Diario d’autore (29): note random su E. flaiano; H. Mühlmann; P. Sloterdijk; “norimberga”; r. n. good; b. springsteen 1 e 2; trump 1 e 2; P. Chan-wook; lucciole artificiali; g. ungaretti; ludica sestina      

 

 

di Marco Palladini

 

Le ombre sempre attuali di Ennio Flaiano Di tempo in tempo torno a leggere o rileggere Ennio Flaiano, uno dei miei scrittori di riferimento, principalmente per la sua straordinaria intelligenza satirica, fortemente prolettica o profetica (assai più, secondo me, di quella di Pasolini). Intelligenza saettante che si esercitava nei confronti del popolo italiota, attraverso schegge critico-antropologiche non di rado tanto fulminanti quanto divertenti.

Ne ho avuto l’ennesima riprova compulsando un suo libro che non avevo letto: Le ombre bianche pubblicato da Rizzoli nel 1972 (giusto l’anno della morte dell’autore pescarese), trovato nell’edizione originale su una bancarella qualche tempo fa. Il volume, che è stato ripubblicato nel 2004 presso Adelphi, raccoglie testi narrativi, paranarrativi e di riflessione socio-culturale e di costume sempre sapidi e acuti, elaborati la più parte nel corso degli anni Sessanta. La postura intellettuale di Flaiano è quella di un conservatore illuminato, non certo un misoneista, ma sicuramente un sottile, derisorio critico delle forme della modernizzazione, del presunto ‘progresso’ che hanno connotato l’Italia del secondo dopoguerra. Per dirla con Prezzolini, Flaiano appartiene alla schiera degli àpoti, quelli che non se la bevono la favola della mutazione benefica, del miglioramento a prescindere, cogliendo invece le ‘invarianti antropologiche’ (secondo diceva Alberto Arbasino) del Bel-brut-paese. Cito qua e là dal libro:

«Festivalia deve il nome alla sua forma geografica che ricorda uno stivale. Studiosi moderni sostengono che lo derivi invece dall’arcaico “fstvl” che vorrebbe significare “valle delle feste”… Oggi la dizione “festival” viene qui usata per una qualsiasi riunione dove si canti e si suoni; e allora sorgerebbe una terza interpretazione, che Festivalia voglia dire “stivale canoro”…».

«La prima impressione che il turista ha di questo paese così bello e gentile è che i suoi abitanti vivano un irresolvibile conflitto di passioni a causa di amori non corrisposti o difficoltà sentimentali. Sembra un terra fatta per la comprensione e l’amore, ma le proteste più strazianti si levano, a ogni ora del giorno e della notte, nelle strade, nei bar, nelle case e persino nei treni, sono di questo tono: “Non mi lasciare, resta con me, non mi abbandonare, torna da me, come farò senza di te, perché sei partita, perché non torni, t’aspetto notte e dì, non dimenticarmi, scordarmi, obliarmi”, e altre simili disperate proteste che denunciano un grave e diffuso stato d’animo: il dolore di aver perso l’oggetto amato, la disperazione di non poterne rientrare in possesso».          

«Sono costretto a esporle una mia teoria. Questa: che da parecchi anni, l’Italia è stata invasa da un barbaro autoctono. Si tratta di una invasione dall’interno. Sì, questo barbaro assedia le città dall’interno delle mura. Chiamatelo come volete, provinciale, neoricco, cafone, per me resta un barbaro».

«Per esempio, da noi: un popolo di santi e di eroi, di artisti e di mascalzoni, si scopre improvvisamente per un popolo di contabili, e passa il tempo in attesa dei numeri ritardatari del lotto, e vive i suoi momenti più intensi nell’aritmetica dei campionati di calcio, nell’algebra delle classifiche dei festival, nel punteggio dei premi letterari. Si diverte più a contare le cose che a farle».

«… non so trattenermi: “L’avanguardia del mese scorso è già decrepita, gli esperimenti poi mi rattristano. L’esperimento riesce sempre e lo spettatore muore. (…) L’attore non esiste… o è un giovane a cui tutti i modi di spettacolo offrono qualcosa, eccetto il teatro, che gli offre soltanto altra disperazione e il vuoto dei consensi immediati, che non si rifiutano più a nessuno. Siamo maturi per una globale ora del dilettante. Ognuno dica la sua, ma in fretta. Le mode durano lo stesso tempo che esigono per essere lanciate. (…) Non dico che il teatro sia morto, ma mi sembra limitato alla cosa che sta avvenendo e alla quale partecipiamo. Esempio: il traffico è teatro. Ci siamo dentro, ne parliamo. Ogni lunedì, il lettore che trova sul suo giornale la recensione critica dell’imbottigliamento domenicale sull’autostrada dice: “è vero, c’ero anch’io!”».

«[parlando a un praghese] … avete ristoranti ottimi, i camerieri hanno conservato il frac, fate del buon teatro, c’è la birra migliore del mondo, musica, amici, poco traffico, non siete offesi dallo spreco di denaro delle classi ricche, dalla stupidità festivaliera, non avete la petulanza degli scandali, il turismo che corrompe tutto, la speculazione edilizia che imbratta e sfascia il paese. L’automobile non asfissia ancora le città, gli uomini non soccombono alla tirannia dei simboli di prestigio. La “corsa dei ratti” per il successo non vi uccide. Possibile che non ci sia meglio della libertà, per il suo tale?».

Sono trascorsi più o meno sessant’anni e gli strali critico-satirici di Flaiano risuonano perfettamente attuali: tra overtourism, iperbolica moltiplicazione di festival per ogni cosa, la perennità degli scandali politico-economici, il canzonettismo pop-sentimentale, languoroso-sanremese come permanente specchio dell’homo italicus, la calciomania ripetitiva, la sterminata voglia di successo a tutti i costi e gli innumeri morti ‘di fama’, la brama di status symbol da parte di grandi e piccini, l’avanguardia artistica che invecchia in men che non si dica e l’ostentata volgarità del generone arricchito. Per non parlare della geniale invenzione della figura del “barbaro autoctono”, cioè di neoitaliani barbari che si autoinvadono per bruttare e distruggere ogni vestigia della grande bellezza del passato e così imporre la legge e l’estetica ovvero kakoestetica del Moderno. Flaiano, del resto, era quello, rammento, che tre decadi prima di Berlusconi ebbe a vaticinare: «Fra trent’anni l’Italia sarà governata dalla televisione». Mai previsione fu più azzeccata.  

 

Teoria ontogenetica delle culture ► Per chi si occupa a vario titolo di cultura, mi sembra assai interessante la visione di Heiner Mühlmann espressa in La natura delle culture (1996, trad. it. 2023) che esplicita una vera e propria teoria ontogenetica:

«Ci sono tre varianti di sistemi genetici che generano e controllano la cultura. La cultura è, in un certo senso, un oggetto descritto da uno spazio di fase genetico tridimensionale. Il primo tipo di genetica culturalmente rilevante è la nota genetica del Dna. La possiamo chiamare “genetica della carne”. (…) Qualità culturalmente rilevanti condizionate dal punto di vista genetico sono, per esempio, la laringe in grado di parlare, una mano destra libera, comportamenti aggressivi, comportamenti dovuti allo stress. Il secondo genere di sistemi genetici che generano cultura si possono chiamare “genetica formale”. Una delle definizioni più importanti del fenomeno biologico della cultura dice: “La cultura è l’unico ambito in cui possono essere trasmessi per via ereditaria caratteri di deviazione ontogenetica”. Mentre la genetica vera e propria si occupa della trasmissione ereditaria di caratteri di origine filogenetica, nella cultura vengono trasmessi caratteri appresi ontogeneticamente. L’apprendimento ontogenetico è quello che tutti conosciamo grazie alla scuola e all’università. (…) Un carattere appreso individualmente e ontogeneticamente diventa un carattere culturale solo se può essere ereditato dalla generazione successiva. (…) La terza forma di sistemi genetici che si incontrano nella cultura è artificiale, e con ciò già addomesticata: si tratta dell’algoritmo genetico che, come un bravo animale domestico, da qualche tempo risolve per gli uomini i problemi di ottimizzazione. L’algoritmo genetico crea e ottimizza regole. (…) la possibilità di rappresentare sistemi culturali di regole attraverso algoritmi genetici costituisce il terzo ambito della genetica culturale».

La visione di Mühlmann mi appare importante perché, da un lato, indica le basi genetiche ovvero materialistiche attraverso cui si generano nell’uomo le prassi culturali, dall’altro lato perché descrive un “algoritmo genetico” funzionale a determinare un “sistema culturale” basato su delle “regole”, in assenza delle quali non si può dare cultura alcuna, né una sua trasmissibilità. E ciò, ritengo, che sia decisivo, anche, per ‘in-formare’ oggi un sistema di Intelligenza Artificiale capace di sussumere le modalità più complesse e plurali del fare culturale. La “teoria genetica della cultura” non spiegherà tutto, ma ci aiuta a comprendere come agisce la formazione culturale sia a livello individuale che collettivo in una processualità bio-storica che bypassa ideali e ideologie astratte. Chiarisce che l’Homo Sapiens è solo e soltanto la sua cultura, anzi le sue plurime culture, e può agire soltanto attraverso i sistemi di regole che tali culture hanno instillato in lui. In un certo senso, disvela i precisi, concreti limiti della nostra ‘libertà’.          


ira, fuochi e coprifuochi Nel dicembre 2005 impressionato da una vera e propria e massiva ondata di violenze e incendi nelle banlieues di Parigi e di altre città francesi durata per settimane nei mesi di ottobre-novembre, scrissi un battente prosimetro Couvre-feux che poi pubblicai nel mio libro Iperfetazioni [la linea non c’è] (2007). Di questo testo in seguito feci un adattamento, che divenne per diverso tempo uno dei cavalli di battaglia nelle mie performance poetico-musicali con il titolo Fuochi & coprifuochi, che quindi pubblicai nel libro+cd Poetry Music Machine (2012).

Ripropongo qui la testura originaria:

 

Couvre-feux


Fuochi e coprifuochi… derive e non approdi… la notte europea s’illumina di roghi… le cités hanno adolescenti facce maghrebine, hanno corpi giovani di agili beurs, hanno l’anima banlieusarde et bâtarde di chi non ha più nulla da perdere… e chi strepita à bas la racaille! non vuole o sa intendere il senso dei tam-tam dell’Intifada suburbana… batte il tempo batte come un temporale… come un tempo kako-humorale che musica rap e islamista furia fanno montare nell’antico, sempiterno accordo tra sacrosanta rabbia e lurida miseria…

Non più africani e non ancora o non mai europei, i rivoltosi piromani attestano il crollo di qualsivoglia credibile autorità centrale, col corredo della sua pragmatica boria… in effetti non c’è trippa tanto à droite quanto à gauche per analisi, diversioni e fumisterie di governance… non c’è spazio per furbe mediazioni e teo-conservatrici manipolazioni dopo tante, spudorate sopraffazioni… resta ovviamente l’automatismo delle immancabili repressioni, dietro i manganelli e i fucili dei flics disposti a plotoni che covano la strizza e bestemmiano maledizioni contro les garçons che scherzano col fuoco e, sicuramente, non salveranno non si dice il mondo, ma neppure se stessi…

Eppure cresce l’onda d’urto, va all’attacco e si smarca in difesa… incendia la notte come un folgorante palleggio di Zizou Zidane… la mezzanotte occidentale brucia le antifone e le antinomie, vetture a migliaia e periferie… les hors-la-loi dans la rue accusano le immarcescibili menzogne di civiltà sedicente superiore… i marginali scatenati smascherano i margini illusori e marpioni di sopravvivenza di un sistema deteriore… la liturgia democratica è una repellente ignominia e senza onore… l’orizzonte multiculturale è, poi, la favola o il sogno riformatore di una cosa mai nata… ma la domanda cruciale e avvelenata è: la lingua dei ghetti del XXI secolo è tout-court post-politica o veicola, invece, l’inedito codice biopolitico di un’energia salvifica e depurata? …

Le tribù della diverCité all’assalto eccitano, naturalmente, i fautori strenui dello Stato di Eccezione… i militaristi in stato di erezione pronti a ejaculare una speciale, esemplare legislazione contro il diritto all’espoir di chi già non ha diritti (e forse nemmeno doveri, tranne quello di andare a se faire foutre e che non scocci più)… certo, ci rammenta le philosophe Deleuze che tutte le rivoluzioni prima o poi falliscono, finiscono male… ma ciò non implica che non bisogna farle o, almeno, tentarle… anche se chi tenta non sono i politi studenti sorbonnards, ma i figli di ‘lumpen’ arabi e i figli di mignotta mulatta… la canaglia anti-borghese, insomma, che al perlage dello champagne Moët et Chandon preferisce l’esplosivo fragore delle bottiglie Molotov…

C’è odore insopportabile di bruciato, stanotte… tra plastiche roventi e lamiere urlanti, tra metalli piangenti e asfalti sanguinanti, tra vetri rotti liquescenti e cementi armati morenti…  c’è odore di vecchio mostrificato mondo carbonizzato… e se è un film già cento volte visto, esso appare come rivitalizzato, reinverato dal découpage del divenire storico… c’è puzzo di benzina come napalm di vittoria senza effetto… c’è puzzo di senzakuore con tanto affetto per la felicità selvaggia e le crève-cœur di chi scambia la haine pour l’amour fou (de soi même)… ma c’è, forse, da qualche parte un poeta dalla parte dei poliziotti?… gli intellettuali, sì, quelli elicitano distinguo chiotti chiotti, apparentemente ignari che siamo al détournament… che liberté, egalité, fraternité sont fracassés d’un coup… e che i fuochi fatui stanotte celebrano il crepuscolo dei pensieri interdetti, dei bisogni corrotti, dei desideri contraffatti, dei sentieri interrotti…

Com’è flamboyant girare e rigirare per le piazze impazzite, tra folle atterrite o inferocite… là dove l’ordine sovrano condiviso è d’un tratto perduto e il disordine generale normalmente accettato… là dove il pianeta reale è nuovamente un incubo incarnato… dove il pianeta fresco coltiva un sociale sradicato, deterritorializzato… dove une humanité post-colonial s’ammucchia e abita senza costrutto, disvive senza futuro né bello né brutto… dove strisciano guerre civili a bassa intensità e si fiutano strisce (di coca) a elevata nocività… dove il confine tra l’anarchia cosciente e il caos inconsapevole è un’esile linea di fatto indecidibile… dove tra i kattivi per forza e le forze del bene coatto la disparità (e la disparition du mémoire) ha un segno intollerabile… dove la violenza rossofuoco è l’unico gioco riconosciuto in città… e allora, grazie per la tensione?… Merci barbu per la coranica sollevazione?… Merci beaucoup per la sciamannata vostra autodistruzione? …        

Vite controvoglia viaggiano in autobus per le vie irreali di un’Europa fantasma… vite contromano risucchiate nei buchi neri della supremazia bianca… condannate a ritornare sulla scena del delitto, un iper-nonluogo dove pauvreté nègre et les emeutes nihilistes si sposano e non brillano… vite di contrabbalzo come feccia prolifica e infettante… schiere di famiglie, di nonni e bambini, di donne col velo e ragazzi casseurs incappucciati nella felpa, gli uomini altrove ad espiare un passato che non passa, una razza che dirazza, una lotta di classe senza più coscienza di classe… vite di contraggenio mentre si depositano carcasse su carcasse, rovine su rovine, cenere su cenere… non si smaltisce “ça ira” e i canti del villaggio glocale sono un feu-d’artifice, una bomba innescata per vite di contrappasso…

Ce n’est qu’un debut?No, ce n’est qu’une fin, mon amiet alors, nique la neuropolitique ou vive la schizopolitique?… i folletti sporchi delle banlieues sacrificano merci-feticcio all’angelo assente… islamofilia e cristosofia in cortocircuito fan fuoco e fiamme… scintille e faville… fame di essere pompata a mille… la secessione interiore persiste… un’antimateria oscura che gravita e inasprisce, si espande e sussiste… ed è ancora e sempre il dio-luce che l’incista e la assiste… 


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Faccio questo recupero poetico dopo vent’anni, perché mi è capitato poco tempo fa di leggere il saggio di filosofia politica Ira e tempo di Peter Sloterdijk. Un saggio pubblicato in Germania nel 2018 e tradotto in Italia nel 2019. Mi ci sono imbattuto in ritardo, in primis perché non sono uno studioso di filosofia, e poi perché non mi sembra che abbia avuto una particolare risonanza nel contesto culturale italiota. Eppure, è un saggio, a me sembra, sorprendente e ‘rivoluzionario’ perché rovescia tutte le narrazioni storico-politiche sul cammino dell’Occidente, a partire dalla vulgata marxista che ha sempre interpretato la processualità storica come storia di lotta tra le classi. L’oggi 78enne Sloterdijk ci dice tutt’altro, per lui l’homo occidentalis è un “animale timotico”, ovvero un soggetto integralmente pervaso, dominato dal thymós, concetto complesso nella lingua greco-antica, che indicava sia l’ira ribollente, ma pure il primigenio orgoglio dell’Io, nonché la prepotente voglia di affermazione e autoaffermazione. E Sloterdijk subito ci ricorda che il thymós già si trova nell’incipit della prima grande opera epico-letteraria che dà identità all’Occidente, ossia l’Iliade: «L’ira canta, o dea, l’ira di Achille figlio di Peleo, l’ira funesta che ha inflitto agli Achei infiniti dolori, che tante anime ha gettato nell’Ade». Dunque, è l’ira, l’ira funesta, preludio di innumeri lutti che sovrintende all’intera storia della civiltà occidentale. E, anche per difetto di competenza, non posso qui riassumere tutti i molteplici passaggi ermeneutico-filosofici di Sloterdijk che attraversa oltre duemila anni di vicende dell’Occidente, con particolare (ma non esclusiva) attenzione al dominio religioso-temporale della chiesa cristiana e poi alla movimentazione comunista novecentesca in tutte le sue articolazioni e irradiazioni. Personalmente mi ha molto colpito l’adozione da parte del filosofo di Karlsruhe di un linguaggio, una fraseologia tratta dal sapere economico, parlando di “banche dell’ira” e quindi sviluppando un fitto intreccio storico-analitico come se esso fosse il risultato di una continua serie di operazioni e transazioni (e contraddizioni) economico-bancarie dell’agire timotico, sino ai giorni nostri. E appunto venendo alla contemporaneità, Sloterdijk ad un certo punto si focalizza sui disordini piromani scoppiati nell’ottobre 2005 nelle banlieues di tantissime città francesi, a partire dalla capitale, a cui faceva riferimento il mio prosimetro:

«Del tutto palesemente, le esplosioni inaspettate di violenza di un gruppo composto esclusivamente da giovani uomini d’origine islamico-araba e cristiano-africana furono un misto di tumulti di reazione e di divertito vandalismo provocatore – e, di conseguenza, proprio di un cocktail di affetti, di cui l’ermeneutica politica della cultura egemonica francese di centrosinistra non sa che farsene. (…) Malgrado tutto, di grande ci fu solo una cosa: che nessuno dei partiti politici si potesse o volesse mettere a disposizione come raccoglitore delle sporche energie che emergevano. Si sentirono, certo, delle vaghe professioni di missione della pedagogia repubblicana, però nulla che accennasse a una nuova strategia di fertilizzazione dell’ira. Come interprete attento della situazione psicopolitica, si contraddistinse solo il ministro degli Interni Nicolas Sarkozy… non solo ruppe colle regole del beau parler politico, ma rese chiaro, secondo il senso della nuova maggioranza morale del paese, come questa volta non sarebbero stati più all’ordine del giorno sforzi di politica integrativa, ma procedimenti di eliminazione senza compromessi. Forse si è tenuto a battesimo, con questa caduta verbale, un paradigma gravido di futuro per la semantica politica. I portavoce del centrodestra compresero perciò l’imperativo postrepubblicano secondo il quale la politica non deve significare nient’altro che un sistema di provvedimenti di tutela militante dei consumatori. A livello retorico sembra preformulato il passaggio dalla terapia sociale allo smaltimento dei superflui – esprime un’intesa in atto fra il conservatorismo della paura di ampi strati della popolazione e il principio di rigore neoliberale delle élite patrimoniali. Di fronte a quest’alleanza c’è una sinistra che non è in grado, né nella sua forma postcomunista né in quella socialdemocratica, di sviluppare dei procedimenti adeguati di raccolta d’ira e del loro investimento in progetti timotici redditizi».

Ecco, quindi, che nella parafrasi linguistico-concettuale di Sloterdijk l’ira è come una moneta timotica potente che aspetta chi sappia acquisirla, per poi investirla con profitto sulla scena del conflitto politico. Cosa appunto che le sinistre post-novecentesche non sono più capaci di fare, mentre le destre hanno quanto meno chiaro che devono affossare tali spinte timotiche per difendere e rafforzare l’establishment capitalista-consumista (cosa ancora più evidente oggi, con le dure politiche remigratorie di Trump e di tutti i partiti populisti, neonazionalisti e xenofobi che stanno prendendo il sopravvento in Europa).

Ma è interessante seguire la linea interpretativa di Sloterdijk:

«In verità, il gonfiarsi dell’ondata di violenza risaliva a un’occasionale formazione dell’oggetto d’ira che fu ricompensata da un feedback nei mass media francesi, con grandi premi di attenzione e stimoli all’imitazione. Il fattore scatenante stava… nella propagazione fulminea di una voce, secondo la quale la polizia, il 27 ottobre 2005, aveva causato la morte di due giovani della periferia. Questa suggestione… fu sufficiente a evocare in numerosi giovani presenti sul luogo dell’evento uno scenario noi/loro che si estese velocemente in molti altri luoghi. Sul versante del “loro” si trovava ovviamente la polizia di Stato, e comprensibilmente quel violento, almeno verbalmente, ministro degli Interni e un confuso complesso di persone, simboli e istituzioni in cui si condensavano l’estraneità e l’ostilità dell’ambiente francese per questi figli maschi di immigrati. (…) In ogni caso, fu decisivo, per la rapida escalation dell’ondata, che l’agire tipico sulle scene di battaglia, l’incendio di auto scelte a caso rappresentasse un modello da tempo abituale, per non parlare di un rituale con qualità iniziatiche. Con il grande afflusso di nuovi giocatori, questo modello di una comunione attraverso la distruzione finì di colpo sotto la luce dei riflettori dei media. (…) L’apice dei giochi piromani si raggiunse durante la notte del 7 novembre, quando in tutto il territorio bruciarono più di 1400 auto. (…) Ogni volta si tratta dei medesimi giovani uomini irosi, nei quali si aggiunge, alla doppia miseria di disoccupazione ed eccessiva pressione ormonale, l’esplosiva comprensione della loro superfluità sociale».

Dando torto a Jean Baudrillard per il quale il divampare nichilistico dei roghi era la riprova della complessiva sconfitta della società francese, inetta a trasmettere ai figli degli immigrati arabi e africani un senso di appartenenza alla cultura politica del paese che li aveva accolti, Sloterdijk afferma:

«… non si tratta della “cultura politica” francese, le cui bellezze non si aprono ai giovani irosi, bensì di quelle posizioni sociali attraenti che i discendenti degli immigrati non hanno nessuna reale chance di raggiungere. Quando Baudrillard pone la domanda: “Di fatto appartenenti a che cosa?”, presuppone già, con provocante serenità, la scomparsa dell’ethos repubblicano come forza fondamentale del campo politico nella “società” civile francese. (…) Il grado attuale di erotizzazione sovversiva delle masse illustra però anche quanto gli ensembles timotici tradizionali come popolo, nazione, partito, confessione si siano indeboliti, o in parte siano addirittura scomparsi quasi all’insaputa degli attori grazie alla politica del desiderio nel capitalismo popolare. Con ciò ogni singolo cittadino consumatore – se non viene mantenuto in forma da forze contrarie familiari, culturali e corporative – viene fissato sempre di più nella solitudine intossicata di una stimolazione del desiderio condannata al naufragio».

Ergo l’accumulo di un capitale di ira eversiva se non trova al presente una banca, cioè una forza politica credibile in grado di farla fruttare per cambiare radicalmente lo stato delle cose, rifluisce in scoppi di rabbia, tanto appunto nichilistica, quanto ineluttabilmente sterile. Al riguardo, rammento che già nel 2012 lessi un volumetto firmato da Augusto Illuminati e Tania Rispoli che si intitolava Tumulti - Scene dal nuovo disordine planetario, ma declinato in una chiave più ottimistica che asseriva:

«Sediziosi e facinorosi di tutto il mondo, impegnati nel nuovo ’48, una macchina nomade ai confini del potere… Come se le categorie di Stato e Rivoluzione non riuscissero più a spiegare i processi in corso. Come se fossero inadatte a capire un’epoca in cui la politica assume la forma del tumulto, dell’imprevedibilità degli incontri e degli esiti, dell’esodo dai partiti e dalle organizzazioni. Perché la forma politica del tumulto significa disconoscimento della controparte del potere come Uno (da decapitare e sostituire); significa tenere fermi al proprio interno conflitto e pluralità; significa rifiutare la rappresentanza, ma anche darsi nuove istituzioni flessibili, costituenti. Dalla “muta” di Pentesilea ai Ciompi machiavelliani, passando per i “diplomati senza futuro”, questo libro è un testo di filosofia politica sulla forma-tumulto e l’inesorabile declino della sovranità».

Sloterdijk oppone, invece, su questi “tumulti” una chiave di lettura ben più pessimistica o realistica a seconda dei punti di vista, parlando di un “linguaggio di avversione all’esistente” e di “un’epidemia di negatività”, ciò che lo ha fatto accusare di essere un reazionario quando assevera:

«… bisognerebbe sempre fare i conti con una componente sociofobica… nella socializzazione umana. Nessuna politica sociale possiederebbe la minima prospettiva di successo se non capisse che il senso dell’organizzazione sociale deve essere quello di tenere a freno il disturbo degli esseri umani da parte degli esseri umani. (…) Senza una considerazione dell’occulto substrato misantropico – svelato solo vagamente nel dissimulato giudizio quotidiano che gli uomini non dovrebbero dispiacersi degli uomini (Céline: “uno stronzo di meno”) – gli eccessi sterministici del recente passato rimarrebbero ancora più oscuri di quanto comunque siano, malgrado tutte le spiegazioni storiche e psicologiche finora tentate. La tesi homo homini lupus perde sotto questi aspetti la sua plausibilità. Chi per indicare il XX secolo parla del secolo dei lupi pensa ancora in modo innocente. Anche la xenofobia della destra è solo una delle forme del plasma misantropico».

La sua conclusione mi sembra, quindi, agli antipodi della previsione-auspicio di Illuminati e Rispoli circa la possibilità o capacità degli agenti tumultuari e sovversivi di tradurre il loro capitale di ira in autorappresentanza, in “nuove istituzioni flessibili, costituenti”. Connettendo ira timotica e profonda pulsione misantropica, Sloterdijk sostiene invece:

«Alla “base” dell’ira più oscura si dà da fare, diffuso e inarticolabile, il desiderio di una fine dell’umiliazione attraverso il reale. Si tratta di un estremismo della stanchezza – un’apatia radicale che si nega ogni impostazione e ogni coltivazione. (…) Quando attaccano per distruggere ciò che improvvisamente contraria i loro disegni, lo fanno usando un linguaggio gestuale straniero, al cui senso non credono neppure loro. Per questi estremisti della nausea la propria massiccia presenza non significa niente. Non vogliono sapere che sarebbero probabilmente il più forte dei partiti – se solo potessero prendere partito per qualcosa e se ciò fosse nei loro interessi. Questa Internazionale di gente stufa degli esseri umani esiste nell’autoscioglimento permanente. Notte dopo notte si disgrega in stordimenti isolati, ogni mattina cancella se stessa dall’ordine del giorno, insieme ai suoi desideri senza forma. Nessuna assemblea costituente sarebbe nella condizione di dare forma e contenuto alla sua enorme protesta verso lo stato delle cose. (…) Non sorprende che i membri dell’Internazionale impossibile non si sentano assolutamente toccati dal pensiero di una raccolta organizzata. Ogni tipo di cooperazione orientata a uno scopo con i propri pari significherebbe il passaggio a una trascendenza, una non-stanchezza, una non-sconfitta, che non ha niente a che fare con la loro più intima vendetta contro le condizioni date». 

Questa conclusione del filosofo tedesco mi richiama propriamente la strofa finale del mio prosimetro:          

«Ce n’est qu’un debut?No, ce n’est qu’une fin, mon amiet alors, nique la neuropolitique ou vive la schizopolitique?… i folletti sporchi delle banlieues sacrificano merci-feticcio all’angelo assente… islamofilia e cristosofia in cortocircuito fan fuoco e fiamme… scintille e faville… fame di essere pompata a mille… la secessione interiore persiste… un’antimateria oscura che gravita e inasprisce, si espande e sussiste… ed è ancora e sempre il dio-luce che l’incista e la assiste…».

Laddove appunto consideravo che non soltanto la politica corrente, ma anche la neuropolitica o la schizopolitica non fossero idonee a rispondere e corrispondere alle spinte insurrezionali dei piromani, dei “folletti sporchi”, degli “estremisti della nausea” delle periferie metropolitane francesi, ma solamente un “dio-luce”, ovvero una spinta al trascendente, all’extra-razionale, se si vuole alla mistica della violenza come proiezione liberatoria e insieme di autocondanna. Ecco, in qualche modo, oscuramente, per mera intuizione poetica davo proletticamente ragione al negativismo filosofico-timotico di Sloterdijk che, del resto, si è dimostrato nel tempo più ben più azzeccato rispetto alle previsioni neo-marxistiche di Illuminati e Rispoli.

Ed è questo, tutt’oggi, così mi pare, lo stato delle cose. 

 

uno psichiatra a norimberga Sono andato a visionare Norimberga il film (2025) di James Vanderbilt senza avere, in verità, grandi aspettative. E in realtà la pellicola è meglio di quello che credessi, a parte alcuni passaggi interni romanzeschi un po’ forzati e una certa retorica, del resto inevitabile quando si affronta il racconto del più celebre processo del Novecento, quello istruito nella città di Norimberga (20 novembre 1945 – 1 ottobre 1946) dai giudici dei paesi vincitori della Seconda guerra mondiale (Stati Uniti, Gran Bretagna, Unione Sovietica, e la Francia come ‘imbucata’) a carico di oltre una ventina di gerarchi nazisti di primissima fila, a partire da Hermann Göring, il Reichsmarschall della Germania nazionalsocialista, in pratica il numero due del regime hitleriano. Se il quadro della parabola storico-giudiziaria è ben noto, col processo che si concluse con molte condanne a morte per i gravissimi crimini di guerra e di genocidio nei campi di sterminio, non si sapeva o, almeno, io personalmente ignoravo la vicenda particolare dello psichiatra militare americano, il maggiore Douglas Kelley, incaricato di stilare report psicologici sui caporioni nazisti e, in sostanza, di tenerli sotto controllo, ossia prevenire tentativi di suicidio, per farli arrivare vivi nello speciale tribunale internazionale. Il plot del film si focalizza, ovviamente, sul rapporto, in qualche modo ambiguo, che si instaura tra Kelley e Göring. Lo psichiatra, pur diagnosticando il narcisismo patologico, le pulsioni superomistiche del Maresciallo capo del Terzo Reich, virtuale erede del Führer, subisce il carisma, la personalità di Göring. Nella pellicola familiarizza con i suoi congiunti, la moglie Emmy e la figlia Edda a cui recapita lettere dell’uomo. Tali comportamenti e altre inadempienze professionali faranno rimuovere Kelley dall’incarico, ma i materiali accumulati sul Reichsmarschall in vista della pubblicazione di un libro, forniranno ai giudici dell’accusa il destro per smontare le tesi difensive di Göring, che affermava di essere stato all’oscuro della “Soluzione finale” per l’eliminazione di tutti gli ebrei reclusi nei lager, scaricando ogni responsabilità sugli ex camerati Heinrich Himmler (il capo delle SS suicidatosi con una capsula di cianuro il 23 maggio 1945) e Reinhard Heydrich (il vice, in pratica, di Himmler, morto il 4 giugno del 1942 a Praga, dopo un attentato condotto a termine da partigiani cecoslovacchi). Messo in tribunale con le spalle al muro Göring, però, non ce la farà a ripudiare il Führer e l’intero suo, apocalittico disegno di sterminio della razza ebraica, autocondannandosi a morte, gridando per l’ultima volta “Heil Hitler!”. E comunque, scampando alla forca, suicidandosi in cella pure lui con una dose di cianuro.

Göring (maestosamente interpretato da Russel Crowe) non è, in ogni caso, la vera figura tragica di Norimberga, troppo schiaccianti e macroscopiche le sue responsabilità verso le mostruosità naziste, perché ci possa davvero interessare o coinvolgere la sua pretesa ‘umanità’; pure messa in secondo piano la reale figura tragica è quella di Kelley (incarnato da un bravo, sensibile Rami Malek), il maggiore psichiatra dimesso dall’esercito, devastato da una crescente depressione, che scriverà un libro sulla sua non ordinaria esperienza, che sarà tuttavia un flop. E che finirà nel 1958 per darsi la morte, anche lui con una capsula di cianuro, quasi a confessare un double bind che aveva avvolto la sua vita dopo il fatale incontro con il massimo gerarca nazista dopo Hitler.   

Questa tragica conclusione della traiettoria esistenziale di Kelley illumina e rende meno scontata la pellicola di Vanderbilt, capace in questo senso di farci riflettere come, nello gnommero inestricabile degli accadimenti storici, siano non di rado delle figure secondarie a proiettare una luce di senso sugli enormi e spesso irrecuperabili traumi collettivi del genere umano.

Non sarà, in ogni caso, una novità né un fatto eludibile, che la scena apicale del film non sia stata girata da Vanderbilt: è il momento in cui nella fiction dell’aula di tribunale vengono proiettati i filmati veri e crudi/crudelissimi, ancora e sempre sconvolgenti, strazianti, letteralmente ‘inguardabili’ appena girati nei campi di sterminio liberati, con le migliaia di corpi, ridotti a montagne di pura spazzatura carnale, scaricati dai bulldozer nelle fosse comuni, i forni crematori ancora ricolmi di cadaveri, le camere a gas, le silhouettes dei radi sopravvissuti scheletrici, rattrappiti, con gli sguardi spenti, apparentemente vivi, ma già morti dentro. Tutto quello, insomma, che ci hanno rappresentato libri supremi come Lo spazio umano di Robert Antelme e Se questo è un uomo di Primo Levi. 

 

Nel mio piccolo ho scritto un prosimetro e una poesia ispirati da queste atroci visioni. Il primo testo, Guardate, è stato scritto nel gennaio 2014 e poi pubblicato nel mio libro è guasto il giorno (Edizioni Tracce, 2015); il secondo, Nuda vita, espressione che debbo al filosofo Giorgio Agamben, è stato pubblicato sulla rivista Frequenze Poetiche (n. 42, anno IX, settembre 2025).

Eccoli:       

Guardate

Guardatelo su Youtube Memory of the Camps: immagini dei lager di sterminio girate in tempo reale nel 1945 all’arrivo delle truppe alleate e montate subito dopo con la consulenza del regista Alfred Hitchcock. Niente fiction da psycho-killer, ma cruda e teterrima realtà: Bergen-Belsen, Dachau, Buchenwald, Ebensee, Mauthausen, Ludwigslust, Leipzig-Therla, Gardelegen, Auschwitz. Guardate, vi dico, non distogliete lo sguardo, anche se il tour filmico dell’horrore diventa presto insostenibile, produce nausea e malessere e rigetto per accumulo di cadaveri, migliaia e migliaia di poveri cadaveri, nuda vita, anzi sottovita, tramutata in nuda, calcinata morte. Tappeti di bianchi cadaveri ridotti a corpi-scheletri, cadaveri cementati nel fango l’uno sull’altro, cadaveri a gambe aperte coi sessi esposti e resi fori grotteschi o astratte appendici, cadaveri assiepati nelle baracche fatiscenti, cadaveri sparsi nei campi a putrefarsi tra chiazze di neve, cadaveri tutti aboccaperta col rictus orribile dell’urlo finale, teschi anneriti di cadaveri sollevati con le scavatrici, trascinati giù dai camion e fatti rotolare nelle fosse comuni, miseri stracci e fantocci di pelle e ossa come sculture dell’infamia nazista, allucinanti installazioni del dio thanatos. Guardate i sopravvissuti, i nudi corpi smagriti da far pietà, o ricoperti con le divise zebrate, le facce sbigottite, transumanate, gli occhi scuri, infossati e atterriti che hanno visto l’indicibile. Resti di uomini malati, affamati, tremanti, affranti, debolissimi, piegati in due, scampati ai forni crematori e alle camere a gas. Guardate le cartucce di Zyklon B e quelle insegne all’ingresso dei campi: “Arbeit macht frei” e “Jedem das Seine”… il lavoro rende liberi e a ciascuno il suo… i carnefici si dilettavano con pillole di filosofia spicciola mentre la macchina del massacro operava a pieno regime. Guardate i graziosi villaggi tedeschi con le case in legno adorne di fiori, immerse in paesaggi idilliaci, sulla riva di incantevoli laghetti, e i vecchi sorridenti che fumano la pipa indifferenti ai campi da incubo che stanno proprio lì accanto. Guardate e ditemi chi spiegherà che la Shoah è anche questo: la negazione e la rimozione che il mostro siamo (anche) noi. Guardate l’eccesso dell’umano, troppo umano, troppo disumano, troppo… davvero troppo per dimenticare…

 


Nuda vita

 

                             (Giorgio Agamben dixit)

 

Come ricordarsi della nuda vita? Nei Campi

i corpi prigionieri non appartengono più a se stessi

Appartengono ai carnefici, a chi incarna un Potere

insindacabile che governa sulla morte e la post-morte

La pelle, la carne residua, le ossa, i denti, i capelli

tutto viene riusato, riciclato, riadoperato 

Dopo i forni crematori la cenere viene spalata

e serve come concime per la terra che tanto

‘pulvis eris et in pulvem reverteris’

 

La mente prigioniera svolitava in cerca di un sole,

ma poi si ammutoliva di fronte all’indicibile,

il dolore assoluto non può avere parole

Meglio serbarsi sobri, evitare qualunque retorica

e avvisare che gli assassini possono tornare,

anzi sono accanto a noi, sono i nostri vicini

o persino noi medesimi se non sappiamo capire,

se non sappiamo lucidamente rammemorare

 

Se la scrittura si autocontempla in una sfera

meramente estetica e dimentica la tensione etica

diventa complice, che lo voglia e lo sappia o no,

di una coltre di ghiaccio che prelude allo sterminio

Ricordarsi della nuda vita vuole dire

incessantemente rimembrare dunque

che l’abiezione abissale è sempre

ad un passo da noi. È ovunque.     

 

poeta? no, terroristasatirico couplet Renée Nicole Good, una donna americana di 37 anni, genitrice di tre figli avuti da due uomini diversi, prima divorziata e, poi, vedova e ora convivente con una donna che la chiamava “mia moglie”, aveva studiato scrittura creativa alla Old Dominion University in Virginia e aveva anche vinto, col nome Renée Nicole Macklin (il cognome del secondo marito), un premio dell’American Academy of Poets con una poesia dal titolo bislacco On Learning to Dissect Fetal pigs (Imparare a sezionare feti di maiali). Lei rivendicava per sé la definizione di poeta e, da quel che ho potuto capire, pur da donna bianca e bionda (quindi non da clandestina venezuelana o da nera dei ghetti) non chiudeva i suoi occhi azzurri sulle malefatte dell’Ice (Immigration and Customs Enforcement), il corpo di poliziotti fascistoidi istigato da Trump a portare avanti in modo brutale la politica di remigrazione degli immigrati considerati illegali.

Ebbene la Good il 7 gennaio u. s. è stata assassinata a freddo dagli scherani trumpisti a Minneapolis, all’incrocio tra 34esima strada e Portland Avenue, per non essere voluta scendere dal Suv che guidava. Un agente dell’Ice invece di sparare alle ruote dell’auto per bloccarla, l’ha direttamente colpita alla testa, subito difeso dal vice-presidente degli Usa, J. D. Vance, che ha dichiarato che il poliziotto gode di “immunità assoluta”. Non solo: Vance non si è peritato di accusare la Good, originaria del Colorado, di essere “una terrorista”. Quindi altro che poeta, Renee era tout-court una pericolosa sovversiva degna di una esecuzione sommaria. A questo punto siamo arrivati nel cuore della potenza imperiale d’Occidente più che mai incamminata verso una forma di potere repressivo dittatoriale. Ma in un certo senso già l’essere poeti è, per l’establishment trumpiano, una forma di terrorismo: un terrorismo mentale, critico, pensante, oppositivo che va stroncato costi quel che costi. Peraltro, la Macklin-Good non so se avesse una significativa produzione in versi, ma so che la sua poesia premiata, a partire dall’eccentrico titolo, è sicuramente pregevole e non scontata: 


« Rivoglio le mie sedie a dondolo,

i tramonti solipsisti,

e i suoni della giungla costiera che sono terzine di cicale e pentametri di zampe pelose di scarafaggi.

Ho donato Bibbie ai negozi dell’usato

(le ho schiacciate in sacchi della spazzatura di plastica con una lampada di sale himalayano acida

le Bibbie post-battesimali, quelle strappate agli angoli delle strade dalle mani carnose dei fanatici, quelle semplificate, facili da leggere, parassitarie):

Ricordo di più l’odore di gomma viscida delle illustrazioni patinate dei libri di testo di biologia; mi bruciavano i peli nelle narici,

e il sale e l’inchiostro che mi si attaccavano ai palmi.

Sotto ritagli di luna alle due e quarantacinque del mattino studio e ripeto

ribosoma

endoplasmatico –

acido lattico

stame

all’IHOP all'angolo tra Powers e Stetson Hills 

ho ripetuto e scarabocchiato finché non ha trovato la sua strada e si è arenato da qualche parte che non so più indicare, forse il mio intestino –

forse lì, tra il mio pancreas e l’intestino crasso, c’è il piccolo ruscello della mia anima.

è il righello con cui ora riduco tutte le cose; duro e scheggiato dalla conoscenza che un tempo sedeva, un panno contro la fronte febbricitante.

posso lasciarli stare entrambi? Questa fede volubile e questa scienza universitaria che mi disturba dal fondo dell’aula

Ora non ci posso credere –

Che la Bibbia, il Corano e la Bhagavad Gita mi stiano facendo scivolare lunghi capelli dietro l’orecchio come faceva la mamma e che espirino dalle loro bocche “facciano spazio alla meraviglia” –

Tutta la mia comprensione mi cola lungo il mento sul petto e si riassume così:

La vita è semplicemente

l’ovulo e lo sperma

e dove questi due si incontrano

e quanto spesso e quanto bene

e cosa muore lì. »


C’era, dunque, nell’autrice un pensiero poetico vero, e quindi indicibilmente eversivo per i politici della destra imperial-fascista yankee. Una politica che è The Evil, il male; mentre Good, nomen omen, era la buona. Perciò l’hanno fatta fuori.  

P. S. - Dopo una ulteriore, spietata esecuzione degli agenti Ice che, sempre a Minneapolis, hanno ammazzato per strada come un cane il 37enne infermiere Alex Jeffrey Pretti che si ribellava a un arbitrario arresto, non ho potuto a meno il 24 gennaio di fare un pòst su FB: «Ice come ghiaccio che elimina a freddo, gelidamente chiunque non gli garba o si oppone. Come e più della Gestapo, gli agenti Ice sembrano avere diritto di vita e di morte verso ogni cittadino. Tutti brutali 007 con licenza di uccidere e impunità garantita.

Gli scherani trumpisti sono in pratica eguali ai pasdaran khomeinisti... augh».  

 

Nato per correre / 1 A 76 anni Bruce Springsteen è ancora l’eroe rock che non tace di fronte agli assassinî di Minneapolis, tanto più di fronte al bullesco The Donald che gli ingiunge di «tenere la bocca chiusa» e lo definisce «un invadente e insopportabile idiota». Il Boss ‘idiota’, sempre capace di stare sul pezzo, nato per correre, ha così scritto e inciso una ‘istant song’ Streets of Minneapolis come gesto forte di protesta e di opposizione alla neobarbarie trumpista, cantando: «Non dimenticheremo il nome di quelli che sono morti nelle strade di Minneapolis». Qui sotto il link per ascoltare e vedere il video del brano: 

https://www.youtube.com/watch?v=GDaPdpwA4Iw&list=RDGDaPdpwA4Iw&start_radio=1

 

Nato per correre / 2 è, invece, trascorso oltre mezzo secolo da quando acquistai il mio primo long playing (in vinile of course) di Bruce Spingsteen, Born to Run (1975), con la copertina in bianco e nero dove si vedeva il Boss, allora 26enne, scapigliato e scanzonato con la Fender Telecaster a tracolla, amichevolmente poggiato sulle possenti spalle del sassofonista della E Street Band, Clarence Clemons. Già conoscevo di fama Springsteen, avevo letto di un critico americano che aveva scritto che lui era “il futuro del rock” e avevo ascoltato qualche brano qui e là. Ma Born to Run mi folgorò, il futuro era di colpo diventato il presente, e quell’ellepì mi sembrò subito un capolavoro irripetibile e, infatti, a quei livelli Bruce non si mai più ripetuto in un singolo disco, anche se cinquant’anni di massacranti esibizioni live di oltre tre ore (l’ho visto dal vivo due volte) ogni volta ti eccitano, ti scuotono, ti fanno arrivare al centro dell’energia indomabile, barbarica della musica rock. In quel disco perfetto, ci sono tre pezzi, secondo me, da Hall of Fame: la title-track, Thunder Road e Jungleland. Nel tempo proprio questo brano è diventato il mio preferito dello sterminato canzoniere del Boss: una suite musicale di quasi dieci minuti con un intro pianistica, un mix di toni tra ballad e hard rock, e un lunghissimo, lancinante e fantastico assolo al sax di Clemons. Insomma, una meraviglia. Con un epico testo rock che racconta di una nottata di corse in auto e inseguimenti, storie d’amore a perdere e battaglie tra gang di strada, luci prillanti e pistolettate, poliziotti e incendi, silenzi e strepiti, uomini-topi e poeti impotenti in una città pericolosa come una giungla d’asfalto. Un bel po’ di anni fa, per gioco, provai a farne una mia traduzione. Avendola ripescata tra le mie carte, la pubblico ora, appena revisionata, come segno di coerenza con la mia giovinezza rockettara:

 

Giungla metropolitana

 

«I ranger sono ritornati tardi ieri sera a casa ad Harlem

E il Ratto Magico ha guidato la sua macchina elegante

Oltre il confine dello stato del Jersey

Una ragazza a piedi nudi stava seduta sul cofano di una Dodge

Scolando birra calda sotto la leggera pioggia estiva

Il Ratto fa il suo ingresso in città e si rimbocca i pantaloni

Insieme tentano di imbastire una storia d’amore

E spariscono lungo Flamingo Lane

 

Ecco, lo Sceriffo Massimo corre giù per Flamingo

Dando la caccia al Ratto e alla ragazza scalza

E i ragazzi qui intorno sembrano

Proprio come ombre sempre quiete, che si tengono per mano

Dalle chiese alle prigioni

Stasera tutto è silenzio nel mondo

Mentre prendiamo posizione nella Giungla metropolitana

 

La ghenga di mezzanotte si è radunata

E ha scelto un luogo di appuntamento per la notte

Si incontreranno sotto quella gigantesca insegna della Exxon

Che diffonde questa sfavillante luce cittadina

Fratello, c’è un’opera lirica sulla Turnpike

C’è un balletto che si sta combattendo nel vicolo

Finché gli sbirri locali, con le auto con le luci rosse girevoli sulla capote, non squarceranno questa santa notte

La strada è viva mentre i debiti segreti vengono saldati

I contatti stabiliti, loro sono svaniti senza farsi vedere

I pischelli esibiscono chitarre come coltelli a serramanico

Si affrettano in cerca della macchina dei dischi

Gli affamati e i braccati

Esplodono nelle band di rock’n’roll

Che si affrontano l’una contro l’altra

Giù nelle strade della Giungla metropolitana

 

Nel parcheggio i visionari

Si rivestono con l’ultima rabbia

Dentro i vicoli le ragazze stanno danzando

Sopra il suono dei dischi che mette il D.J.

Amanti cuori solitari lottano negli angoli di tenebra

Disperati mentre la notte procede

Basta uno sguardo e un sussurro, e se ne vanno

 

Sotto la città due cuori battono

I motori dell’anima attraversano di corsa la notte

Così teneri in una camera da letto chiusa a chiave

In sussurri di sommesso rifiuto

E poi si arrendono nei tunnel del centro

Uno sparo mette fine al sogno del Ratto

Mentre i colpi echeggiano nei corridoi durante la notte

Nessuno sta a guardare quando l’ambulanza si allontana

O mentre la ragazza smorza la luce della camera da letto

 

Là fuori la strada è in fiamme

In un vero valzer di morte

Tra la carne e ciò che è solo fantasia

E i poeti quaggiù

Non scrivono più niente

Si limitano a rimanere retrostanti e a lasciare che tutto sia come sia

E nel cuore della notte

Raggiungono il loro topico momento

E cercano di assumere una posizione onesta

Ma chiudono feriti, nemmeno morti

Stanotte nella Giungla metropolitana».

 

trump i° e trump ii° Mio pòst su FB (29 gennaio): Ritrovo un articolo scritto per la rivista Malacoda nell’aprile 2019 dove riflettevo su la Storia e le storie, la memoria e la smemoria, e sulla nuova barbarie. In quel pezzo vi era, verso il finale, il seguente, direi illuminante paragrafo:

«(…) Basta considerare una situazione aperta e spinosa come quella presente del Venezuela. La narrazione prevalente nei media occidentali – Nord e Sud America, Europa – accusa il regime di Maduro di essere una simil-dittatura illegittima, un governo antidemocratico, infiltrato dai narcotrafficanti che sta affamando un intero popolo. E naturalmente reputa giusto l’embargo economico come arma di pressione per rovesciarlo in nome della libertà e della democrazia (occidentale e filo-Usa). Ma c’è una contronarrazione di qualche paese latino-americano e di qualche giornale europeo (da noi “il manifesto”) che ci racconta che nonostante le molte contraddizioni e le debolezze del suo governo, Maduro è ancora sostenuto da consistenti fasce della popolazione, da un movimento di seguaci del chavismo, talora organizzato in comuni popolari che cercano di resistere alle terribili condizioni economiche e materiali attuali. Determinate in massima parte dal ricattatorio embargo deciso dagli Stati Uniti che, non a caso, stanno appoggiando e consigliando in tutti i modi l’antagonista Juan Gerardo Guaidó, il presidente dell’Assemblea nazionale, individuato come il ‘fantoccio’ giusto per ricondurre il Venezuela nella zona d’influenza dell’America trumpiana, contro la penetrazione di Cina e Russia che stanno acquistando consistenti stock di petrolio venezuelano. Dunque, la crisi politica di questo paese non la si può contemplare se non anche all’interno della strisciante ‘guerra planetaria’ in corso tra l’impero yankee e quello cinese che connoterà l’intero XXI secolo».

Ecco quasi sette anni fa la situazione venezuelana e le minacce Usa mi erano politicamente ben chiare, ma Trump I° non osava fare quello che ha fatto Trump II° poche settimane fa, con il blitz militare che ha portato al rapimento di Maduro e consorte. Segno evidente che c'è un macroscopico salto in avanti in nome del diritto della forza guerresca che non sappiamo dove ci condurrà (o forse la terza guerra planetaria è già in corso, sia pure a bassa intensità, - lo sosteneva papa Bergoglio - e non lo vogliamo ammettere). Chi vivrà, vedrà.

 

Famiglie criminali «La famiglia è la cellula criminale più diffusa nella storia dell’umanità. E spesso anche la più impunita … è la prima palestra del potere e della colpa, il primo tribunale senza appello, il primo carcere a vita». Avevo citato questa lapidaria (e spietata) definizione di Miro Renzaglia nella nota critica che avevo dedicato, nel mio scorso Diario d’Autore (28), al suo libro Erro ergo sum. Questa battuta mi è tornata in mente dopo avere visionato il film del regista sud-coreano Park Chan-wook No Other Choice – Non c’è altra scelta (2025). Non so praticamente nulla della società e del cinema della Corea del Sud, ma mi colpisce che sia nel film di Chan-wook, sia nel più famoso Parasite (2019) del connazionale Bong Joon-ho (vincitore del Premio Oscar 2020), due ottime commedie grottesche-noir, siano protagoniste delle famiglie che di fronte alle difficoltà economiche e lavorative, si compattano al proprio interno, agendo, appunto, come “cellule criminali”. Non voglio spoilerare, ma da questo punto di vista, No Other Choice è ancora più radicale di Parasite, e comunque la parabola malvagia del capofamiglia e dei suoi congiunti verrà premiata con un lieto fine. Nessun contrappasso di pena. Forse perché, suppongo, il contesto anche etico sud-coreano è totalmente estraneo alla cultura cattolica col suo carico di sensi di colpa e di giudizi morali o purgatoriali, da cui è investito il tradizionale familismo italiota. Tranne che nelle tipiche ‘famiglie’ mafiose. Ma nel panorama filmico coreano, non si tratta di famiglie legate alla criminalità organizzata, ma di famigliole ‘normali’ e banali, tendenzialmente felici e solidali, epperò pronte di fronte a imprevisti problemi esistenziali e materiali a ‘fare squadra’, accettando anche l’omicidio e, poi, rimuovendo tutto senza alcun rimorso o pentimento. In ogni caso, il tutto è estremamente istruttivo nel farci percepire l’essenza criminogena dei legami familiari, ben oltre l’ipocrisia del comune senso italo-mediterraneo, e la retorica della “sacra famiglia” benedetta e cresimata dalla chiesa apostolica romana.            

 

Wonderful Life ► Nel quartiere capitolino dove abito, molti ristoranti, bar, caffè, enoteche, negozi di estetista, empori hanno conservato i festoni elettrici luminosi del periodo natalizio con tutte le lucine versicolori intermittenti che lampeggiano nella notte come altrettante lucciole artificiali che chissà se sarebbero piaciute a Pier Paolo (opino di no). Passando e ripassando mi sono chiesto perché non le abbiano smontate. Forse perché chi fa festa il primo dell’anno, fa festa tutto l’anno? Ma cosa c’è al presente da festeggiare, penso, in questa epoca di risorgenti bellicismi, mattanze genocidarie, stragi varie in giro per il pianeta, annunci di riarmi guerrafondai, minacce inconsulte di aggressioni e annessioni neocoloniali, e chi più ne ha più ne metta?

Poi mi fermo, smetto di pensare e mi dico che forse hanno ragione loro, i festaioli a oltranza, perché come proclamava il film di Frank Capra del 1946: It’s a Wonderful Life. Sì, la vita è meravigliosa (e/o ‘meravogliosa’). A prescindere, avrebbe aggiunto Totò.    

 

luci e segreti Pesco nel bel docu-movie di Massimo Popolizio Vita di un uomo – Giuseppe Ungaretti (2025) due adamantine definizioni del poeta di Alessandria d’Egitto: «La poesia è, in fondo, una combinazione di vocali e consonanti. Vocali e consonanti da cui, però, nasce una luce»; «La poesia non è poesia se non reca con sé, in sé un segreto». Perfetto. 

 

finale ludica sestina

 

Con lo zigozago unisci tutto giocando con il Lego

Tanto nella cruna dell’ago non passa il piccolo tuo ego

Te ne stai a giro e ti capita la sera di fare molto tardi

Bevendo e masticando agro come Luciano Bianciardi

Poi di notte, turbato, sprofondi negli infernali tuoi pensieri

E scopri che al tuo inconscio non piace neppure l’Alighieri

 

Febbraio 2026

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