TEATRO: SE Baudelaire RIVIVE IN UN BARBONE

 

di Desirée Massaroni

 

Hanno ucciso Baudelaire scritto da Marco Buzzi Maresca e interpretato da Gianni De Feo si presenta come un attraversamento poetico e insieme densissimo dell’universo del grande poeta francese, qui più evocato che rappresentato.

Infatti, in questo monologo De Feo interpreta un barbone che si è proiettato nella figura del poeta Charles; il primo autore europeo che già in Les fleurs du mal aveva individuato i cambiamenti della metropoli parigina a metà ’800, animata da figure marginali e reietti (straccioni, prostitute).

Una marginalità come condizione esistenziale e che forse, a inizio spettacolo, De Feo sottolinea in una maniera un po’  troppo manierata, quasi piratesca anche nelle vesti e tuttavia connaturata nella sua natura attorale. D’altronde la sensualità, il corpo, l’eros – i fiori di carne che Maresca dice che oggi sono stati uccisi – è la struttura vivace, a tratti danzante del dialogo dell’uomo con lo spleen baudelairiano in una trasposizione da Parigi a Roma.

E in questa sovrapposizione-scissione fra un Baudelaire vero e immaginato, il barbone rievoca le donne che ha amato: Jeanne Duvall, la ballerina amante del poeta francese. E Jasmine, una vecchia prostituta, forse uccisa dal clochard. Infatti, quella dell’uomo – che nel passaggio da un angolo del palcoscenico in cui è immobile, ripiegato su di sé, al letto rievoca attraverso pure una disarticolata gestualità, la sensualità della donna, il piacere erotico sfrenato – appare soltanto una sua fantasia, una sua allucinazione, un delirio. Il motivo non è chiarito dall’autore, che forse preferisce veicolarlo attraverso il linguaggio poetico che è la cifra stilistica della drammaturgia di Maresca, una drammaturgia in versi in cui attingere (e sprofondare) in un senso di grandezza e assolutezza di un’esistenza altrimenti priva di senso, di collocazione, condizione poi comune.

 

«Quando ficcavo il muso tra le tue cosce aprendo il mondo con la lingua!

Si apriva il tempio, vasto come la notte e il chiarore.

Il tempio della natura.

Il tempio degli odori e dei colori.

 

(…)

 

E cadevo… cadevo nella narcosi dell’infinito delle tue natiche (…).

È questo che hanno voluto uccidere?

È questo che il mondo ha voluto negare?».

 

Allora, dunque, questo ‘strano fiore’, questo ‘gelsomino di sangue’, ovvero Jasmine, è stato forse ucciso dal mondo? O da un sogno? O da Baudelaire che ha ucciso Baudelaire, così che il barbone è pure un poeta che non può che tramutarsi in uno scarafaggio goffo, putrido, non visto né sentito, prossimo alla morte (mangiato da un gabbiano), infine morto, ma che rifiorisce nel silenzio di Jasmine in una infinita sinfonia, esiliato sulla Terra.

Il dispositivo dei cartelli appesi nel finale risulta particolarmente efficace: parole fissate nello spazio, residui concreti del flusso poetico, che funzionano come un correlativo oggettivo verbale. Non immagini, ma segni linguistici che incarnano l’esperienza scenica e poetico-critica della visione di Maresca su cui il pubblico è invitato a meditare.

 

 

Gianni De Feo

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