Torsioni, aggressioni, deviazioni e critica nella teoria e pratica letteraria di Francesco Muzzioli

 

di Antonino Contiliano

 

Rileggere, riscrivere. Riscrivere è scrivere una parola vecchia e nuova, di ricerca. E ciò per un atto di immobilità in movimento di critica e sperimentazione invisa, ritrovando i compagni dell’idea imbarcata, militante. Il partito è partito! Rimanere fedele allora all’idea in movimento nella storia. I compagni che mi hanno accompagnato sono tanti per differenza e riflessioni. Tutti si affollano alla mente e alla memoria sognante, utopica. Tutti chiedono di avere la parola, pur nei limiti della mia che la riprende. Ma non posso, per ora. Senza dimenticarli e via via magari in correlazione e supporto – l’urgenza mi ritrova ri-prendere la parola di “Materiale Comune” (testo poetico) e di “L’alternativa Letteraria” e “Teorie letterarie contemporanee” (opere teoriche) di Francesco Muzzioli (già docente di Critica letteraria, Università “La Sapienza” di Roma). Una rilettura ripensata fra gli eventi complessivi del presente. Oggi, epoca in cui la rivoluzione tecno-digitale la si vuole in chiave ideologica pro il rinnovato dominio capitalistico del valore di mercato, la rilettura – per chi scrive – è quanto mai pressante. Non bisogna concedere tregua alcuna ai poteri diffusi – non più centralizzati – del potere in ordine di rinnovato sistema di comando e controllo. Sparso, il potere d’ordine, nei flussi comunicativi digit della soggettivazione, dell’individualizzazione dell’autoimprenditorialità bio-politica capitalistica – imprese-di-rete-internet (modello cognitivo del neo-liberismo individualistico) la rilettura incalza. Spinge. Oltre a ripropormisi come pratica di libertà, passando dalle analisi complici (e non semplici) di Gilles Deleuze e Felix Guattari (L’isola deserta e altri scritti / 1953-1974), mi rinvia pure al pensiero di J. P. Sartre di “Che cos’è la letteratura” e di “Critica della ragione dialettica”. Marx, Majakovskij, Brecht, la scuola di Francoforte e Ungherese, Pasolini, i poeti della generazione d’oro spagnola, gli economisti della new economy …. , nel mentre, pungolano e danno utili suggerimenti in ordine alla schizofrenia della storia, del tempo e alle possibilità del possibile della poesia, arte e letteratura. Un campo di forze e di potenzialità che si dilatano e contraggono senza sosta verso l’orizzonte, le attese. La letteratura e il suo operare dell’essere imbarcati. L’engagement di Sartre, e non solo (i compagni in memoria non dormono!). Vivere insieme e collettivamente conflittuali col presente storico e, materialisticamente/antagonisticamente, vedere, parlare, dire, scrivere delle alternative nei processi della storia e delle sue onde caotiche, molteplici e sempre processuali. Parlarne – Maurice Blanchot dixit – non è vedere. C’è sempre una pluralità di parole vorticose, spostate, indeterminate: il “neutro” del Fuori!

Così ci/si risposta.

Scriveva Sartre: lo scrittore, sulla base della propria libertà, può presentare alla libertà altrui il mondo nella sua maleodorante e quotidiana crudeltà, ma non basta. Se lo scrittore è libero di dire tutto e di volere il cambiamento delle cose, non diversamente deve essere per il pubblico; che anche il pubblico abbia la possibilità e la libertà di cambiare tutto: abolizione di qualsiasi dittatura, abolizione delle classi, rinnovamento continuo dei quadri, rovesciamento continuo dell’ordine di sistema e dei dogmatismi.

La letteratura, così, “è, per essenza, la soggettività di una società in rivoluzione permanente” e di libertà. Nella “Critica della ragione dialettica”, infatti, opponendosi alla chiusura dogmatica e deterministica del marxismo ortodosso, apre la strada a una visione più aperta e dinamica della storia e della società. Una dinamica che enfatizza la libertà e la creatività umana, influenzando pensatori come Louis Althusser, Michel Foucault e Gilles Deleuze, tra gli altri. I pensatori critici e delle crisi, cioè, che nel rigetto dell’ortodossia del marxismo (come ha fatto lo stesso Francesco Muzzioli o nella logica del rileggere e riscrivere, sperando di non rattristare né i morti né i vivi) non hanno smesso di denunciare apertamente la “malafede”. L’ideologia del vantato neutralismo e naturalismo della civiltà capitalistica (compresa quella dell’attuale forma digito-algoritmica “asemica” e dell’incalzante “rivelazione” del mondo dell’Intelligenza Artificiale (AI).

Tra miele e fiele, Francesco Muzzioli (sintetizziamo) scrive: riconoscere la lotta ideologica anticapitalistica al tempo della letteratura del “consumo” del “GAFAM” (Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft), o del capitalismo cognitivo-immateriale e dell’AI (Intelligenza Artificiale) non si svolge soltanto nei discorsi espliciti, ma anche nei modi di percepire, di sentire, di parlare. La letteratura è uno degli strumenti più potenti per intervenire su questo livello profondo. È come la “cassetta degli attrezzi” la cui forza non sta nel proporre programmi politici, ma nel rompere l’evidenza del mondo così com’è, compresa la parola dell’ideologia. Quando mette in funzione deviazione, straniamento e negazione la cassetta degli attrezzi – la letteratura – allora produce disagio e interrogazione, mostrando così che nessuna forma è definitiva; e che nessun ordine è naturale, o privo di contraddizioni e di ideologia.

Nel suo saggio Ideologia e contraddizione (“Teorie letterarie contemporanee”), infatti, Muzzioli, spostando il discorso su un piano più generale, si chiede: che cos’è l’ideologia nella contemporaneità? Non siamo più nell’epoca delle “grandi narrazioni” ideologiche. Il sistema attuale dice e scrive, non ci illude con promesse di salvezza: la sua forza è nel ripetere che non esiste alternativa. L’ideologia contemporanea è un fatalismo: le cose stanno così e devono stare così. Questo mutamento produce effetti profondi. L’ideologia non è più facilmente associabile a una classe sociale precisa, e non vive solo nei discorsi: si è materializzata anche nei segni e diventata un insieme di pratiche, abitudini, istituzioni. Non si limita a ingannare la coscienza: ci forma come soggetti. Come già hanno spiegato Althusser e Rossi-Landi essa penetra perfino nel modo in cui produciamo e consumiamo i segni, oltre che merci. E il problema si è aggravato dall’eredità del postmodernismo, che ha dichiarato che tutto è rappresentazione, tutto è interpretazione, tutto è ideologia. Ma se tutto è ideologia, allora nulla lo è più davvero: viene a mancare un criterio per distinguere il vero dal falso, la liberazione dalla mistificazione.

Ma la critica che così sembra dissolversi, è tuttavia presente e viva lì dove corrono deviazione, straniamento, negazione, nuovo impegno. E nell’epoca dell’“inesistenza di alternative”, un testo che apre una possibilità – anche solo immaginaria – diventa già un atto di resistenza.

L’alternativa letteraria, allora, non è una nicchia per specialisti né un esercizio elitario. È una pratica di libertà: un invito a non accettare le parole, le strutture e le visioni che ci vengono presentate come inevitabili. Nel rendere visibili le contraddizioni del presente, la letteratura continua a svolgere la sua funzione più radicale: insegna che il mondo può essere diverso e che un testo critico è un campo di battaglia e la letteratura una sfera non innocente e una macchina da guerra permanente. Nelle pagine di L’alternativa letteraria invita lettori e scrittori a capovolgere l’idea e la convinzione diffusa che la letteratura sia rifugio, abbellimento o semplice svago. Al contrario, l’ambito letterario va pensato come un campo di battaglia, dove si confrontano visioni del mondo, valori, forme di potere e di scritture. Esiste infatti una “letteratura di sistema”, cioè una produzione – spesso inconsapevolmente – allineata agli orizzonti culturali, economici e simbolici dominanti. A questa, Muzzioli contrappone un’altra possibilità: una letteratura alternativa, che non cerca il consenso o la conferma delle abitudini percettive del lettore, ma punta a incrinarle, a far emergere le contraddizioni che attraversano la società. Il taglio della deviazione, dello straniamento, della negazione determinata e della fuga attraverso cui un’opera riesce a sottrarsi all’automatismo ideologico: 1) la deviazione è lo scarto dalla norma: una rottura delle consuetudini narrative, sintattiche, linguistiche o tematiche, costringendo al disagio, a uscire dalle cornici interpretative spontanee e mostrando che ciò che appare naturale è in realtà una costruzione ideologico-normativizzata; 2) lo straniamento è rendere il familiare insolito, l’effetto di far vacillare la percezione del mondo come dato ovvio: scomporla. L’effetto non è solo estetico, ma conoscitivo e pratico (intelligere sive agire, Spinoza). Straniando, la letteratura rivela che la realtà può essere guardata da altri angoli: può essere trasformata. Lo straniamento (Verfremdungseffekt, l’“effetto di straniamento” di B. Brecht) è, in fondo, una pedagogia dello sguardo critico; 3) la negazione è l’opposizione della letteratura alternativa, quella che non offre soluzioni e non propone modelli positivi chiavi in mano: rifiuta la riconciliazione delle sintesi chiuse e dommatiche e insiste sul conflitto (diventa così un contro-discorso e una pratica di smascheramento che fa emergere ciò che il linguaggio del potere tende a occultare: disuguaglianze, tensioni, rimozioni); 4)  il nuovo impegno è di tipo non tematico: si innesta con l’idea di un impegno linguistico. Non serve un contenuto politicamente marcato affinché un testo sia sovversivo: a volte basta la perturbazione che esso infligge al linguaggio comune, oppure la destabilizzazione della forma che è già un gesto politico - perché intacca i meccanismi con cui l’ideologia si naturalizza, si deposita nelle parole stesse.

Così il nuovo impegno dell’alternativa letteraria di Muzzioli non è tanto e strettamente nella “letteratura politica” in senso tematico, e non coincide neppure con la denuncia sociale, ma è piuttosto – crediamo – una funzione di critica demistificante e antagonista, un modo specifico di agire del testo. La sua “politicità” non sta nel rappresentare un conflitto già dato, ma nel produrre conflitto dentro il linguaggio, nella forma e nella percezione del senso comune (equivoco) messo in questione. A suo tempo già Galvano Della Volpe (non estraneo ai riferimenti di Francesco Muzzioli) è stato antesignano. Il testo alternativo così non si offre come un messaggio confortante o rassicurante. Non lo sono né il decostruzionismo, né il post-moderno, né la sociologia di Bourdieu. Il testo alternativo e di ricerca è un corpo estraneo nel sistema della comunicazione, un punto di attrito che, secondo Della Volpe/Muzzioli, non risiede nello scopo finale dell’opera (che è sempre conoscere la realtà e il corpo delle verità in cammino), ma nel linguaggio – il mezzo tecnico che usa per raggiungerlo – e, con Terry Eagleton, nel materialismo della contraddizione come una via d’uscita. E non meno una fuga deleuziana-guattariana.

La decostruzione smonta le verità dogmatiche e mostra le contraddizioni del linguaggio. Un merito importante. Ma per Muzzioli essa cade in un paradosso: rifiutando ogni presa di posizione, trasforma la critica in un gesto ambiguo e sterile. Se nessun significato è stabile e tutto è gioco linguistico, non resta appiglio per una critica sociale concreta. L’ideologia, così, diventa l’idea stessa di attribuire senso al mondo: un capovolgimento che disarma la politica.

Il postmoderno si limita, riduttivamente, a vantare solamente una debole posizione ironica e parodica (“parodia bianca”, la chiama Francesco Muzzioli in suo saggio dedicato al libro di Nevio Gambula, “Qui si vende storia. Una farsa proletaria, o un aborto di teatro epico” (2010). Così che il libro e il saggio di Muzzioli si costituiscono quindi come critica radicale del senso comune e come sperimentazione linguistica che si affida alla forza dirompente della parodia: quella “rossa”.

La sociologia di Pierre Bourdieu offre, sì, strumenti più concreti, mostrando come il campo letterario sia attraversato da strategie, lotte per il prestigio e accumulazioni di capitale simbolico (interessi e meccanismi di potere dentro la produzione culturale), tuttavia, limitandosi a descrivere mosse e contromosse, rischia di perdere di vista la possibilità di un conflitto reale e di una trasformazione radicale.

Il materialismo della contraddizione, in dialogo con autori come Terry Eagleton, è invece la via di fuga e uscita proposta e praticata dalla letteratura alternativa di Francesco Muzzioli: il recupero di un materialismo critico, ma aggiornato alle condizioni contemporanee. Il punto non è più cercare una verità positiva che sveli l’illusione: è cogliere le contraddizioni interne all’ideologia stessa. Ogni sistema di potere, per funzionare, deve mobilitare energie, desideri, speranze: ed è proprio lì che si aprono le sue crepe. L’ideologia non è mai perfetta; lascia sempre passare elementi che la mettono in crisi.

In questo scenario, la letteratura e la poesia hanno un ruolo decisivo, seppure non determinante. Non rappresentano semplicemente l’ideologia del suo tempo: la mettono alla prova, la forzano a mostrarsi per ciò che è e la trasformano in forma. È qui che l’estetica può diventare un terreno di emancipazione: perché lavora sui corpi, sui sensi, sull’immaginazione, aprendo spazi di possibilità oltre il già dato.

È il lavoro sul corpo del linguaggio in generale e, in particolare, su quello poetico cui (solo per qualche esempio) Muzzioli si è provato sia nel libro “Materiale Comune” (1999) che in “Richiamo del comunismo” (2014). Di “Materiale Comune”, e non per inciso, ce ne siamo occupati sin dal 2005 (“Fermenti”).

In questa sede, in sintesi, lo riproduciamo come le “torsioni e le aggressioni” che “Materiale Comune” opera sul/contro il senso comune o, dellavolpianamente, aggredendo l’“equivoco” che si consuma nel/con il linguaggio.

Il libro di poesia Materiale Comune di Francesco Muzzioli si presenta come un “campo” di tensioni linguistiche, un organismo testuale la cui natura è paragonabile all’acidità paradossale dei fermenti lattici: insieme salata e dolce, distruttiva e vitale. È un’operazione che aggredisce il cuore del linguaggio quotidiano, il “materiale comune” del general intellect, per sottrarlo alla sussunzione capitalistica.

I suoi versi sono un arsenale retorico dove l’ironia e la parodia diventano armi di una critica materialista, smascherando la riduzione del tempo della vita a tempo astratto di lavoro. I suoi personaggi sono gli «accattoni dell’identità / nel supermercato del princisbecco», figure allegoriche di un’umanità costretta a mendicare senso in un mercato di simulacri.

La struttura del libro riflette questa poetica della disintegrazione e riarticolazione. È organizzato in insiemi e sottoinsiemi – Razionamenti, Rose e fiori, L’angolo della paranoia – che funzionano come ipersegni di un discorso più ampio. Ogni sezione raccoglie il “letterale-materiale” della comunicazione quotidiana, i “luoghi comuni” dell’ideologia dominante, e li sottopone a un trattamento poetico che ne stravolge la morfologia, il ritmo e il senso. Il verso di Muzzioli è un laboratorio di torsioni linguistiche, un’esplosione controllata di suoni e significati:

 

«è il mondo e qui non è certo / sino che vive in cella ma per merto / chi è là conduce un vivere asserto- / rio come sul capo avesse un serto / un brillante astro erto / non uno che va mangiando a berto- / lotto ma tosto e allerto»

 

In questa distorsione creativa – con i suoi enjambement che spezzano le parole, le rime interne ossessive, il ritmo brioso e insieme claustrofobico – risiede la forza demistificante dell’opera. L’autonomia semantica della poesia, di cui parla Galvano Della Volpe, non è qui separatezza dal sociale, anzi: la sua condizione è una critica più radicale e integrale. La poesia non subordina la sua verità a quella politica, ma ne diventa la coscienza critica e antagonista. Attraverso la polisemia e l’allegoria, “Materiale Comune” rivela l’irrazionalità della presunta razionalità del modello capitalistico.

L’oggetto dell’attacco è il simulacro di un vivere reificato, dove le soggettività sono addomesticate e il tempo esistenziale è sussunto nel “circo” della circolazione mercificata. Il linguaggio poetico diventa così un corpo vivo che si ribella alla “cosalizzazione” dei rapporti sociali. La poesia è «organizzazione del pessimismo. pessimi- / smo su tutta la linea. pessimismo assoluto. / sfiducia nella sorte della letteratura. sfidu- / cia nella sorte della libertà... organizzare / il pessimismo non significa altro che allon- / tanare dalla politica la metafora morale e / scoprire nello spazio dell’azione politica lo / spazio radicalmente immaginativo».

In questo spazio immaginativo, la parodia colpisce ogni aspetto del reale: dalla pubblicità («Sputaspot») alla falsa pace del dominio, sancita in un «grande circo» dove «i matema- / tici e i clown, i maestri del pensiero astratto e della physis astratta» divertono un pubblico che «negli intervalli... si accalca al buffet, poiché niente mette più appetito». Il testo di Muzzioli è un montaggio benjaminiano che mette in scena l’assurdità di un potere che si regge sulla mistificazione e sulla repressione dei desideri singolari. La sua scrittura è un atto di sabotaggio continuo, un clinamen linguistico che devia il flusso del senso comune per rivelarne il potenziale antagonista.

La demistificazione-estraniamento si fa particolarmente feroce nell’elenco dei vizi capitali del capitale, una litania grottesca e insieme tragica che personifica i mali del sistema:

 

«la Falsità, Impostura, Fellonia la Stupidità, l’Inerzia, Imprudenza / l’Improvisione, / la Stracuragine, il Sofisma, l’Ignoranza di prava disposizione la / Prevaricazione, / Delitto, Eccesso con i loro figli, ministri e compagni, la Bestialità / trionfante...»

 

Questa scrittura-azione non si ritira nell’interiorità, ma si fa macchina da guerra, un dispositivo di impietosa e necessaria decodificazione del modello e del presente capitalistico. Il suo “comune” non è l’astrazione di interessi individuali, ma la circolazione concreta di bisogni singolari e sociali, collettivi. In questo, l’opera di Muzzioli può essere accostata al “nome comune” di cui parla Antonio Negri: una categoria bio-politica e di bio-potere che emerge nel postmoderno come potenza sociale non interamente dominabile dal capitale.

La poesia di “Materiale Comune” agisce nel kairós, nell’istante decisionale che “fa saltare il continuum della storia” (Benjamin), non in attesa di un messia, ma come pratica immanente di liberazione. È un tempo qualitativo e irreversibile, opposto al tempo omogeneo e vuoto della misura astratta.

Contro il tempo come “contenitore” vuoto, Muzzioli oppone l’allegoria materialista dei “contenitori” effimeri, la cui funzione svanisce con l’oggetto che contengono:

 

«Involucri diafani o a tinte vivaci / con scritte o senza, semplici imballaggi... / se anche li ricicli per utile o per gioco, / nel vuoto-a-perdere conservano un’impronta / dell’icché contenuto che consumato è già, / perfetta allegoria per chi capirla / saprà»

 

Il testo poetico, come quell’involucro, conserva l’impronta di un contenuto di verità, ma la sua materia è data dagli «(spacchi, strappi, ferite, sconnessioni)» operati sul linguaggio. È questa la parodia antagonista della paranoia del soggetto capitalistico: non un semplice rovesciamento comico, ma un giudizio etico-politico e una pratica significante che produce un plusvalore di senso polisemico e indisponibile al riciclo capitalistico degli apparati di potere e dei partiti che ne imitano le logiche.

La posizione di Muzzioli è netta anche verso certa poesia intimistica e depressiva, contrapponendole la decisione di un impegno lucido e antagonista. È «ora di farla finita con bramiti acuti alternati a depressioni / asseverativi irriproducibili cori di apocalittici e imbranati». E, in un progetto futuro, afferma con forza la necessità di un ritorno al conflitto: «non fa notizia / la decisione / di dedicare / un poema / a Marx».

In definitiva, “Materiale Comune” supera la tradizionale dicotomia tra avanguardia (come gioco autoreferenziale delle forme) e impegno (come subordinazione a una verità politica). Il soggetto che scrive non esprime un’identità precostituita, ma elabora la propria singolarità sociale attraverso un passaggio critico nel linguaggio dato. È un soggetto “in esodo”, che usa la potenza comune del linguaggio per una pratica di costante demistificazione. La sua macchina da guerra linguistica è una risposta alla “mala Repressione” e al controllo biopolitico, un atto di resistenza che, nelle pieghe esilaranti e corrosive del verso, mantiene viva la possibilità di un avvenire diverso.

Da “Il richiamo del comunismo” (2014), senza il bisogno di ulteriori delucidazioni, riportiamo il testo poetico “LEPOREBOMBA” (testo, scritto nell’aprile ’03, durante la 2a guerra del golfo, e accolto nel nostro “wu wei della poesia contro le guerre (https://retroguardia.net/2022/10/16/il-wu-wei-della-poesia-contro-le-guerre-n-37-francesco-muzzioli-leporebomba-lettura-di-fabiola-filardo):

 

Marciam contro Saddam, facciam a fette

un tiranno all’anno - hanno a morire

l’islam coi suoi imam - sappiam che l’ire

al lor danno e malanno vanno rette.

 

L’Iraq, malgré Chirac, al crac si mette

a sua pena più piena appena il sire

porca baldracc! si spacc’e in vacc’a ire

lo sderena serena iena e dismette.

 

Ecatombe con bombe incombe guerra

e di vili civili a chili interra

petroli in monopoli soli in zona;

 

colombe in tombe cui le trombe sona

poi i virili barili ai sili stipa

voli dai poli ai moli ora straripa.

 

LEPOREBOMBA, riannodandoci alla “Critica del Gusto” di Galvano della Volpe, si/ci propone come il discorso poetico di un sonetto parodico, costruito su un impianto metrico tradizionale ma continuamente sabotato e intrecciato con rime tronche, bisticci fonici, paronomasie e deformazioni. Un intreccio come un’unica cosa di sentimento e logica. Non si può dividere la mente in una parte emotiva e una razionale. La poesia cerca la verità: partecipa alla “ricerca della verità”, proprio come il discorso scientifico. L’arte non è una fuga dalla ragione, e la sua specificità è nella tecnica linguistica, più che nello scopo. La distinzione, secondo Della Volpe, infatti non risiede nello scopo finale dell’opera (che è sempre conoscere la realtà), ma nel mezzo tecnico che usa per raggiungerlo: il linguaggio; il linguaggio polisemico e contestuale organico che aggredisce l’“equivoco” del comune, l’instabile e pregno di inconsci ideologismi socializzati da disinnescare.

Nel caso di Leporebomba, la forma tradizionale del sonetto viene infatti caricata di una funzione critica: mettere in crisi il linguaggio della propaganda bellica mediante l’esercizio di una polisemia sistematica che smaschera l’assurdo della retorica bellicista: le deformazioni foniche e le parole maciullate, solo per qualche cenno funzionale, producono infatti un significato (non sono puro gioco, ma struttura satirico-critica); la ripetizione martellante delle rime in -ette, -ire, -erra,  -ona, -ipa, ecc. costruisce perciò un “orizzonte sonoro” che mima il ritmo meccanico e disumanizzato del bombardamento e della propaganda. E, in termini della-volpiani, la catena fonica è un modello di relazione materiale (non idealistica) che produce significato attraverso la sua necessità interna di contestualità organica sovversiva.

 

 

Marsala, 2-12-2025

 

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