POESIA O NON POESIA tra platone e heidegger

 

di Marco Tabellione

 

è fin troppo nota la condanna che Platone lancia contro la poesia e l'arte in generale, considerandole imitazioni di un'imitazione. Nella Repubblica dopo aver costruito un ideale di Stato sostiene che da tale società deve essere bandita la poesia. Si tratta di un'affermazione grave che non può non far soffrire i poeti, soprattutto coloro che vedono in Platone e nel protagonista dei suoi dialoghi, Socrate, un punto di riferimento sapienziale e una fonte di ispirazione.

I motivi addotti da Platone per questa condanna della poesia sono due. Intanto, come detto, la sua teoria delle idee dimostrerebbe che se la realtà è una imitazione di idee che preesistono (ma già Aristotele contestava l'assurdità di questa affermazione) allora tutto ciò che imita la realtà, tra cui l'arte e la poesia, è un’imitazione di una imitazione, dunque ha un valore ancora più ridotto. Ma c'è un'altra motivazione che spinge Platone a criticare e denunciare la poesia: il carattere consolatorio e illusorio che essa assume rispetto alla vita. Nei funerali, come esemplifica lo stesso Platone, essa, la poesia, spingerebbe le persone ad una sorta di ripiegamento interiore deleterio per la persona, e in generale indurrebbe gli uomini a non reagire, a non attivarsi. Insomma, in quest'opera Platone senza deroghe propone la messa al bando della poesia. Tuttavia, nonostante l'inequivocabile sentenza negativa emessa ai danni della poesia, il giudizio del grande filosofo non può essere limitato a questa condanna. In effetti in un'altra opera, Il Fedro, Platone corregge questa visione. Nell'opera Socrate, in dialogo con Fedro, sostiene che esistono quattro manie nell'uomo, le quali sebbene inutili rispetto al senno, sono motivo di vera felicità. Ed esse sono motivo di felicità perché hanno a che fare con l'anima, che secondo Socrate è immortale. La maggiore di queste manie è quella dell'eros, ma fra esse Platone pone anche la poesia. Come allora concordare le affermazioni de La Repubblica con queste del Fedro, che apparentemente risultano contraddittorie?  Semplice: Platone non sta considerando lo stesso genere, è evidente. Quando critica e censura la poesia, si riferisce all'epica che ha un'impronta narrativa, ma non alla poesia in quanto espressione soggettiva e dunque non semplice mimesi di una realtà.

Dunque, l'idea di poesia come mania, e potremo chiamarla anche follia, illuminazione, ispirazione divina, è esaltata alquanto da Platone. E ciò in fondo si sposa alla grande con l'idea di poesia che muove la riflessione di Heidegger, il filosofo tedesco tra i maggiori del Novecento, che decise di dedicare le sue ultime opere proprio alla poesia, e precisamente ad un poeta romantico tedesco Hölderlin.  Nella Questione della tecnica, uno degli ultimi saggi di Heidegger, il filosofo tedesco si sofferma ad analizzare l'essenza della tecnica. L'essenza della tecnica non è da ricercare secondo lui nella tecnica, così come l'essenza di un albero non è l'albero. L'essenza della tecnica è secondo Heidegger la sua causa, che rimanda al termine latino casus, l'accadere, che per Heidegger ha sempre un responsabile. Per Heidegger la techne si sarebbe in qualche modo separata dalla poesia, cioè dalla creatività umana, poiesis infatti vuol dire “fare”, “creare”. In passato techne e poiesis agivano di concerto, determinando aletheia, cioè verità come svelamento, rivelazione. In tale condizione l'uomo imparava a sfruttare i segreti della natura per migliorare la propria situazione innanzitutto materiale. Ma successivamente la techne sarebbe passata dall'aletheia, cioè la verità come svelamento, a quella che Heidegger chiama “provocazione”, un tipo di esperienza in cui l'uomo non si limita a svelare i segreti, ma tende a piegarli sempre di più alle proprie esigenze, passando dalla rivelazione appunto alla provocazione.

Ora in questo processo l'uomo non è solo agente, è anche in qualche maniera agito dalla techne. Ciò non vuol dire che non ci siano spazi di libertà, presenti ad esempio in una disposizione che sia contemplativa e che sfugga all’esperienza dell'agire. Tuttavia, anche il contemplativo finisce per proiettare sulla realtà un punto di vista umano e dunque deformante. Heidegger dice che è come all'interno di un'abitazione, tutto viene finalizzato alle esigenze dell'abitante umano. Manca cioè la capacità di formarsi a partire da una relazione con una estraneità che non sia umana, poiché solo contattando ciò che non appartiene alla propria identità si può cogliere le caratteristiche differenti della individualità personale.

Tuttavia, Heidegger indica l’esistenza di una possibile via da percorrere, e giunge ad individuarla proprio nella poesia. Cioè nella possibilità di riportare la techne alla sua condizione di poiesis, cioè di esaltazione della creatività costruttiva e non distruttiva dell'uomo. Ecco perché Heidegger si è interessato di un poeta, Hölderlin, abbandonando quasi lo studio filosofico e dimostrando che la poesia è molto di più di una semplice pratica artistica. La poesia è l'essenza vitale del linguaggio, è il linguaggio al suo stato puro, quello simbolico, che gli consente di essere riparatore della separazione tra uomo e uomo e tra uomo e mondo. Il simbolo unisce, ricostituisce un'antica unità, rende ragione della priorità del verbo attestato dal vangelo di San Giovanni, ma anche dalla Genesi dove Dio crea il mondo parlando. La poesia, dunque, nella sua vocazione simbolica continua a rimanere alfiere della civiltà, può ancora insegnare ad essere, non perché depositaria di un sapere contenutistico, ma perché nel simbolo trova la chiave per la scoperta dell'altro, e dunque la base di ogni possibile convivenza e consorzio sociale.

 

Martin Heidegger

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