Gaza: la poesia come voce delle innumeri vittime senza voce, come “Sumūd”, indefettibile volontà di non cedere alla mattanza genocidaria

  

di Marco Palladini

 

Mio pòst su FB del 18 gennaio u.s. : «in questo Board of Peace che Trump si appresta a varare, neppure un rappresentante palestinese: un comitato d’affari imperial-neocolonialista per Gaza, peraltro vincolato al placet di Netanyahu. Ai crimini di guerra adesso si sommano i crimini di “pace”... augh».

 

Ecco questo orizzonte criminale pseudo-pacifico/affarista su Gaza, dove le vittime della mattanza genocidaria non hanno rappresentanza, mentre intanto i gazawi continuano ad essere ammazzati dall’esercito sionista dell’Idf, nonché dalla fame, dal freddo e dalle malattie, mi ha fatto venire voglia di riaprire il libro Il loro grido è la mia voce – Poesie da Gaza (Fazi Editore, 2025), curato da Antonio Bocchinfuso, Mario Soldaini e Leonardo Tosti, di cui ha già parlato su questo blog Antonino Contiliano lo scorso dicembre.

Le oltre trenta poesie, quasi tutte composte dopo il fatidico 7 ottobre 2023, il giorno dell’attacco stragista di Hamas che ha innescato, volutamente o no, il genocidio ordito dal governo israeliano di Netanyahu, portano la firma di dieci poeti palestinesi: Hend Joudah, Ni’ma Hassan, Yousef Elqedra, Ali Abukhattab, Dareen Tatour, Marwan Makhoul, Yahya Ashour, Heba Abu Nada, Haidar al-Ghazali e Refaat Alareer. Due di loro sono stati uccisi dagli attacchi israeliani. La biochimica Heba Abu Nada è perita a 32 anni, il 20 ottobre 2023, a Khan Yunis sotto un bombardamento dell’aviazione sionista. Il 44enne Refaat Alareer, docente di letteratura inglese all’Università Islamica di Gaza, è stato ammazzato, il 6 dicembre 2023, con un raid specifico dell’Idf che proprio lui voleva eliminare, cioè spegnere per sempre la sua voce.

Ecco l’opera di questi autori è precipuamente quella non di sciorinare bella letteratura in sé, ma di dare voce alla tragedia senza voce di decine di migliaia di palestinesi, adulti e bambini, annientati in questi due anni e mezzo. Come afferma Marwan Makhoul: «Per scrivere una poesia non politica, / devo ascoltare gli uccelli, / e per sentire gli uccelli / bisogna far tacere gli aerei da caccia».

È perciò, allora, che in questi autori la lirica araba, che ha una splendente tradizione dietro di sé, si converte in poesia politica, intrinsecamente, ontogeneticamente politica, anche quando sembra parlare d’altro, perché impregnata dai sentimenti di terrore e insieme di ri-nascita suscitati dalla violenza e dalla prepotenza tecnobellica degli israeliani. Cinque giorni prima di essere uccisa Heba Abu Nada scrive: «Noi lassù costruiamo una seconda città, / medici senza pazienti né sangue, insegnanti senza aule gremite e urla agli studenti, / nuove famiglie senza dolori né tristezza, / e giornalisti che fotografano il paradiso, / e poeti che scrivono sull’amore eterno, / tutti da Gaza, tutti. / Nel paradiso c’è una nuova Gaza che si sta formando ora, / senza assedio». Una ideale, nuova Gaza in cielo, libera e abitata da tutti i martiri gazawi.    

Il volume è, peraltro, corredato da una prefazione dello storico israeliano antisionista Ilan Pappé e dalle testimonianze critico-politiche del giornalista americano Chris Hedges e della scrittrice, saggista e attivista palestinese-americana Susan Abulhawa. Nonché da una nota del traduttore Nabil Bey Salameh che rivendica: «Tradurre la poesia palestinese è un atto di sopravvivenza, un gesto che intreccia memoria e speranza… La Palestina non vive solo nella terra, ma nei suoi versi: ogni poesia è un rifugio, un canto che attraversa confini e macerie».

Allora avendo negli occhi lo sterminato territorio di macerie a cui è ridotta oggi la Striscia di Gaza, mi colpisce un testo del 42enne Yousef Elqedra sulla vita nelle tendopoli dopo la distruzione massiva di tutte le case che termina: «Così la tenda rimane in piedi, / a testimoniare che la fragilità / è l’altro volto del Sumūd». Il Sumūd è un concetto sfaccettato e cruciale che indica insieme la resilienza, la dura resistenza, la incrollabile determinazione a non cedere, a non lasciare che il nemico ti sconfigga. Il Sumūd è insito nell’animus stesso del popolo palestinese settantasette anni dopo la Nakba.

Qualche eloquente citazione sparsa: «… Sono corso verso la strada, / come un bambino, / fino a quando il nostro vicino ha messo la mano di una bambina / sul marciapiede di fronte a me, / quindi non ho distolto lo sguardo, così ho capito che ero cresciuto». Il 24 ottobre 2023 l’allora 19enne Haidar al-Ghazali incontra la morte sotto forma di un corpo di bambina fatto a pezzi e non chiude gli occhi, guarda l’orrore con sguardo fermo e matura all’istante la coscienza che bisogna resistere nonostante tutto. E questo lo porta a scrivere in un’altra poesia: «Sai, amore mio, / che moriamo quando incontriamo / tutto il nostro dolore? / Hai capito ora, amore mio, / perché nei nostri paesi / i bambini muoiono?». Versi terribili che ci fanno intendere la tragedia inenarrabile dei bambini palestinesi costretti a ricevere dalla guerra genocidaria tutto il dolore del mondo

A sua volta, indirizzando una lettera al defunto Refaat Alareer, Chris Hedges dice: «Perché gli assassini temono i poeti? Non eri un combattente. Non portavi armi. Scrivevi parole su carta. Eppure, tutta la potenza dell’esercito israeliano e dei servizi di intelligence è stata mobilitata per venirti a stanare». La voce resiliente dei poeti è ancora più temibile delle armi di Hamas per gli strateghi dell’Idf, ma del resto il medesimo Hedges ricorda che Edward Said sottolineava: «… la Palestina è stata occupata, prima di tutto, nella letteratura sionista e nella poesia sionista». Dunque, la letteratura come primigenia arma politico-ideologica per cui la Palestina veniva presentata «nella letteratura ebraica sionista come “una terra senza un popolo [per] un popolo senza una terra”. “La Palestina abbonda di latte e miele”. “Non c’è nessuno lì, quindi andiamoci noi”».

La Nakba nasce da qui: i palestinesi sono nessuno, ergo vanno schiacciati e, se serve, sterminati, nessuna empatia. Solo e soltanto noi ebrei sionisti: questa è la radice prima dello Stato di Israele che i governi occidentali difendono e sostengono vergognosamente contro tutto e contro tutti.

Ancora più aspro lo j’accuse di Susan Abulhawa che ricorda le pesantissime parole anti-palestinesi di due ebrei polacchi: David Gruen ovvero David Ben-Gurion, considerato il padre dello Stato di Israele; e Benjamin Mileikowsky alias Benjamin Netanyahu, l’attuale premier oltranzista, criminale di guerra dichiarato. Ma anche l’ebreo ucraino Yitzahak Rubitzov, cioè Yitzhak Rabin, pure lui, così lodato in Occidente, incitava a spaccare le ossa ai resistenti palestinesi. Abulhawa giustamente non fa sconti di fronte alla distruzione di Gaza: «Il male che fanno è diabolico, ma pretendono che tu creda che le vittime sono loro. Invocano l’Olocausto europeo, gridano all’antisemitismo e si aspettano che tu metta tra parentesi la fondamentale ragione umana e accetti di credere che il lavoro quotidiano dei cecchini che sparano i cosiddetti “colpi mortali” contro i bambini e il bombardamento di interi quartieri che seppellisce vive le famiglie e cancella la loro intera discendenza siano legittima difesa». La scrittrice palestinese-americana osserva che il mondo «… comincia a scorgere il terrore che ci avete inflitto per tutto questo tempo, e vede chi siete realmente, chi siete sempre stati (…) perché il sionismo è una piaga del giudaismo e, in effetti, dell’umanità (…) Non ci cancellerete, anche se continuerete a uccidere e uccidere e uccidere, ogni giorno per tutto il giorno».           

Torna il Sumūd come perno fondamentale dell’esserci del popolo palestinese, in questo momento il più disgraziato della terra. E allora è necessario moralmente e politicamente leggere questi poeti i cui testi, secondo rimarca il traduttore Nabil Bey Salameh, «Sono una testimonianza di vita, un atto d’amore verso una terra che non smette di sognare la libertà».   

 

Da ultimo è doveroso ricordare che per ogni copia venduta del libro (€ 12,00), l’editore Fazi verserà 5 euro a EMERGENCY per le attività di assistenza sanitaria nella Striscia di Gaza.

 

 

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