per
ricordarti di vivere. Sei quasi una cosa a cui la morte è forse lo stato
naturale.
Ti
vendi ogni giorno e non riesci mai a comprarti. Ti tocca abbandonare tutto il
calore che ti tiene in vita e aspettare, aspettare te senza speranza.
Da
secoli e secoli viene detto destino il giorno che nasce male o il buio che va
dal sangue alle vostre ferite. Pochi uomini sfanno gli occhi e le mani e vi
fanno al cuore stranieri come se foste intrusi sulla terra.
Non
si può vivere di sole o d’acqua. Non si può crescere appesi alla vita come
impiccati. Sono millenni che dura l’esilio. E non è tua nemmeno la mano vuota,
trafitta dalla fatica.
Ad
ogni risveglio ti tocca partire da te stesso e affrontare il mondo, pronto
soltanto a vendere la sola forza dei muscoli per masticare pane, soltanto pane,
avanzo d’una festa feroce che sazia ben pochi vivi.
Passano
le ore a martellare sulle spalle. Passi tu nel tempo e nessuno s’accorge che
l’alienato nasce vecchio e si sazia di morte, vivendo.
Tuo
è soltanto il rumore dei passi che conducono le tue mani pazienti a impastare
il calore del sangue con tutte le cose appese alle braccia degli altri.
Sei
come una camera vuota in cui fa l’eco, ogni sera, l’urlo del tuo silenzio
disperato. Tu sei l’uomo per tutti, tranne che per te.
Ti
è compagna l’ombra, che sembra più viva di te ai margini della via. L’ombra che
non ha pensieri, perché nessuno l’umilia se vive come una macchia sotto la
macchia che sei.
Spacchi
la casa, ti fai pietra paziente. Spacchi l’acciaio. Mescoli al cemento il tuo
sudore che ha il rumore del rantolo misurato, ma a sera porti a casa le mani
vuote e la fronte umiliata.
Ogni
giorno rimandi a un altro giorno l’idea di scoprirti uomo e ricordarti
finalmente che puoi dire: Io sono un uomo diverso. Ma non hai tempo di compiere
questo scatto, nascosto come un grumo di sangue nella pazienza.
Giacché
non sei quello che dovresti essere, ti è nata una maschera sotto cui soffre
l’immagine vera del tuo volto. Soltanto alla tua morte, diranno: quest’uomo
era, una volta un uomo come noi.
Hai
tante Maschere, che non riuscirai mai a rintracciare il tuo volto. Sei
straniero a te stesso.
Quando
scopri il vuoto che c’è dentro, puoi fare anche il male. Ma sarà piccola cosa,
se pensi all’oppressione che non ti fa essere l’uomo che potresti essere nel
mondo. Non ti lagni del tempo in cui hai scoperto che ti stavi cercando nelle
gocce di sudore. Fu l’anniversario d’un altro te stesso.
Nessuno
sa che il tempo ha, da millenni, la vostra pelle. Nessuno s’accorge che lo
spazio porta la tuta dell’operaio, tanto è pieno di cose vostre.
Un
giorno, a un’ora di rabbia, come fulmini scoppierete. Tutta la vostra presenza,
sulla terra, sarà il primo tuono d’una tempesta di mani vuote.
Quel
che in ogni istante ti viene tolto, come tu fossi il ladro della tua forza
umana, quello ti sarà dato. Allora scoprirai che eri innocente come tutti i
tuoi sogni.
Dal
fondo della tua morte sale, ad ogni fine di giornata, l’aspro dolore di
ricordare che ti hanno ancora sepolto nelle cose uscite nuove dalle tue mani.
Non
impugnerai armi. Non ucciderai il nemico, fantasma dietro cui si nasconde chi
ti dissecca il cuore e le ossa, addossando la ferocia anonima al destino.
Dal
precipizio in cui gridi, muto come una pietra fulminata, ascolti la tua prima
parola, nuova come la vita.
Bevi
ogni sera vino per ricordarti forse d’esser nato uomo: per sperare forse
d’esserlo di nuovo.
Vorresti
non essere più solo. Vorresti trovarti, dentro te stesso, uomo che possiede la
vita senza più barattarla ad ogni risveglio. Potresti giocare con i figli,
libero finalmente fino al fanciullo che sei stato.
Tu
sei di chi ti paga. La tua donna è di chi ti paga. I tuoi figli se ne vanno
soli in se stessi, aggrappati ai fili del tuo sudore. Dunque, nulla è tuo;
nemmeno il calore del sangue che batte nel sangue dei figli.
Chi
parla di angoscia o di noia non conosce certo l’ossessione di vendersi al
mattino, come un umile ammasso di nervi. La noia è già privilegio di chi porta
piene le mani di qualcosa. Non vivi che per il vizio di morire nudo.
Vivi
sotto il sole e porti le tue braccia schiave; porti il tuo cuore disperso nel
tempo non tuo. Cammini cogli occhi che posseggono tutto soltanto nel sogno.
Misero
in libertà soltanto la tua paura di morire un po’ tutti i giorni fuori dai tuoi
pensieri: come un automa straniero a tutti e finanche a te stesso.
Puoi
creare tutto: puoi incidere la tua forza sugli alberi e sui muri. Puoi far
muovere le vie, mungere vino alla vite. Puoi strappare pietre alla casa. Ma
nulla è tuo, tranne che la stanchezza e il sogno d’essere un altro soltanto al
buio, la notte.
Essendo
un grumo di muscoli dolenti - scheletro paziente - non ti è dato che ascoltare,
nel rumore del mondo, il vecchio lamento del sangue: il tuo sangue di tutti,
questo povero sangue che batte e non batte per te.
Un
giorno spaccherai la tua vita per vedere com’eri fatto, prima della condanna ad
essere un altro, con queste mani gonfie d’umana impazienza.
Un
giorno del sole si spaccherà il midollo, si gonfieranno gli occhi di lacrime
lontane e nella pelle il grumo della morte si scioglierà al canto delle rocce e
dei paesi usciti una volta dalla vostra pazienza.
Tuo
figlio può guardarti e aspettare che gli occhi accesi sotto la tua fronte siano
per lui gli occhi dell’uomo che si è fatto padre. L’uomo che può sperare negli
occhi del figlio e scoprirsi padre. Ma questo non accade perché negli occhi di
tuo figlio non c’è l’uomo che dovresti essere, ma soltanto lo schiavo che sei.
Sei
soltanto libero di cercare in te l’uomo che non sei. Sei libero di sperare
nella tua morte o di tacere, da vivo, come una cosa in cui c’è l’ombra d’un
cuore. Eppure, ci sono uomini, quaggiù, liberi di schiacciarti ogni giorno di
più.
Occorre,
ogni notte, leggere nel proprio silenzio, toccare i muscoli spremuti e lasciati
soli in attimi di terrore, per capire quanto sia crudele l’uomo per l’uomo
nell’attimo in cui prega o comanda. La carità è parola, forse un’antica viltà,
di cui si bea chi ti uccide ed ha le mani bianche.
Sei
soltanto libero di tacere e morire un po’ tutti i giorni: fuggi attaccato ad
uno scheletro vinto cogli occhi che ti rendono più assente. Obbligato a
soffrire con vene secche, piene di fulmini e di avvenire.
Il
giorno che sogni sotto il sole sfregiato è un giorno che scatterà, certo, dal
grido che porti chiuso come un nodo, dove più fitta è la pena d’essere uno
straniero col cuore che vorrebbe amare e a cui viene dato, da altri, un odio
giustiziere.
Le
tue ferite no, non buttano sangue: sono da sempre cicatrici. Sono ferite
sepolte nel punto che più t’appartiene. Tu che dai tutto: tu che ti svegli uomo
e torni a casa costretto negli stracci e nella vecchia fame. Non hai nulla.
Nulla. Nulla. Tu, da tempo, hai di tuo l’ombra soltanto.
Un
giorno, vero come il sole, sarete il mare. Voi sarete il mare in tempesta,
perché già sulla terra c’è stata la tempesta che salva l’uomo. Voi sarete il
fulmine che spacca il mondo. Allora verranno a cercarvi, fra le spighe del
grano, uomini come voi: fedeli alla vita.
Costringerti
a vivere come automa è offesa al creato. Occorre da oggi gridare: la verità è
tutta nel tuo sangue di schiavo e di alienato. Occorre dunque essere liberi:
liberi, dalla vita alla morte, liberi finalmente nella luce del sole: unica
umana bandiera.
Il
posto dell’uomo è in piedi sulla striscia di terra chiara, l’uomo piantato nel
suo antico petto tutt’uno con se stesso. Il posto dell’uomo è nella vecchia
luce del sole, dove la vita e la morte fanno liberi i suoi occhi e umana la
voce dalla terra al cielo.
Nel
tuo paese di tenebre vivi come un tuono che dovrà scoppiare oltre il sangue ed
oltre il tuo sudore. Sotto le pietre, sotto i vortici di cemento; sotto le
rocce e il boato del mondo, lì c’è tutta la forza che ti è stata tolta. Una
forza straniera schiacciata dalla pietà.
La
tua fatica è sostanza ammucchiata di là dal tuo tempo. Tu stesso disumano come
l’odio che ti viene distillato da un’alba all’altra. Provi ogni giorno ad
afferrarti e al posto tuo - dove brucia un cuore vero - non trovi che un
fantasma con ruggine sugli occhi.
I
tuoi padroni chiamano bellezza ciò che distrae perché non si veda la tua faccia
spremuta. E cercano bellezza ipocrita, mai degna delle tue ossa battute dal
tempo: mai degna di scomparire nei tuoi cenci, pieni soltanto di umile
silenzio.
Hai
due braccia stanche, la voce vuota di parole buone, gli occhi assenti da tempo
e i figli da te lontani fin dalla loro nascita. La tua donna ha il ventre
sconfitto e come pietra cala nel tuo sonno, ogni notte. Tutto quello che
potrebbe essere tuo – perché tuo – è là, sul mondo, a incuterti terrore.
Se
tu vedi sudare un albero, esso porta il tuo nome. Con lui hai pianto di
nascosto, colle sue foglie hai bestemmiato sotto il solleone. Nessuno s’accorge
mai che i frutti sanno di terra e che la terra sa di sangue, succhiato una
volta alla tua cupa giornata.
Verrà
il tempo delle spighe per tutti e dell’albero fratello, il tempo dell’inno
rivolto al sole e della casa gentile. Camminerai sull’erba dritto sulla tua
schiena. Allora tue saranno queste mani a cui la terra deve frutti e bellezza.
Ad
ogni tramonto diventi un segno inerte e il tuo padrone s’affaccia al mondo col
suo peso di noia e di lussuria. Il tempo si spacca in due. E non c’è luce che
basti per la tua sconfitta. Non c’è festa che basti per il tuo padrone.
Ogni
giorno, alla stessa ora, offrire le mani, gli occhi, tutto il calore del sangue
e disperarsi fra le braccia umiliate dal tempo; far crescere le cose colla dura
pazienza, sentirti una fibra smarrita, curvo su te come se cercassi un attimo
di tregua o di incontrare il tuo volto d’uomo.
La
vera speranza è ancora un grumo d’odio nei visceri maledetti che ti aiutano,
ogni ora, a sopportare la vita. Ogni giorno diventi un altro e poi un altro
ancora, lontano dalla tua vera presenza, sperduto in quell’abisso in cui ti
vedi, in piena luce, crocifisso da tempo.
Quando
toccherai, con voce libera, l’umana essenza che ti fu tolta colla falsa pietà,
allora vedrai tuo figlio, vedrai la tua donna, vedrai il mondo venirti incontro
come per una festa.
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