diario d’autore (30): note random su E. davoglio; ia news; f. p. memmo; s. piersanti; a. pazzaglia; G. l. ferretti; o. laxe; d. massaroni e m. verdastro; s. valentino

 

di Marco Palladini

 

LETTURE 1God-Mother-Book-Case – Où est ma chatte? (Arcipelago Itaca, 2025), alla lettera ‘Madrina – Libreria – Dov’è la mia gatta?’. Ma che titolo è questo dell’ultima pubblicazione di Elisa Davoglio? Un titolo bizzarro, quasi nonsensico per un libro comunque eterodosso, anzi direi parecchio eterodosso. Più che un libro di poesia ‘strictu sensu’ lo definirei un libro concepito da una mente poetica, più precisamente da una mente poetronica. Perché nasce dall’esperienza di Davoglio come addestratrice della IA, secondo quel processo di apprendimento cibernetico designato come Machine Learning e, poi, Deep Learning. E infatti il volume è crivellato di indicazioni concernenti tale programma softwaristico: Chatbot, Prompt, Response, Addestramento, Guidelines, Factuality, Freshness, Verbosity, Safety, Punt, Auto Tune, Hallucination, Disputed, Constraints, Play a Role, etc. etc.

Intorno a tale dispositivo, come dire, educativo-pedagogico della macchina, Davoglio elabora dei testi che immagino interfacciati con la IA che hanno nel complesso una intonazione surreal-patafisica dove è sottesa una evidente ironia. Cito soltanto un esempio: «Scrivere una nota. Un invito per una festa in piscina, che per qualcuno sarà una sorpresa. Gli uomini saranno tre, le donne quattro. Diversi animali. La piscina dovrà essere seducente e tetra, con molte foglie cadute sulla superficie. Forse a Porto Cervo, ma anche a Tortoreto (…) Alla fine della festa, avvertire nella nota che tutti saranno esausti, addormentati nello spazio troppo bianco, accolti con sollecitudine dai colori aggressivi degli incubi, Aggiungere nero, ricordando che non gli piace».  

Osserva nella sua postfazione Gilda Policastro: «Quindi scrittura insieme alla macchina, non solo per conto o al posto nostro. In dialogo, in un cammino parallelo, congiunto, una sfida e una tenzone».

Per me è, piuttosto, un esperimento non ovvio e interessante che forse prelude a una futura produzione di scrittura creativa umano-macchinica. Una scrittura cyborg, forse necessaria per non inoltrarci disarmati nell’era post-human ed essere soverchiati dalla crescente superpotenza degli algoritmi della IA.

(A proposito, domandina finale alla IA: ma la gatta di Elisa dove sta?).

 

IA news ► A proposito del pianeta virtuale IA o AI che dir piaccia, due recenti notizie mi hanno colpito. La prima viene dal Regno Unito e ci racconta che il ministero della Giustizia britannico intende affidarsi alla IA per prevenire il possibile, futuro comportamento criminale di soggetti, oggi bambini, che contengono o nascondono in sé attitudini delinquenziali. Esattamente quello che raccontava il film del 2002 di Steven Spielberg Minority Report, tratto dall’omonimo racconto di Philip K. Dick e interpretato da Tom Cruise e Max von Sidow. Quello che immaginava il genio anticipatore di Dick, ovvero di un domani dove i delitti di qualsivoglia specie scompariranno grazie ad un sistema poliziesco-cibernetico di “Precrimine”, dunque adesso trova la sua possibile realizzazione grazie ai progressi accelerati di una Intelligenza Artificiale capace di profilare soggetti umani potenzialmente pericolosi. Il “rapporto di minoranza” da scenario fantascientifico per il governo di Londra (retto, si badi, dai laburisti) si deve tramutare in un rapporto di schiacciante maggioranza, nella direzione di politiche securitarie di “law and order” sempre più efficienti e mirate verso un regime neo-totalitario che arresterà preventivamente tutti i possibili, ipotetici, futuribili autori di crimini, secondo precipui codici ‘etico-morali’, non si sa stabiliti da chi. Altro che Big Brother orwelliano, qui si sta configurando un Big Father, un Grande Padre virtuale, paranoico e parossistico che in-formerà l’intera struttura statuale, poliziesca e giudiziaria. Un Padre-Macchina di repressione pre-conoscitiva e preventiva che è quanto di più distopico aveva antevisto Dick nella sua fantasia psico-lisergica. E a quanto pare lo scrittore di Chicago aveva visto giusto, ahimé!

L’altra notizia che dà da pensare, come minimo controversa, è che la Big Tech di Meta, cioè l’azienda di Mark Zuckerberg, a cui fanno capo Instagram, Facebook e WhatsApp, ha reso noto a fine 2025 che nel 2023 ha depositato un brevetto concernente un software di Intelligenza Artificiale che consentirebbe di simulare la presenza nei sistemi di social networking di soggetti umani sia quando sono, per vari motivi, assenti sia quando sono morti. Da quello che ho letto il brevetto si basa su un “large language model” (LLM) che viene addestrato su tutti o quasi i tratti specifici, cognitivi della persona che si effonde in rete. Quindi, i suoi pòst, i commenti pubblicati, i like, le foto, le dinamiche delle sue interazioni virtuali con altri utenti, le sue forme espressive e comunicative, gli argomenti più frequentemente affrontati. Insomma, un bagaglio conoscitivo-attitudinale, comportamentale e linguistico del soggetto che dovrebbe permettere alla IA di generare ulteriori contenuti pienamente in linea con il profilo virtuale originario e, pure, di interloquire con altri soggetti, di inviare messaggi, di creare discussioni come se la figura (del deceduto) fosse ancora ben viva, attiva e reattiva. Non soltanto, considerando le potenzialità enormi della IA, tale software potrebbe più avanti produrre materiali audio nonché video, perfettamente omologhi al soggetto e altrettanto credibili. In pratica, si prospetta la sostituzione completa di un essere umano da parte di un clone virtuale, che nel caso di persone scomparse potrebbe garantire una sorta di immortalità digitale. Sarà un bene? Sarà un male? Difficile dare una risposta netta. Meta sostiene che questo è, per ora, soltanto un brevetto, non lo si sta implementando e non ci sono annunci di una prossima rapida realizzazione o utilizzazione internettara. Ma, si sa, quando una tecnologia è disponibile, prima o poi viene voglia di usarla, e qualcuno ha già asserito che in pratica stiamo insegnando alla IA come renderci superflui.  

Peraltro, apprendo che già esistono delle piattaforme come Iter9 e HereAfter che operano nel cibermondo in questa direzione. Ossia producendo degli avatar di familiari defunti con cui dialogare in una chatbot che è stata caricata, in-formata di memorie parentali, racconti e aneddoti biografici. Dunque, l’IA già adesso configura un oltremondo cyberspaziale dove voci e immagini dei trapassati possono relazionarsi con i vivi, magari recando anche loro conforto, alleviare dolori e nostalgie, dare l’illusione che nulla sia cambiato pure quando le persone non ci sono più. Personalmente ho l’impressione che più si andrà avanti e più questo trasferimento in una Second Life diventerà generalizzato e inevitabile, come una realtà aumentata in cui si potranno vivere due o tre o quattro o innumeri altre vite. E magari non sapremo più chi veramente siamo. Ma oggi lo sappiamo? Mah.

     

LETTURE 2Explicit (Edizioni Il Labirinto, 2026) di Francesco Paolo Memmo potrei dire, con una battuta, che sono due libri in uno. In che senso? Nel senso che questa raccolta dell’autore di Lanciano è, come sembra indicare il titolo, assieme il suo nuovo e il suo ultimo libro. Elaborato tra il settembre 2023 e l’agosto 2025 dopo circa trent’anni di silenzio poetico, ma soprattutto iperfetato dopo la pubblicazione nel ’23, sempre per Il Labirinto, del volume Linee di basso ostinato che racchiudeva l’intera sua produzione in versi tra il 1971 e il 1997. È stato appunto nel riordinare e riguardare la sua opera omnia che è insorto in Memmo il bisogno di riprendere a scrivere delle poesie pur mantenendo su tale impulso un certo scetticismo: «Ora che tutto questo serva / a qualcosa con tutti i suoi annessi / e connessi non è detto – anzi per dirla / tutta credo proprio di no non ci credo / per niente…».

Un indizio probante, però, sul sentimento di fondo del libro è la poesia pubblicata in quarta di copertina, in cui l’autore sogna il padre, morto in un incidente di motocicletta quando lui aveva sei anni e mezzo, che gli dice: «Studia, mi raccomando, fa’ il bravo, e attento / alle cattive compagnie». E questi ammonimenti onirici si indirizzano all’uomo Francesco Paolo che ha oggi 77 anni. Ed è in questi cortocircuiti tra età anziana e infanzia che poi scrive: «… – cattiva senescenza – immaginarsi / padre di tuo padre e lui figlio di te che sei / suo figlio. Nient’altro che un miraggio. / Evanescenza».

Di evanescenze e miraggi di memoria è crivellato questo libro che evoca la professoressa Morbidelli del Liceo Augusto di Roma che gli fece scoprire la poesia; lo scrittore coevo Daniele Del Giudice con cui, nella sede di Paese Sera in via dei Taurini, a San Lorenzo, chiacchieravano di recensioni critiche e «di scrittori che inseguono romanzi / che non scriveranno perché i più belli / sono i romanzi che non sono mai stati scritti / che nessuno scriverà»; e ancora Mario Lunetta nella cui camera ardente Memmo ebbe «paura di entrare», e Dario Bellezza, deceduto giusto trent’anni fa, di cui si richiama il suo secondo libro, forse il migliore, Morte segreta; e poi il cantautore di lotta pugliese Enzo Del Re.

Un necessario omaggio di permanente legame è il testo per la moglie Maria Jatosti, tutto dipanato lungo la metafora calcistica di un campionato d’amore durato una vita che, richiamando un verso scritto 46 anni prima, si conclude così: «Puntavamo alla non retrocessione e ci troviamo / in testa, lo scudetto a un passo».

Devo dire che la ripresa di scrittura poetica in Memmo non presenta sorprese, come se non si fosse mai interrotta per ben tre decadi. Potrebbe, il nostro, fare una battuta alla Enzo Tortora: dove eravamo rimasti? Eravamo rimasti e siamo tornati ad una scrittura piana, nitida, colta, fortemente sorvegliata, qui e là latamente ironica e autoironica, piacevolmente discorsiva, riflessiva e autoriflessiva: «… inscritta nel triangolo del sogno / la scrittura che mi riprende la mano / amica mia nemica e la partita / ancora incerta tutta da giocare…». 

È una scrittura da giocare, mai gridata, di mezze tinte quella di Memmo, mai drammatica o melodrammatica, anche quando ripensa a un ricovero ospedaliero per un grave problema di salute e dove nel dormiveglia lui immagina di ricevere al capezzale un piccolo pantheon di figure pubbliche e politiche: «Don Milani, la Rossanda, Nilde Iotti, / Tina Anselmi, Margherita Hack, / don Gallo con Fabrizio De André, / Caponnetto, Falcone e Borsellino, / Stefano Rodotà, Ingrao, Pertini, / Gino Strada, Petroselli, Berlinguer. / Il provvisorio catalogo è questo. / E se pure la morte m’era accanto, / la morte, io, non l’ho vista». Come se a un passo dalla invisibile morte l’autore volesse, comunque, ribadire la sua fedeltà di storica appartenenza a una sinistra comunista e democratica oggi, in gran parte, pressoché dimenticata.

Così, se è un libro testamentario Explicit, la sua lettera testamentaria ha un tono lieve, sotto misura, non enfatico, quando rivolgendosi agli amici così li esorta: «… Commemoratemi al bar, la mattina, / davanti a una tazzina di caffè bollente, / elencate a uno a uno tutti i miei difetti, tutti, / ricordate le sciocchezze che ho fatto, / (…) e poi dite anche qualcosa di buono / tanto per pareggiare o quasi i conti / ma parlate di me come se fossi vivo / ancora, ve ne prego».                       

Se rappresenta questo libro (lo vedremo) effettivamente una fuoriuscita dalla scrittura in versi, è una fuoriuscita e un ‘redde rationem’ che non tradisce mai quel basso ostinato della voce poetica di Memmo che è il suo incisivo, peculiare timbro d’autore destinato a durare. 

    

LETTURE 3 ► «A nì, lo so, ho capito (…) A nì, ma lascia perde! (…) A nì damme retta, / chi piagne troppo n’zente niente (…) A nì, che fai, domani venghi?». Uno legge questi pochi versi e subito gli viene in mente la classica esclamazione di Renato Zero Ciao nì!, che era pure il titolo di un film del 1979 in cui il cantautore romano interpretava se stesso. Del resto, Sacha Piersanti autore del libro poetico L’infanzia stipendiata (Giulio Perrone Editore, 2025) a Renato Fiacchini, in arte Zero, ha dedicato nel 2019 un ponderoso saggio critico Zero, nessuno e centomila. Lo specifico teatrale nell’arte di Renato Zero. Dunque, conosce benissimo la materia e soprattutto non ha alcun problema a mescolare cultura alta e bassa, musica pop e poesia. Tanto è vero che questo nuovo volume del trentenne autore capitolino è crivellato di citazioni ed esergo che procedono secondo tale intreccio. Da una parte Ungaretti, Char, Busi, Pascoli, l’apostolo Giovanni, Stendhal, i profeti Daniele e Geremia, Caproni, Cavalcanti, Petrarca, Orazio; e dall’altra parte Milva, Nilla Pizzi, Renato Rascel, Amedeo Minghi, Wanda Osiris, Roberto Vecchioni. Il tutto per infiorettare o implementare un libro di poesia (il terzo di Piersanti) che appare assolutamente controcorrente rispetto alle tendenze della scrittura in versi delle ultime generazioni. In primis, perché risulta completamente estraneo al panorama lirico attuale quasi sempre egoriferito o ripiegato su un intimismo o un ‘dolorismo’ di vecchio stampo. E poi perché architetta una catafratta struttura in versi in cui si prende la briga di sciorinare una storia popolare, quella di A., una popolana romana appunto, nata a Borgo Pio, a due passi da S. Pietro, nel luglio del 1934. La vita, canta o decanta Piersanti, di una donna del popolo che attraversa anteguerra, guerra e dopoguerra, prima bambina, poi adolescente, quindi donna giovane, matura e infine anziana. Un donna di estrazione proletaria che ha fatto la sartina e poi la pellicciaia e la cui esistenza si è interfacciata con quella della grande Storia senza mai farsi domande sui massimi sistemi, badando a sopravvivere lavorando con tenacia, con umile volontà di sormontare ogni difficoltà, facendo ricorso anche alle doti, direi basico-antropologiche, del popolo romano che mescolando ironia e cinismo non si fa mai abbattere da nulla: «E lotta sempre, lotta ancora / fino alla fine della corsa, / fino a che la linea dura».      

Quello che mi sembra interessante della scrittura di Piersanti è che assume un tono da poesia popolare, molto avvertito e insieme musicale, e che perlungo il sostenuto ritmo di versi settenari, ottonari e novenari con rime, assonanze e iterazioni prende, a volte, quasi una intonazione da filastrocca. E poi è decisivo il recupero del dialetto romanesco che si interseca con l’italiano e, anzi, talora dà luogo a un italo-romanesco di nitida e piacevole fattura: «Che ne è di quella Roma / de stracci e de sfaceli / de bombe e mani gonfie / pe’ i panni e pe’ le botte? (…) Ma non me vojo lamentà, / non vojo fa’ la fine / delle vecchie tutte lagne / tutte oggi invece ieri / ma te dico che se fosse / nati quando io / tra un po’ io già morivo / armeno ciavevate / un buon motivo pe’ combatte, / pe’ difende quarcheccosa, / arivà fino alla fine – // ché ’n ber mazzo de spine è mejo de ’na rosa.» (“Cantilena popolare”).

Dialetto e cadenze del parlato imprimono a questa partitura testuale un sapore di neorealismo, pure per le immagini e le situazioni che evocano. E ciò mi colpisce perché Piersanti è anagraficamente lontanissimo da quelle atmosfere e da quelle vicende immortalate, sappiamo, nei film di Rossellini e di De Sica. Eppure, la sua sensibilità poetica riesce ancora una volta a presentificarle come una eredità di valori storici, sociali ed umani di cui si fa aedo contemporaneo come quando scrive: «… la tua voglia d’esistenza, / di resistenza e d’ambizione / quando gridi inascoltato // “L’uomo è verticale!”».

Autocitando il titolo del suo secondo libro in versi, Piersanti si disvela appunto un poeta verticale, capace di tracciare un filo rosso che congiunge l’oggi con l’altro ieri.       

 

LETTURE 4 ► Infaticabile talent-scout, con le sue Edizioni Gattomerlino, di nuove voci poetiche, Piera Mattei mi propone una sua ultima scoperta: il 26enne Alessandro Pazzaglia che ha debuttato nell’aprile dello scorso anno con il volumetto Signor nessuno. Pazzaglia è un giovane attore che proviene dalla periferia romana ed ha avuto già importanti incontri teatrali con registi/e quali Michele Sinisi, Elena Arvigo e Lisa Ferlazzo Natoli. Assieme all’arte del recitare Pazzaglia coltiva pure la passione dello scrivere in versi e il suo dettato appare subito schietto, veloce, diretto. Nessun birignao in poetese, ma un linguaggio corsivo, piano e pienamente comunicativo per lumeggiare l’esistenza di un ventenne che riferisce di malesseri vari, ricoveri al pronto soccorso, innamoramenti vagheggiati e ‘buche’ amorose, ubriacature con gli amici e sabati sera passati in solitudine, neppure qualcuno «con cui scambiarmi un vaffanculo». Questa difficoltà di relazionarsi con gli altri in un’epoca in cui i rapporti si intrattengono principalmente nel mondo virtuale, gli suggerisce un testo desolato e disilluso come questo: «Pizza fredda e sogni in scatola / il mio spuntino di mezzanotte. / è tutto così surreale, / beccarsi con una persona / aprirsi in due / e sperare di ritrovarsi / nei mali dell’altro. / Un esercizio di follia, / una chiacchiera / di fronte al baratro». Talora l’inarcatura melanconico-umorale delle poesie di Pazzaglia mi ha fatto pensare alla nota canzone di Achille Lauro: «… E noi stiamo annegando, naufragando, è un romanzo (…) / Se non ti amo fallo tu per me / Ti cercherò in un vecchio film / Per sempre noi incoscienti giovani / incoscienti giovani».

L’incosciente giovane, o magari troppo cosciente, Pazzaglia, richiama cantanti come il rapper capitolino Gemitaiz o il mito Lucio Battisti e, poi, come si confessasse, scrive: «I poeti nascono / sulle cime degli alberi, / in trepidante attesa / che qualcuno li salvi. / Foglie d’autunno / raccolte controvoglia, / (…) si giocano la vita / per una partita a nascondino: / le stelle non barano, / loro nemmeno. / E ogni volta / che cade qualcuno, / esprimi un desiderio / signor nessuno».

Sì, vorrei dire a Pazzaglia, nel tempo storico attuale il poeta è un ‘signor nessuno’, ed è vano attendere che possa arrivare qualcuno a salvarlo. Nessuno verrà. Si può soltanto provare a salvarsi da soli sapendo che la poesia (Giuseppe Ungaretti dixit): «… non è poesia se non reca con sé, in sé un segreto». E confido che la parola del signor nessuno Pazzaglia nasconda un segreto (un segreto d’anima) che lo indurrà, nel prosieguo della sua vita, a non desistere.         

 

il neo barbaro ► Personaggio singolare, direi unico del panorama del rock italico, il cantore Giovanni Lindo Ferretti, forse con una punta di civetteria, si è più volte definito in varie interviste «un barbaro dell’Appennino emiliano». E ancora in questo reading-concerto Percuotendo. In cadenza che ho visto all’Auditorium-Parco della Musica a Roma, è tornato ad invocare «la necessità, all’inizio del terzo millennio, di un gesto barbarico come sola via di salvezza». Ma cosa è la postura del barbarico per Ferretti? Per quello che capisco è la rivendicazione del proprio retaggio paesano, contadino, montanaro, quello di una società tradizionale, pre-moderna, imbevuta di spirito religioso, dove pastori, allevatori di cavalli, agricoltori, in diretta connessione con gli animali e i cicli della natura formavano una comunità solidale, davano luogo a una fraternità umana non più rinvenibile nella società moderna e, tanto più, post-moderna. Non a caso Ferretti è tornato a vivere, da molto tempo, nella casa familiare in pietra di Cerreto Alpi, un borgo a mille metri tra Emilia-Romagna e Toscana. Lì, circondato dai suoi cavalli, respira un’aria diversa, più pulita rispetto a quella ammorbata delle città, e si è riconvertito alla fede cattolica della sua infanzia, anche lodando assai il conservatorismo teologico di papa Ratzinger. Ma Giovanni Lindo sa che questo borgo nel cuore dell’Appennino reggiano è un microcosmo in via di sparizione e, infatti, Percuotendo. In cadenza è attraversato da un sentimento della fine, il cantore elicita parole resilienti, di disperato, profondo amore per un vivere diverso in qualche modo legato a valori più puri e assoluti, ma insieme espone apertamente le sue contraddizioni irrisolte. Perché questo reading-concerto si situa tra la storica reunion dopo quarant’anni dei Cccp e la annunciata reunion dei Csi, ovvero le due band cardine della vita musicale di Ferretti. E, certo, le suggestioni, le rumorose insorgenze del punk all’emiliana dei Cccp e del rock indipendente dei Csi poco c’entrano col modo d’essere e di sentire del Ferretti 72enne di oggi, quello messo pure sotto accusa da vecchi ammiratori per le sue frequentazioni con i post-fascisti. Ma quello che mi pare interessante è che, appunto, Giovanni Lindo non pretende di risolvere le contraddizioni, le accetta come un fatto della vita, la vita che è un flusso confuso che spesso ci travolge, ma è la confusione vitale piuttosto che la rigida fedeltà a principi astratti che rappresenta la ricchezza del nostro epifanico esserci e transitare sulla crosta di questa terra e pazienza per i fanatici e i dogmatici che non sanno comprenderlo. Così la rivisitazione di alcuni suoi brani famosi – “A tratti”, “Brace”, “Depressione Caspica”, “Finistére”, “Memorie di una testa tagliata”, “Del mondo”, “Annarella” etc. – avviene per frammenti, eliminando versi non più acconci, intonandosi con il morbido e impeccabile arrangiamento elettro-percussivo di Luca Alfonso Rossi e Simone Beneventi, e con il calibrato e prezioso disegno luci di Mariano De Tassis. Ferretti tra una canzone e l’altra riflette ad alta voce, si confessa in pubblico, richiama vicende autobiografiche e musicali che lo hanno per sempre segnato, accarezza al proscenio il cranio del suo cavallo Tancredi, perenne amuleto portafortuna che lega gli affetti passati e presenti, perché pure un equino è un caro estinto da portare in permanenza con sé. Il segno del barbarico, sembra dirci Giovanni Lindo, che chiude l’esibizione con una preghiera a Dio cantata-salmodiata, è ormai nelle piccole cose della vita quotidiana, non nelle grandi azioni di rivoluzionamento o di trasformazione globale e radicale. Tanto abbiamo capito che un altro mondo (per ora) non è possibile. Ma lui che crede in un mondo ultraterreno forse è già in pace con se stesso.                 

 

Sirât” ► Pòst su FB (21 febbraio):

Ho visto in ritardo, ma in edizione originale, Sirât di Oliver Laxe, un film davvero bellissimo e inquietante, un rave-road-movie girato tra Spagna e Marocco dentro la potenza simbolico-metafisica dei paesaggi del deserto interfacciata con la forza martellante dei paesaggi sonori tekno. Un’opera di rilievo pressoché apocalittico con un finale che sembra già dopo la fine del mondo. Laddove ‘Sirât’ in arabo è la retta via da seguire nella vita, ma pure lo stretto ponte da attraversare per andare dall’inferno in paradiso o, forse, al contrario dal paradiso verso l’inferno. “L’enfer sont les autres”, diceva Sartre, ma forse aveva torto. Il viaggio allucinato di Sirât nella bellezza lancinante dei nonluoghi desertici sembra dirci che i demoni inferici siamo noi, in un transito senza fine e in attesa di un Godot che non arriverà e, comunque, non ci salverà... augh.

 

FELICI INCONTRI ► Mi prendo la cura di segnalare il felice incontro tra la neo-drammaturga Desirée Massaroni e un grande, maturo attore quale Massimo Verdastro che ha interpretato al Teatro Basilica di Roma il 26 febbraio u. s. Pasolini. è tuo questo nostro aprile. Un titolo che mi ha subito richiamato un libro scritto nel 1978 da Maria Antonietta Macciocchi, Dopo Marx, Aprile, in cui l’autrice espulsa dal Pci, rifletteva sulla crisi del comunismo e del marxismo come teoria politica di interpretazione del cambiamento della società, un tema che percorreva pure gli scritti pasoliniani a partire almeno dalla metà degli anni ’60.    

In ogni caso, ben più che una ‘lettura scenica’, come riportava la locandina, quello visto al Teatro Basilica era un compiuto spettacolo, direi, di ‘teatro d’ascolto’, efficacemente introdotto dal critico Attilio Scarpellini, in cui si evocava l’incontro o lo scontro-confronto tra il fantasma di PPP con la realtà contemporanea, in particolare con un ragazzo di oggi e con il Potere, moloch anonimo e schernevole di una società moderna-capitalistica contro cui si era sempre scagliato il poeta assassinato oltre mezzo secolo fa. Un testo non agiografico quello di Massaroni che non fa velo delle molte contraddizioni della figura di Pier Paolo, a cui Verdastro ha dato l’avallo della sua autorevole, potente, talora anche veemente recitazione. Con un finale, non ovvio, in cui come se fosse un sogno di Pasolini giusto nell’atto di morire all’Idroscalo di Ostia, si descrive una utopica società di pace, giustizia e libertà, una ideale Repubblica della Poesia dove appunto abitare poeticamente il mondo. E quando Verdastro, di bianco vestito, si stacca dal leggio e viene al proscenio e si approssima al pubblico ed elicita le ultime vibranti battute, è stato per me irresistibile ricordare l’attore romano quando oltre trent’anni fa interpretava Una divina di Palermo di Nino Gennaro e scendeva in platea e guardando negli occhi gli spettatori diceva: «Io cerco un angelo. Tu sei un angelo? Mi chiavi mentre parliamo?».

L’angelica spudoratezza di Gennaro risalta, tra l’altro, nel magnifico fotolibro Caro amico ti scrivevo (2025), in cui Verdastro ha voluto raccogliere le lettere che gli aveva inviato tra il 1991 e il 1995 il poeta palermitano, morto di Aids proprio quell’anno. Nino, di cui sono stato pure io amico, proclamava «O si è felici o si è complici», complici non della morte, ma del sistema di morte che ha ucciso Pasolini e contro cui si aderge al presente anche la parola drammaturgica di Massaroni. Contraddicendo il sommo bardo Shakespeare che asserisce «Il resto è silenzio», possiamo allora affermare come fa questo lavoro: no, nonostante tutto, non resteremo in silenzio.               

     

S. VALENTINO ► In coda, ecco un testo poetico che mi è rampollato fuori, per caso o ‘pour cause’, proprio a S. Valentino il 14 febbraio u. s. : 

 

L’amor fu

 

L’amor fu, sì, l’amore è stato,

un amore c’è stato pur se io 

non lo ricordo bene, anzi a dire

il vero, non lo ricordo affatto

Un amore appassionato e poi fatalmente

appassito, un amore sdilinquito

mentre ascolti per l’ennesima volta

le canzonette dell’amore perduto

o leggi i poeti dell’amore mai nato

Un amore desiderato, bramato,

sognato, inseguito, delirato

Un amore che è come una malattia

sì, un amore che fa male e si tramuta

in un amore criminale, un amore

che ti uccide o ti fa uccidere

l’amore assassino e assassinato,

l’amore mostro da cui è meglio scappare

L’amore che è un sentimento irragionevole,

l’amore folle, ben poco raccomandabile

ma di cui fare a meno appare impossibile

L’amore che ti sorprende, che non lo vedi

arrivare e tu ti lasci conquistare senza capire

ma alla fine non sai se vorresti ricominciare

 

Sì, l’amor fu e poi, e poi non più.

 

Marzo 2026

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