No al deserto del desiderio e dell’impegno!
di Antonino Contiliano
Abstract
Il saggio analizza l’evoluzione della
malinconia dalla perdita di un fondamento cosmico alla vertigine del soggetto
moderno, privo di punti di riferimento stabili. A questa dimensione del
rimpianto si affianca la tensione verso il futuro come campo di possibilità
(“non-essere-ancora”), che nella società contemporanea viene neutralizzata
dalla logica del consumo e dall’eterno presente. Oggi desiderio e memoria
vengono svuotati, producendo una “meta-malinconia”: il rimpianto di non poter
più desiderare autenticamente. Di fronte al “deserto” affettivo e progettuale,
l’autore propone di abitare la tensione tra passato e futuro come nuova arte di
vivere, trasformando la malinconia in saggezza e la nostalgia in resistenza
creativa.
1. Dalla malinconia alla vertigine del soggetto
La malinconia, sin
dalle sue prime concettualizzazioni filosofiche e mediche, si presenta come una
disposizione complessa dell’animo umano. Non è semplice tristezza, ma piuttosto
un’ombra che accompagna la coscienza, una lente attraverso cui il mondo appare
svuotato di slancio vitale. Nella tradizione umorale, essa era legata alla bile
nera, ma ben presto divenne la cifra di un temperamento contemplativo, capace
di guardare oltre la superficie delle cose e di coglierne la caducità. Questo
sguardo profondo, però, ha un prezzo: chi è malinconico sperimenta una
separazione, un distacco dalla pienezza dell’essere che sembra invece
appartenere a un tempo perduto. Se la malinconia è una tonalità emotiva che
colora il presente, la nostalgia è il suo moto verso il passato. Essa è la
ferita che il tempo apre nell’animo umano, la consapevolezza che qualcosa di
prezioso è irrimediabilmente trascorso. A differenza del semplice ricordo, la
nostalgia implica un desiderio attivo di ritorno, una speranza paradossale di
poter rivivere ciò che è stato. Questo sentimento non si limita alla sfera
personale, ma investe anche la storia e le civiltà, che talvolta guardano a
epoche passate come a un’età dell’oro da rimpiangere, costruendo un’identità
fondata più sulla memoria che sulla progettualità.
Nel pensiero
occidentale, l’“essere” è stato a lungo identificato con la stabilità, la
presenza e la pienezza. Tuttavia, è proprio da questa concezione che scaturisce
la possibilità della sua perdita. La malinconia dell’essere è quindi la
sofferenza derivante dalla percezione di un allontanamento da questa pienezza
originaria. L’ente, la cosa così com’è, appare al malinconico come un residuo,
un frammento di un tutto che non c’è più. La realtà si mostra nella sua nuda
fatticità, priva di quell’alone di significato che solo un rapporto più
autentico con l’origine potrebbe garantirle.
Con l’avvento della
modernità e il consolidarsi del soggetto come centro del sapere e dell’azione,
il rapporto con l’essere muta radicalmente. Non è più il mondo a donare
significato all’io, ma è l’io a costituire il mondo. Questa conquista di
autonomia, però, genera una nuova forma di smarrimento. Il soggetto, libero dai
vincoli di una tradizione cosmologica, si scopre solo e responsabile di un
universo di significati che egli stesso deve creare. La malinconia, allora,
cessa di essere il rimpianto per un cosmo perduto e diventa la vertigine di un
io che non trova più un fondamento esterno a sé, un appiglio stabile nell’essere.
La riflessione deve ora fare i conti con una lacerazione che non è più solo
cosmologica ma squisitamente soggettiva.
Se il mondo antico
poteva trovare una qualche consolazione nell’ordine immutabile del cosmo, un
ordine che assegnava ad ogni cosa, incluso l’uomo malinconico, un posto e un
significato, la modernità dissolve questa certezza. Il prezzo della libertà è l’angoscia,
e la malinconia moderna è intrisa di questa angoscia: non si rimpiange solo un
mondo perduto, ma ci si scopre gettati in un mondo che dobbiamo costruire da
zero, senza garanzie. È in questo solco che si inserisce la riflessione di
pensatori come Pascal, con il suo “silenzio eterno degli spazi infiniti” che
spaventa, o Leopardi, per il quale la natura diventa matrigna e il piacere è
solo un’illusione desiderata, ma mai posseduta. L’io moderno è un io scisso,
diviso tra la sua infinita aspirazione e la sua finita possibilità, e questa
scissione diventa la nuova sede della malinconia. La perdita dell’oggetto
amato, del tempo felice, della patria lontana sono solo manifestazioni
particolari di una ferita più profonda: la perdita di un rapporto immediato e
non problematico con l’essere.
La filosofia, da
Cartesio in poi, tenta di rimediare a questa perdita fondando la certezza sul
cogito, sull’io penso. Ma questa fondazione, tutta interna al soggetto, non fa
che radicalizzare la separazione: se la certezza è dentro di me, il mondo fuori
diventa rappresentazione, oggetto di dominio e conoscenza, ma anche fonte
perenne di inquietudine, perché la sua alterità resiste sempre al mio tentativo
di possederla. La malinconia, in questo contesto, diviene la tonalità emotiva
fondamentale di un soggetto che, pur avendo posto se stesso al centro,
sperimenta costantemente lo scarto tra la propria rappresentazione del mondo e
il mondo stesso, tra la propria volontà di potenza e la propria impotenza di
fronte al destino, alla morte, al tempo. Non è più la bile nera a determinare
il temperamento, ma una condizione esistenziale: l’essere-per-la-morte
heideggeriano, la gettatezza, la cura. La malinconia diventa, potremmo dire, la
cifra autentica di un’esistenza che ha rotto i ponti con la rassicurante
totalità del cosmo e si trova nuda di fronte al nulla. La nostalgia, allora,
non è solo il desiderio di un tempo passato, ma il sintomo di questa
lacerazione metafisica: desideriamo un’origine, un fondamento, una patria dell’essere
che il nostro stesso costituirci come soggetti ha reso per sempre
inaccessibile. E in questo desiderio inappagabile, in questa tensione
irrisolta, il soggetto moderno continua a vivere la sua malinconia, non più
come squilibrio umorale ma come struttura stessa del suo abitare il mondo.
La storia della
filosofia e della letteratura moderna è, in questo senso, una lunga galleria di
ritratti malinconici: l’Amleto shakespeariano, il Werther goethiano, lo Jacopo
Ortis foscoliano, fino agli eroi negativi di Dostoevskij o agli uomini senza
qualità di Musil. Sono figure che incarnano questa nuova condizione: individui
riflessivi, paralizzati dalla coscienza, incapaci di agire perché il mondo ha
perso ogni evidenza, ogni valore intrinseco. La loro malinconia è la reazione a
un mondo disincantato, da cui gli dèi sono fuggiti, e in cui l’uomo deve farsi
carico di un peso insopportabile: dare senso a ciò che senso non ha. È la
nascita dell’uomo psicologico, dell’uomo interiore, che scava in sé stesso alla
ricerca di un tesoro che forse non c’è, e che in questo scavo rischia di
perdersi, di smarrire ogni contatto con la realtà. La vertigine del soggetto è
esattamente questa: guardarsi allo specchio e vedere il vuoto, o peggio, vedere
solo la propria immagine moltiplicata all’infinito senza riuscire mai ad
afferrarne il nucleo.
L’io, divenuto centro,
si scopre evanescente, privo di sostanza. E allora la malinconia cambia volto
ancora una volta: non è più la consapevolezza di un bene perduto, ma l’angosciosa
percezione che forse non c’è mai stato un bene da perdere, che l’origine è un
mito, che la pienezza è un’illusione. È la malinconia del nichilismo, l’ombra
più lunga e più fredda che la modernità proietta su di sé. Ma questa ombra,
come vedremo, non è solo l’esito di un percorso, ma anche il presupposto per un
nuovo inizio. Perché solo chi ha sperimentato il deserto può desiderare l’oasi,
e solo chi ha toccato il fondo del nulla può forse intravedere la possibilità
di un nuovo senso, non più dato ma da costruire, non più ereditato ma da
inventare. La sfida che il soggetto moderno lascia in eredità al contemporaneo
è proprio questa: abitare la mancanza senza soccombere, vivere la nostalgia
senza rifugiarsi in un passato mitico, accettare la vertigine come condizione
del proprio essere nel mondo. Ed è a partire da questa eredità, da questo
carico di domande e di ferite, che possiamo ora volgere lo sguardo alla seconda
parte del nostro percorso, quella che indaga il desiderio del futuro e i
paradossi del presente.
2. La nostalgia del possibile e la sfida del presente
Alla nostalgia per ciò
che è stato, si affianca e talvolta si contrappone una tensione verso ciò che
non è ancora. Questo “non essere” non è un vuoto da temere, ma un campo di
possibilità aperte. È la dimensione del desiderio e della progettualità, la
spinta che porta l’uomo a trascendere la realtà data per immaginarne e
costruirne una nuova. In questa prospettiva, l’inquietudine non è più solo un
sintomo di perdita, ma diventa il motore della storia e dell’esistenza
individuale. La nostalgia del futuro, per quanto ossimorica possa sembrare, è
la forza che ci spinge a uscire dai confini del già noto. Se prima la
malinconia si configurava come esperienza della perdita e del limite, ora emerge
il suo contrario speculare: il desiderio come esperienza dell’oltrepassamento e
della possibilità. Non più inerzia, ora la malinconia contiene in sé un
desiderio inappagato, una tensione verso ciò che non c’è mai stato; l’ontologia
del “non-essere-ancora” del futuro di Ernest Bloch: la potenza costitutiva dell’essere in generale
con cui si anticipa il futuro e si mira ad esso, praticando il conflitto e la
resistenza. È questo intreccio dialettico che, tra essere e non
essere, tra presenza e assenza, tra memoria e progetto, deve continuare a
strutturare l’esperienza umana, e in particolare quella contemporanea. La
società odierna, caratterizzata dalla logica del consumo e dell’accelerazione,
sembra aver smarrito tanto la profondità della malinconia quanto la tensione
del desiderio autentico. Viviamo in un “eterno presente” iperstimolato e saturo
di merci, immagini e informazioni, dove tutto è apparentemente disponibile e
subito sostituibile.
In questo contesto, la
nostalgia perde la sua carica poietica e si trasforma in un mero consumo di
passato sotto forma di revival e retromania. Non si tratta più di un rapporto
autentico con la memoria, capace di fecondare il presente, ma di una sua neutralizzazione:
il passato diventa un magazzino di stili, mode e suggestioni da saccheggiare
senza alcuna profondità storica. È la fine della storia come esperienza viva e
la sua trasformazione in merce. Parallelamente, il “non essere ancora” si
contrae nell’orizzonte piatto di un futuro ridotto a mero aggiornamento del
presente, atrofizzando la capacità di immaginare alternative radicali. Il
futuro non è più il regno dell’utopia, della possibilità di un mondo
completamente diverso, ma solo il prolungamento dell’esistente, ciò che sarà
perché già è nei suoi germi attuali. L’immaginazione viene colonizzata dal
presente: non riusciamo più a pensare qualcosa di veramente altro, perché ogni
pensiero è immediatamente catturato e neutralizzato dal circuito della produzione
e del consumo. Se un tempo la malinconia nasceva dal senso di finitudine e
dalla perdita, oggi essa potrebbe scaturire dal suo esatto opposto: la
possibilità tecnica di superare ogni limite.
La biotecnologia, l’intelligenza
artificiale e la ricerca dell’immortalità promettono di liberarci dal peso dell’essere
corpi mortali. Eppure, questa possibilità apre un nuovo baratro. Cosa resta del
desiderio, della cura, dell’autenticità, se tutto può essere progettato e
manipolato? Il disagio contemporaneo potrebbe essere la nostalgia di un limite,
di una resistenza del reale che dia spessore all’esistenza, di un “essere” che
non sia completamente plasmabile dalla nostra volontà. Se possiamo potenziare all’infinito
il nostro corpo, se possiamo progettare i nostri figli, se possiamo persino
ipotizzare di caricare la nostra mente su un supporto informatico, che ne è di
ciò che ci rende umani? Forse la nostra epoca, così apparentemente votata al
futuro, è in realtà l’epoca della più radicale impotenza: non sappiamo più
desiderare, perché non abbiamo più ostacoli da superare. Il desiderio
autentico, infatti, non è semplice volizione, ma nasce sempre dall’incontro con
un limite, con una resistenza che lo eccita e lo alimenta. Togli il limite,
togli l’ostacolo, e il desiderio si affievolisce, si trasforma in bisogno, in
consumo immediato. È per questo che, paradossalmente, la società dell’abbondanza
e della soddisfazione immediata produce così tanta infelicità e insoddisfazione
di fondo: perché neutralizza la dinamica desiderante, la riduce a un meccanismo
di stimolo-risposta che non lascia traccia, non costruisce soggettività.
La malinconia
contemporanea potrebbe allora essere letta come la reazione a questa
evaporazione del desiderio, a questa perdita di tensione verso l’oltre. Non
rimpiangiamo più un oggetto perduto, ma rimpiangiamo la possibilità stessa di
desiderare, la forza di proiettarci in un futuro qualitativamente diverso dal
presente. È una malinconia di secondo grado, una meta-malinconia: la tristezza
di non poter essere tristi, il rimpianto di non poter rimpiangere. In un mondo
che ci vuole sempre felici, sempre positivi, sempre performanti, il diritto
alla malinconia diventa un atto di resistenza. Riappropriarsi della propria
tristezza, della propria nostalgia, del proprio desiderio inappagato significa
riappropriarsi della propria umanità, significa dire no alla dittatura della
felicità obbligatoria e del consumo compulsivo. Forse l’antinomia tra la
malinconia dell’essere e la nostalgia del non essere ancora è solo apparente.
Una riflessione più profonda potrebbe rivelare che l’essere autentico non è una
sostanza statica da rimpiangere, né un punto di arrivo definitivo da
raggiungere. Esso potrebbe configurarsi piuttosto come un processo, un divenire
che conserva in sé la memoria di ciò che è stato e la tensione verso ciò che
sarà.
In questa prospettiva,
la malinconia per il passato e la nostalgia per il futuro si incontrano e si
fecondano a vicenda, dando vita a un’esperienza del tempo in cui perdita e
promessa coesistono. È quello che i greci chiamavano ‘kairos’, il tempo
qualitativo, l’attimo opportuno in cui passato e futuro si incontrano nel
presente e lo caricano di significato. È quello che i mistici hanno chiamato l’eterno
presente, non la piattezza di un presente senza tempo, ma la pienezza di un
attimo che contiene in sé tutta la storia e tutta la possibilità. Forse è
questa la sfida più alta che abbiamo di fronte: imparare a vivere il presente
non come fuga dal passato o ansia da futuro, ma come luogo di incontro tra
memoria e desiderio, tra ciò che siamo stati e ciò che possiamo diventare. Il
compito che si profila all’orizzonte non è quindi quello di superare
definitivamente la malinconia o di colmare la nostalgia, ma di imparare ad
abitarle. Riconoscere la malinconia come la sentinella di un valore che
rischiamo di dimenticare, e la nostalgia come la levatrice di un futuro che non
è ancora nato, può condurci a una forma di saggezza. Si tratta di accettare il
limite come condizione strutturale dell’esistenza, di fare spazio al vuoto e
all’assenza senza esserne annientati. In questa tensione irrisolta tra l’essere
che siamo stati e l’essere che potremmo diventare, forse, si gioca la partita
più autentica dell’umano.
La saggezza antica, da
Socrate agli stoici, aveva già intuito che la felicità non consiste nel
possesso, ma nell’atteggiamento verso le cose, nella capacità di abitare il
mondo senza possederlo, di amare senza trattenere, di desiderare senza
pretendere. Questa lezione, che il cristianesimo ha in parte ripreso e
trasformato nella nozione di speranza, è oggi più attuale che mai. In un’epoca
che ci spinge all’avere, al consumo, all’accumulo, riscoprire la dignità del
non-avere, del desiderio inappagato, della malinconia come via di conoscenza,
può essere una forma di resistenza e di liberazione. Non si tratta di esaltare
la sofferenza o di rinunciare alla felicità, ma di riconoscere che la felicità
autentica non è l’assenza di tensione, ma la capacità di vivere la tensione
senza esserne distrutti. È quella che i greci chiamavano sophrosyne, la temperanza, la
misura, la capacità di stare al mondo con leggerezza e profondità insieme. Ed è
forse questa la risposta più alta che possiamo dare alla vertigine del soggetto
moderno e al deserto del desiderio contemporaneo: non una nuova certezza, non
un nuovo fondamento, ma una nuova arte di vivere, capace di trasformare la
malinconia in saggezza e la nostalgia in profezia. Perché, in fondo, l’umano è
proprio questo: un essere che vive di assenze, di ricordi e di attese, un
essere la cui ricchezza più grande sta proprio in ciò che non ha, in ciò che
non è, in ciò che non sarà mai. E non è in questo divenire costitutivo, in
questo essere sempre al di qua o al di là di sé, che risiede il segreto della
sua infinita dignità e della sua possibilità di trasformare l’insopportabile
stato di cose presente?
Marsala, 9 marzo 2026
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