Il nuovo saggio di Franco Romanò: “Walter Benjamin fra modernità, ebraismo e comunismo”

 

 

di Maria Teresa Ciammaruconi

 

 

Franco Romanò narratore, poeta e saggista. È definizione attribuibile a molti di coloro che sono adusi a frequentare la letteratura e fare uso di penna – come si sarebbe detto un tempo. Certamente la produzione di Romanò annovera diverse raccolte poetiche, romanzi, racconti e molti saggi, questi ultimi accessibili nel suo blog www.francoromano.it.

Ma l’aspetto più interessante di tale attività letteraria è il file rouge che collega le varie forme della scrittura con le coordinate filosofiche e politiche che a monte innervano il suo pensiero. Pertanto, la componente esistenziale ed estetica dell’Autore cerca il suo motivo di essere in una dimensione collettiva piuttosto che in una esclusiva autoreferenzialità di facile consumo.

Considerato in quest’ottica, l’ultimo saggio di Romanò - Walter Benjamin fra modernità, ebraismo e comunismo (Ed. Puntoacapo, dicembre 2025 - Collana di saggistica: Crinali n. 21) – costituisce l’ultimo tassello di un sistema organico di analisi i cui prodromi si trovano espressi nel blog che Romanò condivide da diversi anni con Paolo Rabissi: diepicanuova.

Nell’articolo pubblicato il 22 aprile 2014 sulla rivista L’ospite ingrato, Rivista online del centro interdipartimentale di ricerca Franco Fortini sono espressi in sintesi e chiarezza i presupposti e le finalità che nel blog si dispiegano nel corso del tempo.

Volendo ridurre all’essenzialità: 1) disponibilità a superare le sacche dell’individualismo a favore di un recupero della Storia 2) propensione per un registro linguistico di carattere narrativo (anche all’interno della poesia) che si sottragga all’astruseria dei significati e ai crucci esistenziali individuali 3) i soggetti dell’epica nuova non sono gli eroi dell’epica tradizionale e tanto meno gli antieroi, ma soggetti sociali e politici forti in cui la qualità eroica si diluisce nel soggetto collettivo 4) dichiarato il superamento del conflitto tra classe operaia e classe capitalista, è necessario il riconoscimento di una nuova aristocrazia, quella finanziaria. In che modo la narrativa e la poesia possono risarcire il silenzio di categorie che hanno perso la loro centralità? 5) le trasformazioni tecnologiche e scientifiche hanno ridotto lo spazio planetario, quasi annullato quello terrestre, quindi hanno modificato i nostri sensi, la percezione della natura e degli oggetti. In che modo si trasforma la percezione estetica?

Insomma: l’epica al tempo della globalizzazione.

Tale premessa è necessaria proprio per collocare il saggio su Benjamin come tappa di un percorso organico di ricerca. All’interno della vasta opera del filosofo tedesco, Romanò seleziona e collega proprio quelle tematiche che permettono di dedurre un metodo ancora utile alla lettura del mondo.

 

Walter Benjamin

 

 

Benjamin, nato a Berlino nel 1892 e morto suicida in Catalogna nel 1940, si trovò a misurarsi con il periodo più complesso e contraddittorio della storia dell’Occidente, se si prescinde dagli eventi degli ultimissimi anni. Da una parte il mondo dell’arte e del pensiero è rivoluzionato dai movimenti culturali e scientifici più innovativi e libertari, dall’altra i due conflitti mondiali e l’affermarsi dei sistemi dittatoriali (dalla Spagna alla Russia passando attraverso Italia e Germania) obbligano il pensatore alla mediazione tra reale e ideale; molti intellettuali - ove non si isolino nel mito dell’arte per l’arte - si sentono costretti ad assumersi responsabilità storiche concrete. Una modernità multiforme, quindi, che Beniamin coglie in tutto il suo potenziale rivoluzionario, pur subendone in prima persona la drammaticità in quanto ebreo.

Secondo la lettura di Romanò, un personaggio chiave nella formazione del filosofo tedesco fu Asja Lâcis che conobbe a Capri nel 1924. La regista lettone che – tra l’altro - lo metterà in contatto con Bertolt Brecht, oltre a guidarlo nel viaggio in Unione Sovietica, è stata volutamente messa in ombra da personaggi di grande calibro attivi nell’entourage intellettuale dell’epoca. Forse – ritiene Romanò – furono infastiditi da una presenza femminile, geniale e operativa che contribuì ad aprire ulteriori fronti di interesse nella mente già eclettica di Walter, ragion per cui non fu ortodosso a nessun movimento restando marginale e scomodo allo stesso tempo. La relazione con Asja, sentimentalmente significativa, diventò il tramite per sostanziare attraverso la conoscenza diretta dell’Unione Sovietica (insieme visitarono Mosca e Riga) la scelta ideologica di Benjamin per il Comunismo. Comunismo che accoglie in pieno come chiave interpretativa del mondo, pur condannandone le derive staliniane. Sarà per questo che, pur mantenendo per tutta la vita l’intesa e l’amicizia con Gershom Scholem, teologo sionista, non ne abbraccia fino in fondo le tesi evitando di raggiungerlo in Palestina. Diciamo che l’adesione al Comunismo sembra essere un efficace correttivo rispetto ad un’adesione piena alla mistica ebraica.

Sono gli stessi anni in cui la conoscenza di Theodor Adorno, il filosofo della scuola di Francoforte, lo stimola ad approfondire il pensiero critico contro la falsità della società capitalistica. Non c’è relazione umana intessuta da Beniamin che non diventi occasione per un approfondimento storico culturale. Un modo febbrile ed emozionante di stare al mondo attraverso il quale i suoi strumenti critici si affinano e si intrecciano fino a formare un sistema di pensiero indipendente.

Ed ecco l’analisi del Surrealismo e l’avvicinamento a Baudelaire che considera secondo la prospettiva del nuovo pubblico. Nell’ottica di Benjamin, il concetto di flânerie si risignifica per poter calzare addosso ad un fruitore che comincia a sentirsi massa. Ma, se – utilizzando la sua capacità di attualizzazione - lo guardiamo dal XXI secolo, intravediamo un flaneur che somiglia molto al consumatore che si aggira indifferente nei moderni supermercati.

L’opera d’arte, persa l’aura dell’unicità, esige una ridefinizione del concetto di autenticità. Pertanto, l’opera si emancipa dal rituale della tradizione a si àncora alla politica. Accostarsi a quest’analisi col senno del poi permette di individuare tutta la lungimiranza del filosofo tedesco: «l’obsolescenza programmata è un dogma dell’industria attuale. Tutto, in sostanza, sta diventando famoso per un quarto d’ora» (Romanò pag. 26). E ancora nelle pagine successive: «(in Benjamin) la politica e i suoi strumenti, che non sono solo i partiti, ma il reticolo delle associazioni della società civile, prendono il posto del mecenate e del principe, del sacro, del magico e dell’aura… l’arte si emancipa, ma trova altri potenziali committenti che la promuovono per le loro diverse finalità».

Insomma, è una prospettiva secondo cui Benjamin, già dagli anni Trenta, individua le linee portanti del postmodernismo.

Sono proprio queste le implicazioni a cui tiene Romanò che, nell’indagare tra i morti in realtà cerca di identificare i vivi.

L’attenzione che Benjamin dedica a Franz Kafka, certamente volta a considerare il valore estetico della scrittura, secondo Romanò privilegia il valore metaforico della sua opera. Le vicende dei personaggi kafkiani, oltre a sostanziare angosce esistenziali, vogliono smascherare la soverchiante sproporzione tra gli apparati burocratici della modernità e la mancata possibilità per l’individuo di trovare in essi il sostegno a cui avrebbe diritto. I riflettori sono accesi a mettere in luce il sadismo dello stato moderno e, proprio in quanto moderno, irrigidito nel grigiore della modulistica ottusamente ripetuta. L’unica bellezza concessa è quella della vittima, bella nella sua totale assenza di speranza. 

 

Non a caso, tra i molti saggi scritti di Benjamin, quello certamente più noto anche tra i non addetti (almeno nelle linee generali) è L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica scritto nella prima metà degli anni Trenta.  L’utilizzo della tecnologia, lungi dall’essere considerata un mero strumento, rivoluziona l’universo della percettività prima, e poi quello della creatività. Se già con il saggio sulla Fotografia il filosofo ne aveva esaltato tutta la straordinaria forza innovativa, scrivendo di Cinema ne moltiplica la portata in modo esponenziale. La proiezione cinematografica nasce dal potenziamento del processo percettivo e cambia la concezione stessa di natura; quindi, l’opera che ne deriva se da un lato perde l’unicità, dall’altro ha la capacità di raggiungere e coinvolgere un gran numero di persone, un pubblico di massa che recepisce in modo immediato, ma non necessariamente superficiale e per di più in brevissimo tempo. Ma il suo generoso ottimismo non gli impedisce di rilevare che la possibilità di veicolare contenuti viene offerta anche a chi governa che nell’esporsi ha cura di manipolare la propria immagine in funzione degli obiettivi utilitaristici.

Attenzione: è un’esposizione da cui escono vincitori il divo e il dittatore.

Benjamin fu testimone di quel momento della storia del cinema in cui da poco il sonoro stava sostituendo il muto. Volendo noi oggi mutuare la sua lezione metodologica, a quali conclusioni giungeremmo?

Che ognuno tragga autonome conclusioni.

 

Nell’ultima parte del saggio, Romanò prende le distanze dall’idea di attualizzare Benjamin, ma – fedele al suo metodo - parla piuttosto di risignificare fornendo i nuovi contenuti del presente per reificare ciò che per il Filosofo fu il sogno di una cosa.

I mezzi di cui oggi disponiamo consentono di moltiplicare i punti di vista. Guardiamo la realtà attraverso un prisma che smonta e rimonta l’oggetto osservato in realtà plurime, tutte di carattere illusionistico. L’oggetto catturato della macchina da presa non è lo stesso oggetto che i nostri occhi vedono e gli obiettivi sono infiniti e voraci. Quante sono le realtà che ci restituiscono?

Se la psicanalisi fa emergere l’inconscio istintivo, la riproduzione tecnica scopre un inconscio ottico, ci dice Benjamin. Quella che vediamo attraverso strumenti di riproduzione è una natura di secondo grado. La possibilità di vedere la realtà immediata è una chimera, ma ciò che vediamo attraverso la macchina non è un falso, ma è un altro livello di realtà che senza la macchina ci sarebbe precluso, il supporto tecnico può diventare un approfondimento, un intensificante della realtà che Benjamin definisce inconscio ottico in analogia con l’inconscio freudiano.

Romanò cita il libro del professor Pietro Montani L’immaginazione intermediale (Laterza, 2019), in cui spiega come oggi il processo di autenticazione di una notizia deve avere carattere intermediale e non semplicemente ricorrere alle fonti, quindi avvalersi di mezzi diversi da porre in relazione. E qui si rivela il metodo benjaminiano in tutta la sua prolificità: fare dialogare tra loro mezzi e tecniche diverse richiede un surplus di creatività, di immaginazione e non soltanto raffinatezza tecnologica. Il sottotitolo del libro di Montani è Perlustrare, rifigurare, testimoniare il mondo visibile. L’ambito della natura di secondo grado è ampio, è come la natura di primo grado: può distruggere o generare. Ma una società ispirata al senso della cooperazione può, attraverso la tecnica, moltiplicare la forza del gesto solidale. Una società che per Benjamin poteva essere quella comunista. Sta a noi cercare una ideologia dal volto umano all’altezza dei tempi.

Non ci sono certezze nell’azione creativa, il margine d’azzardo resta alto. D’altronde anche nell’azione strettamente finalizzata restano zone d’ombra, o addirittura si finisce col brancolare nel buio di un castello kafkiano, o ci si risveglia mostri. Non resta che credere che quei congegni costruiti nel corso di millenni di esperienza possano rivelare domani verità oggi precluse.

È una scommessa da portare avanti con l’entusiasmo di chi ha fiducia nel gran gioco combinatorio e nella volontà politica di spendere la propria individualità per una collettività più viva.

 

Walter Benjamin il 26 settembre del 1940 assunse un’overdose di morfina e morì da solo in un albergo di Portbou, aveva quarantotto anni. Essere un ebreo durante la dittatura nazista distrusse in lui ogni fiducia. Sarebbe bastato resistere ancora un giorno. Il salvacondotto che arrivò poche ore dopo gli avrebbe permesso di imbarcarsi per gli Stati Uniti e salvarsi.

Ma forse nulla accade a caso, la morte precoce gli ha permesso di non adattarsi a nessun compromesso ideologico. È rimasto fedele a quel credo politico che tanta parte ha avuto nel suo pensiero e grazie al quale il suo metodo vive ancora, e ancora dà i suoi frutti.

 

 

 

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