Addio a Giancarlo Cauteruccio
(1956-2026), figura princeps del teatro di ricerca italiano
di Marco Palladini
«Oggi è domenica, domani si muore /
Oggi mi vesto di seta e candore / Oggi è domenica, domani si muore / Oggi mi
vesto di rosso e d’amore…». Così, cantava trent’anni fa Giovanni Lindo Ferretti
(CSI, Irata, 1996), mentre invece se ne è andato proprio di domenica,
l’11 gennaio scorso, a 69 anni Giancarlo Cauteruccio, che non esito a definire
uno dei maestri del teatro di post-avanguardia anni ’80-’90, nonché forse, o
senza forse, il regista più tecnologico-visionario della scena sperimentale
italica con il gruppo Krypton.
Ma vorrei idealmente vestirmi di
rosso e d’amore per ricordare il mio primo, folgorante incontro con lui, quando
vidi nel 1983 il suo bellissimo Eneide: teatro post-epico e post-moderno
quasi come un videogame ancestral-futuristico tra multiple luci prillanti,
suffumigi e sciabolate di luce laser che rimbalzavano-scintillavano sugli scudi
dei semoventi guerrieri-eroi da un lato all’altro della scena-témenos, con il
concorso della reboante musica rock dei neonati Litfiba. Fu veramente per me, e
non soltanto per me, la rivelazione di un talento registico fuori norma, anche
in quella scena nostrana che Beppe Bartolucci aveva definito di
post-avanguardia. Forte dei suoi studi di architettura e di un prepotente
penchant all’uso della tecnologia in un contesto teatrale che, tranne rare
eccezioni, risultava in tutte le sue diramazioni vincolato a una visione
artigianale e poveristica della messinscena (cosa che, tutto sommato, è prevalente
ancora oggi), il calabrese (ma residente-operativo a Firenze) Cauteruccio portava
uno spirito innovativo e una visionarietà tecno-luministica soprattutto con
l’uso del laser, che cambiava la grammatica dello sguardo teatrico. Cosa che
durò in pratica per l’intera decade degli ’80 con spettacoli-installazione,
multimediali, affascinanti da vedere e, quasi, da contemplare nel loro estroso
macchinismo scenico.
Verso la fine di quel decennio si
avviò tra noi, appartenenti alla medesima generazione, una quarantennale,
fervida amicizia, implementata da quattro importanti occasioni di
collaborazione che ho avuto con lui in veste di drammaturgo, a partire dal
bellissimo Me Dea del 1991, di cui dopo dirò. Ma non vorrei dimenticare
la presentazione a Firenze, il 29
novembre 1991, al caffè letterario Le Giubbe Rosse, artisticamente diretto da
Massimo Mori, del mio secondo libro in versi Autopia: con il poeta
Giorgio Weiss e la studiosa e critica Simona
Cigliana, partecipò Cauteruccio che, assieme al percussionista e
performer Mariano
de Tassis, impreziosì la
serata con una piccola performance su alcune poesie del mio libro. E il ricordo
di quell’evento e di quel tempo felice oggi mi commuove.
In ogni caso
le mie memorie personali vanno a quando mi recavo a Firenze e lui mi ospitava
nella casa in Borgo Pinti dove viveva con la prima moglie e factotum
comunicatrice dei Krypton, Pina Izzi, e lui, di robusta costituzione, per usare
un eufemismo, mi preparava, da ottimo cuoco, eccellenti pranzi o cene. Memorie
che arrivano sino all’ultima cena assieme (18 dicembre 2024) quando era venuto
a Roma per la presentazione al Teatro Belli del libro delle poesie del
corregionale Lorenzo Calogero Un’orchidea splende nella mano; e
all’ultima telefonata nel novembre scorso quando, nonostante il grave tumore al
colon, la sua voce mi risuonò forte e combattiva come sempre, quasi
rassicurante, facendomi pensare che con la chemio avrebbe sconfitto il malefico
intruso. Mentre invece la vitamorte ha disposto per lui altrimenti.
I miei ricordi di spettatore dei tanti suoi spettacoli, al di là della nostra collaborazione, sono innumeri: rammento soltanto di volata Tibet, i nove miliardi di nomi di Dio di Giuliano Compagno e Marcello W. Bruno (1988), Arsa di Giuseppe Manfridi (1993), Giorni felici di Beckett (1995), U iuocu sta finisciennu (“Finale di partita” in dialetto calabrese, 1998) Il guardiano di Pinter (2000), L’ultimo nastro di Krapp (2003), Ubu c’è di Alfred Jarry (2004), Mi fa fame (2005), Medea e la luna da Corrado Alvaro (2007), Picchi’ mi guardi si tu si masculu (2007). Uno, nessuno e centomila di Pirandello (2009).
Sulla mia
collaborazione drammaturgica con lui diedi ampia testimonianza critica nel
libro Krypton – Teatri di Luce – spazio corpo tecnologia (Titivillus,
2010). E ancora rimembro che, quando Cauteruccio dopo un quarto di secolo fu,
in pratica, estromesso dalla direzione artistica del Teatro Studio di Scandicci
che lui aveva portato ad essere uno dei luoghi più importanti in Italia per la
visione di opere del teatro di ricerca, quella decisione politica fu per lui
una mazzata. A cui si aggiunse il taglio dei contributi ministeriali alla
compagnia Krypton. Lo sentii allora a dir poco amareggiato, al punto che si
risolse a chiudere la compagnia nella convinzione che, nella sua lunga ed
eccellente carriera di creatore teatrale, aveva ricevuto assai meno
riconoscimenti, sia da critica e accademia, sia dalle istituzioni, di quello
che meritava. Cosa di cui sono fermamente persuaso oggi dopo la sua dipartita.
Con riso amaro mi diceva che lo avevano costretto ad un pensionamento
anticipato. Pure se non era del tutto vero: sino all’ultimo Giancarlo ha
continuato a fare installazioni, mostre, spettacoli, performance, anche se con
mezzi ed esiti ben lontani dai tempi d’oro dei Krypton. Aveva lasciato la
ingrata ‘seconda patria’ fiorentina e se ne era tornato con la nuova moglie,
Anna Giusi, nella sua natia Calabria, andando a vivere a Sibari (lui era di
Cosenza) in una proprietà dei parenti della consorte. È stato ripeto un’artista
di teatro di livello raro, spero che in futuro lo si celebrerà come merita,
pure se è lecito dubitare. Già Carmelo Bene ripeteva: «In Italia basta che ti
assenti un attimo e nessuno più si ricorda di te».
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Allora contro il serpeggiante oblio riprendo qui un capitolo del mio ultimo romanzo Noi siamo altri
(Editrice Zona, 2025); e una nota critica che stilai per la rivista “Le Reti di Dedalus”
(febbraio 2013):
Io e
i Krypton: un incontro teatrale all’incrocio tra poesia e tecnologia
Già alla fine degli anni Ottanta avevo iniziato a misurarmi con la
scrittura drammaturgica (a cui era estraneo Et Ego, che era una
scrittura scenico-musicale di esclusiva pertinenza del regista-autore Enrico
Frattaroli). Dapprima, nel 1988, con la commedia Capodanno che,
cogliendo gli umori dello Zeitgeist, drammatizzava la fine dell’era propulsiva
e anarcoide dell’avanguardia scenica e il prevalere di una visione
aziendale-manageriale del teatro in linea con la famigerata “circolare Carraro”
(allora ministro socialista del Turismo e dello Spettacolo). Feci leggere il
testo ad alcuni registi, ma non interessò a nessuno, talché è rimasto un totale
inedito nel mio archivio. Poi nel 1989 su committenza dell’attrice e regista
siciliana Patrizia Baluci elaborai una riscrittura da Laforgue intitolata Salomè
- memorie di una Incosciente,
che andò in scena con un buon esito al Festival “TeatrOrizzonti” di Urbino.
Ma nel mio percorso di poeta e di autore teatrale il vero momento
inaugurale e seminale di viva e interattiva esperienza artistica fu l’incontro
con la compagnia fiorentina Krypton diretta da Giancarlo Cauteruccio. Anche con
il regista calabrese l’accensione fu una committenza. Pratica, secondo me,
assolutamente basilare e necessaria per stimolare un autore a inoltrarsi in
territori non previsti dal suo orizzonte, ad accettare sfide espressive capaci
di saggiare la tenuta della sua scrittura. Con i Krypton, in particolare, la
sfida era doppia, reciproca. Al tempo (1990) Cauteruccio sentiva di avere
esaurito un decennio circa di ricerca teatrale fondata sulla mera scrittura
scenica e illuminotecnica, e si proponeva di riusare e di riarticolare il suo
apparato visivo-tecnologico in una forma teatrale che assumesse, fatto del
tutto inedito per lui, il testo come elemento centrale e catalizzante.
Il testo, però, doveva sottrarsi alla linea canonica della drammaturgia
convenzionale, quella insomma del tradizionale ‘teatro di prosa’, così aborrito
da Carmelo Bene. La richiesta andava nella direzione di una drammaturgia
poetica, perciò si era indirizzata al sottoscritto, poeta di patenti umori
antilirici e sperimentali. La mia sfida consisteva, dunque, nella creazione di
un oggetto poetico teatralmente dicibile che potesse consuonare e sinergizzarsi
con la schietta poetica tecnologica su cui si fondava il teatro dei
Krypton.
Il risultato felicissimo di questo incontro fu lo spettacolo Me
Dea (che debuttò al Teatro Vascello di Roma, 1991), di cui scrissi
nella nota di presentazione: «Una Medea post e postuma (a se medesima) di
inedita sostanza tragico-spirituale, che si proietta teatronicamente nel
futuro, ascoltando nel proprio petto gli ultimi battiti del suo selvaggio cuore
antico. Coniugare la strumentazione linguistica multimediale in una linea
contemporaneo-progressiva con le strutture e i modelli simbolici della
mitologia e della tragedia greco-classica, è una delle direttrici di ricerca
del gruppo Krypton fin dall’Eneide
realizzato nel 1983. Allora le architetture di luci e di suoni, le sculture
laser computerizzate, le olografie, le multivisioni, l’ambientalizzazione
acustica erano in vista di una spettacolarità stupefacente (in più sensi), che
rielaborava le vestigia, i luoghi mentali del classico nel flusso di una sorta
di iper-video-pop-art.
Col progetto Me Dea si è inteso andare oltre, puntando ad ancorare e
correlare l’invenzione scenico-tecnologica ad una originale riscrittura
poetico-drammatica del mito medeico, capace di sostenere e di nutrire in sé
l’ambizione terminale di creare un’opera
nuova. L’apparato interpretativo tecnotronico si mobilita per liberare un
plus di energia che solleva affinità e differenze semantiche e in cui ciascun
elemento sinestetico (attore-luce-suono-video-laser etc.) concorre ad una messa
in forma teatrale apertamente visionaria. Da qui promana la figura di Medea
come macchina di desiderio e di morte perpetuamente rammemorante. Inglobata in
un vortice dove tutto è già stato visto e sentito, tutto è già accaduto e sta
di nuovo per accadere, diacronicamente condannata a replicare il suo duplice
infanticidio, Medea avvampa d’infelicità nelle spire di un buddhistico e/o
nietzscheano ciclo di eterno ritorno.
Secondo tale inedita prospettiva, la sostanza della tragedia euripidea è
confermata nei suoi basilari dati narrativi e, insieme, radicalmente
trasformata, anzi trasvalutata dal lato tematico e mitico-spirituale. Il
trascorrere di Medea in successivi stati di allucinazione ha la sconvolgente
dismisura (úbris) di un viaggio di
salvazione sino al definitivo riconoscimento della propria deità. Al giogo del
fato qui si oppone un movimento di volontà di “potentia resurgendi” che indica
l’apice di una non trionfale catarsi dalla tragedia al mistico, là dove essa
mostra il suo ormai ineffabile sé, su cui come dice Wittgenstein si deve
tacere. Un’omogenea ispirazione mitopoetica sorregge la sequenza di interazioni
e di scarti in cui si determina la valenza esplorativa e il plurilinguismo
scenico del progetto Me Dea, nel quale referenza antica
e proiezione futura del teatro sono catturate in un unico, potente, atemporale
campo magnetico».
L’esito per me entusiasmante (e ampiamente riconosciuto) dell’allestimento,
credo, appunto, sia dipeso dalla compiuta sintesi tra l’immaginario sofopoetico
del testo e la forza tecno-visionaria della regia di Cauteruccio. Un critico
penetrante del calibro di Cesare Milanese ebbe a sottolineare il «connubio da
contrasto» che si realizzava nello spettacolo. Da un lato vedeva nella «matrice
espressionistica» della mia scrittura le «scansioni che sono proprie della
modernità matura», dall’altro lato nella «luce laser a vortice continuo» usata
da Cauteruccio individuava una «esposizione trionfale del puro della
visibilità», dunque un pattern di visual-art «a prospettiva indefinita» che
disegnava una «ambientazione ‘artificiale’» che dissolveva le residue «connotazioni
naturalistiche» ovvero narrative del testo, inchiodando lo spettacolo ad una
resa di parola-luce esaltata nella sua pura ‘mitopoiesis’, nella sua eminente,
semiotica natura verbale-visiva. La riuscita di Me Dea riposava,
quindi, nella chiave tardo-moderna del mio testo che apriva alla potente
suggestione della scena postmoderna dei Krypton, che promuoveva un teatro
deterritorializzato, artificializzato, sinestetizzato in cui il mito riviveva
in una dimensione metatemporale e a-psicologica. La poesia dentro la macchina
realizzava una tensione di bellezza, di musicale leggerezza, di assoluta
pregnanza.
Nel mio ricordo è indelebile l’impressione esemplare lasciatami dalla prima
edizione, grazie particolarmente all’eccezionale bravura della protagonista
Cristina Sanmarchi. Giovane attrice, ex-arpista, taglio di capelli punk-chic
alla Laurie Anderson, che attraversava la scena con grinta leonina, svariando i
toni lungo un flusso recitativo ora di squisito impeto musicale, ora di
trattenuto ardore, ora di rabbiosa rivalsa, ora di illimitata dolcezza. Quel
terminale gesto materno di avvoltolamento del magnifico mantello barbarico
disegnato da Giulia Mafai segnava un momento di icastica commozione, di
memorabile sentimento del congedo.
Attorno alla sua figura di indomita, postmodernissima e insieme atavica
Medea, Cauteruccio disponeva i pittorici e plastici giochi luministici multipli
curati da Alberto Mariani, i suoi versicolori tunnel e radenti lame di laser e
fumo, la splendida colonna sonora originale di Giusto Pio, la spazializzazione
dei cori registrati che riprendevano i versetti rielaborati del “Libro Tibetano
dei Morti”, le video-sculture create da Giorgio Cattani, la direzione
allestimenti di Stefania Battaglia e gli interventi di Giasone (Giuseppe Savio)
che nella mia partizione apparteneva alla terra, incarnava «l’umano troppo
umano», laddove Medea apparteneva alla superiore sfera dello spirito e del
sole. Credo che poche altre volte nella storia dei Krypton, un’attrice abbia
saputo così brillantemente essere punto preclaro di sutura tra
l’interpretazione testuale e l’organazione tecno-registica. La sua rinuncia,
dopo quello spettacolo, a continuare la carriera di attrice mi sembrò e ancora
mi sembra un delitto di leso teatro. Nondimeno lo spettacolo proseguì le sue
repliche in successive stagioni con l’attrice Patrizia Schiavo, da me
suggerita, sicuramente brava, vocalmente possente e con una figura da maga-menade
mediterranea con una gran corona di lunghi capelli ricci più tradizionalmente
riconoscibile.
Con il teatro tecnologico dei Krypton la mia
collaborazione drammaturgica proseguì, quindi con gli spettacoli AlterAzione, presentato al “Festival di Pergine”
(Lago di Caldonazzo, Trento, 1991), Pithagora Iperboreo (Teatro Studio, Scandicci, 1992), Voce Off
– Corpo In / Immersioni (Teatro
Studio, Scandicci, 2010). Ma la magia, l’esito pressoché perfetto di Me Dea
(alla cui ‘prima’ romana presenziarono, elegantemente vestiti, i miei genitori)
non si sono più, sinceramente, ripetuti. Ma è sufficiente uno spettacolo così,
penso, per dare lustro permanente al lavoro di un drammaturgo.
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“Crash
Trōades”
Pur se
viviamo in tempi di generale ‘smemoria’, chi decide oggi in Italia di mettere
in scena Le Troiane di Euripide non
può ignorare il precedente di una edizione-capolavoro del 1988 allestita dal
regista Thierry Salmon presso i Ruderi di Gibellina. Sicuramente non lo ignora,
per età e lungo percorso artistico, un regista come Giancarlo Cauteruccio che
oggi firma Crash Trōades al Teatro
Studio di Scandicci che dirige da oltre vent’anni. E forse non è un caso se lo
spettacolo del regista calabrese va in direzione opposta a quello di Salmon. Il
giovane regista belga (morto nel 1998 a soli 41 anni) approdava un quarto di
secolo fa alla constatazione dell’impossibilità del tragico oggi, e andava
oltre Euripide e la sua ‘pietas’ vedendo nel meraviglioso gruppo corale delle
sue trentaquattro interpreti un ‘agon’, uno spirito di lotta e di potente
reazione, supportato dalla splendida partitura musical-vocale di Giovanna
Marini. Come se Salmon attribuisse alle sue Troiane il compito di portare
avanti un sogno di rinascita oltre il tragico. Nella sua prospettiva l’umanità
femminile rivendicava un potere palingenetico che sormontava i lutti e le
distruzioni causate nel mondo della logica maschile della guerra.
Cauteruccio,
mi pare che proceda con un segno opposto. Usa la ‘pietas’ euripidea per parlare
dell’oggi e rafforza e innerva la tragedia antica con le tragedie del presente.
Richiamate attraverso la voce della scrittrice Yolande Mukagasana che evoca il
genocidio dei Tutsi in Rwanda, e le parole della giornalista Anna Politkovskaja
capace di denunciare le stragi dell’esercito russo in Cecenia, e per questo
condannata a morte dal potere putiniano. Direi, però, che la forza
dell’allestimento di Cauteruccio non sta tanto in questo ‘aggiornamento’ del
tragico, per via testuale o cronachistica. Quanto nella sua capacità visiva e
iconica di dare forma all’espressività tragica, anche esulcerata, che promana
dai corpi in movimento delle sue dieci interpreti. Bellissima è la scenografia
di Daniele Spisa con un declivio color sabbia che si getta su una vasca-piscina
in avanscena, circondato da passerelle e da sculture di praticabili che
proliferano a destra in una parete verticale, e a sinistra in un cielo ligneo
da cui spiovono luci ora vitree, obitoriali, ora calde, da sabba del dolore.
C’è una carrozzella che con un lentissimo movimento scivola nella piscina-mare
e che diventa la postazione di riferimento della regina Ecuba, a significare la
sua invalidità psico-spirituale, trafitta da alti lai. Ci sono cadaveri che
galleggiano a pelo d’acqua, c’è un coro di giovani fanciulle biancovestite che
animano una plurima coreografia tra canti, singoli pezzi recitati, azioni
sceniche collettive. Con rotolamenti ripetuti nell’acqua e tuffi disperati o
furiosi, e poi corpi frementi che vibrano, emanando schizzi con variegati gesti
e un turbinoso rotear di lunghe chiome. Tutto molto suggestivo ed esteticamente
impeccabile, secondo la matura cifra scenico-multimediale che è il segno
precipuo del trentennale teatro di Cauteruccio. Che ormai per anagrafe (57
anni) e curriculum ha diritto ad essere indicato come uno dei residui maestri
del teatro di ricerca nazionale.
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