“Aspettando Godot” in scena a Napoli, alla Galleria Toledo

 

di Desirée Massaroni

 

Con Aspettando Godot, inserito nel più ampio “Progetto Beckett” promosso da Galleria Toledo insieme a Gabriele Frasca, Laura Angiulli propone una regia fortemente simbolica e metaforica del capolavoro beckettiano. Una regia che si fonda sull’elemento visivo dominante dell’albero – progettato da Antonello Scotti - come una presenza nuda, scarna, sospesa, che diventa subito un segno di orientamento e smarrimento insieme. Un albero da cui qualche ramo ‘sfocia’ in una specie di erborescenza che in parte ricorda il salice beckettiano e che tuttavia nel suo essere indefinito e solo, nel suo non definire l’albero, costituisce quindi una presenza viva ma ambigua.

La scena, essenziale e fortemente evocativa, sembra riverberare nei costumi e nei gesti dei due protagonisti: Vladimiro (Ruggero Francesco Oscar Dondi) ed Estragone (Giovanni Battaglia), figure che Angiulli dirige come corpi complementari nella gestione emotiva, fisica, della loro impotenza dell’attesa, della loro incapacità a gestire il nonsense che si riflette quindi anche nella corrosione dell’anima, nella noncuranza del corpo, nei costumi scelti.

Estragone - che appare già in scena - sebbene vestito sembra nudo nel distacco quasi di se stesso dal corpo, nella stanchezza esistenziale e per la fame, in un certo abbandono del proprio corpo steso sul palcoscenico. Indossa un capello, una maglia e una giacca lisi, di differenti colori, dei pantaloni neri che gli stanno corti e lasciano trasparire le gambe scarne, con indosso un paio di scarpe dure, di cuoio, sui piedi nudi. Scarpe che poi gli dolgono, che si toglierà, che perderà, e che indosserà di nuovo quasi non per scelta ma per dovere. Cerca di rimetterle – gli dice Vladimiro - come invitandolo a reagire per vivere.

Vladimiro che raggiunge, appunto, Estragone ad inizio spettacolo pronunciando un prologo in cui echeggia il disagio dell’amico e il senso dell’opera di Beckett tra immobilità e spasmo. E in ciò ‘vediamo’ pure Vladimiro o, meglio, la sua forma di disagio fisico-gestuale complementare rispetto all’amico; è vestito con un cappello, una maglia, una giacca, dei pantaloni neri, quasi fosse un completo. Ma anche nel suo caso le scarpe sono un dettaglio fortemente simbolico: Vladimiro non le sfila mai. E tuttavia la loro forma bombata, quasi accartocciata e, quindi, il suo grottesco modo di camminare, esprimono l’incapacità di accesso alla realtà proprio perché – diversamente da Estragone – in lui c’è una forma diversa e parallela di estraneità per cui le scarpe sembrano fare un tutt’uno con la persona, essere quasi una protesi del personaggio.

Angiulli lavora su una dimensione immobile e circolare dei due personaggi attraverso dei movimenti che scandiscono bene le due personalità e il ritmo sincopato del tessuto drammaturgico beckettiano oscillante in modo ciclico fra pause, blocchi e spinte improvvise, tentativi di reazione.

Ma la reazione ‘alla vita’ avviene per entrambi, per ognuno, dall’incontro con l’altro: l’irruzione di Pozzo (Massimo Verdastro) e di Lucky (Antonio Speranza) innesca nella coppia Vladimiro-Estragone un senso di rabbia, di ingiustizia, di pietà. È da dire pure che l’effervescenza attorale di Verdastro – perfetto nel ritrarre e condensare il sadismo e la fragilità dell’essere umano – produce un cambio di passo nello spettacolo. Pozzo indossa un elegante ed eccentrico completo color viola acceso, di diverse sfumature, e calza delle altissime scarpe dello stesso colore e con degli strass luccicanti incedendo sulla scena con fare sicuro e da padrone mentre trascina con violenza ritmata – per tutta la scena -  con una fune legata al collo un inerme Lucky.

Pozzo muove Lucky come in una danza tra dominatore e sottomesso davanti a Vladimiro-Estragone e al pubblico, scadendo anche in questo caso l’alternanza fra la stretta e un’improvvisa quiete, fra il riposo (ma perché deve mangiare) e l’improvvisa stretta della fune per riprendere il cammino. Il personaggio di Pozzo è uno specchio per i due; è l’unico personaggio che ha del cibo con sé (oltre la carota di Estragone), al punto che Estragone si nutre avidamente dei suoi ossi di pollo lasciati per terra. Ma poi viene disprezzato per la sua crudeltà e quindi compatito in un monologo in cui traspare la momentanea umanità del personaggio nel contemplare la miseria umana ‘sotto’ al creato, alla vita; così come nel voler ballare, ‘fare qualcosa’ di piacevole, di divertente per i due barboni filosofici, la cui presenza sembra fare ritrovare a Pozzo per un istante un senso di creatività personale, di umanità. Umanità che forse – tuttavia – è più evidente quando Pozzo, insieme alla sua vittima Lucky, cade a terra ed è impossibilitato a rialzarsi. Che significa quasi una paralisi mortale, laddove l’attore riesce solo a tendere con fatica le braccia, le mani verso l’altro, come un bambino che tende le braccia alla madre, e ad emettere dei lamenti. Tutti, poi, riescono ad alzarsi: anche Vladimiro e Estragone che si trovano a cadere su Pozzo il quale invece resta inerme.

Impeccabile è anche l’interpretazione di Lucky – con ‘addosso’ i pesi simbolici di Pozzo, una valigia, un paniere, un seggiolino - e per gran parte espressa solo da un volto che - estraneo a se stesso – trasmette l’immagine e il sentimento di un’atavica e perpetua condizione di vittima che lo rende quindi svuotato e insensibile alle ferite sul collo, carne viva dice Vladimiro, provocate dalla fune tirata dal suo carnefice.

La regista lavora appunto su una sorta di scollamento fra il corpo e la psiche anche nel personaggio del ragazzo (Antonio Torino) che nel suo apparire per annunciare il non arrivo e il prossimo arrivo di Godot esprime una presenza fantasmatica-spirituale, come robotica nel pronunciare le battute, ma al contempo fisicamente radicata e immobile in scena – un piccolo albero - come a voler rimarcare l’impossibilità di non potersi sottrarre dal bisogno di attendere Godot. Ecco che la sospensione intesa come necessità strenua di un Altro si riflette in uno spazio povero, spoglio, inteso come povertà individuale, esistenziale, incapace di darsi un senso. Chi è Godot? Non si sa. Beckett lascia volutamente l’ambiguità che allora diviene non una meta, ma la condizione e immagine dell’umano a cui la regia della Angiulli non si sottrae, ma vuole indugiare ‘ripetendola’. Perché in fondo è la ripetizione – anche nel cielo che impallidisce e che poi non si muove più finché si getta su di noi la notte perché così vanno le cose in questa ‘porca terra’ - come si evince dal monologo di Pozzo – che si perde il senso e quindi si sta male. E allora ‘andiamo’ dicono Vladimiro ed Estragone. Ma dove? I due non si muovono. Bisogna aspettare.


 

 


Una immagine di “Aspettando Godot” allestito alla Galleria Toledo

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