diario
d’autore (30): note random su E. davoglio; ia news; f. p. memmo; s. piersanti;
a. pazzaglia; G. l. ferretti; o. laxe; d. massaroni e m. verdastro; s.
valentino
di
Marco Palladini
LETTURE 1 ► God-Mother-Book-Case
– Où est ma chatte? (Arcipelago Itaca, 2025), alla lettera ‘Madrina –
Libreria – Dov’è la mia gatta?’. Ma che titolo è questo dell’ultima
pubblicazione di Elisa Davoglio? Un titolo bizzarro, quasi nonsensico per un
libro comunque eterodosso, anzi direi parecchio eterodosso. Più che un libro di
poesia ‘strictu sensu’ lo definirei un libro concepito da una mente poetica,
più precisamente da una mente poetronica. Perché nasce dall’esperienza di
Davoglio come addestratrice della IA, secondo quel processo di apprendimento cibernetico
designato come Machine Learning e, poi, Deep Learning. E infatti il volume è
crivellato di indicazioni concernenti tale programma softwaristico: Chatbot,
Prompt, Response, Addestramento, Guidelines, Factuality, Freshness, Verbosity,
Safety, Punt, Auto Tune, Hallucination, Disputed, Constraints, Play a Role,
etc. etc.
Intorno a tale dispositivo, come dire,
educativo-pedagogico della macchina, Davoglio elabora dei testi che immagino
interfacciati con la IA che hanno nel complesso una intonazione
surreal-patafisica dove è sottesa una evidente ironia. Cito soltanto un
esempio: «Scrivere una nota. Un invito per una festa in piscina, che per qualcuno
sarà una sorpresa. Gli uomini saranno tre, le donne quattro. Diversi animali.
La piscina dovrà essere seducente e tetra, con molte foglie cadute sulla
superficie. Forse a Porto Cervo, ma anche a Tortoreto (…) Alla fine della
festa, avvertire nella nota che tutti saranno esausti, addormentati nello
spazio troppo bianco, accolti con sollecitudine dai colori aggressivi degli
incubi, Aggiungere nero, ricordando che non gli piace».
Osserva nella sua postfazione Gilda Policastro: «Quindi
scrittura insieme alla macchina, non solo per conto o al posto nostro. In
dialogo, in un cammino parallelo, congiunto, una sfida e una tenzone».
Per me è, piuttosto, un esperimento non ovvio e
interessante che forse prelude a una futura produzione di scrittura creativa
umano-macchinica. Una scrittura cyborg, forse necessaria per non inoltrarci
disarmati nell’era post-human ed essere soverchiati dalla crescente
superpotenza degli algoritmi della IA.
(A proposito, domandina finale alla IA: ma la gatta di Elisa
dove sta?).
IA news ► A proposito del pianeta virtuale IA o AI che dir piaccia, due recenti notizie mi hanno colpito. La prima viene dal Regno Unito e ci racconta che il ministero della Giustizia britannico intende affidarsi alla IA per prevenire il possibile, futuro comportamento criminale di soggetti, oggi bambini, che contengono o nascondono in sé attitudini delinquenziali. Esattamente quello che raccontava il film del 2002 di Steven Spielberg Minority Report, tratto dall’omonimo racconto di Philip K. Dick e interpretato da Tom Cruise e Max von Sidow. Quello che immaginava il genio anticipatore di Dick, ovvero di un domani dove i delitti di qualsivoglia specie scompariranno grazie ad un sistema poliziesco-cibernetico di “Precrimine”, dunque adesso trova la sua possibile realizzazione grazie ai progressi accelerati di una Intelligenza Artificiale capace di profilare soggetti umani potenzialmente pericolosi. Il “rapporto di minoranza” da scenario fantascientifico per il governo di Londra (retto, si badi, dai laburisti) si deve tramutare in un rapporto di schiacciante maggioranza, nella direzione di politiche securitarie di “law and order” sempre più efficienti e mirate verso un regime neo-totalitario che arresterà preventivamente tutti i possibili, ipotetici, futuribili autori di crimini, secondo precipui codici ‘etico-morali’, non si sa stabiliti da chi. Altro che Big Brother orwelliano, qui si sta configurando un Big Father, un Grande Padre virtuale, paranoico e parossistico che in-formerà l’intera struttura statuale, poliziesca e giudiziaria. Un Padre-Macchina di repressione pre-conoscitiva e preventiva che è quanto di più distopico aveva antevisto Dick nella sua fantasia psico-lisergica. E a quanto pare lo scrittore di Chicago aveva visto giusto, ahimé!
L’altra notizia che dà da pensare, come minimo
controversa, è che la Big Tech di Meta, cioè l’azienda di Mark Zuckerberg, a
cui fanno capo Instagram, Facebook e WhatsApp, ha reso noto a fine 2025 che nel
2023 ha depositato un brevetto concernente un software di Intelligenza
Artificiale che consentirebbe di simulare la presenza nei sistemi di social
networking di soggetti umani sia quando sono, per vari motivi, assenti sia
quando sono morti. Da quello che ho letto il brevetto si basa su un “large
language model” (LLM) che viene addestrato su tutti o quasi i tratti specifici,
cognitivi della persona che si effonde in rete. Quindi, i suoi pòst, i commenti
pubblicati, i like, le foto, le dinamiche delle sue interazioni virtuali con
altri utenti, le sue forme espressive e comunicative, gli argomenti più
frequentemente affrontati. Insomma, un bagaglio conoscitivo-attitudinale,
comportamentale e linguistico del soggetto che dovrebbe permettere alla IA di
generare ulteriori contenuti pienamente in linea con il profilo virtuale originario
e, pure, di interloquire con altri soggetti, di inviare messaggi, di creare
discussioni come se la figura (del deceduto) fosse ancora ben viva, attiva e
reattiva. Non soltanto, considerando le potenzialità enormi della IA, tale
software potrebbe più avanti produrre materiali audio nonché video,
perfettamente omologhi al soggetto e altrettanto credibili. In pratica, si
prospetta la sostituzione completa di un essere umano da parte di un clone
virtuale, che nel caso di persone scomparse potrebbe garantire una sorta di
immortalità digitale. Sarà un bene? Sarà un male? Difficile dare una risposta
netta. Meta sostiene che questo è, per ora, soltanto un brevetto, non lo si sta
implementando e non ci sono annunci di una prossima rapida realizzazione o
utilizzazione internettara. Ma, si sa, quando una tecnologia è disponibile,
prima o poi viene voglia di usarla, e qualcuno ha già asserito che in pratica
stiamo insegnando alla IA come renderci superflui.
Peraltro, apprendo che già esistono delle piattaforme
come Iter9 e HereAfter che operano nel cibermondo in questa direzione. Ossia
producendo degli avatar di familiari defunti con cui dialogare in una chatbot
che è stata caricata, in-formata di memorie parentali, racconti e aneddoti
biografici. Dunque, l’IA già adesso configura un oltremondo cyberspaziale dove
voci e immagini dei trapassati possono relazionarsi con i vivi, magari recando
anche loro conforto, alleviare dolori e nostalgie, dare l’illusione che nulla
sia cambiato pure quando le persone non ci sono più. Personalmente ho
l’impressione che più si andrà avanti e più questo trasferimento in una Second
Life diventerà generalizzato e inevitabile, come una realtà aumentata in cui si
potranno vivere due o tre o quattro o innumeri altre vite. E magari non sapremo
più chi veramente siamo. Ma oggi lo sappiamo? Mah.
LETTURE 2 ► Explicit
(Edizioni Il Labirinto, 2026) di Francesco Paolo Memmo potrei dire, con una
battuta, che sono due libri in uno. In che senso? Nel senso che questa raccolta
dell’autore di Lanciano è, come sembra indicare il titolo, assieme il suo nuovo
e il suo ultimo libro. Elaborato tra il settembre 2023 e l’agosto 2025 dopo circa
trent’anni di silenzio poetico, ma soprattutto iperfetato dopo la pubblicazione
nel ’23, sempre per Il Labirinto, del volume Linee di basso ostinato
che racchiudeva l’intera sua produzione in versi tra il 1971 e il 1997. È stato
appunto nel riordinare e riguardare la sua opera omnia che è insorto in Memmo
il bisogno di riprendere a scrivere delle poesie pur mantenendo su tale impulso
un certo scetticismo: «Ora che tutto questo serva / a qualcosa con tutti i suoi
annessi / e connessi non è detto – anzi per dirla / tutta credo proprio di no
non ci credo / per niente…».
Un indizio probante, però, sul sentimento di fondo del
libro è la poesia pubblicata in quarta di copertina, in cui l’autore sogna il
padre, morto in un incidente di motocicletta quando lui aveva sei anni e mezzo,
che gli dice: «Studia, mi raccomando, fa’ il bravo, e attento / alle cattive
compagnie». E questi ammonimenti onirici si indirizzano all’uomo Francesco
Paolo che ha oggi 77 anni. Ed è in questi cortocircuiti tra età anziana e
infanzia che poi scrive: «… – cattiva senescenza – immaginarsi / padre di tuo
padre e lui figlio di te che sei / suo figlio. Nient’altro che un miraggio. /
Evanescenza».
Di evanescenze e miraggi di memoria è crivellato questo
libro che evoca la professoressa Morbidelli del Liceo Augusto di Roma che gli
fece scoprire la poesia; lo scrittore coevo Daniele Del Giudice con cui, nella
sede di Paese Sera in via dei Taurini, a San Lorenzo, chiacchieravano di
recensioni critiche e «di scrittori che inseguono romanzi / che non scriveranno
perché i più belli / sono i romanzi che non sono mai stati scritti / che
nessuno scriverà»; e ancora Mario Lunetta nella cui camera ardente Memmo ebbe
«paura di entrare», e Dario Bellezza, deceduto giusto trent’anni fa, di cui si
richiama il suo secondo libro, forse il migliore, Morte segreta;
e poi il cantautore di lotta pugliese Enzo Del Re.
Un necessario omaggio di permanente legame è il testo per
la moglie Maria Jatosti, tutto dipanato lungo la metafora calcistica di un
campionato d’amore durato una vita che, richiamando un verso scritto 46 anni
prima, si conclude così: «Puntavamo alla non retrocessione e ci troviamo / in
testa, lo scudetto a un passo».
Devo dire che la ripresa di scrittura poetica in Memmo
non presenta sorprese, come se non si fosse mai interrotta per ben tre decadi.
Potrebbe, il nostro, fare una battuta alla Enzo Tortora: dove eravamo rimasti? Eravamo
rimasti e siamo tornati ad una scrittura piana, nitida, colta, fortemente
sorvegliata, qui e là latamente ironica e autoironica, piacevolmente
discorsiva, riflessiva e autoriflessiva: «… inscritta nel triangolo del sogno /
la scrittura che mi riprende la mano / amica mia nemica e la partita / ancora
incerta tutta da giocare…».
È una scrittura da giocare, mai gridata, di mezze tinte
quella di Memmo, mai drammatica o melodrammatica, anche quando ripensa a un
ricovero ospedaliero per un grave problema di salute e dove nel dormiveglia lui
immagina di ricevere al capezzale un piccolo pantheon di figure pubbliche e
politiche: «Don Milani, la Rossanda, Nilde Iotti, / Tina Anselmi, Margherita
Hack, / don Gallo con Fabrizio De André, / Caponnetto, Falcone e Borsellino, /
Stefano Rodotà, Ingrao, Pertini, / Gino Strada, Petroselli, Berlinguer. / Il
provvisorio catalogo è questo. / E se pure la morte m’era accanto, / la morte,
io, non l’ho vista». Come se a un passo dalla invisibile morte l’autore volesse,
comunque, ribadire la sua fedeltà di storica appartenenza a una sinistra
comunista e democratica oggi, in gran parte, pressoché dimenticata.
Così, se è un libro testamentario Explicit,
la sua lettera testamentaria ha un tono lieve, sotto misura, non enfatico,
quando rivolgendosi agli amici così li esorta: «… Commemoratemi al bar, la
mattina, / davanti a una tazzina di caffè bollente, / elencate a uno a uno
tutti i miei difetti, tutti, / ricordate le sciocchezze che ho fatto, / (…) e
poi dite anche qualcosa di buono / tanto per pareggiare o quasi i conti / ma
parlate di me come se fossi vivo / ancora, ve ne prego».
Se rappresenta questo libro (lo vedremo) effettivamente
una fuoriuscita dalla scrittura in versi, è una fuoriuscita e un ‘redde
rationem’ che non tradisce mai quel basso ostinato della voce poetica di Memmo
che è il suo incisivo, peculiare timbro d’autore destinato a durare.
LETTURE 3 ► «A nì, lo so, ho
capito (…) A nì, ma lascia perde! (…) A nì damme retta, / chi piagne troppo
n’zente niente (…) A nì, che fai, domani venghi?». Uno legge questi
pochi versi e subito gli viene in mente la classica esclamazione di Renato Zero
Ciao nì!, che era pure il titolo di un film del 1979 in cui il
cantautore romano interpretava se stesso. Del resto, Sacha Piersanti autore del
libro poetico L’infanzia stipendiata (Giulio Perrone Editore,
2025) a Renato Fiacchini, in arte Zero, ha dedicato nel 2019 un ponderoso
saggio critico Zero, nessuno e centomila. Lo specifico teatrale nell’arte
di Renato Zero. Dunque, conosce benissimo la materia e soprattutto non
ha alcun problema a mescolare cultura alta e bassa, musica pop e poesia. Tanto
è vero che questo nuovo volume del trentenne autore capitolino è crivellato di
citazioni ed esergo che procedono secondo tale intreccio. Da una parte Ungaretti,
Char, Busi, Pascoli, l’apostolo Giovanni, Stendhal, i profeti Daniele e
Geremia, Caproni, Cavalcanti, Petrarca, Orazio; e dall’altra parte Milva, Nilla
Pizzi, Renato Rascel, Amedeo Minghi, Wanda Osiris, Roberto Vecchioni. Il tutto
per infiorettare o implementare un libro di poesia (il terzo di Piersanti) che
appare assolutamente controcorrente rispetto alle tendenze della scrittura in
versi delle ultime generazioni. In primis, perché risulta completamente
estraneo al panorama lirico attuale quasi sempre egoriferito o ripiegato su un
intimismo o un ‘dolorismo’ di vecchio stampo. E poi perché architetta una
catafratta struttura in versi in cui si prende la briga di sciorinare una
storia popolare, quella di A., una popolana romana appunto, nata a Borgo Pio, a
due passi da S. Pietro, nel luglio del 1934. La vita, canta o decanta
Piersanti, di una donna del popolo che attraversa anteguerra, guerra e
dopoguerra, prima bambina, poi adolescente, quindi donna giovane, matura e
infine anziana. Un donna di estrazione proletaria che ha fatto la sartina e poi
la pellicciaia e la cui esistenza si è interfacciata con quella della grande
Storia senza mai farsi domande sui massimi sistemi, badando a sopravvivere
lavorando con tenacia, con umile volontà di sormontare ogni difficoltà, facendo
ricorso anche alle doti, direi basico-antropologiche, del popolo romano che
mescolando ironia e cinismo non si fa mai abbattere da nulla: «E lotta sempre,
lotta ancora / fino alla fine della corsa, / fino a che la linea dura».
Quello che mi sembra interessante della scrittura di
Piersanti è che assume un tono da poesia popolare, molto avvertito e insieme
musicale, e che perlungo il sostenuto ritmo di versi settenari, ottonari e
novenari con rime, assonanze e iterazioni prende, a volte, quasi una
intonazione da filastrocca. E poi è decisivo il recupero del dialetto romanesco
che si interseca con l’italiano e, anzi, talora dà luogo a un italo-romanesco
di nitida e piacevole fattura: «Che ne è di quella Roma / de stracci e de sfaceli
/ de bombe e mani gonfie / pe’ i panni e pe’ le botte? (…) Ma non me vojo
lamentà, / non vojo fa’ la fine / delle vecchie tutte lagne / tutte oggi invece
ieri / ma te dico che se fosse / nati quando io / tra un po’ io già morivo /
armeno ciavevate / un buon motivo pe’ combatte, / pe’ difende quarcheccosa, / arivà
fino alla fine – // ché ’n ber mazzo de spine è mejo de ’na rosa.» (“Cantilena
popolare”).
Dialetto e cadenze del parlato imprimono a questa
partitura testuale un sapore di neorealismo, pure per le immagini e le
situazioni che evocano. E ciò mi colpisce perché Piersanti è anagraficamente
lontanissimo da quelle atmosfere e da quelle vicende immortalate, sappiamo, nei
film di Rossellini e di De Sica. Eppure, la sua sensibilità poetica riesce
ancora una volta a presentificarle come una eredità di valori storici, sociali
ed umani di cui si fa aedo contemporaneo come quando scrive: «… la tua
voglia d’esistenza, / di resistenza e d’ambizione / quando gridi inascoltato //
“L’uomo è verticale!”».
Autocitando il titolo del suo secondo libro in versi,
Piersanti si disvela appunto un poeta verticale, capace di tracciare un filo
rosso che congiunge l’oggi con l’altro ieri.
LETTURE 4 ► Infaticabile
talent-scout, con le sue Edizioni Gattomerlino, di nuove voci
poetiche, Piera Mattei mi propone una sua ultima scoperta: il 26enne Alessandro
Pazzaglia che ha debuttato nell’aprile dello scorso anno con il volumetto Signor
nessuno. Pazzaglia è un giovane attore che proviene dalla periferia
romana ed ha avuto già importanti incontri teatrali con registi/e quali Michele
Sinisi, Elena Arvigo e Lisa Ferlazzo Natoli. Assieme all’arte del recitare
Pazzaglia coltiva pure la passione dello scrivere in versi e il suo dettato
appare subito schietto, veloce, diretto. Nessun birignao in poetese, ma un
linguaggio corsivo, piano e pienamente comunicativo per lumeggiare l’esistenza
di un ventenne che riferisce di malesseri vari, ricoveri al pronto soccorso,
innamoramenti vagheggiati e ‘buche’ amorose, ubriacature con gli amici e sabati
sera passati in solitudine, neppure qualcuno «con cui scambiarmi un vaffanculo».
Questa difficoltà di relazionarsi con gli altri in un’epoca in cui i rapporti
si intrattengono principalmente nel mondo virtuale, gli suggerisce un testo
desolato e disilluso come questo: «Pizza fredda e sogni in scatola / il mio
spuntino di mezzanotte. / è tutto
così surreale, / beccarsi con una persona / aprirsi in due / e sperare di
ritrovarsi / nei mali dell’altro. / Un esercizio di follia, / una chiacchiera /
di fronte al baratro». Talora l’inarcatura melanconico-umorale delle poesie di
Pazzaglia mi ha fatto pensare alla nota canzone di Achille Lauro: «… E noi
stiamo annegando, naufragando, è un romanzo (…) / Se non ti amo fallo tu per me
/ Ti cercherò in un vecchio film / Per sempre noi incoscienti giovani /
incoscienti giovani».
L’incosciente giovane, o magari troppo cosciente,
Pazzaglia, richiama cantanti come il rapper capitolino Gemitaiz o il mito Lucio
Battisti e, poi, come si confessasse, scrive: «I poeti nascono / sulle cime
degli alberi, / in trepidante attesa / che qualcuno li salvi. / Foglie
d’autunno / raccolte controvoglia, / (…) si giocano la vita / per una partita a
nascondino: / le stelle non barano, / loro nemmeno. / E ogni volta / che cade
qualcuno, / esprimi un desiderio / signor nessuno».
Sì, vorrei dire a Pazzaglia, nel tempo storico attuale il
poeta è un ‘signor nessuno’, ed è vano attendere che possa arrivare qualcuno a
salvarlo. Nessuno verrà. Si può soltanto provare a salvarsi da soli sapendo che
la poesia (Giuseppe Ungaretti dixit): «… non è poesia se non reca con sé, in sé
un segreto». E confido che la parola del signor nessuno Pazzaglia nasconda un
segreto (un segreto d’anima) che lo indurrà, nel prosieguo della sua vita, a
non desistere.
il neo barbaro ►
Personaggio singolare, direi unico del panorama del rock italico, il cantore
Giovanni Lindo Ferretti, forse con una punta di civetteria, si è più volte
definito in varie interviste «un barbaro dell’Appennino emiliano». E ancora in
questo reading-concerto Percuotendo. In cadenza che ho visto
all’Auditorium-Parco della Musica a Roma, è tornato ad invocare «la necessità, all’inizio
del terzo millennio, di un gesto barbarico come sola via di salvezza». Ma cosa
è la postura del barbarico per Ferretti? Per quello che capisco è la
rivendicazione del proprio retaggio paesano, contadino, montanaro, quello di
una società tradizionale, pre-moderna, imbevuta di spirito religioso, dove
pastori, allevatori di cavalli, agricoltori, in diretta connessione con gli
animali e i cicli della natura formavano una comunità solidale, davano luogo a
una fraternità umana non più rinvenibile nella società moderna e, tanto più,
post-moderna. Non a caso Ferretti è tornato a vivere, da molto tempo, nella
casa familiare in pietra di Cerreto Alpi, un borgo a mille metri tra
Emilia-Romagna e Toscana. Lì, circondato dai suoi cavalli, respira un’aria
diversa, più pulita rispetto a quella ammorbata delle città, e si è
riconvertito alla fede cattolica della sua infanzia, anche lodando assai il
conservatorismo teologico di papa Ratzinger. Ma Giovanni Lindo sa che questo
borgo nel cuore dell’Appennino reggiano è un microcosmo in via di sparizione e,
infatti, Percuotendo. In cadenza è attraversato da un sentimento
della fine, il cantore elicita parole resilienti, di disperato, profondo amore
per un vivere diverso in qualche modo legato a valori più puri e assoluti, ma
insieme espone apertamente le sue contraddizioni irrisolte. Perché questo
reading-concerto si situa tra la storica reunion dopo quarant’anni dei Cccp e
la annunciata reunion dei Csi, ovvero le due band cardine della vita musicale
di Ferretti. E, certo, le suggestioni, le rumorose insorgenze del punk
all’emiliana dei Cccp e del rock indipendente dei Csi poco c’entrano col modo
d’essere e di sentire del Ferretti 72enne di oggi, quello messo pure sotto
accusa da vecchi ammiratori per le sue frequentazioni con i post-fascisti. Ma
quello che mi pare interessante è che, appunto, Giovanni Lindo non pretende di
risolvere le contraddizioni, le accetta come un fatto della vita, la vita che è
un flusso confuso che spesso ci travolge, ma è la confusione vitale piuttosto
che la rigida fedeltà a principi astratti che rappresenta la ricchezza del
nostro epifanico esserci e transitare sulla crosta di questa terra e pazienza
per i fanatici e i dogmatici che non sanno comprenderlo. Così la rivisitazione
di alcuni suoi brani famosi – “A tratti”, “Brace”, “Depressione Caspica”,
“Finistére”, “Memorie di una testa tagliata”, “Del mondo”, “Annarella” etc. –
avviene per frammenti, eliminando versi non più acconci, intonandosi con il
morbido e impeccabile arrangiamento elettro-percussivo di Luca Alfonso Rossi e
Simone Beneventi, e con il calibrato e prezioso disegno luci di Mariano De
Tassis. Ferretti tra una canzone e l’altra riflette ad alta voce, si confessa
in pubblico, richiama vicende autobiografiche e musicali che lo hanno per
sempre segnato, accarezza al proscenio il cranio del suo cavallo Tancredi,
perenne amuleto portafortuna che lega gli affetti passati e presenti, perché
pure un equino è un caro estinto da portare in permanenza con sé. Il segno del
barbarico, sembra dirci Giovanni Lindo, che chiude l’esibizione con una preghiera
a Dio cantata-salmodiata, è ormai nelle piccole cose della vita quotidiana, non
nelle grandi azioni di rivoluzionamento o di trasformazione globale e radicale.
Tanto abbiamo capito che un altro mondo (per ora) non è possibile. Ma lui che
crede in un mondo ultraterreno forse è già in pace con se stesso.
“Sirât” ► Pòst su FB (21 febbraio):
Ho visto in ritardo, ma in edizione originale, Sirât
di Oliver Laxe, un film davvero bellissimo e inquietante, un rave-road-movie
girato tra Spagna e Marocco dentro la potenza simbolico-metafisica dei paesaggi
del deserto interfacciata con la forza martellante dei paesaggi sonori tekno.
Un’opera di rilievo pressoché apocalittico con un finale che sembra già dopo la
fine del mondo. Laddove ‘Sirât’ in arabo è la retta via da seguire nella vita,
ma pure lo stretto ponte da attraversare per andare dall’inferno in paradiso o,
forse, al contrario dal paradiso verso l’inferno. “L’enfer sont les autres”,
diceva Sartre, ma forse aveva torto. Il viaggio allucinato di Sirât
nella bellezza lancinante dei nonluoghi desertici sembra dirci che i demoni
inferici siamo noi, in un transito senza fine e in attesa di un Godot che non
arriverà e, comunque, non ci salverà... augh.
FELICI INCONTRI ► Mi prendo la cura di
segnalare il felice incontro tra la neo-drammaturga Desirée Massaroni e un
grande, maturo attore quale Massimo Verdastro che ha interpretato al Teatro
Basilica di Roma il 26 febbraio u. s. Pasolini. è tuo questo nostro aprile. Un titolo che mi ha
subito richiamato un libro scritto nel 1978 da Maria Antonietta Macciocchi, Dopo
Marx, Aprile, in cui l’autrice espulsa dal Pci, rifletteva sulla crisi
del comunismo e del marxismo come teoria politica di interpretazione del
cambiamento della società, un tema che percorreva pure gli scritti pasoliniani
a partire almeno dalla metà degli anni ’60.
In ogni caso, ben più che una ‘lettura scenica’, come
riportava la locandina, quello visto al Teatro Basilica era un compiuto
spettacolo, direi, di ‘teatro d’ascolto’, efficacemente introdotto dal critico
Attilio Scarpellini, in cui si evocava l’incontro o lo scontro-confronto tra il
fantasma di PPP con la realtà contemporanea, in particolare con un ragazzo di
oggi e con il Potere, moloch anonimo e schernevole di una società
moderna-capitalistica contro cui si era sempre scagliato il poeta assassinato
oltre mezzo secolo fa. Un testo non agiografico quello di Massaroni che non fa
velo delle molte contraddizioni della figura di Pier Paolo, a cui Verdastro ha
dato l’avallo della sua autorevole, potente, talora anche veemente recitazione.
Con un finale, non ovvio, in cui come se fosse un sogno di Pasolini giusto
nell’atto di morire all’Idroscalo di Ostia, si descrive una utopica società di
pace, giustizia e libertà, una ideale Repubblica della Poesia dove appunto
abitare poeticamente il mondo. E quando Verdastro, di bianco vestito, si stacca
dal leggio e viene al proscenio e si approssima al pubblico ed elicita le
ultime vibranti battute, è stato per me irresistibile ricordare l’attore romano
quando oltre trent’anni fa interpretava Una divina di Palermo di
Nino Gennaro e scendeva in platea e guardando negli occhi gli spettatori
diceva: «Io cerco un angelo. Tu sei un angelo? Mi chiavi mentre parliamo?».
L’angelica spudoratezza di Gennaro risalta, tra l’altro,
nel magnifico fotolibro Caro amico ti scrivevo (2025), in cui
Verdastro ha voluto raccogliere le lettere che gli aveva inviato tra il 1991 e
il 1995 il poeta palermitano, morto di Aids proprio quell’anno. Nino, di cui
sono stato pure io amico, proclamava «O si è felici o si è complici», complici
non della morte, ma del sistema di morte che ha ucciso Pasolini e contro cui si
aderge al presente anche la parola drammaturgica di Massaroni. Contraddicendo il
sommo bardo Shakespeare che asserisce «Il resto è silenzio», possiamo allora
affermare come fa questo lavoro: no, nonostante tutto, non resteremo in
silenzio.
S. VALENTINO ► In coda, ecco un testo
poetico che mi è rampollato fuori, per caso o ‘pour cause’, proprio a S.
Valentino il 14 febbraio u. s. :
L’amor fu
L’amor fu, sì, l’amore è stato,
un amore c’è stato pur se io
non lo ricordo bene, anzi a dire
il vero, non lo ricordo affatto
Un amore appassionato e poi fatalmente
appassito, un amore sdilinquito
mentre ascolti per l’ennesima volta
le canzonette dell’amore perduto
o leggi i poeti dell’amore mai nato
Un amore desiderato, bramato,
sognato, inseguito, delirato
Un amore che è come una malattia
sì, un amore che fa male e si tramuta
in un amore criminale, un amore
che ti uccide o ti fa uccidere
l’amore assassino e assassinato,
l’amore mostro da cui è meglio scappare
L’amore che è un sentimento irragionevole,
l’amore folle, ben poco raccomandabile
ma di cui fare a meno appare impossibile
L’amore che ti sorprende, che non lo vedi
arrivare e tu ti lasci conquistare senza capire
ma alla fine non sai se vorresti ricominciare
Sì, l’amor fu e poi, e poi non più.
Marzo 2026
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