doppio omaggio Per Lamberto
Pignotti che ha cinque volte vent’anni
di Marco
Palladini
[ In omaggio a
Lamberto Pignotti che lo scorso 26 aprile ha compiuto cento anni, nello spazio
La Camera Verde di Roma è stato presentato tre giorni prima un bel libro di
suoi fotoritratti scattati da Enzo Eric Toccaceli, intitolato Dialoghi a
colpo d’occhio. La pubblicazione era introdotta da una mia nota critica
che qui riproduco.
A seguire
ripropongo pure la prefazione che scrissi dodici anni fa per la ripubblicazione
del libro in versi di Pignotti Vita zero per la collana di ebook
Onyx-Le Reti di Dedalus, da me diretta. ]
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Chi ha scalato
la cima Everest di un secolo di vita, può a giusto titolo fregiarsi del nome di
‘immortale’. Lamberto Pignotti è, appunto, uno di questi rari highlander che
giunge a questa apicale vetta esistenziale perfettamente lucido, attivo,
reattivo e creativo. Poliartista d’avanguardia tra immagine e parola, Pignotti
ha dato vita, in contemporanea al Gruppo 63, al Gruppo 70 in compagnia di Giuseppe Chiari, Ketty La Rocca, Lucia Marcucci,
Eugenio Miccini, Luciano Ori; e ha attraversato oltre sei decadi di arte a
tutto campo, mai dismettendo il suo spirito ludico e il suo sguardo curioso,
tra malizioso e ironico, non di rado satirico e satiro-politico. Direi che
Lamberto è stato sempre, fondamentalmente dedito al gioco, con la
consapevolezza che è la cosa più seria che c’è.
Jouer in francese ha il doppio significato di
giocare e di recitare (come to play in inglese), ebbene il nostro
poliartista è sempre stato un giocatore che recita e un recitante che gioca.
Una volta di più lo
dimostra la presente pubblicazione Dialoghi a colpo d’occhio, in
cui lo sguardo sapiente del fotografo Enzo Eric Toccaceli si rapprende sulla
disinvolta e ammiccante disposizione di Pignotti a farsi attore di se stesso,
del suo imperituro personaggio artistico. Toccaceli è da lungo tempo un
magistrale, consumato ritrattista dei maggiori poeti nazionali e internazionali
(soprattutto degli autori americani della Beat Generation), ma sicuramente di
rado ha incontrato un poeta-artista come Lamberto disponibile a giuocare con
l’obiettivo, senza inibizioni, anche a prendersi amabilmente in giro, laddove
invece gli scrittori in generale sono propensi ad assumere pose pensose,
corrucciate, solenni o altezzose, piene di sé, magari avendo alle spalle
muraglie di libri su ordinati scaffali. Pignotti no: si tocca la punta del
naso, tiene in mano un quadro vuoto; esibisce la ‘mercanzia’ dei suoi famosi
collage verbovisivi; solleva gli occhiali sulla fronte e ammicca furbetto; mostra
fiero la maglietta bianca con la scritta “cento”; si fa impallare da un
manichino tappezzato di ritagli tra Marilyn Monroe e la Gioconda, alzando i due
pugni in alto (e mi fa ridere perché penso a Mario Brega che nel film di
Verdone Un sacco bello [1980] urla: «Perché io non sono comunista
così, io sono comunista così!» protendendo, appunto, non un solo pugno, ma
tutti e due).
Ora, naturalmente, io
non so se Pignotti sia mai stato comunista o supercomunista come il personaggio
di Brega, ma la sua effervescenza di centenario mi fa venire in mente che
quando negli anni Sessanta del secolo scorso ero un pischelletto di dodici-tredici
anni, sentivo i ragazzi più grandi di me, i 18-20enni, chiamare ‘matusa’ gli
adulti 45-50enni, perché in effetti gli uomini che allora avevano la metà degli
anni che ha oggi Lamberto, apparivano dei Matusalemme dalla mentalità retriva,
conservatrice, allergica, ostile a tutte le novità portate dall’onda giovanile socio-culturale
che travolse quell’epoca.
Pignotti centenario mi
appare il contrario dei cinquantenni della decade dei ’60. Da questo punto di
vista mi viene da accostarlo a Giuseppe Ungaretti che quando gli ricordavano
che aveva toccato gli ottant’anni, replicava sorridendo: «Macché! Io ho quattro
volte vent’anni!», ed era pieno di foga amorosa per una ragazza ventenne che
lui reputava virtualmente una propria coetanea.
Ecco potremmo allora
dire che Pignotti ha oggi cinque volte vent’anni e davanti alla macchina
fotografica di Toccaceli si mostra come un attempato giovanotto sorridente,
benevolente che finge di saper suonare il pianoforte con un impeto da novello
Beethoven, o fa il narciso innalzando un suo grande collage che proclama se
medesimo “ancora più bello!”.
Il gioco, ancora e
sempre il gioco è però anche lo spalancare gli occhi ora sardonici, ora forse
un po’ stupefatti di continuare ad esserci essendo nato quasi al principio del
famigerato ventennio mussoliniano, giusto coincidendo con quel biennio 1925-1926
in cui emanando le “leggi fascistissime” il duce trasformò definitivamente il
regime in una dittatura. E allora, avendo alle spalle questo lunghissimo
viaggio bio-storico, nel terso, adamantino bianco&nero della fotografia di
Toccaceli emergono alcuni scatti più intensi con il volto di Lamberto ora
assorto, ora perplesso, ora quasi sgomento con la mano che si apre sotto il viso
o che copre l’occhio sinistro. Ma poi il loro dialogo foto-corporeo riparte con
le sue espressioni buffe o birichine mentre tiene in mano un pennarello e non
sappiamo che cosa voglia scrivere o disegnare: forse semplicemente vorrebbe consigliarci
di essere “attenti alle connessioni nascoste”, come recita una sua cartolina
verbovisuale del 2003 con un volto femminile a cui un pennello nero ha
cancellato ambedue gli occhi, perché sono soltanto gli occhi della mente che
sanno cogliere ciò che viene celato sotto la superficie.
Dialogando tra occhio
interno ed esterno c’è un testo di Pignotti nel suo libro Atlante
allegorico (Edizioni Tracce, 2014) che mi sembra illuminante: «Volendo
si può vedere, / dato che in tutto il mondo ci sbattiamo, / il labirinto in cui
siamo rinchiusi. / Si può visitare, incuriositi, / il luogo dove siamo sempre
stati, / si può vedere, sì, oppure si può non vedere, / circondati da altri
come noi, / si può andare più in là, si può vedere ancora, / correndo
imprigionati insieme / a chi si copre il viso con le mani, / si può vedere in
quali condizioni noi viviamo, / si può cercare a occhi chiusi, / si può anche
dare un’occhiata in giro. / E, cosa, più importante: / perché non guardare?».
Ecco con la leggerezza e
lo humour del suo tocco poetico Lamberto ci incita ad essere curiosi, svegli,
ricettivi, a guardare se stessi e il mondo a cui apparteniamo o a cui vogliamo
disappartenere. Il vedere è sempre anche un atto filosofico,
filosofico-esistenziale, tra l’intravedere e la visione si apre
labirinticamente quella che un filosofo non ordinario e certo non benvoluto dal
sistema come Toni Negri chiama «… rottura dell’esistente, del solido esistente
che ci abbraccia… è la porta dell’avvenire… è questo andare al punto più
profondo, è questo scavare e scoprire un tesoro vivo». La poesia, la poesia del
vedere è quindi «… il mondo che diviene nostro, per un attimo, per un tratto…
consapevoli che quel rischiaramento dell’essere che si è determinato è solo una
possibilità di avanzare, e guardare, e costruire le deboli resistenze di un
amore che si vuole enorme e su questa enormità si prova. La poesia rompe la
crosta dell’essere – per costruire nuovo e più universale essere».
Tutta l’opera
poliartistica di Pignotti mi sembra che converga verso questa rottura della
crosta dell’essere per discoprire le interfacce nascoste, i collegamenti
sotterranei tra l’alto e il basso, tra il pop e il colto, tra il divertente e
il serio, tra il dentro e il fuori, tra il superfluo e il necessario, come le
fotografie di Toccaceli testimoniano senza ombra di dubbio.
E dunque, in explicit,
giuocando e rigiuocando poeticamente con Lamberto gli faccio un omaggio con un
cut-up, alla maniera di William S. Burroughs, a partire dai suoi stessi versi:
Come una ripresa dal
vero
Uscendo da giungle
primordiali e albe infuocate
Rimaste al di fuori
degli itinerari più battuti
Nelle tinte squillanti
stese a campiture unite
Appaia dunque piangente,
arrabbiata o intenta a giochi erotici
Senza lasciarsi
condizionare dai carati di una gemma eccezionale
Sul tema della volpe
argentata
Forse linee sempre più
fitte e scure
Tenera e succosa, di
sapore delicato
Con la colonna sonora
giusta
Attraversando savane e
foreste
Tra i colori leggermente
profumati
Un altro
fascio di luce e un’altra esplosione
Nell’amore e
tra i fiori
E poi viene
lei e il mondo ha inizio.
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Prefazione (febbraio 2014)
Vita zero fu originariamente pubblicato nel 1962. Una data a
cavallo tra il 1961 in cui uscì l’antologia dei Novissimi che segna l’apparizione della neo-avanguardia poetica
e l’anno successivo che vide la nascita del Gruppo 63, a cui Lamberto Pignotti
partecipò, anche se da una postazione laterale. Perché in quello stesso 1963
lui aveva creato con Eugenio Miccini, Lucia Marcucci e Giuseppe Chiari il
Gruppo 70, portabandiera in Italia della ricerca verbovisiva. Gruppo seminale e
importantissimo perché già molto consapevole nei primi anni ’60 dei rapporti
fondamentali tra arte e comunicazione, e tra arte e tecnologia.
È
lungo questa linea che Pignotti, classe 1926, si è rapidamente imposto come uno
dei massimi protagonisti nostrani della Poesia Visiva, nonché come artista
curioso e molecolare sempre disponibile a molteplici forme di sperimentazione e
di creatività performativa tra immagine e parola.
La sua
abbondantissima produzione verbovisiva ha finito, però, con l’obliare la sua
produzione poetica lineare, quantitativamente meno copiosa, ma comunque
interessante perché è una sorta di pendant
verbale e concettuale del plesso espressivo, critico-ironico, polemico e anche
satirico che egli ha saputo sviluppare con i collage e le manipolazioni della
poesia visiva.
In
questa chiave Pignotti ha deciso oggi di riproporre Vita zero a oltre mezzo secolo dalla sua prima pubblicazione. I
ventisei componimenti di questa silloge non hanno perso di lucidità e di
perspicuità e ci restituiscono con mirabile nitore e con concentrata forza di
scrittura il tempo e la temperie socio-culturale che li ha generati. Siamo
nell’Italia del Boom economico, ovvero nel cuore dell’avvento del Moderno in un
paese che si sta tumultuosamente (e con innumeri contraddizioni) trasformando
da società rurale-contadina in una società industriale-commerciale.
È in
questo clima neo-capitalistico che anche la sonnacchiosa letteratura italiana
incomincia a reagire. Alcuni scrittori resistono e prendono assai criticamente
le distanze: da Bianciardi (vedi La
vita agra, sempre 1962) a Pasolini che denuncia un ‘nuovo fascismo’
economico-sociale che distrugge le differenze e omologa tutto dentro il modello
consumistico. I giovani autori della neo-avanguardia prendono, invece, la palla
al balzo per cercare di svecchiare sul piano teorico, metodologico e
linguistico la premoderna scena letteraria nazionale, ancora incardinata alla
estetica del ‘realismo’, invocando (come Arbasino) la “gita a Chiasso” e,
insomma, l’adeguamento della cultura italica alle nuove, progressive istanze
semiotico-culturali del Moderno che già da tempo si sono affermate
nell’Occidente avanzato.
La
posizione di Pignotti che trapela da Vita
zero mi sembra intermedia. Non c’è alcuna contestazione apocalittica o
retrò o reazionaria della modernità capitalistica che avanza, ma c’è una
sottile, puntuta decostruzione, un sardonico straniamento del suo modello
razionalistico-efficientistico. I testi di Pignotti sembrano andare in
parallelo con i coevi film di Michelangelo Antonioni (da L’eclisse del 1962 a Deserto rosso del 1964) che
indagavano e illustravano la ‘alienazione’ del soggetto moderno. Nelle sue
poesie si insinua un vago senso di allarme, di enigmatico pericolo che rimanda
al parallelo Teatro della Minaccia di Harold Pinter. Così come al Teatro
dell’Assurdo di Beckett e di Ionesco (già affermatosi negli anni ’50) rinvia
l’attacco della poesia 18: «Ma rendere ordinaria l’assurdità / fino al punto di
mostrare / quanto infinitamente somigli / a ciò che chiamiamo normale…».
Il
riuso di forme di linguaggio tecnico o burocratico-funzionale o
epistolare-formale, la straniata reiterazione di frasi fatte o di luoghi comuni
fa pensare anche alla poesia di Nanni Balestrini, anche se in Pignotti non c’è
l’efferato e ‘crudele’ effetto di montaggio spaesante del poeta milanese, qui è
tutto organicamente ricomposto e compiuto. Vita zero di poesia in poesia ci precipita in una condizione di
indecidibilità e di sgretolamento del mondo: «… insomma tutto ciò che può
essere visto / e fissato in immagini in quanto tale / fornendo al tempo stesso
/ la massima illusione di verità / e la più completa sensazione di
astrattezza».
La
‘verità’ come illusione e l’astratto che si incarna e si presentifica collidono
tra loro e non soltanto ci ‘disorientano’, ma sono il moderno mix da cui
procede un azzeramento delle ragioni del vivere. È la desertificazione dei
valori e la correlata disumanizzazione del soggetto tradizionale, laddove il
moderno neocapitalistico impone impersonali paradigmi econometrici,
tecno-razionali, scientifico-oggettivistici, dunque per l’appunto di
manipolazione desoggettivante. Insomma, anche l’avanguardista Pignotti nel 1962
avverte il perturbamento di fronte al ‘nuovo’ che incombe prepotente e che sta
mettendo fuori gioco i criteri e i principî della tradizionale cultura
umanistica. Ma ciò non lo induce a rigettare la propria contemporaneità. Con
lampeggiante ironia egli apre, non a caso, il testo 25 col verso «Né io né voi
ci siamo più» e lo chiude col verso «Siamo in orario». Ancora dice nel testo 26
«Qui nella zona intermedia / … evidenti sono i segni di compromesso / qui,
dico, / se qualcuno volesse provare / a formulare un’altra legge».
Ecco
l’ambiguità felice degli anni Sessanta, dove anche chi antevedeva tutte le
criticità e le negatività del movimento del Moderno, comunque non si sottraeva
e rilanciava il gioco del cambiamento con l’ottimismo della volontà e
propugnava l’ideazione di «un’altra legge», cioè di un diverso ordine, di un
altro sistema rispetto a quello che si stava coattamente affermando. È dentro
questa tensione criticamente produttiva che l’arte d’avanguardia si farà, per
la sua parte, dinamica mallevadrice dello spirito rivoluzionario, oppositivo
che percorrerà la penisola per tutti gli anni ’60 e ’70.
Rileggere
oggi Vita zero significa,
allora, riguardare con le armi della poesia intelligente quel passaggio
storico, cruciale della vicenda italiana, dopo il quale nulla fu più eguale a
prima. Uno spaziotempo storicamente determinato dove il dissenso artistico era,
comunque, gravido di futuro e lo ‘zero’ della vita era come il prolegomeno di
una ‘numerazione’ e significazione del mondo ancora tutta da fare e/o da
battagliare. Ovvero l’esatto contrario della situazione presente dove parrebbe
che la ‘conta’ sia finita e nessun conto torna e che stiamo propriamente ‘a
zero’, ossia davanti a un letale deficit di futuro e di speranza
poeto-politica.
Ma
forse, anche oggi, il vecchio ragazzo Lamberto Pignotti col suo indomabile
spirito ludico-eversivo non sarebbe d’accordo.
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