TEATRO: Un sofferto dialogo con la presenza/assenza del padre

 

di Desirée Massaroni

 

Un esempio di drammaturgia contemporanea in scena al Teatro Basilica di Roma con lo spettacolo Chi ha ucciso mio padre, derivato e adattato dal racconto autobiografico di Édouard Louis, giovane scrittore e intellettuale francese, classe 1992.

La regia è del noto duo Daria Deflorian/Antonio Tagliarani, nato dall’incontro tra un danzatore e un’attrice che viene dal teatro sperimentale e che via via ha iniziato a lavorare sulla parola, calibrata, trattenuta. Un neo-teatro della conversazione che mescola la propria vera biografia personale e artistica con altre citazioni e visioni. E in questa linea la scelta del romanzo di Louis non solo trova una sua prosecuzione, ma evidenzia una ulteriore declinazione della concezione artistica del duo.

La scena è nuda, spoglia, caratterizzata da una serie di ingombranti sacchi neri chiusi, rigonfi, tra i quali incede e poi avanza con un fare calmo quanto assorto la figura di un giovane uomo, interpretato da Francesco Alberici, anche egli vestito di scuro. Il diagramma scenico si compenetra subito con quello della storia individuale e familiare; il passato non incombe solo sul tempo presente della narrazione, ma è al contempo chiuso, rimosso, difficile da affrontare se non dandogli con rabbia un calcio contro dei sacchi, calcio che simbolicamente chiude la prima parte del discorso dell’uomo.  Quale discorso?

Il testo – che vanta la collaborazione all’adattamento di Attilio Scarpellini – è la lettera di un figlio al padre, un dialogo con un padre non presente, ma evocato. Un padre operaio morto per un incidente sul lavoro.

Il sentito quanto sofferto approccio alla figura paterna avviene di pari passo con l’apertura dei sacchi da cui il ragazzo estrae una serie di oggetti: un pallone, una valigetta con degli attrezzi, un bersaglio. Oggetti dell’infanzia, di una vita familiare verso il quale l’interprete ha aderenza, ma anche distacco: è qualcosa che lo riguarda, ma che non lo risucchia, che osserva in maniera straniata, commentandola. Così come quando da un apparecchio sente e canticchia la nota canzone Doctor Jones degli Aqua – noto gruppo pop degli anni ’90. L’attore non solo si lascia andare ad un momento di leggerezza legato ai ricordi spensierati dell’adolescenza, ma nel suo saltare da una parete all’altra con un piede, destando il riso ironico del pubblico, sta reinventando il passato, lo vede dalla postazione del presente.

Così come il rapporto memoriale con il padre – in cui l’attore esprime al massimo la sua capacità evocativa-descrittiva così da farci vedere non tanto le figure genitoriali, ma i toni, l’umore che circolava in casa – convive sempre con una consapevolezza che contiene il tempo del dialogo verso la presenza/assenza paterna.

Il tema del rapporto padre-figlio che è alla base del teatro tragico e della psicoanalisi emerge in questo lavoro come un atto doppio. È la lettera di un figlio che ha patito del rapporto mancato con il padre su due aspetti. Da un lato l’ossessione della virilità e quindi l’accusa verso un figlio omosessuale che il genitore percepisce come un effeminato. Dall’altro lato il padre visto come vittima in primis del contesto sociale, ovvero di una sorta di falso sé dentro cui si celano le insicurezze, le fragilità, il terrore di dover accettare di essere un dominato, un emarginato come le persone che disprezza (stranieri, effemminati, donne). Questa cecità paterna, questa mancata accoglienza di se stessi, è forse il cuore di questo lavoro, l’aspetto di sofferenza per il figlio laddove è proprio ciò ad aver reso poi l’uomo vittima di se medesimo, di un’impossibilità di reagire alle leggi e alle regole del Potere.

Ed ecco che su questo punto il monologo ha una sterzata; l’attore vira verso una recitazione ritmata, incalzante, esponendo la sua invettiva contro il governo francese ricordandoci come il privato sia politico. Indossa ora un giubbotto blu che ci ricorda il movimento dei ‘gilet gialli’: guarda dritto verso il pubblico mentre parla di Mitterand, di Macron, del neoliberalismo, delle leggi alla base della morte del padre. Ora pare che il figlio sia il padre: che l’atto di memoria, di rielaborazione del lutto, di mancanza, passi per un’incorporazione della figura paterna in uno sguardo doloroso e smarrito, in un corpo indifeso perché avvolto da un giubbotto che è un bisogno di protezione, ma pure un atto di sottomissione.

Un copricapo di piume spicca in scena: è il copricapo tipico dei capi nativi americani, di chi è capo di una tribù. Ma è anche un segno estetico di pregio, di bellezza, di distinzione, di reinvenzione che l’attore/personaggio a un certo punto indossa, per rivendicare la sua storia personale e per la storia sociale e collettiva. Una possibile rivoluzione come re-immaginazione. Chi ha ucciso mio padre assomiglia allora ad una catartica confessione.

 

Francesco Alberici in “Chi ha ucciso mio padre” (ph. L. Del Pia)

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