Oltre
l’inchiostro: poesia, conflitto e vita nell’Antigruppo siciliano
di Antonino Contiliano
Tra gli anni Settanta e
Ottanta del Novecento, mentre l’Italia attraversava una fase di conflitti
politici, trasformazioni sociali e profonde fratture culturali, in Sicilia
prendeva forma un’esperienza poetica e artistica radicale, oggi in larga parte
rimossa: l’Antigruppo siciliano. Il volume Inchiostro e dinamite.
Antigruppo siciliano di Simona Squadrito (Postmedia Books, 2025) non si
limita a ricostruirne la storia, ma ne riattiva la forza critica, mostrando
come quella vicenda non appartenga solo al passato, bensì interroghi con
urgenza il presente.
Il cuore del lavoro di
Squadrito sta in una presa di posizione netta sul ruolo dell’intellettuale. Non
rappresentare «dall’alto» i soggetti subalterni, ma unirsi alle loro voci,
condividendone pratiche, rischi e conflitti. L’Antigruppo non fu infatti un
movimento omogeneo, né un’avanguardia compatta: al suo interno convivevano
orientamenti politici differenti, ma uniti da un comune rifiuto del fascismo,
del conformismo culturale e dell’idea borghese di poesia come esercizio
elitario. La parola poetica, per gli antigruppo, non doveva essere separata
dalla vita, né rinchiusa nei circuiti istituzionali dell’editoria e
dell’accademia.
Uno degli elementi più
significativi messi in luce dal libro è la pratica dell’esoeditoria:
ciclostilati, fogli volanti, poesia murale, testi iconico-calligrafici, letture
pubbliche e distribuzione diretta dei testi durante manifestazioni e comizi.
Questa scelta non era solo tecnica, ma profondamente politica. Rifiutare l’«imprimatur»
dell’editoria dominante significava sottrarsi ai meccanismi di selezione e
legittimazione del mercato culturale, rivendicando un’autonomia radicale. La
poesia usciva così dai libri per abitare le piazze, i muri, i corpi e le voci
di chi viveva quotidianamente le contraddizioni sociali della Sicilia.
Il libro è strutturato in
quattro capitoli che attraversano polemiche, pratiche performative, reti
editoriali alternative e incontri internazionali. Squadrito adotta un metodo
che è insieme analitico e partecipato: ai documenti d’epoca affianca testimonianze,
interviste e materiali visivi, componendo un mosaico che restituisce
l’Antigruppo come esperienza viva, conflittuale, non pacificata. Non una
commemorazione, ma una «replica»: un gesto che riattiva potenzialità rimaste in
sospeso.
Centrale è anche la dimensione
del conflitto con le avanguardie ufficiali, in particolare con quelle percepite
come sperimentazioni autoreferenziali e linguisticamente chiuse. Poeti come
Rolando Certa rivendicavano un «linguaggio medio», accessibile, capace di dare
voce alla sofferenza delle classi più umili e oppresse. Il «restare» in
Sicilia, anziché emigrare o allinearsi ai centri culturali del Nord, diventava
così un atto di resistenza. La poesia non come fuga, ma come permanenza critica
dentro un territorio segnato dalla mafia, dall’emarginazione e dalla violenza
sistemica.
Un altro asse fondamentale del
volume è l’apertura internazionale dell’Antigruppo. Gli “Incontri fra i popoli
del Mediterraneo”, organizzati a Mazara del Vallo, e i legami con realtà come
la Cross-Cultural Communications americana mostrano una vocazione
internazionalista che rifiuta ogni provincialismo. Il Mediterraneo non è
periferia, ma spazio di scambio, di traduzione, di solidarietà tra popoli
attraversati da storie comuni di oppressione e resistenza. In questo contesto
si collocano anche le prese di posizione a sostegno della lotta palestinese e
le collaborazioni con intellettuali e poeti di diverse aree geopolitiche.
La nozione di parresia – il
dire il vero assumendone il rischio – attraversa sotterraneamente tutto il
libro. Per l’Antigruppo non si trattava di una strategia retorica, ma di uno
stile di vita: esporsi, accettare il conflitto, rifiutare il compromesso come
forma di sopravvivenza culturale. Questa radicalità spiega forse anche la
dispersione del movimento negli anni Ottanta, logorato dai conflitti interni e
dal mutamento del clima politico. Ma, come suggerisce Squadrito, non si tratta
di un fallimento. L’eredità dell’Antigruppo vive oggi in tutte quelle pratiche
artistiche che rimettono in discussione l’autorialità individuale, cercano
spazi pubblici di parola e concepiscono la creazione come atto collettivo.
Inchiostro e dinamite è
dunque molto più di un saggio storico. È il racconto di un’avventura poetica
che ha tentato di strappare la parola ai salotti letterari per restituirla alla
vita quotidiana, assumendo fino in fondo il rischio del conflitto. Il sorriso
che campeggia in copertina non è pacificazione, ma invito all’incontro: un
richiamo all’umanità che precede e accompagna ogni pratica di resistenza. In
un’epoca di comunicazione incessante ma spesso innocua, il libro di Simona
Squadrito ci pone una domanda ancora aperta: che cosa può la poesia quando
decide di non essere innocente?
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