Una interessante raccolta di note critiche sulle voci poetiche dialettali nostrane

 

[ Biografia delle voci – Note su poesia in dialetto e lingue minoritarie d’Italia (PDE, 2026) firmato da Gian Piero Stefanoni, è un volume che raccoglie interventi critici, come specifica l’autore, che sono stati scritti prevalentemente nel periodo 2021-2022 e pubblicati su una serie di riviste e blog online con poche eccezioni precedenti e quella del testo dedicato ad Anna Maria Bacher che è un’aggiunta successiva, del 2024.

Pubblichiamo qui di seguito la prefazione scritta da Lorenzo Spurio e uno dei brani di questo interessante compendio antologico. ]

 

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PREFAZIONE

 

di Lorenzo Spurio

 

Particolarmente pregevole risulta questa raccolta di testi critici del poeta e saggista Gian Piero Stefanoni nella quale ha deciso di raccogliere suoi testi, tra recensioni e brevi saggi, su numerose opere e autori che si sono contraddistinti per la loro produzione letteraria in una lingua altra rispetto a quella nazionale.

Sono, infatti, contemplati una serie di testi di agevole lettura e al contempo ricchi di riferimenti per eventuali approfondimenti ai testi analizzati o citati, un ampio numero di autori, tra viventi e non, che hanno fatto dell’uso della lingua nativa una delle peculiarità distintive della propria attività scrittoria.

Stefanoni passa in rassegna, con l’acume critico che gli è proprio e di cui si ha avuta evidenza in precedenti lavori saggistici (ricordo il recente Lettera da Malta sul grande letterato maltese Oliver Friggieri), autori più o meno noti a livello nazionale che hanno scritto e stanno scrivendo pagine della storia della letteratura. Stefanoni li inserisce in questo lavoro che non ha pretesa di esaustività e che può considerarsi continuamente in fieri sotto l’azzeccato e incisivo titolo di Biografia delle voci.

Una prima sezione del libro contempla le riflessioni critiche attorno alla vita e all’attività letteraria di una serie di autori, a rappresentare tutte le venti regioni italiane, con i loro rispettivi dialetti. Le note di lettura, come specifica l’autore del volume, sono state scritte, a parte poche eccezioni precedenti, nel periodo 2021-2022 e pubblicate su una serie di riviste e blog online con l’unica aggiunta successiva del testo dedicato ad Anna Maria Bacher che è del 2024.

La decisione di aver raccolto tutti questi contributi in volume, in un’opera unitaria, è stata saggia e credo vincente perché la lettura che si ha di quest’opera è profondamente arricchente tanto per lo studioso di poesia e letteratura quanto per coloro che apprezzano le discipline etno-antropologiche, riconoscendo nel dialetto e in forme linguistiche oriunde e identitarie uno dei principali esempi di legame e significazione con la terra delle origini.

Solo per citare alcuni degli autori contemplati in questa sezione vale la pena ricordare l’esperienza di Marco Gal (1940-2015) nel patois particolarissimo della lingua franco-provenzale ancora in parte conservata e usata nella forma scritta in Valle d’Aosta; Dino Marino Tognali (1929-2014) col suo dialetto della Val Camonica; la poetessa e critico Maria Lenti (n. 1941) con l’urbinate; Crescenzo del Monte (1868-1935) con l’inedito linguaggio misto di ebraico antico e volgare romano; Davide Cortese (n. 1974) coll'eoliano di Lipari (Isole Eolie). Il campionario è comunque molto vasto e l’acquistare e il leggere il volume sono ragioni validissime per scoprirne la totalità dei contenuti.

C’è una seconda sezione che porta come titolo “Lingue minoritarie e fuori confine” dove Stefanoni ha inserito una serie di autori che, dentro o fuori dal contesto nazionale, hanno usato lingue diverse, derivate da tradizioni antiche o, nel caso parlate nel nostro Paese, quali sacche di resistenza e conservazione nella forma, appunto, delle minoranze. La diversa conformazione dei confini geografici del nostro Paese a seguito dei conflitti internazionali e ai relativi trattati che ne sono seguiti non ha fatto seguito, com’è naturale che sia, a una demarcazione netta anche in termini linguistici dei vari territori ed ecco il motivo per cui in tale sezione troviamo poeti come Andreina Cekova Trusgnach (n. 1961), nativa di San Leonardo (UD), fertile autrice nel dialetto sloveno delle Valli del Natisone in una zona che è stata definita la “Slavia friulana”.

Fanno parte di questa seconda parte del lavoro anche poeti e poetesse che hanno aderito a una volontà di difesa identitaria e di rivendicazione all’appartenenza dei propri spazi con particolare attenzione alle minoranze linguistiche del ladino (Roberta Dapunt) e di forme miste di lingua locale col vicino tedesco nel nord Italia com’è il caso della lingua utilizzata da Norbert C. Kaser (1947-1978). C’è il caso particolarissimo del titsch, un tedesco medievale che lotta per la sopravvivenza, di Anna Maria Bacher (n. 1947) e di altre minoranze la cui presenza nel nostro territorio andrebbe approfondita con un’investigazione più attenta in relazione alla storia e ai meccanismi secondo ai quali si è imposta (e si è conservata) in determinati territori piuttosto che altri. Ne sono esempi il griko salentino nel caso del poeta Salvatore Tomasi (n. 1950), il catalano parlato ad Alghero di cui è portavoce in poesia Antoni Canu (n. 1929), il sardo-corso di Giuseppe Tirotto (n. 1954) fino all’arberëshe (antico albanese) di Giuseppe Schirò Di Maggio (n. 1944).

Un caleidoscopio di lingue e di esperienze personali quelle che Stefanoni raccoglie con la sua opera critica che ci permette di allargare i confini rispetto alla semplice partizione tra poesia in lingua italiana e dialettale e che chiama in causa motivi storico-geografici-geopolitici e sociali per studiare i casi, le situazioni e le difficoltà delle varie minoranze linguistiche che, pur con difficoltà e grazie all’impegno di persone come gli autori citati, vengono non solo conservate ma promosse col fine di trasmetterne la tradizione alla posterità.

 

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Achille Serrao, Antologia

Edizioni Cofine, Roma 2016. (Campania)

 

di Gian Piero Stefanoni

 

Di Achille Serrao a quasi dieci anni dalla scomparsa avvertiamo ancora e forse con più forza tutta la mancanza. Uomo e artista dotato di una tempra e un’attenzione autoriale e alla vita assai rara lo ricordiamo per un’attività ricchissima spesa al servizio della lingua e nell’accezione di una scrittura minuziosa sia nella produzione in lingua che nel dialetto campano della sua Caivano anche per la sua battaglia per la promozione della conoscenza della poesia in dialetto nello specifico confluita poi nella fondazione a Roma nel 2002 con l’amico Vincenzo Luciani del Centro di documentazione della poesia dialettale «Vincenzo Scarpellino» presso la Biblioteca Gianni Rodari e nella direzione della rivista «Periferie».

Chi scrive, ad esempio, ha ancora vivissimo il ricordo di una serata a San Giovanni in quegli anni per la presentazione da lui organizzata di una serata dedicata alla poesia in romagnolo di Sante Pedrelli in una presenza accesa e lucidissima intorno ai luoghi e alle strattonature da cui poi la parola della poesia nasce. Presenza che forse è bene sottolineare ancora una volta esplicata anche nella forma in prosa e saggistica naturalmente, nell’indicazione allora di un appassionato e instancabile legame che in questo smilzo aperilibro della Cofine lo stesso Vincenzo Luciani prova a rendere omaggio raccogliendo per la cura di Luca Benassi un’antologia, seppur breve certo, dei testi poetici nell’ordine cronologico dei brani in lingua e poi nella grande maggioranza di quelli in dialetto.

E ben compiuta ci pare questa operazione della Cofine nell’invito a un primo approccio soprattutto per chi non del tutto avvezzo alla poesia di Serrao, una poesia non certo facile, come è stato già rilevato, nella sua lettura soprattutto nei testi in lingua nell’imprimatur di una formazione e di un’attenzione storica che lo ha visto nell’affondo libero e pieno delle sue incisive interrogazioni dal simbolismo francese di marca europea, il surrealismo poi, e l’ermetismo come riepilogo mitografico del simbolismo. In questo senso dunque grande merito è nella cura di questo volume l’accompagnamento, naturalmente nella sua più possibile sintesi, lo scioglimento di un percorso approdato successivamente nelle sue chiarificazioni ad una parola, ad una lingua che nell’incisione in dialetto lo vede sciogliersi entro una maggiore se non «totale libertà da lacci e impacci edificativi, una più “serena” libertà espressiva dovuta forse a temi e lessico impiegato, al suo spessore semantico inimitabile (e talvolta intraducibile in lingua), ai suoni superbamente e opportunamente accorrenti per rendere amalgama insperati» come appunto ben evidenziato nella nota biobibliografica.

Come anche aiuta a comprenderne le tante ombre di una dolente, antica e a tratti aggressiva malinconia di separazione l’excursus circa l’approdo all’uso di un dialetto (come ebbe a notare Luigi Bonaffini) smarcato e quindi libero, insieme ad altri autori quali Sovente, Di Natale, Bàino, Pignatelli da una tradizione napoletana ferma al modello melico del Di Giacomo e all’influenza di personalità come Eduardo e De Curtis o del folklorismo, del bozzettismo letterario e nella presa di distanza (Franco Brevini) da una certa apologia della miseria ponendo piuttosto al centro della contestazione la sperimentazione linguistica.

Così dicevamo è bene anche per meglio comprendere la natura di quel «monologo interiore» (Pietro Civitareale) che lo guida non dimenticare nell’impiego del dialetto quelle motivazioni progettuali, di «concretezza operativa» qui criticamente riportate unitamente a quelle psicologiche, in relazione anche alla figura paterna alla «religiosa necessità di instaurare con il padre morto un dialogo di verifica del vissuto, dei ‘come’ dei ‘perché’ in una lingua di possibile intesa, l’unica rinvenibile nel luogo dove affondano le radici di famiglia, dove antropologia e memoria hanno lasciato sedimenti». Ed infatti in questa poesia dove, infatti, non è la luce ma la sua lotta col buio a verificarci nell’impossibile unità di una memoria ferita, è la figura paterna a dominarne corridoi e luoghi, dialoghi e interni di un malessere, di una insonnia che è anche del fisico, la meditazione come detto come a ricercare all’interno della parola momenti, suggestioni, evocazioni di un qualcosa di rimettente nel ritrovamento di ciò che comunque non fu, non ebbe in essere.

Il racconto allora nella sua più conscia espansione è anche il racconto di storie, di uomini, di generazioni più che lacerate diremmo svuotate, incomprese a se stesse prima che agli altri, inesplicabilmente perse nei labirinti di una storia personale e di una Storia tout court più grande, topi e ragnatele figure ricorrenti in disputa con tutti quegli uccelli nella dolenza di partecipati e creaturali affetti (il merlo, il caro fringuello nella domanda come possa diventar poesia una lingua petrosa).

Lo spazio, il tempo ci appare così quello di uno stesso medesimo inverno, uno stesso medesimo schiattuso giorno nella traccia di una fenditura che però ogni volta come cordicella di reliquie vediamo assottigliare urgendogli nel petto la foga, l’urgenza di una parola che prima della notte, nella cerchia di stordimenti e di demoni, possa in qualche modo risanare, risanarlo dalle altre parole, quelle infette del mondo. Ma Serrao nella franca malinconia della voce può solo inciderne l’illusione nell’ancestrale consapevolezza di una bocca che lo somiglia al padre del cui barcollare come del proprio prega la veglia (ricordando in questo alcuni motivi, alcuni inseguimenti di Sbarbaro) nella struggenza di una «fabula», di un vaso nell’acqua da cambiare che in realtà è anche il proprio.

Una questione di lingua, ancora, evidentemente a vincerlo, e a vincersi oltre e nonostante l’asprezza del luogo e del senso, lingua materna e paterna insieme dunque, e che forse può ancora indovinarsi in un «cunto d’’e ccose piccerelle» («racconto di piccole cose») nella similitudine con quella foglia inclinata al desiderio del suo dio, quello di ogni foglia, senza misura e «un poco scimunito» («nu poco ’nzallanùto») che nel deriderla pure la dondola risolvendola in un’accensione di cielo, nel suo insistere e andare anche se fosse l’ultima come chi «va / truvanno a Cristo ’int’ê lupine» («va / cercando Cristo tra i lupini»).

Quali sono allora questi lupini nella culla d’aria nel raccorpo di terra e cielo così tenacemente inseguito verrebbe da chiedersi. Forse in primis la cara Paula, la cara moglie, e l’amatissima figlia Maria, qui carezzata nella domanda d’eredità dell’ultimo testo, di cosa ancora possa lasciarle se non un piccolo fagotto di versi senza domani, «nu vucà ’e lengua tremmante che ancora va truvanno quacche lluna / ’e trànseto a scaso» («un beccheggio / di lingua in ansia che ancora cerca qualche luna / di passaggio») e forse ancora tutto il corpo di figure, di studi, di presenze offerte al servizio del mondo nel servizio di un dettato che proprio nel solco di un’incessante richiesta di vita e di storia, partecipata, inseguita, comunicata ha al contrario ancora nel presente vivace del suo ininterrotto passaggio (e paesaggio) il suo sicuro domani.

Che poi anche in questo è racchiuso il senso del nostro breve personale intervento, rilanciando ad altri più autorevoli commenti l’indagine su un uomo, su una scrittura che ancora non cessa di interrogarci riconoscendoci su tutto nella narrazione di un disagio, evidentemente non solo personale ma alla radice anche nel paradigma di una condizione storica, universale ai più riconoscibile, in questo condividendo appieno quanto sottolineato ancora da Bonaffini e che dalla propria esperienza, personale certo ma non distante, chiede dicitura dal dolente premere di una realtà ingolfata, compressa, in eccesso di carico. Ci piace allora concludere con l’immagine della vita come morso di becco d’uccello a trovar seme («‘A casarella ‘e Vincenzino»), di un canto che seppur colpito va diffondendosi, strappando al vento, pur a stento e vedovo d’aria, suoni e colpi d’azzurro nel grembo di una Ischitella grembo di ogni paese. Questo, infatti, era il canto di Achille Serrao.

 

Uscita su «Poeti del Parco» il 14 maggio 2021

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