Ri-visioni
teatrali: “Bros” di Romeo Castellucci
di Marco Palladini
La
notte del 4 gennaio 2026 ho visto su Rai3 a “Fuori orario” la ripresa video nel
2022 di Bros
di Romeo Castellucci. Spettacolo che avevo visionato al Teatro Argentina di
Roma l’anno successivo. La nuova tele-visione, nel contesto di sempre nuovi
focolai di guerra e di conflitto, e nel solco di quella che papa Bergoglio già
definiva la terza guerra mondiale a pezzi e bocconi, ha rafforzato la mia
primigenia impressione di uno spettacolo totalmente e potentemente permeato
dalla violenza ontogenetica dell’homo sapiens e che si trasmette immutata di
generazione in generazione su questo pianeta.
MI
sembra perciò opportuno riproporre il pezzo critico che pubblicai
(maggio-giugno 2023) su L’Age d’Or rivista.
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Premetto
una memoria personale: correva l’anno 1981 e andai a vedere al Metateatro di
Roma diretto da Pippo Di Marca, nella storica sede di via Mameli, uno
spettacolo di cui nulla sapevo, se non che aveva un titolo insolito e bizzarro:
Persia – Mondo 1 a 1. Ad allestirlo una giovanissima compagnia di
Cesena, la Socìetas Raffaello Sanzio, in scena due coppie di fratelli: i
Castellucci (Claudia e Romeo), i Guidi (Chiara e Paolo), più Barbara Bertozzi.
Uno spettacolo (il loro secondo dopo Diade incontro a Monade) di pura
scrittura e macchinazione scenica, felicemente scapestrato ed estroso,
innervato da una travolgente energia adolescenziale. Onde per cui ne scrissi in
toni assai positivi ed elogiativi. Venni poi a sapere che ero stato la terza
persona a scrivere un pezzo sulla Socìetas. Mi avevano preceduto Beppe
Bartolucci, ossia il teorico e mallevadore princeps dell’avanguardia e
post-avanguardia teatrale degli anni ’60, ’70 e ’80, e Nico Garrone, critico
del quotidiano La Repubblica.
Essendo
Beppe e Nico, di cui mi onoro di essere stato amico, scomparsi da tempo, mi
colpisce oggi pensare che sono il più anziano testimone critico in vita della
Socìetas. Avrei mai potuto immaginare allora il percorso di prepotente crescita
artistica del gruppo e, poi, l’emergere di Romeo Castellucci come
regista-autore di assoluta fama internazionale, una delle figure cruciali di
riferimento della scena del presente? Certamente no. Ma dopo oltre quattro
decadi non posso non sottolineare che Romeo non è mai venuto meno alla
fondamentale matrice di teatro-antiteatro degli esordi. Anti cioè versus il
teatro di convenzione e di tradizione, ma anche versus il teatro d’attore e di
drammaturgia (pure contemporanea). Un teatro ‘antiteatrale’ il suo, di visione
e visionario, capace sempre di scuotere le coscienze e le certezze degli
spettatori.
L’ultima
creazione di Castellucci, nata ancora prima della pandemia, si intitola Bros
e l’ho vista al Teatro Argentina di Roma dove ha sostato per poche repliche. Un
lavoro possente che principia, a luci in sala non ancora abbassate, con rumori
e allarmi bellici e un cannoncino-multimitraglietta che ruota su se stesso e
poi prende a sparare in direzione della platea. Si fa buio ed appare un vecchio
barbuto e canuto (Valer Dellakeza), con un ramo d’albero in mano e indosso una
tunica bianca da antico profeta. È Geremia che come “vox clamans in deserto”
pronuncia versetti in una incomprensibile lingua biblica. Sparge antiche,
accorate parole: “… è devastata
tutta la terra e nessuno se ne dà pensiero… Su tutte le alture del deserto
giungono devastatori, perché il Signore ha una spada che divora da un estremo
all’altro della terra; non c’è scampo per nessuno”.
Geremia
quindi si denuda e, poi si corica, supino su un letto. La scena si riempie di
poliziotti (26 in tutto) mentre si mostrano e si avvicendano neri stendardi con
moniti in serie: “Non puoi dire al passato cosa fare… Devi negoziare con i
morti… Non sanno che fare? Allora copiano… Non hanno idee? Allora trovano una
materia. Non trovano la materia? Allora usano se stessi… Un lato che appare non
è niente senza quello che non appare… Celebrare il marginale mantiene intatto
il centro…”.
Le torce
elettriche fendono il buio, i fari dall’alto piovono oscillanti sul palco,
mentre intanto le maestose, reboanti musiche di Scott Gibbons scolpiscono
paesaggi sonori che modellano le atmosfere minacciose, inquietanti del lavoro.
Gli agenti in divisa non sono attori, sono meri attanti. In ogni città dove si
presenta lo spettacolo vengono reclutati in loco, firmano un contratto di
assoluta obbedienza e dipendenza e vengono radiocomandati da fuori,
telecomandati dalla regia. Gli sbirri sono marionette intercambiabili, anonimi
serventi di e in scena con delle calzemaglie chiare in volto che poi si tolgono
e maschere rosso-sanguigne per alcuni. Epicentro adesso diventa un quadro dove
un uomo nudo viene tempestato di manganellate da due ‘cops’ sadici. Ogni colpo
inferto viene potentemente amplificato da un suono-tuono per una crudele e
lunga tortura. È la impersonale violenza della Legge. Come quella dei nazi che
sterminavano gli ebrei non perché ce l’avessero personalmente con loro, ma
soltanto perché obbedivano agli ordini. Si accende un braciere come un fuoco
fatuo, poi spari a iosa, suffumigi, grandi cartelloni recati uno dopo l’altro
in avanscena che mostrano una vagina, un babbuino, Samuel Beckett (forse perché
l’autore per antonomasia dell’Assurdo a teatro), una profilata ragazza bionda
con la coda di cavallo. Si vede un sacco di plastica nero con dentro un corpo
che si agita, quindi la vittima nuda di prima viene inondata di vernice bianca
e si aggira come uno spettro o un’anima sperduta in mezzo alla tribù dei
kattivi.
Una
multitubolare macchina soffia getti di fumo in sincrono con perturbanti ondate
sonore. Nel teatro di Castellucci la macchina diventa quasi sempre protagonista
in sé, immagine attante e autosuffciente. Qui la macchina, il macchinico si
moltiplica nel macchinale dei poliziotti ciechi portatori di violenze, nei loro
gesti automatici di sottomissione agli ordini e di ripetuta offesa. Gli agenti
ora si dispongono in due file allineate ai lati del palco, ora formano una
chorus-line a fondoscena, sempre pronti a sparare a raffica. Poi uno di loro
con una pompa prende ad innaffiare d’acqua il palcoscenico e, quindi, gli
stessi sbirri che ad un certo punto scendono zuppi in platea e stazionano in
ordine sparso per la sala con l’aria dei vigilanti repressori. Infine,
risalgono sulla scena invasa d’acqua e uno dopo l’altro cadono di colpo al
suolo dimenandosi freneticamente con scosse epilettiche.
Castellucci
monta, è evidente, azioni esplicite e momenti puramente enigmatici per
trasmettere un profondo sentore di violenza ritualizzata verso gli altri e
verso di sé. Ciascuno può essere indifferentemente vittima e/o carnefice. Bros
allora come fratelli/coltelli, tutti nemici di tutti, zuffe, mischie selvagge,
contundimenti confusi e ottusi. Quindi in limine appare un bambino (Filippo
Fermini) di bianco vestito a cui viene consegnato, quasi fosse un prezioso
dono, un manganello, sovrastato da uno stendardo che recita “De pullo et ovo”
(Del pulcino e dell’uovo). Come a dire che il bimbo innocente di oggi diventerà
il massacratore di domani secondo una linea ontologica, filogenetica
impossibile da spezzare. È nato prima l’uovo o la gallina? È nato prima l’uomo
o la violenza? Oppure sono la medesima cosa?
Castellucci
ha costruito un lavoro per immagini icastiche, tableaux vivants potenti e
martellanti. Il suo è uno spettacolo sacro perché la violenza dell’uomo è un
linguaggio che nasce dal e nel sacro. Ossia in una ferita originaria da cui si
diparte la separazione del divino dall’umano. Così, nel finale il plotone dei
poliziotti si ricompatta di spalle, alzando braccia e armi al cielo, quasi
rendendo onore ad un idolo bianco latteo che è l’eterna Vittima/Carnefice che
sovrasta e, forse, benedice la falange assassina, fremente di ripartire secondo
un esercito prono e pronto a morire come a dispensare morte. Bros, come
detto, è stato concepito ben prima dell’invasione russa in Ucraina, eppure
sembra l’esplicazione artistica più esatta e dolorosamente incisiva
dell’attuale guerra europea. È chiaramente virtù degli artisti di genio come
Castellucci quella di intuire e anticipare da che parte soffia il vento
dell’attualità. In quale maledetta direzione, senza peraltro offrire alcuna
facile consolazione. Non sarà un dio o un profeta, armato o disarmato, che ci
salverà.
Le parole
di Geremia sono dure e spietate: “Eccomi a te, monte della distruzione, che
distruggi tutta la terra. Oracolo del Signore. Stenderò la mano contro di te,
ti rotolerò giù dalle rocce e farò di te una montagna bruciata; da te non si
prenderà più né pietra d’angolo né pietra da fondamenta, perché diventerà un
luogo desolato per sempre. Oracolo del Signore”.
Nel buio
oracolare termina l’allestimento, ma non termina nel nostro animo l’impressione
penosa che trasmette un teatro che così vividamente rispecchia la natura
omicida dell’uomo, figlio della stirpe di Caino.
Una
immagine di Bros
(ph. Francesco Raffaelli)
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