LUCI e ombre negli ‘haiku’ di FRANCESCO DE GIROLAMO
di Francesca Farina
Impressioni di emozioni, schegge di senso,
folgori dell’anima queste Luci segrete (Il ramo e la foglia
edizioni, 2023) di Francesco De Girolamo, declinate nella forma lancinante
degli ‘haiku’, la nota struttura breve di origine giapponese, ma da tempo
diffusa in tutto l’Occidente, tanto che lo stesso grande poeta Ungaretti ne fu
influenzato, quantunque lo negasse, dal momento che la sua poesia ermetica ha
molto da condividere con i medesimi testi. Si mostrano composte da fragili,
eppure resistentissimi sintagmi queste poesie costituite di soli tre versi, un
quinario, un settenario e ancora un quinario, tradizionalmente sottoposte al kigo,
ovvero al riferimento a una stagione, benché sovente i poeti contemporanei si
concedano una certa distanza dal nesso preciso nei confronti di un periodo
dell’anno.
Dietro ogni palpito di senso si cela e si svela
nel contempo un universo stellato, al punto che ogni sillaba sembra
corrispondere a una pulsazione del cuore, al fremito dei polsi, a un istante di
respiro, e comunica la propria imprescindibile valenza imponendosi a* lettor*
come un istinto primordiale, fermato nelle scarne parole che lasciano
percepire, più che descrivere, quanto l’autore vuole trasmettere. La prosa
narrativa, tanto consueta e praticata da divers* poet* italiani del Novecento,
anche a livello europeo e internazionale, pare lontanissima da questi battiti
di ciglia, da questi sussulti d’ali che si scuotono nell’esiguo spazio dei tre
versi canonici, poiché qui si privilegia l’attimo, l’hic et nunc,
il qui ed ora di un’intuizione subitanea che segnala il piacere abissale
dell’esistere, ovvero la malinconia lacerante del tempo fugace, o ancora
l’estasi sublime della creazione e mille altre sensazioni appena avvertite e
immediatamente cancellate, se non esistesse la parola a fermarle.
Nelle due sezioni nelle quali è articolato il
volume di Francesco De Girolamo, la cui cura editoriale, tipografica e tecnica,
è assolutamente da rimarcare, notiamo la significativa valenza anche dei titoli
delle stesse, “Fruscio d’assenza”, la prima, “Silenzi e ombre” la seconda,
poiché ci immettono alla comprensione immediata dei versi che si posano sulle
pagine come farfalle sui fiori, per dire così se volessimo abbandonarci sin da
qui alla delicata, struggente grazia dei testi. Le sfolgoranti e sorprendenti
parvenze di senso sono simili a ciò che un occhio può avvertire, che la mente
può concepire nello spazio di un milionesimo di secondo, generando in chi legge
una consapevolezza mai tanto significativamente avvertita in presenza di altri
scritti.
La luce di una pressoché ancestrale sapienza
abbaglia la pupilla e consegna al pensiero la traccia di qualcosa di
inafferrabile che pure il/la poeta tenta di fissare nei trittici affilati come
lame di coltelli, sottoponendoli alla nostra riflessione e fissando il perenne
divenire appena pensato e già oltrepassato. Ecco quindi che trovano spazio tra
le righe le sensazioni e i sentimenti più preziosi, come lo sconforto,
l’angoscia, il dolore, la bellezza, l’attesa, la paura, la nostalgia
determinata dall’assenza, fin dalla prima sezione, quando è sufficiente un
sospiro a far intuire una presenza già dileguata, oppure un suono appena udito
e già perduto, ovvero un colore che incendia un quinario o un settenario, o
ancora gli elementi atmosferici e naturali quali il vento, il sole, le
margherite che, seppure non indicano decisamente il kigo,
conducono chi legge a immedesimarsi nelle situazioni tipiche che portano
all’alternarsi di autunno, inverno, primavera e estate, le stagioni in cui si
dirime il tempo della vita.
Nella seconda parte del volume gli elementi
della Natura sembrano predominare tra luci e ombre, fulmini e lampi, la
tramontana e l’aurora, le nuvole e la luna, il gelso e le stelle, fino alla
conclusione che pare non concludere nulla, ma predisporre il lettore a
continuare il sogno poetico, a immettersi in una riflessione che arricchisce
l’analisi di quanto sottoposto allo sguardo.
Ogni passione si accende o si spegne
nell’incanto di un bagliore, colmo sempre di un significato misterioso, quasi
fatato, su cui soffermarsi a pensare, dopo che, a una prima scorsa, si resta
come accecati dallo splendore dei sintagmi poetici. Rileggere diverse volte
ogni ‘haiku’ dunque diventa fondamentale, come di solito si fa quando si
recitano gli ‘haiku’ in pubblico, sempre ripetuti dopo la prima lettura, ovvero
diviene necessario per penetrare a fondo nel cuore delle emozioni suscitate a
una semplice occhiata del brevissimo, ineguagliabile trittico.
Non a caso abbiamo cominciato questa nota di
disamina critica con la parola “impressioni”, in quanto, se volessimo attuare
un parallelismo tra la poesia degli ‘haiku’ e la pittura, poiché il celebre
detto latino ci insegna che “Ut pictura poesis” (Orazio, Ars poetica,
Epistola ai Pisoni, v. 361) e viceversa, dal momento che la pittura è poesia
muta, mentre la poesia è pittura che parla, non potremmo che fare immediato
riferimento ai dipinti di Claude Monet. Nella seconda metà dell’Ottocento il
Giapponismo fu un fenomeno culturale e artistico che influenzò notevolmente gli
scrittori, i poeti e gli artisti dell’epoca in varie parti d’Europa. L’artista
francese fu l’iniziatore dell’Impressionismo, stile pittorico che prese il nome
da uno dei suoi quadri più famosi, Impression, soleil levant del
1872, in cui le pennellate di colore e le tinte sfumano nell’indistinto, quasi
fossero abbozzi più che tracce di toni o definizioni di contorni, ma fu
suggestionato anche dallo stile nipponico. Lo si può vedere soprattutto nei
dipinti che dedicò al ponte giapponese, fatto costruire nel suo giardino di
Giverny, a partire dal 1899, in cui ritrae il ponte in diversi momenti del
giorno e sotto diversi fenomeni atmosferici, dando la sensazione che gli
elementi che lo compongono siano fusi con le ninfee e le acque policrome, quasi
fantasmagoriche, dello stagno.
Negli anni 1918-1924 egli raffigura più volte
il ponte giapponese, pressoché confondendo i suoi particolari con la luce e le
ombre che lo circondano, quasi fosse soffuso di fulgori e tonalità che ne
dissimulano le forme con la natura in cui è immerso. I tocchi delle gradazioni
di intensità sembrano paragonabili alle virgole di un testo, alle sillabe delle
parole, ai sintagmi dei versi, pertanto non pare audace accostare, come detto,
queste opere pittoriche a quelle scritte, e nella fattispecie alle impressioni
suscitate dagli ‘haiku’. Le luci e i colori, le ombre e le percezioni, le
visioni e le emozioni, ogni sensazione, insomma, crea connessioni immediate tra
i due mezzi espressivi, elementi culturali che contribuiscono a elevare l’animo
umano a vette di inarrivabile altezza intellettiva e sensitiva.
Per tornare al nostro poeta e alla sua opera,
nel complesso itinerario lirico, percorso nello spazio dell’esistenza da
Francesco De Girolamo, questi ‘haiku’ rappresentano senza dubbio una
tappa notevole della sua esperienza letteraria, testimonianza di una lunga
fedeltà alla poesia, ricercata, abbandonata, ripresa, ma mai cancellata
dall’orizzonte dei giorni, indagine infinita di senso, norma di sopravvivenza
nell’infinita precarietà del tempo, scopo di vita fino all’estremo
incommensurabile degli anni.
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