CARLO CECCHI
(1939-2026): un attore-regista maiuscolo
tra tradizione e innovazione
di Marco
Palladini
Il 23 gennaio
u.s., due giorni prima di compiere 87 anni, se ne è andato Carlo Cecchi,
davvero una grande perdita per il teatro italiano. Un attore e regista di assoluta
eccellenza. Da me personalmente conosciuto e intervistato oltre 40 anni fa. Cecchi,
fiorentino di nascita, è stato l’unico non napoletano, a mio parere, che ha
saputo inscenare testi di Scarpetta, di Eduardo De Filippo, di Petito, senza
complessi di inferiorità, secondo una sua peculiare maniera scenica tra
tradizione e innovazione che andava sempre a bersaglio. La sua particolarità è
stata, appunto, di non essere né un primattore di classica
tradizione-convenzione, né un interprete dell’avanguardia, ma di essersi
collocato come attore-regista di talento unico in un teatro di parola e di
drammaturgia ‘progressiva’ che sapeva sintetizzare al meglio, nel segno della
ricerca, i due filoni principali della scena nazionale degli ultimi
sessant’anni.
In tal senso ho
visto decine di suoi spettacoli memorabili che annoverano opere di Shakespeare,
Molière, Pirandello, Morante, Pinter, Thomas Bernhard etc. etc.; al cinema lo
rammento, almeno, come ottimo protagonista di Morte di un matematico
napoletano, diretto nel 1992 da Mario Martone, e di Miele (2013) per
la regia di Valeria Golino.
Carlo era uno
degli ultimi testimoni-protagonisti di una ‘golden age’ teatrica che oggi non
mi sembra che abbia eredi di pari livello. R.I.P.
Lo voglio qui ricordare con
l’intervista che gli feci il 23 novembre 1985, primieramente
pubblicata su Paese Sera e poi nel mio libro Prove aperte – vol. 1
(Fermenti, 2015); e quindi con la nota critica che scrissi nel 2000 per il suo
allestimento di Sik-Sik, l’artefice magico di Eduardo e Le
nozze di Čechov, poi
pubblicata nel volume I Teatronauti del Chaos (Fermenti, 2009).
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Ci sono camerini fastosi, un po’ liberty, in cui si
affollano bouquets di fiori, bigliettini di ammiratori, foto di persone care e
tutto un presepe di oggetti-feticcio che i teatranti amano spesso condursi
appresso: quasi fossero i Penati e i Lari dei precari habitat della loro vita
di errabondi. Questo della Sala Umberto di Roma, dove ho raggiunto Carlo Cecchi
(n. 1939), è invece disadorno, di tra lo spogliatoio e un ufficio. Beviamo
assieme della vodka e, mentre Cecchi risponde all’ennesima chiamata, mi volto a
guardare, appesi a una parete, gli indumenti di scena; la giacchettiella bruna,
il gilet a rigoni orizzontali gialli e rossi, le braghe a bandiera, un cilindro
troppo stretto. È il corredo di Felice Sciosciammocca, il personaggio
obliquamente reso da Cecchi, protagonista di Il coraggio di un pompiere napoletano. Una non eccelsa farsa di
Scarpetta, riadattata da Eduardo, che segna il ritorno, nella corrente
stagione, di Cecchi al teatro partenopeo, uno dei suoi più tenaci amori
d’artista, di cui mi parlerà esaurientemente.
Uno dei presupposti della carrellata di interviste che
sto realizzando è che, a motivo della estrema debolezza della situazione
drammaturgica nazionale, il modo reale di farsi autori oggi passa attraverso la
scrittura registica. Lei è d’accordo?
«La questione è complessa. Ritengo, comunque, che si
tratti di un fenomeno non soltanto italiano. Storicamente nel teatro europeo il
regista è venuto assumendo via via un ruolo centrale, determinante. Anche
grandi autori come Pirandello e Brecht sono, non a caso, diventati dei registi.
Quanto a me, posso dire che mi considero certamente l’autore degli spettacoli
che faccio».
Quasi sono stati i suoi punti di partenza?
«La mia educazione teatrale è stata assai comune.
Frequentai all’Accademia d’Arte Drammatica il corso per attori, però abbastanza
presto mi cimentai nella regia. Perché? Credo che la spinta venisse dalla
difficoltà a riconoscermi in un certo teatro, che era poi quello che dominava a
livello ufficiale il panorama dei primi anni ’60. Un’altra ragione fu il
cominciare a riflettere sul mio essere attore. Io sono regista perché sono
attore, un attore che ha iniziato a pensare sul problema del recitare. In tal
senso, ciò che mi era stato insegnato non mi è servito, ho dovuto imparare da
solo, fare un lungo training, praticare l’autoapprendimento. È così che
l’attore e il regista in me si sono naturalmente integrati, anche se debbo
ammettere che a lungo andare diventa faticoso sostenere il doppio compito.
Ribadisco, in ogni caso, che il lavoro del regista si esplica soprattutto su e
attraverso gli attori».
Ma è solo questo? Il regista non svolge un più
generale ruolo di organizzazione e di mediazione espressiva all’interno del
sogno di quella cosa chiamata teatro?
«Il regista ha una funzione fondamentale nel
meccanismo teatrale: è il motore di un avvenimento che è lo spettacolo, il
quale però lo esclude. Egli provoca l’avvenimento, ma quando esso accade non è,
non è più nelle sue mani. La perdita del ben dell’intelletto di certi registi,
l’enfatizzazione demiurgica del proprio ruolo, si ha esattamente quando cercano
di riempire tale vuoto con un pieno delirante. Quando tendono ad affermare la
propria presenza laddove si dà la loro assenza. Incapaci di sopportare di non
esserci, si presentificano allora sub specie patologica».
Vogliamo parlare del suo rapporto da teatrante
eterodosso con Eduardo De Filippo?
«L’incontro con Eduardo significa principalmente
l’incontro con il teatro napoletano che lui mi ha permesso di conoscere e di
amare. Per me, fiorentino, sia pure con forti legami di simpatia con Napoli
dove ho fatto l’università, l’aver lavorato nella compagnia di Eduardo ha in
sostanza disvelato tutta l’importanza e la ricchezza del teatro partenopeo. Un
qualcosa che mi ha toccato e influenzato a fondo».
In pratica, si è generata in lei una vera passione.
«Non la definirei una passione, propriamente. È che,
da un lato, agli occhi della mia formazione culturale para-brechtiana, il
teatro napoletano si è configurato come un esempio meraviglioso di ciò che
Brecht chiamava teatro epico. Dall’altro lato, il mio avvicinamento è stato una
sorta di ritorno a casa, a una casa teatrale intendo. Io non faccio teatro
antropologico e, dunque, non voglio parlare di ritorno alle radici, è vero
tuttavia che nel teatro partenopeo ho trovato un luogo assolutamente certo, come
iscritto nei precordi. Oggi, purtroppo, esso è molto cambiato, sopraffatto
dalla volgarità delle mode è in gran parte scaduto a biechi livelli televisivi.
Io vado in un’altra direzione. Ricordo il clamore nel 1971 quando misi in scena
al Beat 72, il tempio dell’avanguardia, A
morte dint’ o lietto ’e don Felice di Petito. Tra l’altro, era stato
proprio Eduardo a dirmi che dovevo fare Sciosciammocca».
La farsa di Scarpetta che attualmente interpreta ha un
impianto teatrale obbiettivamente fragile. Lei, mi sembra, che ne abbia tratto
spunto per un’operazione, un esercizio di stile. È così?
«No. Io non faccio operazioni, le aborro. Uno
spettacolo non è mai un’operazione, ma esprime semplicemente la capacità di un
gruppo di fare rappresentazione. Non sopporto gli interventi, le manipolazioni
su di un testo. Mi paiono infantili. Il mio teatro non cambia di una virgola i
copioni, sia che si tratti della Tempesta
di Shakespeare, sia della farsa di Scarpetta. Quanto alla ricerca di stile è il
problema di qualsiasi forma di rappresentazione, a meno che non si voglia
indulgere all’happening. Aggiungo, per chiarezza, che ho scelto di inscenare
Scarpetta per un bisogno di respirare. Dopo vari lavori di Pinter, dopo un Čechov
molto cupo, dopo un dramma tanto angoscioso come il pirandelliano L’uomo, la bestia e la virtù, sentivo il
bisogno di uscire da quelle stanzette terrificanti, claustrofobiche. Avevo la
necessità di un’alternanza per la mia salute psichica».
Secondo Castri il teatro culturalmente impegnato è
oggi in gravi difficoltà, minacciato di sopravvivenza. Sepe, invece, riduce la
crisi a un fatto individuale, a singoli declini. Qual è la sua posizione?
«è una
faccenda complicata. Di sicuro vi è che il mercato attualmente detta legge e le
sue leggi sono ovviamente rivolte al puro profitto. È così che determinate
compagnie assolutamente inutili, mortali, prosperano e godono di lauti incassi.
La verità è che non esiste più l’alternativa. Non c’è più spazio per il teatro
di gruppo, per il rischio personale. Io, ad esempio, sono due stagioni che
debbo mettere in scena Amleto, ma per
farlo avrei bisogno di cinque mesi di prove, perché è impensabile affrontare
Shakespeare senza un grande lavoro di ricerca. Ecco qui la contraddizione:
stare fermi per tanto tempo a provare significa dover programmare certi
investimenti e contemporaneamente trovarsi nell’impossibilità di soddisfare
quelle esigenze burocratico-normative che ti permettono di ricevere le
sovvenzioni statali. E allora sono costretto a rifare le tournées, ciò che
detesto perché è solo una perdita di tempo».
Come pensa che si possa uscire da questa situazione,
che si possa dare nuovo slancio alla sperimentazione culturale?
«Premetto che il teatro per me si può fare solo come
ricerca. È vero che per tanti anni si sono contrabbandate per ricerca cose
ignominiose e autentiche idiozie, ciononostante il teatro o è ricerca o non è.
Io posso soltanto dire che è difficile essere accettato per quello che sei e,
d’altronde, non puoi trasformarti come gli altri vorrebbero, perché
significherebbe che tu non sei più. Il fatto è che non tutti possono fare
teatro, per citare von Hofmannsthal il teatro è destinato a quelli che sono costretti a farlo, se non è così meglio
rinunciarci».
Non dovrebbe il teatro pubblico favorire il
convogliamento di nuove energie e di nuove esperienze sceniche?
«Ad essere franchi, gli Stabili in Italia offrono uno
spettacolo miserabile. Esibiscono solo la perenne, grottesca ossessione di
tenere il confronto con Lucio Ardenzi (il maggiore impresario teatrale privato,
n.d.r.). Nell’illusione paranoica di dover scendere in concorrenza col teatro
commerciale, hanno completamente travisato la loro funzione. Si sono buttati
pure loro sul divismo di ritorno, favorendo, ad esempio, l’aumento vertiginoso
del cachet degli attori. In questi anni non si sono occupati d’altro, ma su
questa strada Ardenzi li precede tranquillamente».
Qual è l’aspetto più negativo e quello più positivo
che si riscontrano, secondo lei, nella presente situazione teatrale?
«L’aspetto che giudico più fastidioso e sconsolante è
l’immobilità del meccanismo, la sclerotizzazione del sistema nel suo complesso.
La cosa più positiva è che, malgrado tutto, mi pare che il teatro italiano non
abbia smarrito interamente la vitalità dei fermenti degli ultimi vent’anni.
Ecco, la mia speranza è che si riformino dei gruppi di nuovi attori e di nuovi
registi, che i giovani la smettano di andarsene in giro a fare provini, e
invece riprendano a parlare tra loro, ricomincino a fare progetti in comune, a
inventarsi assieme il futuro del teatro».
Carlo Cecchi in “La leggenda del
santo bevitore” (2023)
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Carlo Cecchi sostiene con tono perentorio che Sik-Sik,
l’artefice magico (2000) di Eduardo De Filippo, è uno dei capolavori
teatrali del ’900. Ora, d’accordo che questo breve atto unico fu nel 1929 il
primo, grande successo d’autore di Eduardo e che, con la sua ripresa nella
stagione ’79-’80, egli volle concludere la sua somma carriera d’interprete, ma
francamente è difficile vedere in Sik-Sik molto più che una farsa ben
congegnata e saporita. Il fatto è che per Cecchi il suo personale incontro 30
anni fa col teatro di Eduardo ha significato riallacciarsi, dichiara, «all’equivalente
italiano del Berliner Ensemble o del Teatro d’Arte di Mosca: la tradizione,
dalla Commedia dell’Arte a Scarpetta, passata attraverso il grande teatro del
’900…». Ma qual è il succo di questa specifica tradizione italiana? L’assoluta
preminenza dell’attore sia sul testo sia sulla regia. Ecco perché il fiorentino
Cecchi, napoletanizzandosi al seguito di Eduardo, mostra poi di preferire i
primi lavori del maestro, definiti come la “Cantata dei giorni pari”, piuttosto
che le opere successive della “Cantata dei giorni dispari”, drammaturgicamente
più ambiziose e pensose e talora simil-pirandelliane. Nelle farse leggere,
magari con un malinconico retrogusto, come Sik-Sik decisiva e cruciale è l’arte
dell’attore. E Cecchi la sciorina tutta, da par suo, nei panni di questo
scalcagnato illusionista di periferia che s’ingegna, sera dopo sera, a montare
il suo spettacolino di trucchi e magie da strapazzo, dovendo combattere con dei
compari inattendibili o reclutati casualmente per strada e con una
moglie-valletta incinta che per poco non ci rimette la pelle, rimanendo chiusa
in un baule che non si apre. Cecchi, bravissimo anche in dialetto partenopeo,
incarna un Sik-Sik straniato e più scettico che cinico, il quale non sembra
credere nemmeno per un attimo in se stesso; con un’aria indolente e sardonica
da “i’ c’aggia fa’ pe’ campa’”, è come se dicesse al pubblico: va bene, è tutta
una cialtronata, la dignità è crollata molto tempo fa, ma voi fingete di vedere
un’altra cosa, l’illusione è un atto poetico di chi guarda, non di chi
imbroglia, senza neppure riuscire a nasconderlo.
La prima parte della serata comprendeva un altro
atto unico, Le nozze di Čechov, da Cecchi
allestito in assai manierate forme grottesche. Il pranzo di nozze della figlia
di una coppia di borghesucci, cafoni arricchiti, contornati da invitati
ignoranti, insolenti, maleducati e parassiti, che attende quale ospite d’onore
(a pagamento) un generale che poi si rivelerà solo un vecchio ufficiale di
marina, rincitrullito e abboffone, risulta un quadretto satirico da Cecchi
debitamente napoletanizzato, in mezzo a stilizzazioni e sospensioni quasi da
teatro dell’assurdo. Nella sua compagnia, convincenti figurano (in ambedue i
lavori) l’ironica Iaia Forte, Arturo Cirillo e Tommaso Ragno. Lui nel ruolo del
finto generale si esibisce in sbuffi, brontolii, biascicamenti e irritazioni di
pretta, esilarante marca alla Eduardo. Ecco Cecchi, teatrante colto, pare
arrivare per citazione al punto in cui, forse, De Filippo giunse per istinto:
quello dove l’arte suprema dell’attore coincide con la ritrosia del recitare.
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