guido Pasolini, il “migliore di
tutti noi”
di Marco Palladini
è un libretto prezioso, anche commovente Lettera al
fratello [e altri scritti] (Garzanti, 2025) di Pier Paolo Pasolini (a cura
della nipote Graziella Chiarcossi). Prezioso e pure illuminante perché getta
uno squarcio di luce sullo gliommero dei rapporti intrafamiliari di PPP
all’altezza, nel 1944-’45, della Seconda guerra mondiale e della Resistenza. In
quel cruciale arco storico si consuma la parabola di Guidalberto, detto Guido,
Pasolini, fratello minore di Pier Paolo, che alla fine di maggio del ’44,
appena diciottenne, parte da Versuta (dove si era rifugiata la famiglia a
seguito dei pesanti bombardamenti su Casarsa) diretto a Spilimbergo, per poi
entrare nelle file della Resistenza anti-nazifascista «incorporandosi nella
divisione Osoppo» e poi aderendo al Partito d’Azione. La tragedia avviene il 12
febbraio del 1945 quando il 19enne Guido, che aveva assunto il nome di
battaglia di “Ermes”, viene ucciso assieme ad altri elementi della Brigata
Osoppo non da soldati nazisti o fascisti, ma da un manipolo di partigiani
comunisti della Brigata Garibaldi. Si è sempre detto, per pelosa carità di
patria, un “episodio oscuro della Resistenza”. In verità, oscuro manco per
niente. Come, poco tempo prima di essere ammazzato, mette in chiaro lo stesso
Guido al fratello, in una lucida, analitica lettera di mirabile valutazione
politico-militare, era insorto un aspro contrasto tra la Brigata comunista e
quella azionista, perché i capi della prima spingevano per fare entrare tutti i
partigiani italiani nei ranghi dell’esercito slavo-comunista comandato dal
maresciallo Tito che, afferma Guido, mirava a «costituire la repubblica
(armata) sovietica del Friuli: pedina di lancio per la bolscevizzazione
dell’Italia!». E gli osovani (cioè, quelli della Osoppo) rifiutavano questa
opzione, in quanto combattenti per la libertà e per la patria italiana, non per
consegnare la propria terra a una armata straniera filobolscevica. E perciò,
dunque, furono uccisi. Guido, da questo punto di vista, appare ben più
‘politico’ e, appunto, lucido narratore del conflitto che stava vivendo in
prima persona e che lo condurrà alla morte, rispetto al fratello Pier Paolo che
straziato, assieme alla madre Susanna Colussi, per la morte del fratello, nella
sua lettera legge in maniera quasi moralistica o, se si vuole, poetico-morale,
tale tragico fatto, parlando con «rabbia di pianto» di un Guido in qualche modo
travolto dal suo eccessivo “entusiasmo”, dalla sua spinta ideale o idealistica.
Laddove nella sua epistola del maggio ’45 non esita a dire: «… io non credo a
nessuna di queste illusioni umane, a cui tu hai umanamente creduto, non solo
inesperto, ma, insomma, uomo». E, poi, ribadendo «la mia assoluta sfiducia in
ogni illusione», parla dei “garibaldini” che gli hanno assassinato il fratello
come di «Gentaglia certo senza chiarezza interiore, senza patria, mossa a
combattere dal puro egoismo. Ben differente da te!». Insomma, a PPP sfugge
completamente che quello è avvenuto è stato un letale conflitto
politico-guerresco e che Guido è stato ammazzato per ragioni di sopraffazione
politica, non per motivi di basso, vile comportamento psicologico-individuale.
I partigiani comunisti credevano nella rivoluzione comunista e intendevano far
fuori chiunque li ostacolasse (“la rivoluzione non è un pranzo di gala!”). E
infatti Guido nella sua lettera ricorda quando un commissario garibaldino gli
ha puntato una pistola in faccia accusandolo di essere «un nemico del
proletariato… un idealista che succhia il sangue del popolo». “Nientemeno!”,
commenta ironico. Comunque, questo era il nocciolo della faccenda di cui soltanto
più avanti PPP rende (e si rende) conto. Ciò che, però, lascia perplessi è che
qualche anno dopo Pier Paolo aderisce al Pci togliattiano e filosovietico, come
se avesse messo una pietra sopra il fatto che sono stati proprio i comunisti a
uccidergli il fratello.
All’altezza di quel fatale biennio
PPP appare, e lo dice o lo rivendica, conchiuso nel proprio sogno interiore e
poetico. Si nasconde quando ci sono i rastrellamenti e non ci pensa neppure un
secondo a diventare pure lui un partigiano. C’è però un fatto familiare
fortissimo che non si può ignorare. Il padre militare, maggiore di fanteria,
Carlo Alberto Pasolini è dal 1942 prigioniero degli inglesi in un campo di
concentramento in Kenya. Dunque, Pier Paolo assume palesemente il ruolo di
vice-marito per stare accanto alla amatissima mamma e proteggerla da tutto. Lui
sente di avere delle responsabilità, a 22 anni, da capofamiglia che invece non
sente Guido. Ma forse c’è dell’altro. In una lettera del 1939 al consorte, Susanna
parlando del figlio appena adolescente racconta: «… ha un temperamento che se
pensa una cosa non può fare a meno di dirla senza alcun riguardo… non risparmia
niente a nessuno, non soffre ingiustizie e non tollera soprusi… è un piccolo
selvaggio… hai ragione tu, bisogna tenerlo a freno quel bambino…». Ecco Guido
in famiglia, pur molto amato, era reputato “un piccolo selvaggio” da tenere a
freno e, probabilmente, era a questo che PPP pensava quando diceva che è stato
trascinato alla morte dal suo stesso entusiasmo. Mentre lui, nelle parole della
madre, aveva «imparato che tutto ciò che si pensa, che si vede, che si sente
non si può sempre dire senza urtare qualcuno e che la prima cosa per sapere
vivere è quella di saper tacere o parlare a tempo opportuno».
Ecco Guido Pasolini 18enne non
sapeva tacere e questo, dal mio punto di vista, ce lo rende ancora più caro; e
PPP scrivendo (agosto ’45) al suo amico Luciano Serra lo riconosce senza mezzi
termini: «… è stato migliore di tutti noi… Guido è stato così buono così
generoso da dimostrarmelo, sacrificandosi pel suo fratello maggiore, forse a
cui voleva troppo bene a cui credeva troppo».
E sono belli i versi postremi che
gli dedica in chiusura dell’epicedio La passione del ’45 (II): «un passo
che le forze stesse del mondo / rendono fatale ‒ diritto / di fanciullo o
valanga ‒ / un passo che è il fermento minimo / della storia più grande e
necessaria, / storia tutta umana e senza divinità, / semplicemente storia degli
uomini / che si ammassano alle porte dell’avvenire ‒ / passo senza passione e
senza incertezze, / grigia e anonima avanzata ‒ // il passo degli uomini
ingenui / cammina Guido, sulla nostra Italia».
Guidalberto
Pasolini (1925-1945)
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